Videogiochi > The Arcana. A Mystic Romance
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Autore: PaolaBH2O    11/07/2024    0 recensioni
"La vita è noiosa come una storia che raccontata più volte infastidisce l'orecchio pigro d'uno già mezzo addormentato."
Vero. Se ogni evento è già stato narrato completamente, ma queste vicende non sono già scritte. Tutt'altro.
Qualsiasi storia può stravolgersi, se vista da un'altra prospettiva. E' un'occasione per cambiare ruolo, compiere altre scelte, fare nuove scoperte.
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Questa fanfiction è un crossover tra la route di Julian e la fanfction "Fortuna favet fortibus" tratta dal film "I Cavalieri dello Zodiaco - La Leggenda del Grande Tempio" (potrete trovarla nella sezione di Saint Seiya del sito). Può contenere spoiler sulle route degli altri personaggi e sulle scene alternative acquistabili con le monete.
Genere: Avventura, Fantasy, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: MC, Nuovo personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Spoiler!
Capitoli:
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6 – Secret



Due volte sciocco colui che, svelando un segreto ad un altro, gli chiede caldamente di non svelarlo a nessuno (Cit. Miguel de Cervantes)



Erano sporadiche le occasioni in cui Death Mask aveva eletto la discrezione come sua strategia d’azione preferita, più uniche che rare in realtà; l’approccio vis-à-vis vantava un tale grado di efficacia e rapidità che proprio non riusciva a capire perché farsi minuscoli per affrontare una situazione che non lo richiedeva. Essere al centro della scena, ecco cosa lo inebriava davvero! Avere gli occhi di tutti puntati addosso, sapere che la loro mente non avrebbe percepito nient’altro che lui finché fosse stato capace di tenere vivo l’interesse lo intossicava come nessuna sostanza conosciuta.
Poi…
Però…
Aveva messo piede nella stanza restaurata di Lucio, si era guadagnato le attenzioni dei presente e lo sguardo spaesato di Asra aveva fatto crollare le sue certezze. Capire perché mordersi la lingua ed evitare di sputargli in faccia un incensurato “che diavolo ci fa lui qui?!” lo aveva salvato da biasimo e critiche sulle quali sarebbe potuto passare oltre, ma lo aveva salvato anche da un’infinita serie di domande che lo avrebbero inchiodato con la loro scomodità; sul momento le uniche che gli venivano erano “vi conoscete già?” e “che cos’hai contro di Asra?”, ma non poneva limiti all’immaginazione.
Specie quella altrui.
Specie quando si trattava della possibilità di tradire imbarazzanti retroscena.
Di contro, un bel paio di domande si formularono nella sua di testa perché, oltre a “che diavolo ci fa lui qui?!”, non riusciva a spiegarsi come mai gli occhioni da cerbiatto del mago non reggessero la vista dei suoi, perché spostasse il peso da un piede all’altro con nervosismo e perché l’impudente ghigno che aveva sfoggiato ai loro incontri fosse stato sostituito dalla smorfia impacciata di chi è stato colto alla sprovvista; era forse la presenza di Nadia ad averlo addomesticato, oppure era la consapevolezza che Death Mask lo potesse, e lo volesse, rivoltare come un guanto ora che non c’era l’impalpabilità dei sogni a proteggerlo?
In uno o nell’altro caso, Asra stava lottando disperatamente per recuperare la concentrazione necessaria a interpretare se stesso, ma di qualunque film mentale si sentisse il protagonista, il Cavaliere aveva di certo un copione improrogabile da portare in scena.
-Nadia!- la richiamò con un po’ troppa foga ma pronto a sciorinarle il discorso più epico e convincente che potesse aver mai concepito -Ho una cosa da dirti!-
-Non ora, Cavaliere, sono occupata- lo troncò lei con un tono che non ammetteva repliche.
-Ma…!-
La donna non fece altro che alzare la mano ingioiellata e serrare le palpebre; le sue labbra contratte ordinavano un silenzio tombale e lo ordinavano con una tale forza che pure Death Mask lasciò morire la sua insubordinazione in quell’ultima sillaba.
-Qualunque cosa abbiate da dirmi può attendere, Kamya e il suo maestro sono qui per discutere del proprio lavoro. Dicevate dunque, Maestro Asra?- la sua voce si ammorbidì, ma non bastò per risparmiare ad Asra i brividi che gli corsero lungo la schiena all’avvicinarsi della Contessa.
-Ehm, dicevo che vi avrei già voluto aiutare ma… Ecco…- tentennò sotto i suoi occhi indagatori -Ero in viaggio per… Aprire il mio terzo… Orecchio…- si scusò a bocca secca.
Death Mask ed Élan si scambiarono un’espressione perplessa. Non esisteva un terzo orecchio o si erano persi qualcosa? Lo scivolone di Asra passò inascoltato a Nadia, impegnata a risolvere un suo enigma.
-Non posso fare a meno di domandarmi se non vi abbia mai incontrato. Oh, ma forse i miei occhi mi stanno ingannando… Se solo non fosse così buio…- girandosi vide che le finestre della stanza erano state coperte da pesanti tendaggi il cui tono scarlatto si fondeva con quello delle pareti, e che la fioca luce che trapelava dal lampadario color ambra venisse inghiottita dal mobilio scuro… Ma c’era un candelabro a muro che avrebbe potuto fare al caso loro -Magari se quella lampada fosse accesa…-
L’attenzione dell’intero gruppo si rivolse verso il candeliere ricoperto di ragnatele. Tutti vi si concentrarono come se fossero stati in grado di poterne accendere lo stoppino con uno sguardo… Tutti, tranne chi in effetti ne era capace.
-Lampada? Quale lampada?- squillò Asra prima di essere strattonato da Kamya.
-Quella lampada…- gliela indicò con un’ansia peggio celata del solito.
Compresa la direzione verso la quale rivolgere i propri sforzi, il mago agitò le braccia in un gesto talmente plateale da rasentare una caricatura, mentre l’apprendista faceva schioccare le dita dietro la sua schiena dove nessuno l’avrebbe notata. Nessuno, tranne Death Mask…
Una pioggia di scintille scaturì dal candelabro e si riversò copiosa sul dipinto sottostante, accendendo una serie di piccole ma aggressive braci sul volto del Conte e sulle sfarzose vesti da battaglia; Portia si sbrigò a trascinare al dipinto la scala più vicina e col vigore che riusciva ad infondere attraverso uno straccio polveroso, soffocò ogni bruciatura che minacciasse di riservare al quadro la stessa sorte dell’uomo.
Il siciliano si chinò verso la fata e colse la golosa occasione con un sorrisetto svergognato.
-A differenza di Lucio, l’abitudine di prendere fuoco è dura a morire.-
La fata si nascose dietro un muro di dita e versi soffocati per mascherarsi alla “povera” vedova; sapeva che la situazione esigesse contegno, ma l’uomo adorava quando una risata che era stato lui a provocare andava nascosta a chiunque altro: era come se quel breve momento di ilarità fosse così intimo da non poterlo condividere. Ma la sua battutaccia aveva suscitato la medesima reazione a un altro paio di orecchie, e anziché schernirlo per la mancanza di rispetto che i morti meritavano, Asra si stava trattenendo al meglio delle sue capacità per non sghignazzare.
I sospetti non furono gli unici a prendere il volo: tra pulizie antincendio, risate mal celate e comportamenti vergognosi, nessuno si era accorto della sagoma di fumo bianco che aveva preso forma nell’angolo più polveroso della stanza. Impercettibile all’udito, quasi invisibile e rapida come un lampo, scivolò tra i servitori, si avventò sulla scala di Portia e la gettò nel vuoto incontro a una rovinosa caduta.
L’intervento di Nadia impedì la tragedia e le risparmiò parecchie contusioni; le sue braccia la colsero al volo nel momento in cui arrivò alla sua altezza, appena un secondo di ritardo e il risultato non sarebbe stato lo stesso.
-Che rapidità, Contessa! È stato davvero un esempio di preveggenza, potreste avere, uh, delle abilità magiche- arrivò a complimentarsi Asra.
-Voi dite?- lo studiò la donna, rimettendo la cameriera a terra -Magari, finito qui, potrei unirmi a voi nelle indagini.-
-NO!- esplosero Portia e Kamya con una sincronia ironicamente non studiata. Il voltarsi simultaneo della servitù, la quiete improvvisa e la faccia perplessa di Nadia, convinsero la maga a lanciarsi in una spiegazione piuttosto scarna ma solida -Avete la Mascherata da organizzare e non voglio, anzi, non posso distogliervi dai vostri doveri a causa della mia incompetenza. Dovete pensare al vostro lavoro e io al mio: avete chiesto a me di occuparmi di queste indagini e, con Asra al mio fianco, ho l’aiuto che mi serve.-
-M-ma se volete, ci potete sempre trovare nella biblioteca!- si affrettò ad aggiungere Portia, colpevole come Kamya di aver respinto la Contessa -Seguitemi, ho io le chiavi.-
A grandi passi e con le labbra tirate in un sorriso imbarazzato, si lanciò fuori dalla stanza, a ruota dietro di lei Élan, Death Mask, Kamya e Asra. L’ultimo sorriso con cui si congedò il mago aveva un che di sornione così esagerato da far dimenticare al Cavaliere quale messaggio fosse venuto a recapitare, e da avvalorare maggiormente le sue teorie: c’era qualcosa che non andava in Asra.
Nelle occasioni in cui l’aveva incontrato aveva sfoggiato un fastidioso fascino di miele, ascendente, eleganza, per non parlare delle competenze magiche! Adesso era insicuro, goffo, tremante, rideva a delle battute improponibili, si affidava alla sua studentessa per delle magie basilari e sorrideva con dei muscoli facciali che non sembravano nemmeno essere presenti sul volto umano…
Inoltre, nel gioco di sguardi che stavano intrattenendo sulla strada per la biblioteca, ricambiava il Cavaliere con la stessa serenità d’animo di chi sta per subire un pestaggio. Cancer lo conosceva abbastanza da sapere che quella condotta non fosse tipica del cartomante, ma non lo conosceva abbastanza da saperne il perché; tuttavia Asra restava pur sempre Asra e, Asra, uno dei più grandi rompiscatole della storia, possedeva il suo più inconfessabile segreto, indi per cui vivere in pace rientrava nell’interesse di entrambi… Anche se ciò non escludeva una sana dose di “maniere forti”.
