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Autore: Kim_Sunshine    16/07/2017    2 recensioni
Sequel di 'Alive'.
***
Siamo giunti all'ultimo campo per Laura.
Stavolta però si ritrova ad avere qualcuno al suo fianco, qualcuno che però non è Marco.
Forse questa è la volta buona, forse la ragazza riuscirà a superare l'attrazione che da sempre la lega a qualcuno che non la ama.
Lei ci proverà, supportata da sua sorella Tamara, dall'immancabile e storica amica Viola e da tutti i loro compagni di avventura, sotto la supervisione di educatori e istruttori che non rinunceranno a mettere i ragazzi alla prova e a combinare un bel po' di casini.
***
Come per le due storie precedente, troverete una colonna sonora diversa per ogni capitolo. Vi basterà cliccare sul collegamento presente sul titolo per essere rimandati direttamene al brano su YouTube.
Inoltre, come di consueto, il titolo della storia porta il nome di una canzone dei P.O.D. intitolata proprio 'Boom': vi consiglio di andarla a sentire! ;)
Buon ascolto e buona lettura e, come sempre, non esitate a farmi sapere il vostro parere ♥
Genere: Romantico, Sentimentale, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Youth Of The Nation'
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ReggaeFamily

Capitolo tredici: Don't stay




La mattina seguente la trascorremmo in spiaggia; salimmo a bordo di un pulmino e il viaggio fu abbastanza breve.

Ci ritrovammo su una distesa di sabbia chiara e quasi deserta; essendo martedì, c'erano poche persone che avevano deciso di recarsi al mare. Probabilmente molti avevano da lavorare e avrebbero optato per il fine settimana.

Sistemammo le nostre cose e ci stendemmo sui teli, chiacchierando tra noi e attendendo il momento in cui avremmo potuto fare il bagno. Io non ero certa di volerlo fare, ancora avevo il ciclo e non mi andava di rischiare.

Trascorsi il tempo ad ascoltare musica e parlai poco con il resto del gruppo; Marco stava intrattenendo una conversazione con l'autista del pulmino, Simona blaterava insieme a Nicolò, Gabriella parlava con il cellulare e Giorgio faceva lo stesso, cercando invano di telefonare ai suoi genitori. In quel luogo non c'era campo e non sarebbe stato facile per lui mettersi in contatto con la sua famiglia.

Viola, invece, chiacchierava con Giovanna e Marta, mentre mia sorella rimase in dormiveglia con le cuffie alle orecchie per tutto il tempo, interrompendosi soltanto per fare il bagno insieme a qualche componente della compagnia.

Ci fu una scena esilarante durante la mattinata, anche se per Tamara ci fu ben poco da ridere.

Si era alzata per andare a fare il bagno e Marco cercava di attirare la sua attenzione per dirle qualcosa, ma lei non gli prestava attenzione. A quel punto lui aveva afferrato una delle sue pantofole e l'aveva sollevata, per poi mollarle un sonoro colpo sulla gamba.

Tamara si irrigidì sul posto, poi prese a sbraitargli contro: «Ma che cazzo fai? Sei scemo?! Perché non te la sei pestata in culo quella ciabatta? Idiota, mi hai fatto male!».

«Scusa, non l'ho fatto apposta... non pensavo di colpirti così forte!» si giustificò lui in un borbottio confuso.

«Sì, scusa un cazzo! Mi hai lasciato il segno, razza di deficiente!» strillò ancora mia sorella, massaggiandosi furiosamente la parte posteriore del ginocchio sinistro.

«Scusa, non incazzarti... non volevo...»

«Ma vaffanculo!» concluse lei, per poi dirigersi a passo di marcia verso la riva.

In effetti la scenetta poteva risultare divertente, dato che a me comparve un sorriso spontaneo mentre assistevo a quello scambio di battute, ma Marco si era rivelato come il solito coglione.

Il tempo trascorse abbastanza in fretta e ci ritrovammo in un chiosco sulla spiaggia per il pranzo.

Consumammo i nostri panini, insalate e patatine fritte con voracità, finché a Tamara non capitò un piccolo incidente.

