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Autore: Alys_90    01/02/2015    6 recensioni
"Li avevo rivisti. Il mio unico grande amore e la mia ex migliore amica. Insieme, di nuovo.".
Sana Kurata, dopo ben otto anni trascorsi a New York, decide di tornare a casa, in Giappone.
Ha scelto di frequentare l'università a Tokio e di abbandonare per un po' la carriera artistica.
Ma che cosa sarà successo ai vecchi amici? Che strade avranno intrapreso?
Il rapporto tra Akito Hayama, l'amore della sua vita, e Fuka Matsui, l'amica di un tempo, sarà rimasto intatto?
Nuove coppie, nuovi incontri, intrighi d'amore, discussioni e gelosie sono dietro l'angolo!
Questa è la mia seconda Fanfiction su questo meraviglioso manga/anime! Spero vi piaccia! ♥
Dedicata con grande amore a Cristian. ♥
Genere: Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Akito Hayama/Heric, Fuka Matsui/Funny, Naozumi Kamura/Charles Lones, Sana Kurata/Rossana Smith, Un po' tutti | Coppie: Akito/Fuka, Sana/Akito
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
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Salve a tutti! ♥
Sono tornata con una nuova storia su Kodocha! ♥ Ho ancora l'altra Fanfiction da terminare, ma, essendomi venuta l'ispirazione, ho voluto cominicarne una nuova! :) Comunque non preoccupatevi che "Live, love, smile" avrà una conclusione!
Detto ciò, vi lascio alla storia! ♥ Spero sia di vostro gradimento! :)
A presto! Un bacione! ♥


