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Autore: IndianaJones25    02/07/2024    1 recensioni
Estate del 1933: Indiana Jones si trova in Francia, dove conta di recuperare la Corona dei Re Merovingi, perduta da secoli. Questa scoperta potrebbe regalargli fortuna e gloria, facendolo ascendere all’olimpo dei più grandi archeologi. C’è un solo problema: la corona è nascosta nei sotterranei del castello appartenente alla famiglia Belloq…
Genere: Avventura, Commedia | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Henry Walton Jones Jr., Nuovo personaggio, René Emile Belloq
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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L’ininterrotto suono delle gocce di umidità che cadevano dall’alto era l’unico rumore che riempisse l’angusto e buio sotterraneo. L’odore della muffa era molto forte e toglieva quasi il fiato. Il soffitto basso e le pareti ravvicinate davano un senso di claustrofobia, che si accentuava mano a mano che il tunnel andava restringendosi sempre di più, fino a tramutarsi in un pertugio a malapena percorribile.

Costretto a trascinarsi sulle ginocchia, una mano a tastare il pavimento e l’altra tesa in avanti per sorreggere la torcia con cui stava cercando di illuminare quell’ambiente tetro e oscuro, Indiana Jones andò avanti più che altro mosso dalla forza della disperazione. Dopo tanta fatica per arrivare fin lì, non si sarebbe lasciato fermare da così poco.

L’imponente fortezza sorgeva sui primi contrafforti delle Alpi della Provenza. Dalle sue mura, si dominava un’ampia vallata verde di alberi e di vigneti e fiorita di lavanda violetta, e nei giorni più luminosi e sereni lo sguardo si poteva spingere fino al mare, profondo e blu. Era un antico castello, che da secoli ospitava una delle più importanti – e controverse – famiglie di tutta la Francia: i Belloq.

Quando, consultando un antico codice medievale, aveva scoperto che la Corona dei Re Merovingi avrebbe avuto la sua ultima dimora proprio in quel castello, Indy per poco non era scoppiato a ridere. Quel pallone gonfiato di René Belloq, il suo rivale di sempre, non faceva altro che andarsene in giro per il mondo alla ricerca di tesori da trafugare – e, soprattutto, da rubare a lui – ignorando di averne sempre avuto uno preziosissimo praticamente sotto il sedere.

Buon per me e peggio per lui, si era detto.

La Corona dei Re Merovingi… se fosse riuscito a metterci le mani sopra, Indy avrebbe fatto un colpaccio.

Era da oltre un millennio che, del diadema indossato dai Re Taumaturgi, come li si chiamava in certe storie tramandate nel tempo, non si sapeva più nulla. Un oggetto che aveva perduto i contorni della realtà e aveva assunto le sfumature della leggenda. Per secoli, avventurieri di ogni sorta avevano cercato in lungo e in largo quell’ornamento ritenuto miracoloso, senza mai riuscire a rintracciarlo. Indy aveva avuto un gran colpo di fortuna, a imbattersi in quel codice medievale. E dire che aveva cominciato a sfogliare quel vecchio librone polveroso di una biblioteca di Parigi solo per fare una buona impressione sulla bella bibliotecaria seduta dietro il banco!

Certo, era stato subito consapevole che non sarebbe stata una passeggiata, introdursi in quel castello. Non poteva certo presentarsi alla porta e suonare il campanello, chiedendo di poter visionare gli arazzi o qualcosa del genere.

Be’, in fondo, perché no?

Continuando a strisciare, certo di essere ormai a un passo dalla meta, Indy ripercorse con la memoria gli avvenimenti che lo avevano condotto fino a quel punto.

 

* * *

 

«Era ora! Quanto a lungo avrei dovuto bussare, ancora, per farmi ricevere?!»

L’impassibile maggiordomo, vestito di nero e con i capelli bianchissimi, non batté ciglio di fronte a quell’esternazione detta in un improbabile accento scozzese.

«La prego di scusarmi, signore, ma il castello è molto grande e i saloni da attraversare per giungere all’ingresso parecchi», si giustificò l’uomo.

Indiana Jones, avvolto in un tabarro nero che lo faceva sudare copiosamente in quella caldissima mattinata di metà giugno, lo guardò con aria ironica.

«Non cerchi di giustificarsi con me, vecchio mio!» esclamò. «Forza, si dia una mossa e dica al conte Belloq che Lord Clarence MacDonald è arrivato al castello per visionare gli arazzi!»

Il maggiordomo sollevò un sopracciglio.