«Allora... devo condire l'insalata, vediamo un po'...» disse, frugando in una ciotola piena di bustine di sale, olio e altri aromi e condimenti vari. «Sarà olio?» proseguì, cercando di leggere su una delle bustine. «Qui c'è scritto Olitalia, quindi è olio!» esclamò infine, per poi aprire il contenitore e svuotarne il liquido dentro il piatto che le stava di fronte.

Poco dopo notai che emetteva un grugnito contrariato e schifato, così le chiesi: «Cos'hai?».

Era seduta di fronte a me ed era illuminata da una forte luce, così potevo scorgere almeno un po' la sua espressione e i suoi gesti.

«Ho sbagliato... ci ho messo l'aceto anche questa volta» sbottò con un moto di rabbia e disperazione. «Che schifo!»

Scoppiai a ridere. «Non ci credo! Ormai è una tradizione del campo, a quanto pare» commentai.

«Almeno stavolta non è colpa mia» borbottò Marco.

Poco dopo aver finito di pranzare, educatori e istruttori si accostarono a noi e Lucrezia annunciò: «Un signore ha offerto un Maxibon a tutti voi, ragazzi».

«Cosa significa?» domandò mia sorella perplessa; era riuscita a mangiare quasi tutta l'insalata e aveva fatto in modo di buttare solo lo strato superiore. Doveva essere già sfinita per le cose negative che le stavano capitando durante quella giornata.

«Significa che ha detto di avere una nipote non vedente o qualcosa di simile... e quindi ha insistito per offrirvi qualcosa. Ha detto che gli fa piacere vedervi così carini e uniti, così sereni...» proseguì Giovanna in tono allegro.

«Ma sul serio?» feci io basita.

«Che problemi ha?» rincarò Tamara.

«È stato gentilissimo!» si commosse subito Viola.

Poco dopo un cameriere arrivò da noi tenendo in mano un vassoio stracolmo di gelati. Tutti ne prendemmo uno e cominciammo a mangiarlo con estremo piacere.

Certo che situazioni come quella potevano capitare solo a noi...


«Sono stanchissima» sbadigliai, mentre il pulmino si fermava nel parcheggio del residence.

«Dormi» mi suggerì Marco.

«Non penso proprio. Ho bisogno di una bella doccia, sicuramente mi farà bene.»

Avevamo trascorso qualche ora del pomeriggio nuovamente in spiaggia e verso le cinque e mezza eravamo ripartiti verso la nostra momentanea abitazione.

Quando il mezzo si fu fermato, Marco fu il primo ad alzarsi e aspettò che anche noi lo facessimo. Era in piedi nel corridoio tra i sedili e si era rivolto verso gli ultimi quattro sedili dove ancora io, Tamara e Viola eravamo sedute.

La mia compagna di stanza era posizionata su quello centrale che dava direttamente sul corridoio. Si chinò in avanti per infilare qualcosa dentro la sua sacca e andò quasi a sbattere con la fronte sulle parti basse del ragazzo.

«Vivi, guarda che mi stai per mettere la faccia dove non batte il sole...» le fece notare lui con ironia.

Viola si rimise seduta e raddrizzò la schiena, senza scomporsi troppo. Sorrise appena e, con estrema serietà e naturalezza, affermò: «Scusa, volevo solo controllare che non fosse ammuffito».

Calò il silenzio per un istante, poi io e mia sorella scoppiammo rumorosamente a ridere, cominciando a elogiare la nostra amica come se non ci fosse un domani. Era stata epica la sua affermazione, ma soprattutto il modo in cui l'aveva pronunciata.

Marco parve confuso. «Scusate, perché state ridendo? Non ho capito...» farfugliò.

«Ma sul serio non ci arrivi?!» sbottò Tamara, contorcendosi sul sedile per il troppo ridere.

«Non ho sentito!» obiettò lui.

Sospirai. «Viola voleva controllare che le tue parti basse non avessero la muffa» ripetei, per poi piombare nuovamente nell'ilarità più profonda. «Ah Vivi, sei un fottuto genio! Sto morendo!»

«Che stronze!» ci accusò Marco irritato.