Death Mask accorciò il passo, lo afferrò per il colletto e lo costrinse a rallentare con lui.
-Mi auguro per il tuo stesso bene che tu abbia intenzione di tenere quella bocca chiusa…- gli mormorò a denti stretti.
-Riguardo che cosa?- l’altro sudava vistosamente.
-Riguardo all’incontro dell’altra sera.-
-Quale incontro?!-
-Ecco, bravo, continua così- il siciliano gli batté compiaciuto una mano sulla spalla prima di affrettarsi a raggiungere il gruppo.
Perplesso ma non troppo, Asra lo fermò.
-Aspetta, chi credi che io sia?-
-Non sei il maestro di quella scorbutica che di sicuro chiami “mia cara”?-
-Ecco, bravo, continua così!- compiaciuto, il cartomante gli sorrise, e subito il gesto di approvazione e la confusione si scambiarono proprietario.


La porta della biblioteca era un capolavoro di falegnameria e ingegneria; opera di niente di meno che della Contessa in persona, sul legno color miele vi era rappresentato un rigoglioso e intricato albero nel pieno della fioritura. Una dozzina di foglie in rilievo erano state ricavate da altrettante gemme preziose, le stesse che adornavano le chiavi corrispondenti sul mazzo di Portia.
La cameriera cominciò a infilarne ciascuna nella rispettiva toppa-foglia e con ogni lucchetto che scattava, una radice si ritraeva dal pavimento, permettendo alla porta di ripiegarsi su se stessa come un ventaglio; Élan e Portia rimasero a fare da palo mentre il resto del gruppo entrava in biblioteca con fare deciso. Come l’entrata si richiuse alle loro spalle, Kamya lasciò andare un sospiro che nessuno si era reso conto stesse trattenendo, e la sagoma di Asra gli cadde di dosso in una cascata di polvere scintillante: in un battito di ciglia, la figura slanciata e i tratti affilati di Julian si stagliavano nella penombra della stanza, del mago non c’era traccia, se mai ce n’era stata, e Cancer avvertì una sensazione di cedimento allo stomaco.
-Porca… Di quella… Puttana…- la sorpresa fu tanta e tanto aspra che non riuscì a proferire altra parola, ma si ridestò appena Julian lo deliziò con uno dei suoi sorrisi spavaldi -Sei stato tu per tutto questo cazzo di tempo?!-
Il medico si piegò in un profondo inchino e Kamya si concesse di gongolarsi della reazione.
-Grazie, Death Mask! Lo prendo come un graaande complimento!-
-E io lo prendo come un invito a nozze: che segreto deve mantenere Asra?- il ghigno già beffardo si tirò ancora, colorandosi di nuove tonalità di malizia -Per caso ci sei finito a letto insieme?-
-Magari fosse!-
Kamya e Julian rimasero spiazzati a dire poco: escludendo eventuali crimini, cosa poteva esserci di più imbarazzante di uno scandalo sessuale? Sempre che quell’accadimento si potesse considerare scandaloso. Però, laddove l’apprendista si attaccò alla saggezza che le consigliava di non provocare oltre un alleato instabile ma prezioso, l’indiscrezione del medico non conobbe la stessa lungimiranza.
-Non credevo ti piacessero gli uomini…-
-Infatti è così, ma Asma è abbastanza androgino: dammi da bere a sufficienza e mi sbatterei quel culo come un milkshake!-
-Tu faresti cosa, col suo cosa, come COSA?-
-Ragazzi, vi prego!- i due si girarono verso Kamya in simultanea. Il colorito che aveva assunto ricordava quello delle fragole mature e faceva risaltare le lentiggini pallide sul suo viso -È del mio maestro che state parlando, mostrate rispetto!-
Death Mask emise un verso di stizza e si scrollò nelle spalle: adesso era arrivato il suo turno di porre domande scomode.
-Meno male che dovevi mollarla questa qui! Che hai combinato, Romeo?!-
Julian non sapeva proprio come rispondere. Molto era accaduto in meno di ventiquattr’ore, anche troppo nelle ultime dodici, aveva trascorso la notte ad alternare sogni tormentati e deliri da ubriachezza, coi Salty Bitters che aveva messo nelle vene era già un successo se riusciva a camminare dritto!
In completa onestà, non era certo di sentirsela di fornire un resoconto al suo puntiglioso amico; ma Kamya aveva adottato tutt’altro tipo di approccio e dopo una lunga corsa per ritornare al negozio di Asra, un’avvilente quanto illuminante discussione sul difficile carattere del medico e un’interminabile predica a se stessa e alle sue povere scelte di vita, aveva cercato pace nella confortante familiarità del suo letto, abbandonandosi al premuroso abbraccio delle sue lenzuola e alla sofficità del suo cuscino imbottito.
Svariate ore di sonno avvantaggiavano la sua memoria sulla mattina trascorsa e con un ancor più impressionante dovizia di particolari avrebbe saputo descrivere la sera trascorsa da quando si erano diviso.


Julian aveva mantenuto la sua promessa di cena e passeggiata sui moli, ma aveva conquistato il coraggio per quella proposta solo perché nel suo animo frizzava ancora l’emozione dello spettacolo teatrale, del fragore della gente in visibilio, dell’appagante risata dell’apprendista…
A ore di distanza da ciò, avvolto nella coltre della notte e ammansito dal rumore delle onde sulla spiaggia rocciosa, aveva percepito ex novo il peso della tensione sulla gola e sullo stomaco. La ferrea conclusione ai suoi tentennamenti era giunta quando Kamya gli si era accostata al termine di un molo legnoso divorato dalla salsedine; avrebbe sacrificato qualsiasi cosa pur di risparmiare a entrambi la sofferenza che li attendeva ma, proprio come a teatro, lo spettacolo doveva continuare.
-Senti che brezza… È una notte perfetta per navigare, non trovi?- aveva sospirato, il sogno di fuggire con lei dai problemi che significavano essere a Vesuvia e indagare il suo passato era allettante al limite dell’osceno -Kam, ascolta, noi dobbiamo davvero parlare… Avremmo già dovuto farlo da un po’ ormai, ma, uhm, temo che mi stessi divertendo troppo per decidermi.-
Kamya aveva stiracchiato un sorriso sarcastico e uno sbuffo le aveva lasciato le narici: chi meglio di lei sapeva cosa fosse l’indecisione?
-Mi sa che l’avevo intuito. Cosa c’è che non va? Di che si tratta?-
-Molte cose. Troppe da contare. Dammi un numero e ti dirò che è comunque basso- il suo tono non era mai stato così asciutto e arrendevole -Ho eseguito tutti i calcoli, valutato ogni possibilità, ho immaginato gli scenari nella mia testa ancora e ancora e c’è un unico modo in cui questa storia può concludersi… E non è un lieto fine. Credimi.-
La maga strinse un angolino delle sue labbra tra i denti: Julian non era l’unico a macinare un’infinità di calcoli e allestire mille scenari mentali prima di imboccare una qualunque strada, ma le era costato così tanto fidarsi di lui, e proprio adesso che la supplicava di farlo, lei avrebbe preferito di tutto cuore dubitare ancora.
-Non è meglio troncare subito? Risparmiarti il guaio di una fine tragica?- le sue parole suonavano più studiate della sua improvvisazione teatrale ma non meno sincere per questo.
Mentre si toglieva quel peso dalle spalle, Kamya aveva preso a giochicchiare con le dita alla disperata ricerca di qualcosa di convincente con cui persuaderlo a non scappare da lei, a non nascondersi nel suo piccolo tormentato mondo di sofferenza, a non lasciarla fuori… L’aveva cercato con forse anche più disperazione di quanto non avesse cercato il proprio passato, ma non le era venuto in testa nulla se non poche, patetiche, avvilite parole.
-Io… Non capisco perché tu mi dica questo…- aveva confessato con rammarico.
Julian si era lasciato cadere sul bordo del molo, le punte dei suoi stivali avevano sfiorato l’acqua da alta che era la marea. Con un gesto colpevole le aveva indicato la sagoma del Lazzaretto in lontananza.
-Vedi quell’isola? È dove venivano mandati gli infetti durante il periodo della Peste Rossa. Un brutto ricordo per qualcuno, un semplice appezzamento di terra per altri, ma per me è il monumento dei miei fallimenti… Sempre visibile dalla spiaggia, sempre a ricordarmi la sofferenza patita dalla città…- la ragazza gli si era seduta accanto e aveva appoggiato una mano sulla sua spalla; dopo un momento di esitazione, Julian aveva sovrapposto la propria a quella dell’apprendista con sofferto desiderio -Ogni morto, ogni corpo bruciato e sepolto in quelle fosse è una macchia sulla mia coscienza e non posso continuare così… Non posso rischiare che anche tu ne diventi una. Per breve che sia stato, ha significato molto il tempo trascorso assieme, ma qualunque cosa sia stata la nostra storia finora, qualunque cosa sarebbe potuta essere, deve terminare qui, prima… Che sia troppo tardi per te- le ultime parole gli erano uscite incrinate come vetri rotti e i suoi occhi avevano evitato quelli di Kamya concentrandosi sul buio orizzonte -Mi conosco fin troppo bene per non sapere che finirò col ferirti in qualche modo…-
Posseduta da un’aggressiva angoscia, la maga gli aveva preso il volto tra le mani e l’aveva costretto a guardala,
-No che non lo farai! Tu non potresti mai farmi del male- aveva dichiarato con solennità.
Cosa le desse tanta sicurezza da affermare di conoscerlo meglio di quanto lui conoscesse se stesso, lo sapevano solo gli Arcani.
La forza della sua dichiarazione aveva voluto far tornare Julian sui suoi passi, concedersi anima e corpo al sentimento che aveva preso a sbocciare in lui con lo stesso coraggio e la stessa energia dei fiori dopo un rigido inverno, ma doveva restare fedele alla sua missione e permettere al suo preziosissimo tesoro di mettersi in salvo da lui.