«Non c’è nessun conte Belloq, Lord MacDonald», rispose, con voce atona. «Forse l’hanno informata male, ma i signori Belloq non posseggono più alcun titolo nobiliare.»

Indy agitò la mano, in uno svolazzo del suo tabarro.

«E, allora, com’è che vivono in un simile castello?!» abbaiò.

Il maggiordomo fece per aprire bocca. Indy non glielo permise.

«E poi, vecchio mio, vogliamo stare qui a questionare sulla porta come dei villici?! Forza, mi faccia passare!»

Interdetto, l’uomo dovette scostarsi per permettergli di oltrepassare l’ampio portone di rovere decorato con fregi di bronzo dorato. Il vestibolo del castello si rivelò essere un vasto salone, dal pavimento in cotto un poco imbarcato e le pareti dipinte a rombi color ocra dal contorno più scuro. Il soffitto era sorretto da massicce travi scure. In alto, lungo i muri, erano appesi degli scudi dai vari emblemi, mentre alcune armature erano allineate alla loro base. Tre grandi porte, una per ogni lato, conducevano in altre ale, mentre un vasto scalone conduceva ai piani superiori. L’intero ambiente dava un’idea di forza e di potenza.

Ti credo che René è venuto su tanto arrogante, borioso e pieno di sé, pensò Indy, dandosi una rapida occhiata attorno. Guarda dove diavolo abita, quel maledetto pallone gonfiato.

Per un momento, si domandò che cosa sarebbe accaduto se, da una di quelle porte, fosse sbucato proprio il suo rivale. Ma sapeva che non c’erano rischi, in merito. In quegli stessi giorni, Belloq si trovava in Marocco, per un’asta clandestina di reperti archeologici. L’intenzione iniziale di Indy era stata proprio quella di andare a Marrakech, o a Tangeri, o dovunque si svolgesse l’asta, per rompere le uova nel paniere a René. Ma quella momentanea assenza avrebbe giocato a suo favore; quindi, che Belloq cercasse pure di guadagnare qualche spicciolo vendendo un paio di cianfrusaglie e di ninnoli falsi a un nobile annoiato o a un ricco mandriano ignorante. Lui, dal canto suo, ne avrebbe approfittato per fregargli da sotto il naso un tesoro di valore inenarrabile.

«Vuole darmi soprabito e cappello, Lord MacDonald?» chiese il maggiordomo.

Indy non ebbe nemmeno bisogno di riflettere. Sbarazzarsi del tabarro avrebbe significato mettere in mostra la frusta e il revolver, il che avrebbe potuto destare qualche perplessità persino in quel pinguino composto e impassibile. E non avrebbe consegnato a nessuno il suo inseparabile cappello, soprattutto in vista di una possibile fuga rocambolesca, che non gli avrebbe permesso di passare alla foresteria per chiedere i suoi averi.

«Non se ne parla proprio, vecchio mio!» abbaiò. «Forza, diamoci una mossa, invece di pensare a queste quisquilie!»

L’altro non batté ciglio.

«Se allora vuole seguirmi, Lord MacDonald, la introdurrò alla signora Belloq. Il signor Belloq, purtroppo, al momento è assente», invitò il maggiordomo.

Indy fece un cenno.

«Benissimo, vecchio mio!» quasi urlò. «Spero che la signora avrà la creanza di mostrarmi gli arazzi! Ho fatto un lungo viaggio, dal mio castello nelle Highlands scozzesi, per venire in Provenza e Côte d’Azur proprio per vedere i famosi arazzi di Francia!»

Il maggiordomo non rispose, limitandosi a un cenno d’assenso del capo. Evidentemente, era troppo preciso e bene educato per far notare che, a suo avviso, quel supposto Lord, in Scozia, non doveva esserci mai nemmeno stato.

L’uomo, seguito da Indy, si avviò verso il fondo del grande vestibolo. Anziché prendere le scale, oltrepassarono una delle porte, che li immise in un lungo corridoio di pietra. Sul lato destro del corridoio erano appese delle tele raffiguranti uomini e donne dagli sguardi arcigni e poco raccomandabili. Su quello opposto, tra una finestra e l’altra affacciate sopra un precipizio, erano allineate altre armature.

Indy osservò le persone ritratte nei dipinti. Il primo, che assomigliava in modo incredibile a René, indossava un’armatura, e reggeva con la mano sinistra le briglie di un cavallo. Con la mano destra, invece, impugnava una lunga e pesante spada, macchiata di sangue. Subito dopo, una donna in abiti svolazzanti e dai capelli rossicci, ritratta su una spiaggia e con il piede appoggiato sopra uno scrigno traboccante di tesori, diede a Jones l’impressione di trovarsi a tu per tu con una piratessa.