«Rimarrà nella storia!» osservò mia sorella.

Marco prese a borbottare tra sé e sé, avviandosi lentamente verso l'uscita del pulmino. Io e le ragazze continuammo a ridere come pazze e, una volta all'esterno del mezzo, raccontammo tutto a Giovanna e Marta.

Le due si unirono all'ilarità generale e si complimentarono con Viola per la geniale trovata.

Lei sorrise ingenuamente. «Eppure non l'ho detto con malizia» si giustificò.

«Ed è per questo che sei stata fantastica!» le assicurai, guidandola verso la nostra stanza.

Non vedevo decisamente l'ora di buttarmi sotto la doccia.


«Sei seria?» si sorprese Viola in tono schifato.

«Serissima» confermò Tamara.

«Non ci credo» intervenni io.

«Credici, perché è così. Non si è voluta lavare neanche oggi. Vi rendete conto?»

Marco rise brevemente. «Che schifo!»

«Puoi contarci! In camera nostra c'è una puzza terribile, un misto tra quella di maneggio e altri odori non meglio classificati» raccontò mia sorella. «Senza contare che Simona sgancia delle bombe rumorose e puzzolenti ogni tre secondi.»

«Smettila, ti prego!» si rivoltò Viola.

«Cioè, fammi capire... Gabriella davvero si è rifiutata di fare la doccia? Domenica siamo andati al maneggio, ieri in piscina e oggi al mare... cristo, mi viene la nausea e non ti invidio per niente!» sbottai contrariata, avvertendo un moto di repulsione farsi largo nel mio stomaco.

Ci trovavamo tutti e quattro sdraiati sul letto mio e di Viola; avevamo cenato da circa mezzora e poi ci eravamo spostati nella nostra stanza per stare un po' insieme a poltrire e chiacchierare.

Io mi ero sistemata all'estrema sinistra del materasso, Tamara era alla mia destra, accanto a lei c'era Marco e infine Viola. Eravamo completamente immersi nell'oscurità, ma questo non ci importava più di tanto perché la luce attualmente non ci era di alcuna utilità.

«Io non capisco come faccia» sospirò Tamara, ponendo fine alla disgustosa conversazione basata sulla poca igiene di Gabriella.

«Domani ho l'esame, speriamo bene» raccontò Marco.

«A che ora parti?» si informò Viola.

«Ho il treno alle nove...»

«Andrà bene, non fai che studiare da giorni» lo rassicurò Tamara.

«Chissà...»

Io nel frattempo ricevetti un messaggio in cui Danilo mi augurava la buonanotte e sorrisi per il fatto che erano soltanto le undici di sera. Risposi con calore e abbandonai il cellulare sul comodino, ascoltando le chiacchiere dei miei amici.

A un certo punto, giusto per fare la cretina, presi a tormentare mia sorella, dandole dei colpetti sulla schiena e fingendo di volerle saltare addosso.

«Uffa, smettila... lasciami tranquilla, sono comoda e vorrei dormire...» biascicò lei.

«Non dormirai in camera mia!» esclamai, cominciando a farle il solletico.

Lei prese a dibattersi e così ebbe il via una rumorosa lotta tra noi due; era divertente sentire le sue proteste e i gridolini che lanciava ogni volta che le solleticavo un punto qualsiasi del corpo.

«Sei ipersensibile!» commentai.

«Anche tu se è per questo! Ora ti faccio vedere» sghignazzò Tamara, per poi restituirmi il favore.

«Smettetela di fare casino, dai!» si lamentò Viola con il sorriso nella voce. «Altrimenti Marta ci sgrida!»

«Tami, basta, oddio... muoio... okay, hai ragione, hai vinto! Basta!» protestai, per poi ritrovarmi nel punto del materasso in cui, fino a poco prima, era stata lei. Questo significava che Marco era alla mia destra, sentivo chiaramente la sua presenza e questo mi metteva un po' a disagio.

«Così impari!» ribatté mia sorella con ironia, per poi abbandonarsi sul letto e rannicchiarsi su se stessa, occupando il mio precedente posto.