-Oh, Kamya… Dolce Kamya, sei troppo buona, e ti farò di sicuro del male. È una questione di tempo…- aveva staccato le mani della ragazza dalle sue guance e le aveva appoggiate sul molo senza separarsi davvero da lei -È ciò che faccio, è ciò che ho sempre fatto. Sono il primo ad ammettere le mie molte colpe perché è ciò che sono: un miserabile, un fallimento, qualcuno con abbastanza oscurità dentro di sé da poter assassinare un uomo… Non è abbastanza da farti scappare da me?-
L’apprendista aveva aperto la bocca per cercare di controbattere ma si era resa conto della mancanza di senso nel volerci provare: nonostante la loro relazione riguardasse entrambi, Julian aveva già preso una decisione anche per lei e niente nell’universo avrebbe potuto fargli cambiare opinione.
-Quindi… È finita? Non ti vedrò di nuovo in vita mia?-
-Sarebbe meglio se non accadesse…-
-Capisco…- con la gola annodata e gli occhi che cominciavano a pizzicarle, si era rialzata e si era avviata verso la città.
-Aspetta, ti posso riaccompagnare a casa- aveva provato a rimediare lui.
-Non serve, posso andare da sola. Addio, Julian- aveva tagliato corto prima che la voce le si incrinasse completamente.
Quando i suoi piedi erano entrati in contatto con l’acciottolato che segnava la linea di confine tra la spiaggia e la città, e la mezzanotte era rintoccata tra le vie, la consapevolezza che la sua bella, romantica, avventurosa favola fosse finita senza essere iniziata, le era crollata addosso. Di colpo i suoi passi si erano fatti l’uno più lesto del precedente fino a trasformarsi in una corsa frenetica come quella delle lacrime sulle sue guance: doveva scappare in fretta da Julian, dai bei ricordi destinati a diventare amari, dalla speranza di rivederlo ancora e da quel fastidioso presentimento che le assicurava sarebbe successo ancora, più di una volta e, soprattutto, prima di quanto entrambi si fossero aspettati.
Arrivata al negozio di Asra un’ombra oltre la finestra al secondo piano le aveva fatto intuire avesse compagnia, quindi si era messa d’impegno per mascherare l’apparenza: non avrebbe certo voluto dovergli dare delle spiegazioni o farlo preoccupare… Ciò malgrado, il fresco profumo di tè alla menta che si diffondeva nell’aria aveva messo a dura prova la sua tenacia e Asra in persona aveva decretato la sconfitta finale.
-Già di ritorno dalla tua gita al palazzo? Bentornata a casa, Kamya- l’aveva accolta sporgendosi dalle scale al piano superiore.
La sua vista, anzi, anche la sua mera presenza era un balsamo per l’anima perché Asra era quanto di buono c’è nel mondo e a vedere la sua apprendista si era quasi acceso di luce propria: il suo sorriso era stato accogliente, il suo tono amorevole e i suoi occhi avevano brillato come la luce che si diffondeva dalle lanterne alle punte dei suoi riccioli candidi.
Fino a poco tempo prima, Kamya aveva sentito un’intensa attrazione romantica per lui, Asra era stato il centro del suo mondo, ma Julian in una manciata di giorni aveva mandato quel mondo fuori asse, aveva spazzato via ogni briciola di amore che non fosse platonico, impedendole di tornare a una relazione che sarebbe stata tanto vera quanto rassicurante e, adesso, l’aveva persino respinta…
Ma Asra restava pur sempre Asra, il suo attento e premuroso maestro, capace di comprenderla anche quando non apriva bocca; l’intensa tra di loro era così perfetta che aveva intuito qualcosa in Kamya non andasse con uno sguardo, per questo si era fatto trovare a braccia spalancate quando lei l’aveva raggiunto in cima alle scale: era un muto invito ad aprirgli il suo cuore e a svuotare la sua mente che lei aveva accolto senza proferire parola o indugi. Gli si era gettata addosso decidendo che il contegno fosse superfluo.
Mentre le passava con tenerezza le dita sulla testa, al maestro non era importato che la camicia gli si fosse inzuppata di lacrime all’altezza della clavicola: ciò che gli era stato davvero a cuore era stato ripescarla da qualunque pantano di disperazione fosse caduta.
-Cos’è successo?- aveva sussurrato con un braccio stretto attorno alla sua vita.
-Julian mi ha lasciata…-
-Non sapevo che voi due…-
-Nemmeno io lo pensavo ma ha comunque ritenuto meglio tagliare i ponti. È tutto così confuso e strano… Vedi, avevo pensato di sedurlo ma poi…-
-Tu COSA?!- l’aveva interrotta, scostandola da sé con le mani sulle spalle.
-Sì, cioè, non sedurlo nel senso di andarci a letto assieme!- si era sbrigata a correggersi. Per gli Arcani, non avrebbe voluto far preoccupare Asra, ed era riuscito a terrorizzarlo. Quante altre cose dovevano andarle male durante la giornata prima che la lista si fosse conclusa? Spiegazioni dettagliate urgevano -Volevo sfruttare l’attrazione che pensavo avesse per me, ma poi si è rivelato un bravo ragazzo e c’erano questa ragazza e questo tizio con un’armatura d’oro e siamo andati a teatro ma poi…- il suo racconto era sconnesso, incoerente, frammentato da singhiozzi e sospiri sicché il giovane capì la metà di quello che avrebbe potuto e si trovò costretto a interromperla ancora.
-Che ne dici di prendere una tazza di tè e raccontarmi cos’è successo con calma? Ho fatto il tuo preferito, sembra che potresti averne bisogno.-
Kamya aveva sospirato ancora e aveva accettato l’invito annuendo. La sconfinatezza della sua generosità non avevano fatto altro che invitare altre lacrime ad aggiungersi a quelle ancora umide sul suo viso.
Mentre si sedeva al loro traballante tavolo da cucina e mentre Faust si attorcigliava alla tazza bollente che Asra le aveva versato, l’apprendista aveva fissato il vuoto con espressione agrodolce: Asra era un così bravo ragazzo, talmente riguardoso da intuire di cosa lei avesse bisogno prima ancora che l’avesse capito da sé, ma Julian poteva vantare la stessa fortuna?
Mazelinka ci sarebbe stata ad ascoltarlo? Portia gli avrebbe donato un po’ di conforto in quella notte infausta? I suoi nuovi bizzarri amici sarebbero stati in grado di sostenerlo se lei non li avesse spediti proprio dove Julian non poteva avventurarsi?
Nonostante la brusca decisione presa, non meritava di affrontare tanta oscurità da solo. Era stata una sua scelta, era vero, ma sembrava compiuta con estrema sofferenza come se la volesse proteggere.
Coi polmoni saturi di vapore alla menta e il calore del tè che si irradiava dalle sue dita alle sue mani, Kamya aveva messo ordine tra i suoi pensieri e aveva cominciato a raccontare con accuratezza ciò che era accaduto dall’ultima sera in cui avevano comunicato: come avesse pensato di sfruttare l’attrazione che pensava Julian nutrisse per lei per poi incastrarlo, come si fosse sentita messa alle strette scoperti tanti amici, come Élan avesse promesso che lei e Death Mask l’avrebbero spalleggiata, ma anche come il rosso si fosse rivelato un brillante, divertente e generoso medico amato dalla comunità e, proprio quando lei aveva pensato di potergli dare piena fiducia quando affermava di non avere memoria dei suoi crimini, di come lui l’avesse respinta.
Aveva creduto la volesse sedurre, mettere nei guai e abbandonare a se stessa, lei aveva pensato di rigirargli contro la sua strategia e invece alla fine aveva avuto a cuore la sua incolumità… Che figura misera aveva fatto Kamya…
Alla fine del resoconto, Asra era sembrato ribollire di una rabbia fredda mentre passava le dita sul bordo della tazza ormai tiepida.
-È tipico di Ilya. Gli ci è voluto un intero giorno per decidersi.-
-Mi avevi avvisata che fosse un tipo strano, ma non pensavo mi sarei scottata in questo modo…- quella precisa scelta di parole era stata così infelice che il ragazzo aveva avvertito un brivido interiore.
-Se c’è una cosa che ama più del dramma, è la sua stessa sofferenza e sembra determinato a rincorrerle entrambe…-
-Non è vero!- si era inalberata Kamya alzando la testa di scatto. La spaventata sorpresa che il mago aveva palesato nella sua espressione l’aveva persuasa a giustificarsi -Non è che voglio contraddire chi lo conosce meglio e da più tempo, ma non mi ha dato quest’impressione. Sembrava volermi proteggere da qualcosa, ma non capisco cosa… Voglio dire, non poteva riferirsi a se stesso, vero? Sarebbe assurdo!- un lungo sospiro e diversi secondi dopo era giunta la domanda delle domande -Cosa dovrei fare?-
Il giovane cartomante si era sentito posto ad un bivio morale che non avrebbe voluto ammettere. Cos’era più onesto? Incoraggiarla ad ascoltare il suo cuore anche se voleva dire spingerla tra le braccia di un uomo potenzialmente pericoloso, o spronarla a stargli lontana e tutelare la salute mentale e fisica della sua pupilla? Forse in modo vigliacco, ma aveva affidato la scelta alla nota oculatezza di una terza controparte.
-Vorrei avere la risposta esatta ma credo che nel tuo stato d’animo sia meglio dormirci su.-
Dopo essersi raccomandato come un fratello maggiore, si era offerto di prepararle qualcosa da mangiare, le aveva chiesto indietro il proprio mazzo di tarocchi e se non fosse capitato nulla di strano; Kamya gli aveva riferito della profezia dello ierofante a Death Mask ma la notizia ad Asra non aveva scucito particolari reazioni, giusto una rapida interruzione nella meccanicità dei suoi movimenti. L’apprendista aveva rifiutato la cena, si era coricata e si era abbandonata a una crudele dualità: quella del crogiolo delle risposte tardive che avrebbe dovuto dare a Julian, e quella della rosa dei ricordi che circondavano il loro ultimo incontro, deliziosi e pungenti come il fiore stesso.
Era davvero lui la causa della loro “rottura”? Oppure era lei? Aveva fatto o detto qualcosa per indispettirlo o seccarlo? Era stata una scusa quella del volerla proteggere? Era stato onesto? Era ingenuo concedergli il beneficio del dubbio? Se l’avesse supplicato di essere sincero con lei, ne sarebbe andato della sua dignità, o sarebbe stato il minimo? Non c’era davvero niente che avrebbe potuto evitare la sua decisione?