Impressione che fu subito confermata dal maggiordomo.

«Questa è la galleria dei ritratti della famiglia Belloq», spiegò infatti l’uomo. «Questo è il nobile cavaliere Roland Belloq, duca di Roncevaux, fondatore della stirpe, soprannominato le fléau des Maures. E questa è la nobile duchessa Jade Belloq, nota come la bête des Antilles per la ferocia con cui combatté contro gli inglesi durante il periodo coloniale.»

Indy sbuffò.

«Allora avevo ragione, a dire che sono nobili, vecchio mio!» grugnì.

Il maggiordomo indicò un altro quadro. Raffigurava un gentiluomo vestito di nero, con una parrucca bianca e un’espressione patibolare sul viso sottile.

«I signori Belloq hanno rinunciato a ogni titolo nobiliare durante la Rivoluzione», spiegò. «Gauthier Belloq era maggiordomo di palazzo, segretario personale e confidente del Re Luigi XVI, ma seppe trarsi d’impaccio con molta astuzia e, in seguito, divenne uno dei maggiori fautori del Terrore. Per opera sua, moltissimi oppositori vennero ghigliottinati. Si narra che fu lui stesso il maggior fautore della decapitazione del Re.»

«Ottimo», approvò Indy.

«Purtroppo, questo non lo preservò dal finire lui stesso sul patibolo», soggiunse il maggiordomo.

«Peccato», fece di nuovo Indy.

«Una grave e luttuosa perdita», confermò il maggiordomo.

Il ritratto successivo mostrava un ufficiale dell’esercito imperiale napoleonico, immortalato nella piana di Giza, con le piramidi e la Sfinge che svettavano dietro le sue spalle. Aveva in viso la stessa espressione astuta e demoniaca dei suoi degni antenati.

«E lui chi è?» chiese Jones, onestamente curioso.

«Oh, lui è Émile, detto le prédateur de l’Egypte. Partecipò alla campagna d’Egitto, riportandone in patria un grande e cospicuo bottino, con cui riuscì a ricostituire il patrimonio di famiglia, assottigliatosi proprio a seguito della Rivoluzione. In seguito, capendo che aria tirasse, tramò con gli inglesi e contribuì all’esilio di Napoleone a Sant’Elena.»

«Hai capito il furbo», borbottò Indy.

Più trascorrevano i minuti, e più capiva tutto di Belloq.

La galleria comprendeva molti altri ritratti, tutti egualmente immortalanti uomini e donne dall’aspetto poco raccomandabile, ma il maggiordomo non si dilungò in ulteriori spiegazioni. Indy scrutò un istante il quadro che rappresentava un uomo nascosto dietro un cespuglio, vestito da ufficiale, che osservava i combattimenti che si svolgevano in lontananza, sopra un colle alla cui sommità sorgeva una torre quadrangolare. L’ufficiale si fregava le mani, quasi stesse già calcolando l’ammontare del bottino che avrebbe potuto mettere insieme di lì a poche ore, quando – in tutta tranquillità – avrebbe potuto spogliare i caduti sul campo di battaglia. Un cartiglio lo indicava come le capitaine René Belloq, le héros de Solférino.

Deve essere il nonno del mio René, meditò Indy. Oltre al nome, hanno in comune la medesima cupidigia nello sguardo, per tacere della magica facoltà di restarsene nascosti e di saltare fuori quando meno te lo aspetti.

Il corridoio si concluse contro una porta. Il maggiordomo la spalancò e introdusse Jones in un portico colonnato, oltre al quale si trovava un giardino interno, illuminato dal sole e profumato di rose, di lavanda e di erbe aromatiche. Considerato che, per giungere fin lì, avevano percorso quel corridoio affacciato sull’abisso, Indy valutò che il giaridno dovesse sorgere sopra uno spuntone roccioso.

I Belloq sono proprio dei maniaci, non si accontentano mica di una casetta con un fazzoletto di terra dove tagliare l’erba la domenica mattina, meditò Indy.

Nel centro del giardino, una giovane e bellissima donna stava annusando una rosa dal colore scuro.

«La prego di aspettare un momento, Lord MacDonald», disse il maggiordomo. «Avviso subito la signora Belloq del suo arrivo.»

Indy quasi non gli badò, tutto preso a contemplare la bellissima figura femminile.

 

   
 
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