Alys_90

BUONA LETTURA ♥
E grazie a chi recensisce e a chi legge soltanto ♥


Nuvole candide e morbide si stagliavano di fronte a me. Si rincorrevano leggere e la loro consistenza spumosa mi fece subito pensare alla panna montata. Il sole, con i suoi tenui raggi del tramonto, mi colpì in viso, regalandomi una sensazione di calore e beautitudine.
Poggiai il mento sulla mano e continuai a godermi quel panorama così suggestivo e romantico. Era così bello da mozzare il fiato.
E poi .. pensai.
Pensai al tempo trascorso lontano da casa, nella grande e caotica New York. Pensai a come avevo vissuto per ben otto anni lontano dalla mia famiglia, dai miei amici e da lui. Pensai al motivo per il quale ero lì, su quel maledetto aereo diretto a Tokio.
Dopo anni trascorsi nella Grande Mela era giunto il momento di ritornare nel mio paese, in Giappone. Avevo vissuto con Naozumi in quell’enorme metropoli, partecipando a film e sceneggiati, recitando a teatro e firmando continuamente contratti per la televisione e il cinema. Ero partita per l’America alla tenera età di dodici anni e non avevo più voluto tornare a casa. La ragione non stava solo nel fatto che mi piaceva un sacco quella città così luminosa e popolata, ma anche perché l’amore della mia vita aveva deciso di stare con la mia migliore amica.
Ero fuggita da quella situazione insostenibile e avevo scoperto che il non vederli più assieme mi rendeva serena e in pace con me stessa. Avevo promesso loro che sarei tornata il più presto possibile, ma non mantenni mai quella fatidica parola. Fuggii e mi rintanai in un grazioso appartamento newyorkese con Naozumi e Rei, sommersa dalle richieste di lavoro.
Con Naozumi arrivai a costruire un rapporto quasi fraterno, sostenendoci a vicenda e crescendo insieme. Lui era stata la mia ancora di salvezza nei momenti più bui della mia esistenza e continuava ad esserlo. La sua cotta infantile era stata sostituita da un sentimento di pura amicizia, che era stato continuamente nutrito negli anni. Avevamo continuato a lavorare insieme per molto tempo, finché per lui si presentò una grande occasione a livello artistico: la partecipazione come protagonista in un colossal americano. Il padre lo ingaggiò immediatamente e, date le sue ottime doti recitative, ottenne numerosi consensi per la parte. Fu così che Naozumi Kamura divenne una star a livello mondiale, un’icona da seguire per le future generazioni di attori e attrici. Si trasferì ad Hollywood e la sua carriera raggiunse le stelle. Nonostante i suoi numerosi impegni, continuavamo a tenerci in contatto ed ogni tanto gli facevo visita nella sua grande villa a tre piani. Per me, invece, ultimamente, il successo si era limitato a qualche pellicola o spot pubblicitario di famose case cosmetiche o di moda. Adoravo il mondo dell’arte e dello spettacolo, ma, dopo mesi e mesi di riflessione, ero giunta alla conclusione di dover dare una svolta alla mia vita. Avevo deciso di iniziare l’università, propendendo per il corso in Scienze sociologiche. Intraprendere il percorso universitario mi avrebbe sicuramente allontanato dal mio lavoro, ma non m’importava poi un granché. Volevo essere una semplice ragazza come le altre, accantonando per un po’ la professione di attrice. Desideravo studiare e diventare una sociologa dalle grandi ambizioni.
Tutto ciò sarebbe successo, certo, ma a Tokio. Sognavo di frequentare l’università nella mia adorata patria. Era stata una scelta difficile perché avrebbe significato rivedere tutti dopo anni nei quali ero diventata un vero e proprio fantasma del passato. Non avevo più sentito nessuno dei miei amici, nemmeno i più cari. Nemmeno lei. Nemmeno lui.
Solo Mama e la signora Shimura mi vennero a trovare negli Stati Uniti, ma dei miei compagni neanche l’ombra. Diventarono presenze passate relegate in un piccolo angolo della mia mente. Mi ero sempre chiesta se qualcuno di loro avesse cercato di contattarmi in qualche modo, ma scartai subito l’ipotesi. Si erano probabilmente dimenticati di me, continuando le loro vite normalmente, tra scuola, uscite e storie d’amore.
Amore .. già. Non provavo più quel sentimento da non so quanto. Non avevo dimenticato la mia tortura emotiva. Avevo semplicemente accettato la sua non presenza nella mia vita. La sua relazione con Fuka mi aveva uccisa nel cuore e nell’anima e il fatto di scappare per sempre da quel dolore atroce mi era sembrata la cosa più giusta da fare. Non avevo rimpianti, né rimorsi poiché, a mio parere, era stato il fato a volerci separare. Forse, nonostante tutto, non eravamo anime gemelle destinate a stare insieme. Non combaciavamo come combaciavano lui e Fuka. Quella era la verità e l’accettai, non senza qualche momento di sofferenza.
Piansi per buona parte dei primi anni trascorsi a New York, cercando in ogni modo umanamente possibile di scordare la mano di lei sulla sua. Grazie al rapporto con Naozumi, riuscii a riprendermi e a raggiungere i miei obiettivi professionali. Non ebbi alcuna relazione seria dopo la mia partenza, ma solo qualche avventura di una notte. In quegli istanti cercai di non pensare al ragazzo che mi aveva strappato il muscolo cardiaco, riducendolo in mille pezzi. Cercai di non pensare ai suoi occhi ambrati e a suoi capelli color miele, morbidi come la seta. Cercai di non pensare che quelle mani che toccavano il mio corpo fossero le sue o che quelle labbra sulla mia bocca appartenessero a lui.
Era stato arduo scacciarlo dal mio cuore ma ci riuscii, in qualche modo.
Mi voltai e vidi Rei dormire a bocca aperta accanto a me, abbracciando il cuscino che si portava sempre con sé durante i viaggi in aereo. Abbozzai un sorriso, pensando a quanto il mio pazzo manager mi era stato vicino durante la permanenza all’estero. Aveva sempre organizzato gli ingaggi, gli appuntamenti con i registi, i produttori e i fotografi, e le cene di gala, proteggendomi in qualsiasi occasione. Fin da quando ero bambina si era preso cura di me come se fossi sua figlia, viziandomi e coccolandomi come solo un padre è in grado di fare. Mi aveva sostenuta nella mia decisione, incoraggiandomi a percorrere la strada che sentivo giusta per me. La sua storia con Asako procedeva a gonfie vele, sebbene entrambi si trovassero agli antipodi del mondo. Lei aveva continuato a lavorare in Giappone, aumentando notevolmente la sua fama nazionale. Rei aveva sentito pesantemente la sua mancanza e aveva deciso di andare a farle visita ad ogni festività dell’anno.
-Gentili signore e signori, siamo lieti di annunciarvi che fra pochi minuti atterreremo all’aeroporto internazionale di Tokio. Siete pregati di stare seduti ed allacciare le cinture si sicurezza. Grazie-. La voce dell’hostess dall’altoparlante mi ridestò dai miei pensieri e guardai fuori dal finestrino. Sotto di me si stagliavano, qualche centinaio di metri, le case, i palazzi e gli stabilimenti industriali della città. Vidi le luci dei lampioni, le distese verdi e le strade tortuose.
Non potevo crederci. Io, Sana Kurata, ormai ventenne, ero di nuovo a casa.
 