Se fosse potuta tornare indietro c’era una moltitudine di cose che avrebbe cambiato per potersi mettere il cuore in pace perché, a stroncarla, era stato non sapere. Mentre studiava il soliloquio con cui avrebbe abbandonato la scena senza rimpianti, Morfeo aveva avuto pietà di lei e l’aveva accolta nella pace del suo abbraccio soporifero; laddove, però, l’uomo della sabbia aveva colto nel sogno, Asra aveva già colto nel segno.
-Quando sarà il momento non dubito che saprai quale strada intraprendere, promettimi di fare attenzione- le aveva suggerito prima che si ritirasse.
I tempi maturi in cui Kamya avrebbe saputo riconoscere le risposte alle sue domande come vecchie amiche, erano giunti a lei con la luce del mattino e con una folta chioma rossa, una che aveva bussato spasmodicamente alla sua porta finché non aveva recapitato il suo messaggio. Per poco lontani che fossero gli avvenimenti della mattina, l’apprendista li ricordava offuscati, come vissuti sott’acqua, ma non importava che la coltre del sonno arretrato le avesse annebbiato i sensi: del dialogo sostenuto rammentava appen una parafrasi ma le era stata di sufficiente motivazione.
-Non credo Julian voglia il mio aiuto- aveva replicato alla richiesta di Portia.
-No, ma ne ha bisogno- era stata la sintesi di cui aveva avuto bisogno.
Le due si erano precipitate fuori dal negozio in direzione del Corvo Chiassoso e, Kamya in particolar misura, con la testa piena di idee, emozioni e concetti pronti a esplodere. Non aveva mai avvertito un così intenso desiderio di rivalsa, l’aveva fatta sentire carica, potente e testarda nel suo proposito di infrangere la spirale di autoflagellazione cui Ilya si era condannato.
Al loro arrivo avevano trovato la taverna con pochi avventori a mormorare e il massiccio barista aveva indicato loro Julian; il medico era spalmato malamente su un tavolo, circondato da boccali vuoti e col volto oscurato dalla sua massa di riccioli fulvi.
Un motto di pietà l’aveva quasi fatta desistere dai suoi propositi ma Portia l’aveva rassicurata sulla necessità di mano ferma quando suo fratello si autodistruggeva a tal punto: se non avesse scacciato l’apprendista in una supposta esigenza di proteggerla, non sarebbe caduto in depressione e non avrebbe sentito la necessità di affogare i suoi dispiaceri in tutte le scorte alcoliche di Vesuvia su cui riusciva a mettere le mani.
Aveva proprio bisogno di un calcio nel sedere ed era una soddisfazione che la rossa era pronta a concederle; con la schiena dritta, Kamya gli si era avvicinata e l’aveva svegliato schiarendosi la gola. Sentendola, Julian aveva quasi fatto cadere il boccale che teneva in mano ma aveva comunque alzato la testa lentamente e l’aveva fissata con occhi appannati.
-Kamya… Sei davvero qui… Al Corvo…- a giudicare dai vaneggiamenti biascicati si intuiva che avesse sognato di averla lì con sé e che a vederla davvero fosse stato sia deliziato che in profondo imbarazzo.
-Lo sai, Julian, anche se non sono qui per farlo, questo è davvero un modo perfetto per farsi catturare…- l’aveva rimproverato punzecchiando un boccale vuoto.
-Catturare, io? Be’, me lo meriterei…- spalancando le braccia aveva colpito una sedia rischiando di gettarla a terra e spaccarsi un polso -Guardami adesso! Non sono desiderato, o popolare, né capace o necessario… Sono un fallimento. Dovresti sentirti contenta, se non l’hai fatto ieri sera, ed entrambe dovreste andarvene via prima che vi trascini a fondo con me…-
Il modo in cui si era crogiolato nella commiserazione per se stesso, aveva alimentato il fuoco in Kamya che aveva deciso di abbandonare ogni indugio.
-NO!- con tono fermo e occhi lampeggianti rabbia, si era gettata a mani spalancate sul tavolo facendo tintinnare i boccali -Non me ne andrò via da questo locale lasciandoti annegare nell’alcol scadente finché non ti arresteranno le stesse guardie di Nadia! Devi ascoltare quello che ho da dire!- il suo tono fermo aveva fatto sussultare persino Portia ma Julian, di colpo lucido a vederla sporgersi verso di lui, era crollato sullo schienale della sedia, rapito dalla sua determinazione, dalla sua ferocia, dalla sua risolutezza. L’aveva adorata al punto che se lei avesse deciso di schiaffeggiarlo dal nulla, si sarebbe sentito ancora più attratto -Ieri notte hai preso una decisione per entrambi ma adesso spetta a me quella parte. Sono stanca morta di essere comprensiva, paziente e di dire che capisco, di non potermi incazzare perché è la situazione, è la vita, ma adesso non è la vita: sei tu.
Non fai altro che dire vuoi proteggerci e non vuoi farci soffrire, ma allontanandoci non fai altro che provocare altro dolore! Credi sul serio che starti accanto mi farebbe più male di quello che già provo ogni giorno? Per ventiquattro anni della mia vita ho fatto qualcosa e sono stata qualcuno, ma da tre anni a questa parte quel pezzo della mia esistenza mi è stato strappato via da non so chi e ho dovuto ricostruire tutto da zero, senza mai nemmeno lasciare troppo il mio quartiere per paura che accadesse qualcosa che potesse sfuggire al mio controllo.
Dici che abbiamo passato poco tempo assieme e che non posso conoscerti abbastanza da sapere che non mi ferirai, ma nemmeno tu sai quanto forte debba essere io; sostieni che la città ti odi ma chiunque ti copre le spalle anche se potrebbero denunciarti all'istante! Non vedi quanto distorta è la tua concezione della realtà e quanto ti fai male da solo?-
Julian non aveva saputo come reagire davanti a un discorso così diretto, era abbastanza spiazzante nella sua onestà da farlo sentire schiaffeggiato anche se non era stato sfiorato con un dito. Kamya, dal canto suo e nell’assenza di risposte che stava seguendo, aveva iniziato a sentirsi in colpa: non amava chi spronava tramite la cattiveria, non aveva avuto nemmeno la certezza che questi metodi funzionassero col rosso ma Portia era intervenuta in suo sostegno.
-Non con le stesse parole, ma la penso anch’io così…-
-Pasha… Ma… Davvero?-
-So che ti sei abituato a fare ogni cosa per conti tuoi, non è cambiato da quando eravamo bambini: ti addossi i problemi degli altri per poi lamentarti della gravosità del carico- vedendogli gli occhi coperti da un velo che non era certa fosse unicamente frutto dell’alcol, e per alleggerire la durezza delle loro parole, aveva deciso di riservargli uno dei suoi sorrisi più affettuosi -Voglio dire, è bello sapere che sei ancora lo stesso fratello che ricordavo, ma ora che sono cresciuta magari potrei aiutarti a trasportare quel peso.-
-La verità è che nessuno vuole il tuo aiuto… Non a discapito della tua felicità, Julian. Hai detto che sei tornato per scoprire la verità anche a costo di impazzire, ma non devi farlo senza aiuti. Siamo qui per scoprirla anche noi e lo faremo insieme.-
Dal loro primo incontro Kamya aveva sempre saputo impressionare Julian, col suo aspetto grazioso, col suo caratterino emancipato finanche con la sua inaspettata abilità nell’essere delicata e intraprendente allo stesso tempo, ma il vero picco l’aveva appena raggiunto: per pochi giorni che avessero trascorso assieme, il medico aveva sentito di conoscerla da una vita intera e, dalle parole che gli aveva rivolto, gli era stato facile intuire come anche lei lo avesse compreso davvero. Nel suo discorso c’era stato tutto: l’incitazione ad affrontare sia il suo passato difficile che i suoi demoni interiori, la promessa di non abbandonarlo a se stesso in quella sciagurata battaglia e, indirettamente, anche la speranza di ricongiungersi con l’amata sorellina.
La maga stava assumendo con crescente forza la connotazione di una luce guida, una capace sia di scaldarlo, sia di indicargli la strada giusta; nessuna meraviglia se stare con lei era la prima cosa che aveva voluto per se stesso da sempre, se non riusciva a smettere di pensarla anche quando non erano assieme, se il suo cuore lo implorava di cedere…
Abbassando lo sguardo, si era lasciato scivolare sul tavolo, una guancia premuta contro il legno e una stanca protesta a lasciargli le labbra.
-Non voglio che vi lasciate trascinare in questo caos per colpa mia… Non posso essere la ragione per la quale vi fate del male… Ma immagino anche che non basterà per dissuadervi, vero?-
-Non siamo venute qui per questo, no.-
Sarà stata l’eccitazione di poter trascorrere del tempo con la sua persona preferita, o sarà stata la rassicurazione del non aver rovinato ogni cosa, ma Julian si era seduto meglio e si era acceso.
-Be’, giacché siete venute fin qui, perché non vi mettete comode? Prendetevi una pausa e bevetevi un Salty Bitters. Sono disgustosi… Me ne ho scolati cinque!- afferrato un bicchiere con grande entusiasmo, era rimasto deluso nel constatare che i boccali sul suo tavolo fossero vuoti ma poco prima che potesse effettivamente ordinare un altro giro del terribile intruglio, Kamya gli aveva abbassato la mano con dolcezza.
-No, okay, senti, facciamo che basta alcol per… Almeno il resto della tua vita. Se dobbiamo capire cosa sia successo a Lucio abbiamo bisogno di averti lucido, capisci? Quale sarà il prossimo passo ora?-
-Se Julian non ricorda come siano andate le cose, forse dovremmo tornare sulla scena del delitto. Potrebbe aiutarlo a innescare la sua memoria- aveva suggerito Portia, da sempre appassionata di romanzi investigativi -È come quando entri in una stanza e non ricordi perché sei lì: torni sui tuoi passi. Però… Julian non deve essere visto, come facciamo a infiltrarlo senza che lo notino?-
Kamya era stata colta dalla giusta illuminazione e aveva accompagnato i fratelli nel vicolo fuori dal locale; mentre le due cercavano di reggerlo in piedi, l’apprendista aveva raccolto una manciata di terra da un’aiuola e l’aveva soffiata sul viso del medico dove gli si era posata fremendo di magia e brillando nella fresca aria mattutina. All’improvviso aveva un aspetto, dei vestiti e una voce differenti.
-Oooooh, chi è? È bellissimo!- aveva esclamato Portia.