Io feci di tutto per rimanere rilassata il più possibile, ma era chiaro che ritrovarmi sdraiata accanto a Marco nell'oscurità mi procurasse sensazioni contrastanti. Da un lato avrei voluto scappare via all'istante, per paura che lui allungasse anche un solo dito su di me; dall'altro, invece, volevo metterlo alla prova, ero curiosa di scoprire cosa sarebbe successo. Lo conoscevo troppo bene, e forse per questo avrei dovuto allontanarmi immediatamente da lui.

Invece rimasi lì e tentai di stare tranquilla, di non pensare male, di godermi quel momento di pace con i miei amici.

Ben presto, però, dovetti ricredermi.

Eravamo rimasti in silenzio e ognuno pareva immerso nei propri pensieri. Io avvertivo una certa tensione, un'elettricità sinistra nell'aria, anche se non capivo se fosse solo un'impressione mia o se fosse reale.

Un istante dopo avvertii un movimento alla mia destra, poi una delle mani di Marco si posò sul mio fianco. Mi irrigidii sul posto e cominciai ad avvertire i battiti accelerati del mio cuore. Cosa stava facendo? Perché mi stava toccando?

Imperterrito, allungò anche l'altro braccio e lo incastrò intorno alla mia vita, cercando di trascinarmi più vicino a sé.


Don't stay!


Io opposi resistenza, cercando di mantenere il controllo. Nella mia mente volteggiavano mille pensieri sconclusionati, non sapevo come fare a tenerli a bada.

Danilo è più importante di lui.

Esco con Dani, mi piace davvero...

Marco, perché mi fai questo?

Togli quelle mani.

Non muoverti, non lasciarmi andare.

Laura, riprenditi, che ti succede?

Non togliermi le mani di dosso...

Spostati, Laura, allontanati. Ora. Subito.

Mi agitai e cercai di indietreggiare, di schiacciarmi contro il corpo immobile di mia sorella che fingeva di dormire.


Don't stay!


«Dai...» sussurrò Marco.

Non ascoltarlo, non ascoltarlo, non ascoltarlo.

È così dannatamente difficile...

È così dannatamente attraente...

Il mio corpo reagiva a quella vicinanza, il mio corpo mi stava tradendo e stava tradendo Danilo. Avvertivo chiaramente un calore intenso farsi largo tra le mie cosce e invadere ogni cellula di me, rendendomi così sensibile a ogni singolo respiro che Marco produceva. Anche se non eravamo stretti l'uno all'altra, era palese che qualcosa stava capitando.

Laura, cosa cazzo fai? Spostati!


Don't stay!


Non ci riesco, ci riesco, non ci riesco, ci riesco...

Marco fece leva con le braccia e riuscì a trascinarmi contro di sé. Mi ritrovai con il viso a pochi centimetri dal suo, il cuore a mille, il respiro accelerato e il corpo in fiamme per quell'improvviso e maledetto contatto.

Marco chinò appena il viso e per poco non lo affondò nel mio petto.


Don't stay!


A quel punto mi riscossi bruscamente, rendendomi conto di cosa stava succedendo e di cosa non doveva assolutamente succedere. Stavo frequentando Danilo e non volevo rovinare il nostro rapporto per colpa di un coglione qualsiasi, per colpa di uno stronzo che il giorno prima aveva provato spudoratamente a baciare mia sorella.

Lo spinsi via con forza e, senza fare tante storie, mi voltai di spalle e costrinsi Tamara a tornare al suo posto, asserendo di dover usare il cellulare che era in carica e il filo non era abbastanza lungo per arrivare fin dov'ero io.

Lei infine cedette e ci scambiammo nuovamente di posto.


Don't stay!
Forget our memories,
Forget our possibilities...



Dentro mi sentivo una vera merda. Faticavo a regolarizzare il respiro e avvertivo una forte agitazione emotiva e fisica scuotermi nel profondo.

Cosa cazzo ho fatto?

E mentre mi torturavo con quell'interrogativo, un fastidioso desiderio continuava a farsi strada dentro di me, tra le mie cosce e in tutto il mio corpo.

Un desiderio colmo di patetica frustrazione.


Just give me myself back and...
Don't stay!

  
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