***
 
Una volta uscita dall’aeroporto con tanto di occhiali da sole e capello per non farmi riconoscere, presi un taxi con Rei.
Non vedevo l’ora di riabbracciare la mia adorata mamma e l’amorevole domestica che si prendeva cura della nostra casa sin da quando ero una neonata.
Seduta sulla pelle color piombo dei sedili posteriori, guardai gli enormi grattacieli che si stagliavano imponenti. I marciapiedi erano gremiti di persone: lavoratori, famiglie e maniaci dello shopping. Le insegne luminose dei palazzi pubblicizzavano prodotti e marche d’abbigliamento, illuminando le strade di Tokio. Provai un moto di nostalgia non appena realizzai che non facevo più parte di quel mondo, ma subito lo scacciai. Ero pronta a cambiare direzione e a diventare una nuova Sana. Ero pronta a conoscere nuove persone e a stringere nuovi legami.
-Hey Sana! Siamo quasi arrivati!-  esclamò Rei, indicando la strada che portava a casa mia.
Quanto mi era mancato il mio Paese. Le sue tradizioni, i suoi costumi, la gente che vi abitava. Ogni singolo aspetto del Giappone mi era terribilmente mancato in quegli otto anni trascorsi in America. Mi era mancato anche lui ..
-Eccoci arrivati- disse il tassista, un tipo baffuto e paffutello.
-Grazie mille signore. Tenga-. Gli porsi i soldi, rifiutando il resto.
Scesi dall’auto e, non appena poggiai i piedi sull’asfalto nero pece, un sorriso a trentadue denti mi solcò il viso. Volteggiai felice, facendo svolazzare la gonna color ciclamino del mio abito di seta.
Corsi lungo il vialetto di casa, raggiante come non lo ero mai stata. Sotto il portico di casa Mama e la signora Shimura mi aspettavano a braccia aperte. Mi fiondai repentinamente nel loro abbraccio, respirando un dolce profumo di cannella e mandorle.
-Tesoro mio, bentornata!-. Mama mi prese le gote e mi guardò a lungo, piangendo di gioia.
-Mamma! Mi sei mancata tantissimo!- gridai, asciugandomi le lacrime che scendevano copiose dai miei occhi ormai lucidi.
-Anche tu, figlia mia! Ma sei bellissima .. -.
-Grazie, mamma. La tua Sana ormai è una donna di vent’anni pronta a cominciare l’università e a buttarsi a capofitto nello studio!-.
Mama rise, probabilmente non abituata a sentirmi fare discorsi del genere.
-Bentornata a casa, signorina Sana-. La signora Shimura mi porse una piccola cesta di paglia contenente una miriade di biscotti al cioccolato.
-Oh grazie! Ha preparato i miei biscotti preferiti! Lei è sempre così gentile e premurosa, signora Shimura-.
Lei, di rimando, agitò una mano, dicendo: -È sempre un piacere per me cucinarle i suoi piatti preferiti-.
Sorrisi, pregando Rei di portare le valigie in casa.
-Sono felice di rivederla signora Kurata!- affermò entusiasta, stringendo la mano a Mama e salutando la signora Shimura.
-Grazie Rei, anche per noi è un piacere riaverti qui-.
 