-Perché, che aspetto ho?- si era allarmato Julian, troppo preoccupato per protestare sul fatto che lui fosse sempre bellissimo. Si era guardato intorno freneticamente finché non aveva individuato una pozzanghera, aveva barcollato e ci si era gettato in ginocchio per studiare il suo nuovo look.
C’era una sola persona che avrebbe avuto senso le si accompagnasse, ma Kamya non sapeva come avrebbe reagito per cui aveva pensato sarebbe stato meglio rivelargli la strategia a cose fatte. Le era bastato concentrarsi per lanciare l’incantesimo, aveva visto Asra farlo un milione di volte, e adesso Julian ne aveva assunto le sembianze. Si era toccato le guance, si era passato le dita tra i capelli e si era studiato i vestiti fino a quando era giunto alla conclusione che spiccava tra le più plausibili.
-Sono troppo ubriaco per questo.-


Il resto era pressappoco storia. Julian si era allenato a imitare Asra lungo il tragitto verso il castello fino a riguadagnare la sua sobrietà; aveva provato espressioni, pose, inflessioni vocali, a tenere per sé molti dei commenti che gli sarebbe stato naturale esprimere… Amava il teatro e conosceva bene Asra, ma scarso preavviso e anni di distanza dal mago, rendevano una resa ottimale comunque irraggiungibile. Questo almeno era stato il suo pensiero finché non aveva visto la mascella di Death Mask crollare e l’uomo dare di matto.
-Meno male che dovevi mollarla questa qui! Che hai combinato, Romeo?!-
-Diciamo che sono riuscita a fargli cambiare idea, okay?- intervenne Kamya al posto di Julian.
-Ancora non capisco perché avesse quell’aspetto!- per Death Mask fu un vero sforzo di volontà censurare ogni tipologia di improperio e insulto, soprattutto considerato che ne aveva un elenco ragguardevole.
-Be’, dovevamo pur trovare il modo di potarlo qui senza farlo vedere a nessuno, no?-
-Ma perché?!-
-Senti…!- gli ringhiò la ragazza per metterlo a tacere. Gli sforzi di mantenere un’ombra di autocontrollo non appartenevano solo al Cavaliere: l’apprendista era stufa di avere paura e non le importava di quali sarebbero state le conseguenze del rispondere a un uomo così molesto -Non so come si comportino dalle tue parti, ma qui non è normale che i fantasmi se ne vadano in giro infestando i castelli con sembianze che non avevano da vivi e che, per giunta, siano capaci di toccare il prossimo! È successo qualcosa di anomalo e intendiamo scoprire cosa. Se non sei con noi, facci la grazia di non essere d’intralcio!- nella seriosa calma che venne subito dopo, le parve di intravedere l’uomo dietro al buffone, e, nello sguardo che lui le rivolse, un terrore molto umano.
-… L’hai visto anche tu quindi…- si decise a confessare.
-Sono stati in molti, credo…-
Cancer serrò le labbra e le palpebre non nel tentativo di mantenere a distanza la rabbia, ma la repulsione che gli rievocava il tocco bollente di Lucio sulla spalla nuda. Quando riaprì gli occhi era come se non ci fossero mai stati né paura, né disgusto, né rancore.
-Siamo dei vostri, lentiggini, senza condizioni- affermò laconico, sapendo di poter includere anche Élan.
-Grazie- gli rivolse lei un cenno di assenso con la testa, sigillando il loro primo, vero momento di collaborazione -Se andare sul luogo del delitto non ha scatenato nessun ricordo, possiamo provare qui: cercate ogni cosa relativa a magia nera, rituali, infestazioni, anche libri correlati a Lucio stesso. Non lasciamo niente di intentato.-
Death Mask e Julian si diressero ad angoli opposti della stanza analizzando i contenuti degli scaffali con approcci altrettanto diversi: mentre il Cavaliere D’oro estraeva ogni tomo, ne studiava un paio di righe e poi lo rimetteva al suo posto, il medico, che condivideva col contenuto di quelle mensole una conoscenza di lunga data, fece scorrere le dita sui dorsi dei vari volumi, ne raccolse una dozzina con estrema precisione e, tenendoli cautamente tra le braccia, si diresse alla sua vecchia scrivania.
Chi esitò sulla soglia nonostante gli ordini impartiti come una vera stratega, fu Kamya; aveva pianificato di condurre Julian proprio alla scrivania dove aveva trovato la lettera con cui l’aveva rintracciato la prima volta, ma la biblioteca la intimoriva. Masticandosi il labbro inferiore e chiamando a sé tutta la forza d’animo di cui era capace, si dovette ricordare a gran voce come avesse promesso al ragazzo di non lasciarlo da solo nelle indagini e, sopra ogni cosa, come avesse promesso a se stessa di smetterla con la paura: quale posto e occasione migliori per tenere fede ai suoi buoni propositi? Inoltre, con i due all’opera, la biblioteca sembrava molto più vivace.
Si mosse verso la scrivania a testa alta ma qualche passo di troppo e nulla rimase com’era sempre stato. Un’altra delle sue allucinazioni le stava gettando davanti agli occhi il suo appiccicoso velo e stavolta i particolari erano nitidi al punto che sarebbe persino riuscita a enumerare le differenze se le avesse contate: le edere che piovevano rigogliose dal soffitto e dal ballatoio erano state rimpiazzate da un lucernario e da ringhiere spoglie, al posto della grande vetrata c’erano un paio di normali finestre e il locale si estendeva in larghezza piuttosto che in altezza. Il buio di una notte priva di stelle carpiva il cielo oltre i vetri e le fiamme del caminetto acceso crepitavano con ferocia per affermare la loro supremazia sulle tenebre e sul gelo.
E poi… C’era una voce maschile… Mai udita fino ad allora. La chiamava senza urgenza né cantilenando ma era costante e ripetitiva, seppur ovattata. L’apprendista era certa di non averla mai sentita in vita sua, ma a quale vita si stava riferendo? Anche se si praticava la magia era inusuale essere soggetti a tante visioni, specie se non venivano invocate… Ma se non si fosse trattato di mere visioni? Se non fossero stati i ricordi di Julian a innescarsi, ma i suoi? Troppi erano i puzzle incompleti e troppi i frammenti da ritrovare, ma quell’uomo poteva essere uno dei suoi pezzi d’angolo.
Come fece per voltarsi e controllare a chi appartenesse la voce che reclamava la sua considerazione, una mano guantata le afferrò la spalla e la richiamò alla realtà.
-Kamya? Stai bene?- Julian aveva sudato freddo a vedere lo sguardo spento della maga fissare un mondo a lui inaccessibile e poco c’era mancato che non avesse dato l’allarme anche al suo compagno, ma una decisa scrollata di testa decretò l’uscita di Kamya dalla sua trance, e quando aprì bocca le parole le uscirono naturali e incuranti.
-Dicevi? Devo essermi persa.-
-Ti stavo per mostrare la mia vecchia scrivania, ma forse non è una buona idea che resti qui den…- se non fosse stato per le dita che la maga gli aveva premuto con tenerezza sulle labbra, era prevedibile che Julian si sarebbe lanciato in una filippica che entrambi avrebbero rimpianto, ma non si poté non arrendere alla delicatezza della sua gentile pressione.
-Cosa avevamo detto riguardo all’escludere gli altri?- persino il suo sorriso e la sua voce rassicurante lo lasciarono privo di parole. L’espressione apprensiva, l’imbarazzo e l’aureola di luce pomeridiana che incendiava i capelli già fulvi del medico, le ispirarono una tale dolcezza che l’apprendista colse l’iniziativa, intrecciò le sue dita a quelle del ragazzo e lo condusse al mobile lei stessa -Forza! Mostrami questa scrivania.-
Julian si riscosse quel che bastava per rendersi conto della magra figura che pensava di aver fatto; era consapevole della missione sulla quale concentrarsi, ma non poteva dedicarcisi anima e corpo finché non avesse posto il giusto rimedio a ognuna delle tribolazioni emotive che aveva fatto patire alla povera donna.
-Mi dispiace, per ogni cosa.-
-Non preoccuparti, non impo…-
-Non so cosa mi sia preso, respingerti così- era più forte di lui, lo sproloquio era partito: sguardo evitante, guance scarlatte, lingua sciolta e nulla che l’avrebbe fermata -Una follia temporanea. È ovvio che ti trov…- nulla, a parte una bacio.
Kamya era scattata in punta di piedi e aveva posato le sue labbra su quelle del medico, liberandosi di ogni dubbio che l’aveva incatenata fino a quell’istante. L’atmosfera era tutto fuorché romantica, non era il momento migliore, anzi, sarebbe peggiorato di lì a pochi minuti, ma dannazione se lo voleva! A Julian poteva volerci altro tempo prima di abbandonare le cattive abitudini, ma lei era estenuata dall’esagerato costo della propria prudenza.
Voleva assaporare la vita, le avventure, le emozioni che offriva e la bocca del rosso aveva il gusto del rischio cui anelava. In quel rischio però si era dimenticata di contemplare l’equilibrio precario a cui conduceva il reggersi su un terzo del piede e, senza appoggiarsi a null’altro, crollò indecorosamente tra le braccia del medico. Il bacio si spezzò ma non l’incantesimo che li legava e dopo essersi guardati negli occhi a vicenda, e aver visto come scintillassero di passione, riallacciarono le loro labbra in un bacio più vorace del precedente.
Il mondo attorno a loro scomparve: niente scaffali e i possibili indizi che custodivano, niente misteri o raccapriccianti allucinazioni, niente dolore o indugi, solo il calore e il tocco che si donavano l’un l’altro premuti petto contro petto. Forse non avrebbero avuto altre occasioni propizie, quindi perché non mettere a frutto i semi dei loro sentimenti?
Julian la afferrò per i fianchi e la caricò sulla scrivania, gettando a terra scritti di ogni natura, tra disegni, libri e pergamene, mentre Kamya gli accarezzava il petto nella remota speranza di placare gli scalpitanti battiti del suo cuore; non le importava tanto del suo ipotizzabile arresto legale, ma del suo probabile arresto cardiaco. Il cuore del giovane le pulsava selvaggio sotto le dita come pronto ad esplodere, ma la ragazza non fece in tempo a domandarsi se il suo marchio l’avrebbe salvato da un eventuale infarto, che il medico si staccò da lei per riempirsi i polmoni.
-Kamya…- esalò quasi commosso e la diretta interessata gli sorrise portandogli un dito alla bocca.
-L’altra sera hai detto che c’era tanto che avresti voluto fare con me se ne avessi avuto il tempo- lo stuzzicò inseguendo i suoi occhi grigi saturi di un sentimento struggente -Cos’è che vorresti fare? Dimmelo adesso…- lo pregò percorrendogli il mento e la gola in una carezza.
A labbra tremanti, Julian stette per dimostrarglielo coi fatti quando un libro delle dimensioni di un dizionario, scagliato con impareggiabile violenza, decretò il crollo di una pila di testi a pochi centimetri da lui.
-Ehi, Romeo!- lo apostrofò Death Mask furibondo -Aggiusta la tua incasinatissima vita sessuale e romantica quando non ci sono io a spaccarmi il culo per salvare il tuo!-
-Ma questi metodi da mandriano sono proprio indispensabili?!- privata del suo momento di Paradiso, l’unica cosa che si frapponeva tra Kamya e il venire alle mani con Cancer, era la presenza fisica di Julian che si era bloccato davanti a lei.
Il suo sguardo era fisso e le pupille si erano dilatate a posarsi sulla gemma rossa che scintillava in mezzo agli elaborati; si inginocchiò scostando i fogli che lo dividevano dal suo obbiettivo e tra essi Kamya intravide il disegno di uno scarabeo così ripugnante che le parve di vederlo muoversi. In un guizzo del braccio, Julian recuperò un’oleosa chiave nera con una pietra rossa incastonata sulla testa: sapeva di aver percepito un’eco metallica in mezzo al tonfo!
-A-ha!- la innalzò trionfante sopra la testa -È questa che mi stava chiamando! Non chiedetemi come lo so, ma lo so: non è nessuno di quei vecchi scarabocchi, è questa!- lanciò la chiave in aria e la riprese al volo infilandosela in tasca con un’espressione intrigante. La cosa successiva che si affrettò a lanciare in aria e riafferrare, fu Kamya -Se non fosse stato per il tuo aiuto, mia cara Kamya- esultò adorante mentre la teneva tra le braccia e girava su se stesso -Se non fosse stato per te, sarei ancora un passo indietro, invece adesso sono due in avanti!-
La rimise a terra che aveva un sorriso stralunato ma felice, i capelli scompigliati e la sensazione di che costole e polmoni si fossero accartocciati per la forte stretta in cui l’aveva carpita; l’apprendista era rimasta schiacciata da tanto entusiasmo, ma allora perché si sentiva la testa e il cuore così leggeri?
Julian raggiunse poi il Cavaliere D’oro a grandi passi.
-Death Mask!- lo scosse afferrandolo per gli spallacci -Se non fosse stato per il tuo atteggiamento da disgraziato…-
-Prego…- lo incenerì mentalmente il siciliano.
-… Avrei frugato tra le carte per ore!-
-Bravo, congratulazioni. Hai una chiave, se magari avessi anche la toppa dove infilarla, sarebbe cosa buona e giusta.-
-Dovrà pur sapere dove vada inserita, un po’ di ottimismo!- lo difese Kamya.
-Ah, Milady! Avete finito molto presto! Che sorpresa!-
Death Mask non realizzava la provvidenzialità della sua scenata, ma se ne accorse presto quando la voce di Portia raggiunse persino i ripiani più alti della biblioteca. Il clima soffuso si venò di inquietudine: al suono di un lucchetto scattato, il volto di Julian impallidì ma ciò non gli impedì di trascinare Kamya sotto il caotico ripiano da lavoro.
-Dobbiamo andarcene, adesso!- intimò.
Dopo il secondo e il terzo lucchetto, il mazzo si schiantò sul pavimento di granito; Portia si sperticò in mille scuse mentre Élan raccoglieva le chiavi e fingeva di studiarne gli abbinamenti con le foglie. Stavano facendo l’impossibile per far guadagnare tempo prezioso, ma lo stratagemma era destinato ad avere vita breve.
-Oops, ho fatto di nuovo cadere le chiavi! Mi dispiace Milady, oggi sono così sbadata!-
-Non c’è problema, Portia, forse dovrei provare io- Nadia era pacata come sempre, ma iniziava a infastidirsi.
-Non esiste! Non possiamo permettere a una principessa di aprire le porte per noi! Ah, eccoli, ci sono!- Élan aveva studiato l’ipnotica bellezza delle chiavi e aveva memorizzato gli accostamenti fino all’assurdo, ma non poteva tirare la corda troppo a lungo, perciò si trovò costretta a far scattare altri tre meccanismi.
Intanto, nel cuore di Julian il sedimentarsi della paura l’aveva avuta vinta sul desiderio di scappare insieme; Death Mask avrebbe fatto meglio a non trovarsi in sua presenza, ma aveva sempre la scelta di prendere Élan e sparire dalla città per sempre, Kamya aveva ricevuto una missione molto precisa, una alla quale stava venendo meno. La afferrò per le braccia e la fissò con occhi decisi.
-Non ti coinvolgerò nei miei problemi, Kamya! Quando si apre la porta, devi nasconderti, devi scappare, devi uscire da qui: Nadia sarà troppo impegnata ad arrestarmi per notarti!-
-Cosa? No!- respinse la sua strategia con offesa concisione -Ho detto che non ti lascerò affrontare questa storia senza di me! Smettila di insistere!-
-Anche perché, escludendo la defenestrazione, non c’è un cazzo di posto dove andare…- sottolineò Death Mask appoggiandosi rilassato alla scrivania.
-Death Mask!- lo richiamarono in sincrono. La nonchalance del suo atteggiamento, vista la gravità dell situazione, non era soltanto inappropriata, ma evocava in entrambi il desiderio di pestarlo istericamente.
-Non abbiamo ancora scoperto nulla, sei davvero pronto a morire senza risposte?!- Kamya stava ormai tremando nelle mani del medico e il suo cuore aveva raggiunto un numero di battiti pericoloso.
-Ero pronto a morire dal momento in cui sono tornato a Vesuvia, un paio di domande senza risposta non mi faranno rivoltare nella tomba!- un’altra serratura scattò e così anche gli occhi del Cavaliere verso la porta -Non posso lasciare che ti impicchino per colpa mia…- Julian stava diventano supplichevole ma la maga scosse la testa.
-Non me ne andrò via…-
-Quanta scena voi due!- sospirò Cancer scocciato mentre s’incamminava verso la porta -Certo che voi neo-innamorati bisogna proprio prendervi per manina…-
-Death Mask! Che stai facendo?!-
-Sentite, Nadia mi odia a prescindere, non mi cambia l’esistenza se faccio da esca, ma tu, lentiggini, hai la magia: usala, per gli dei!-
L’ottava serratura scattò e con essa l’istinto di sopravvivenza del gruppo: al diavolo il danno minore, lì bisognava uscirsene a qualunque prezzo! E Death Mask aveva perfettamente ragione, c’era qualcosa che Kamya potesse provare, ma ci sarebbero voluti tempo, tentativi e fortuna. Il primo glielo stavano procurando i suoi sbandati di fiducia, a lei spettava il secondo e al caso il terzo.
Saltò fuori da sotto la scrivania e cominciò a lanciare segnali magici nella biblioteca nella speranza che qualcosa si riallacciasse alla sua energia, che le rispondesse, che alimentasse la fiamma della sua voglia di salvezza… Poi, deus ex machina.
Un sussurro flebile, appena ai bordi della sua magia, in attesa di essere scoperto, ma era lì!
Kamya afferrò Julian per la mano e con lui scattò dove il mormorio si acuiva; in mezzo a due colonne di marmo vi era una parete coperta di edera nella sua interezza ma al di sotto del fogliame, un piccolo uroboro di Faust pulsava della magia di Asra. L’eco di tre serrature le risuonò nelle orecchie come fossero stati un centinaio di catenacci ad aprirsi e l’ansia rischiò di divorarsi quel poco di calma e motivazione che era riuscita a mettere insieme.
Tenendo Julian ben fermo con una mano, poggiò l’altra sull’incisione e si concentrò al meglio delle sue possibilità; sentiva la magia raccogliersi e sfrigolarle sotto la pelle ma quando le arrivava alle dita, di quello spirito ne rimaneva poco o niente. Tentò un altro paio di volte ma in ogni occasione falliva peggio della precedente.
Sentì Julian strattonarle la mano e i suoi respiri si accorciarono; non ce l’avrebbe fatta se avesse dovuto impedire a lui di costituirsi e anche attivare il portale! Come conseguenza, gli sforzi crollarono nel nulla. Stava per cedere al panico quando il medico si liberò per afferarle il viso tra le mani.
-Kamya! Ascoltami: ce la puoi fare- aveva cercato di attirare la sua attenzione già dopo un paio di fallimenti, ma lei non era riuscita a sentirlo. Nelle sue mani c’era tutta la fermezza che richiedeva la sua professione e nel suo sguardo c’era maggior fiducia in Kamya di quanta non ne nutrisse lei stessa -Non ti ho mai visto fallire, nemmeno per gli incantesimi più insignificanti. Devi solo respirare.-
L’apprendista pose entrambe le mani sulla parete, chiuse gli occhi e visualizzò il flusso magico che le scorreva in corpo raggiungere la roccia, la pietra incresparsi e diffondersi come un’onda finché la parete non si fosse liquefatta al contatto pur rimanendo integra. A un sussulto di Julian il marmo si era ammorbidito, assumendo la consistenza di un impasto cremoso, riuscì persino ad affondarci un dito dentro, ma la voce di Death Mask giunse squillante alle loro orecchie.
-Ehilà, Noddy! Che sorpresa vederti!-
L’ultimo lucchetto era scattato senza che se ne fossero resi conto ma la porta era stata prontamente bloccata dal Cavaliere; adesso la luce crepuscolare che filtrava dallo spicchio aperto incorniciava Death Mask in un alone splendente e, abbacinando Nadia, permetteva alla coppia di nascondere la luce generata dal portale.
-All’interno del mio palazzo dubito sia una sorpresa vedermi…- la sua voce s’inasprì alla vista dell’uomo e della sua spacconeria; appoggiato alla porta con un gomito e una mano sul fianco, sfoggiava il savoir-faire di chi non ha bisogno di rispettare gli alti, e non contava quanto la sua compagna difendesse il suo onore: era infallibile nella sua puntualità di rievocarle Lucio.
Dietro la principessa, Portia ed Élan stavano incollate l’una all’altra con espressioni apprensive e colpevoli; la prima si stava rosicchiando le unghie di una mano, la seconda le aveva entrambe giunte davanti alla bocca: le labbra contratte in una posa che, magari, voleva esprimere nervosismo, magari una preghiera verso Cancer.
Non dire niente di stupido” lo stava supplicando, ma Death Mask preferì giocarsi il tutto per tutto.
-Allora diciamo che è un piacere. Ah, ma dove sono le mie buone maniere!- l’uomo afferrò la mano con cui la Contessa stava provando a schermare la luce che le arrivava negli occhi e si arrischiò in un baciamano. Nadia si ritrasse brusca mentre Portia ed Élan morivano di imbarazzo e di una scettica gelosia. La fata aveva capito si stesse atteggiando per sopperire al loro diversivo, ma non stava calcando la mano?
-Non ne avete mostrate a nessuno dei nostri precedenti incontri e ne pensate di mostrarne adesso? Scansatevi, per cortesia, devo parlare col maestro Asra.-
-Ma lui non è qui.-
-Come sarebbe a dire non è qui? Dove si trova?!-
-In cucina!-
-Nei giardini!-
Allo sforzo di Nadia di guardare oltre la spalla dell’uomo, la cameriera e la fata si parlarono sopra con risposte discordanti. Il sopracciglio alzato che rivolse loro Nadia non fece che peggiorare la situazione.
-Nei giardini!-
-In cucina!- si scambiarono le risposte.
-Insomma! Si può sapere cosa vi prende? Volete decidervi a dirmi dove sia?!-
Negli anni di servizio che aveva prestato al castello, il duro lavoro, le abilità e l’affabilità di Portia le avevano sempre fatto guadagnare la simpatia di Nadia tanto da schivare ogni possibilità di rimproveri, ma era lampante che adesso la sua datrice si sentisse raggirata e che una storia credibile andasse raccontata in breve tempo, il problema era che né lei né Élan si fossero messe d’accordo per un’eventualità simile!
Anziché parlare una per volta, si lanciarono in un discorso raffazzonato, contraddittorio e nel quale si interrompevano a vicenda senza pudore; la Contessa concesse un ultimatum mentale di dieci secondi: se dopo essersi massaggiata una tempia a occhi chiusi non l’avessero smessa con le idiozie, ci sarebbero state ripercussioni importanti, per utilizzare un eufemismo.
-Ah, perdono, Contessa! Élan, ti stavo cercando, sai?- un braccio avvolse con trasporto le spalle della fata e un ancor più suadente voce frantumò le bugie che non era, per giunta, capace di dire. Death Mask si appiattì dietro la porta con rapidità felina a intravedere il suo perfido ghigno, ma la ragazza rabbrividì dalla testa ai piedi nel trovarsi a un centimetro dall’adorabile sorriso del vero e autentico Asra. L’imitazione che Julian ne aveva fatto, non era pallida: era diafana. L’aria di amichevole rimprovero che le stava rivolgendo, inoltre, avrebbe conquistato anche il più tenace degli animi -Potresti non correre via la prossima volta?- con l’indice le diede un buffetto sulla punta del naso, e nella mente di Élan si susseguirono una serie di immagini che raccoglievano e riordinavano le sue incoerenti fandonie.
Nel gruppo era tornata la pace e con la scena completamente per sé, poté esporre una versione lineare dell’accaduto.
-Dovete perdonarci, Vostra Altezza. Non vi abbiamo mentito, ma c’è stata incomprensione anche tra di noi: vedete, siamo venuti in biblioteca per le indagini, come vi avevamo detto, ma Asra si è accorto di avere bisogno di un certo ingrediente, così ha mandato Kamya a prenderlo al negozio. Siccome non avevo ancora visto i giardini, si è offerto di farmi da guida e abbiamo lasciato qui Death Mask e Portia, ma mi sono persa e sono tornata al nostro punto di riferimento. Vedi quindi che non mi ero persa!-
Asra ridacchiò a labbra chiuse e le passò affettuosamente una mano sulla testa. Il suo tocco era così garbato e gentile da farla sentire come se stesse galleggiando a venti metri da terra e, anche anche se non avevano questo significato, le vennero in testa le espressioni “avere tatto” e “con la testa fra le nuvole”.
Compreso di essere stata vittima di un malinteso piuttosto che di un imbroglio, i nervi di Nadia si sciolsero uno dietro l’altro e passò a più gradevoli argomenti e più sereni toni.
-È un vero peccato che Kamya non sia qui, avrebbe potuto unirsi a noi per cena. Voi lo gradireste?- l’invito era rivolto sia ad Asra che Élan, vittima di un tale stato trasognante che non domandò né a se stessa né a Nadia se Death Mask fosse da considerarsi incluso.
-Ne sarei onorato.-
Nadia si avviò verso il salone accostata da Portia ed Élan, presissima dall’avanzare ulteriori scuse per l'incomprensione e ad elogiare la magnificenza del palazzo, dei suoi floridi giardini e, in special modo, dell’efficienza del suo personale; Asra, indisturbato, si attardò per incrociare lo sguardo di Kamya dall’altra parte della biblioteca. Quando l’aveva sentito parlare, poco ci era mancato che le fosse scappato un urlo di sorpresa, ma era riuscita a contenersi a sufficienza da non tradire la toppa che il maestro era riuscito a cucire nella loro rete di inganni.
Certo, inganni per una giusta causa e a fin di bene, ma sempre inganni restavano; era così che si sentiva in quella situazione: come se stesse ingannando e tradendo Nadia. In qualche modo non vedeva l’ora di poterla rendere partecipe della verità; era convinta che la Contessa avrebbe capito… Ma quel giorno ancora non era arrivato.
Il portale finì di caricarsi di colpo, la roccia divenne acquosa e Kamya ci lanciò oltre un tesissimo Julian prima che nuove complicazioni si sentissero invitate a partecipare; l’apprendista indicò il passaggio per domandare a Death Mask se li avrebbe seguiti, ma il Cavaliere D’oro scosse la testa e agitò la mano per invitarli a procedere senza di lui. Kamya annuì e s’infilò nel muro, riflettendo se i suoi giudizi iniziali non fossero stati affrettati e su quanto non avrebbe mai potuto essergli riconoscente abbastanza per essersi prestato come distrazione.
Il sole che le entrò negli occhi reclamò la sua concentrazione con accecante persuasione; erano finiti nel giardino del castello, accanto alla fontana con cui aveva convocato Asra, la stessa nella quale i salici accarezzavano la superficie dell’acqua con la punta delle loro foglie. Constatato che fossero interi e ancora insieme, Kamya fece strada a Julian verso il loro successivo nascondiglio.
-Non possiamo restare qui, ma conosco un posto sicuro oltre le mura.-
Arrivarono indisturbati all’abitazione di Portia col favore del crepuscolo, a guidare la loro strada i pochi raggi di luce rimasti e un'infinità di lucciole che mimavano la volta stellata col loro placido fluttuare; la proprietaria li avrebbe raggiunti di lì a poco, ma nel mentre caddero entrambi vittime di una scomoda quiete e delle proprie ragnatele di riflessioni.
Kamya si rimproverò per la mancata prontezza che li aveva quasi consegnati alla peggior sorte possibile. Non era ammissibile deconcentrarsi così, era un’apprendista ma la magia le scorreva nel sangue da molto più tempo di quanto avesse memoria, parola di Asra; non erano le capacità a mancarle, ma le sue emozioni, ciò che avrebbe dovuto alimentare le sue doti, erano anche il suo maggior ostacolo. Si accomodò assieme al medico su una panca fuori dal cottage, ma la solidità del legno dietro le spalle, non le portò serenezza.
Non erano le carenze personali a turbare Julian, ma i successi della sorella; vedere come fosse cresciuta bene Portia in sua assenza, la vita sicura che si era costruita, l’onesto lavoro cui dedicava impegno e serietà, la casetta semplice ma accogliente dove trascorreva le sue notti… Tutto lo conduceva inevitabilmente a dispiacersi per non aver potuto assistere di persona e a domandarsi se avrebbe avuto altrettanto se non ci fosse stata una taglia sulla sua testa.
Al contrario della notte ai moli, in Kamya non sarebbe riuscito a trovare una figura di conforto o confronto, solo una maga sotto pressione che si tormentava un labbro e scuoteva la gamba sovrapponendo al gracidio delle cicale uno struscio di stoffe. Pensò di spezzare la quiete scherzando su quanto dovesse essere buono il suo labbro per mangiucchiarselo con avidità, ma ricordò all’istante di sapersi rispondere da sé; erano trascorse delle ore ma il sapore del suo bacio, la bontà delle sue labbra persino il dolce calore del suo fiato gli aleggiavano ancora freschi sulla bocca.
-Oggi… Uhm… Oggi mi sono divertito- gli uscì da non sapeva dove.
-Addirittura?!- Kamya sapeva che le sue negligenze non fossero colpa di Julian, ma non riuscì a contenersi apprendendo che mentre lei aveva trascorso delle situazioni da incubo, lui le avesse trovate fonte di intrattenimento. Sarà stata l’espressione paonazza dei suoi occhi o il suo tono di voce buffamente impetuoso, ma il medico scoppiò a ridere.
-Non sei abituata all’avventura, dicono bene?-
L’apprendista sospirò affranta.
-In tre anni non ho mai conosciuto la comunità di Vesuvia come ho fatto con te in questi tre giorni… Non avevo paura che qualcosa andasse oltre il mio controllo e basta, ma avevo paura in generale. Tu conosci bene molte persone e sembri navigato in questo genere di peripezie…-
-Non è neanche la prima volta che rischio l’impiccagione! Alcune delle mie storie non sono per orecchie innocenti, sai? E nemmeno per i deboli di cuore!-
-Sembra una sfida- il preambolo era troppo ghiotto per restare indifferenti, specie ricordandosi della storia dell’elefantessa rapita per sbaglio.
Al sorriso ammiccante della maga, Julian si sporse per accoglierla nel suo abbraccio da cantastorie, lo stesso con cui l’aveva lusingata quando le aveva raccontato il primo aneddoto, ma una gatta siamese gli saltò in grembo e strusciò con prepotenza la testolina scura contro il suo sterno; Pepi, la gatta di Portia, si impegnò nell’attirare l’attenzione con ogni mezzo che rientrasse nelle sue possibilità feline, e non gli diede pace finché non la prese in braccio e il suo piccolo mento venne grattato a dovere. Solo allora il rosso poté avvincere Kamya col racconto di quando aveva lavorato come medico su una nave di spezie importate da Milova.
Il viaggio sarebbe dovuto durare un mese, ma la loro imbarcazione venne attaccata dai pirati e Julian riuscì a evitare la decapitazione diagnosticando una cancrena al piede del capitano; aveva fatto tesoro dell’esperienza imparando a cavarsela a parole: oltre a una fisionomia invidiabile, carisma, fascino, simpatia e arguzia sarebbero stati, ed erano ancora, i suoi fidatissimi strumenti.
Ma la qualità di questi attributi non saziava la variegata fame delle situazioni della vita, e anticipare le necessità di ognuna voleva dire possedere la chiave del successo: talvolta un’accattivante favella andava sostituita col silenzio, e a ganci ben piazzati sugli zigomi dei propri nemici era consigliabile la diplomazia. Così almeno stava sforzando di ripetersi Death Mask, provato dal dover tornare su quel repellente discorso per la seconda volta in una manciata di ore.
Aveva concesso all’assortito quartetto un vantaggio di una decina di minuti prima di incamminarsi per i corridoi che l’avrebbero condotto al salone da pranzo, il tempo che supponeva con ingenuità avrebbe giovato al suo equilibrio interiore, ma che non aveva fatto altro che suggerirgli dolcemente i metodi più spietati e fantasiosi con cui avrebbe potuto seviziare l’intrigante mago. Adesso, mentre l’eco dei suoi passi metallici annunciava il suo passaggio, la frustrazione del suo ritmo tradiva l’umiliazione che lo stava cuocendo vivo.
Era dubbioso sulla provenienza di cotanta assennatezza, l’ansiosa vergogna che agitava il suo animo non gli concedeva nemmeno il lusso di gongolarsi per la sua crescita interiore e non si trattava nemmeno della parte peggiore della serata!
Giunto alle porte del salone, il chiocciare di Élan minacciò di fargli smarrire la compostezza raccolta a fatica… La fata, la sua fata, la sua non dichiarata amante stava… Ridacchiando?
Spalancò le porte con inappropriata energia ma l’euforia della giovane continuò imperterrita.
-Death Mask! Sei arrivato! Asra ci ha fatto vedere qualche magia, non sai cos’è capace di fare! È fantastico!-
-Non mi dire…- le parole stridettero in bocca come ingranaggi non oliati. Solo Élan, affascinata dal cartomante, non si accorse della loro durezza; i camerieri sudarono freddo alla prospettiva di dover ripulire sangue e denti dalle pareti, ma Asra e Nadia si scambiarono uno sguardo di malizioso divertimento.
Quando cercò il suo posto a tavola, Cancer si accorse della sedia vuota davanti all’orrendo quadro del Conte. Seppur carica di frizzante eccitamento, Élan si era ricordata di occupare i posti di fronte per evitare che l’uomo dovesse fissare il dipinto per l’intera cena, il che lo colmava sia di gratitudine che di antagonismo; Asra non era degno dell’entusiasmo che era abile a suscitare, se fosse stato degno di affetto, poi, era opinabile, ma di una cotta di Élan! Per gli dei, no! Anche la mera prospettiva era una bestemmia fatta e finita!
-Tutto qui? Non sei neanche un po’ curioso?-
-Sì, no, scusa se non condivido l’hype per il butta-carte, ma i trucchi da salotto non sono il mio genere- si strinse nelle spalle con noncuranza.
-Nella vita esiste di più oltre alle scazzottate e all’alcolismo.-
-Su questo ti devo dare ragione. Il sesso per esempio, è uno dei miei hobby preferiti.-
I camerieri servirono dei piatti con una densa e appetitosa crema malva nella quale spiccava una spirale di una sfumatura iridescente. Death Mask afferrò il cucchiaio per mescolare i due composti ma quello cangiante si mosse senza che il metallo l’avesse sfiorato; lo esaminò con maggior attenzione e notò un addensamento squamoso. Stette per criticare la qualità della pietanza quando la minestra ribollì e si alzò fino a rivelare un serpente colante di liquame viola.
La protesta gli morì sulle labbra spalancate con orrore e si tinse di maggior disappunto quando la serpe ricadde nella porcellana dopo aver sguainato la lingua in una smorfia beffarda. Cancer seppe subito contro chi inveire e trovò lo sguardo del diretto interessato che lo fissava col suo sogghigno da volpe.
-Bon appétit!- gli augurò Asra col cucchiaio alzato.
-Hai ragione, Élan, non esistono soltanto risse, bevute e donne facili…- rantolò il siciliano -Anche la tortura ha il suo perché…-


Il resto della cena continuò senza altre dimostrazioni magiche o interazioni tra cavalieri e maghi; le uniche eccezion furono gli scambi di occhiate in cui l’uno comunicava di aver compreso molte cose, e l’altro lo minacciava di morte lenta e dolorosa. La conversazione venne condotta da Nadia ed Élan che, Death Mask ne era in parte impressionato, in parte preoccupato, non aveva mai visto ciarlare così a ruota libera e così a lungo.
L’apprensione fece spazio al tedio quando la sentì proseguire nel tragitto verso la loro stanza, tanto che fu rassicurato dallo sbadiglio che interruppe il fiume di parole; stanca per le peripezie e le emozioni che avevano comportato, si congedò dai due uomini con un sorriso luminoso mentre Cancer si offriva di scortare lo stregone fino alla camera assegnatagli dalla Contessa.
Camminarono fianco a fianco, in un religioso silenzio finché Asra non prese malauguratamente parola.
-Non c’è che dire, è davvero una perla.-
Nelle orecchie del suo astioso interlocutore, il sorriso della sua voce era un ago incandescente che si faceva strada attraverso il cervello per scatenare la violenza dei suoi istinti animaleschi, ma Death Mask restava comunque un uomo e Asra, a essere onesti, aveva espresso un complimento; se avesse impedito a delle insinuazioni di aggiungersi al suo commento, magari sarebbe andato a dormire senza lividi evidenti: era tutto nelle sue mani e sulla sua lingua, potevano concludere la serata con le buone o le cattive…
-Trovi?-
-Sicuro! A vedervi prima non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di consultare le carte per saperlo!-
Andò per le cattive.
Nei corridoi risuonò secco il rumore di una schiena sbattuta contro il muro e il gemito di dolore di chi ha scherzato non col fuoco, ma con un vulcano dormiente.
-Ascoltami bene, biancospino del cazzo, se provi anche a suggerire che mi hai letto le carte, ti farò ingoiare tanti di quei denti che cagherai una collana di perle!- Death Mask non era una bestia, era un uomo, uno ragionevole, ma era meglio implorare il perdono per aver malmenato Asra che chiedere il permesso -Ci siamo capiti?!-
Asra, sospeso a mezzo metro da terra, deglutì a forza; la pelle pizzicata tra giunture ossee e parete gli formicolava, ma nella sua espressione non c’era cenno di tentennamenti e nemmeno nella mano che pose sull’avambraccio destro del Cavaliere.
-Non ho mai rivelato a nessuno né della lettura né dell’esito di un altro cliente, ho un segreto professionale che intendo mantenere. Però… Va detto che…- i suoi gesti si fecero carezzevoli e anche quell’ombra di ansiosa realizzazione assunse una screziatura di promiscuità.
-Parla- al rantolo minaccioso, Asra gli puntò gli occhi addosso e lo spogliò mentalmente.
-La tensione sessuale tra di noi…-
La sua frase e il conseguente sottotesto precipitarono nel vuoto assieme a lui, lasciato libero d’improvviso mentre il disgustato guerriero si avviava a passo spedito e a braccia alzate verso le cantine; l’idea sarebbe stata di ricongiungersi alla sua amata a letto, ma prima di sfiorare qualunque materasso, avrebbe vuotato il fondo delle bottiglie di vino avanzate a cena. Non era l’idea dell’omosessualità a schifarlo, e nemmeno che qualcuno ci provasse con lui, ma che qualcuno si sentisse sedotto mentre lo minacciava di morte…!
Oltre che per la sublime cucina, Death Mask veniva una regione tristemente nota anche per l’attività malavitosa, tra le mani aveva un ragazzetto mingherlino e non molto alto che avrebbe potuto usare come scendiletto: tenuti in conto la sua poderosa muscolatura, il suo sguardo truce e la concreta possibilità di rendere le sue minacce reali, come aveva fatto a non strappargli nemmeno una promessa di buona condotta?! Non c’era proprio più religione…
O il mago aveva fantasie davvero perverse, o Death Mask era la vergogna dell’intera categoria di torturatori, sempre ammesso che ce ne fosse una.
Mentre ripensava alla sfacciata fortuna di Julian per aver trascorso una serata in famiglia con la bionda rivelazione di Vesuvia, e mentre si compativa per la sua acre scalogna, fecero capolino nei suoi pensieri i volti dei cortigiani assenti alla cena; il sentore di aver incontrato di recente il pretore Vlastomil, con la sua pelle viscida e le dita ossute, mise radici. Ma al contrario di quel che credeva, Cancer non era l’unico ad aver concluso la notte con l’amaro in bocca.
Asra si era infilato rapido nella prima camera che aveva trovato e si era chiuso alla spalle la serratura; si era lasciato scivolare a terra con mani tremebonde e cuore scalpitante. Se la testa non gli avesse girato tanto e la gola non fosse stata secca, si sarebbe cambiato per la notte, ma aveva necessitato di un momento per riprendersi. Avvertendo movimenti rabbiosi e un trambusto inusuale contro le sue costole, Faust sgusciò fuori dalla sua sacca, si arrampicò sulla spalla e gli accarezzò il braccio fino al gomito.

-Rischio!-

Lo rimproverò tramite un contatto mentale e Asra ridacchiò nervosamente.
-Hai ragione, Faust, ho davvero corso un bel pericolo, ma sai come funziona: non esiste modo migliore per far desistere chi ti vuole torturare se non facendogli credere che il suo programma in realtà ti stia piacendo!-
   
 
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