***
 
Dopo aver raccontato a Mama gli ultimi avvenimenti della mia vita newyorchese per buona parte della serata, decisi di salire in camera mia. Necessitavo urgentemente di una lunga dormita, visto il fuso orario e il viaggio stancante.
-Mamma, vado a dormire. Ci vediamo domattina. Buonanotte a tutti-.
-Certo. Vai pure figliola. A domani- rispose Mama, sorseggiando la sua tazza di thè bollente.
Salii le scale, lisciando il corrimano di legno. L’atmosfera che aleggiava nell’aria mi riportò indietro, durante la mia infanzia. I ricordi ritornarono prepotenti nella mente e mi causarono una fitta lancinante allo stomaco. L’ultima volta che avevo calpestato quei gradini era stata ben otto anni fa, quando stavo per partire per una meta lontana, che mi avrebbe allontanato dai miei affetti, dalle mie amicizie e da ..
“Basta Sana. Non devi pensare al passato” mi dissi, posando la mano sulla maniglia della mia camera. Mi fermai di colpo, indecisa. Sapevo di non voler veramente entrare in quella stanza intrisa di ricordi sofferenti, ma dovevo farlo. Dovevo raccogliere tutto il coraggio che mi aveva sempre caratterizzata e non lasciarmi andare alle emozioni.
“Ok. Forza Sana, ce la puoi fare”. Abbassai la maniglia ed entrai.
Attraverso i vetri della finestra la luce della luna riverberava il suo fascio lucente sul copriletto color pesca del mio letto a baldacchino. Un paio di scarpe color rosa confetto stavano accanto all’armadio di legno, posto vicino alla scrivania.
Mi avvicinai lentamente, squadrando ogni angolo di quel tavolo consumato dal tempo. Le mensole sul muro ospitavano ancora i miei libri delle medie, ormai consumati. Bambole e peluche troneggiavano accanto ad una pila di quaderni e ad una tazza piena di penne dai più svariati colori. Posai un dito sulla carta di quelle pagine e un senso di malinconia m’invase da capo a piedi.
I miei occhi si posarono, poi, sulla luce rosso ciliegia che aveva accompagnato l’esecuzione dei miei compiti scolastici per anni. Adiacente ad essa stavano numerose fotografie incorniciate. Abbassai subito lo sguardo, poggiando le braccia sulla sedia girevole.
Il dolore e la rabbia presero il sopravvento, provocandomi un fremito. Tremai e, contemporaneamente, calde lacrime solcarono le mie gote arrossate. Dovevo reagire ed evitare di farmi ancora del male. Fu così che, asciugando le gocce salate con l’orlo della manica, osservai le foto. Ritraevano la Sana dodicenne insieme agli amici di scuola.
Un tuffo al petto mi bloccò il respiro. In una c’eravamo io, Aya, Hisae, Mami e Fuka abbracciate sullo sfondo della nostra scuola. Le uniformi candide e i visi sorridenti, ci eravamo promesse che il nostro rapporto amicale sarebbe durato in eterno. L’immagine  a fianco, invece, ritraeva me tra Tsuyoshi e Gomi, due ragazzi dal carattere estremamente diverso, ma entrambi ottimi amici. “Chissà se Tsuyoshi e Aya sono ancora una coppia .. ” rimuginai, abbozzando un piccolo sorriso. Si erano messi insieme durante il periodo delle elementari e ricordavo ancora distintamente le loro dimostrazione affettive in pubblico. E poi, eccola lì, la foto che mi mandò in iperventilazione, facendomi scoppiare i polmoni.
Mi abbracciava. Il suo braccio toccava la mia spalla sinistra e mi stringeva a lui. Un sorriso sincero ed ampio incorniciava il mio volto. La sua espressione, invece, era fiera ed orgogliosa.
Presi in mano la cornice e mi avvicinai così tanto da sfiorare il vetro con il naso. La condensa del mio respiro si posò sulla superficie, creando un piccolo alone. Dopo pochi secondi le lacrime che avevo cacciato con forza si ripresentarono prepotenti. Bagnarono il vetro, depositandosi delicatamente sui nostri visi.
-Aaarrrggghhh!-. Gettai con collera la fotografia, che si frantumò a contatto col muro. M’inginocchiai a terra, nascondendo il viso tra le mani. Ero convinta che facesse parte della vita passata, che fosse diventato un ricordo, solo un maledetto ricordo, ma, in quel momento, capii. Lui non sarebbe mai e poi mai diventato una presenza, perché io lo amavo. Lo amavo più di qualsiasi altra cosa al mondo e stare senza di lui era diventata un’agonia continua. Dopo tutti quegli anni, il sentimento che provavo per lui era amore. Era sempre rimasto amore .. Avevo solo cercato di scordarlo, di scordare lui e Fuka.
Mi accovacciai sul pavimento, piangendo disperata. Era stato uno sbaglio tornare? Era stato uno sbaglio abbandonare il mondo dello spettacolo per iniziare un nuovo percorso di vita? Con queste domande che mi frullavano in testa, chiusi gli occhi e mi addormentai, pensando ad Akito Hayama.
 
***
 
Tu-tu. Tu-tu.
-Mmm .. -. La sveglia del cellulare suonò ad intermittenza, risvegliandomi dal torpore caldo nel quale ero avvolta. Mi trovavo sotto a delle soffici coperte, nel mio letto.
Mi misi a sedere, stropicciandomi gli occhi. “Ma .. ricordo di essermi addormentata sul pavimento” meditai, alzandomi pigramente.
Mi feci una lunga doccia tiepida ed indossai un grazioso vestitino color crema. Dopo un filo di trucco, scesi in cucina dove Mama e Rei stavano già consumando la colazione.
-Oh, buongiorno tesoro. Vedo che ti sei alzata di prima mattina!- esclamò la mamma, addentando una brioches al cioccolato.
-Sì, devo passare all’università per l’iscrizione-.
-Capisco. Bè, mangia qualcosa prima. Sai che la colazione è il pasto più importante della giornata-.
Sorrisi, ripensando alla sua storica abitudine di farmi presente quell’affermazione.
-Certo, non preoccuparti. Ah, buongiorno Rei!- enfatizzai, accomodandomi accanto a lui.
Rei mi guardò di sottecchi, aggrottando le sopracciglia. -Sana, tutto bene?-. La sua domanda mi stupì e risposi: - Sì, alla grande!-. Ero veramente un’ottima attrice. -Perché me lo chiedi?-. Versai del succo d’arancia nel bicchiere e cominciai a spalmare la marmellata sul pane tostato.
-Ecco .. ieri sera sono venuto in camera tua prima di andare a dormire per vedere se stavi bene .. Sai .. -. S’interruppe, abbassando lo sguardo. -Bè .. eri rannicchiata a terra e ho notato dei vetri sparsi sul pavimento. Mi sono avvicinato e ho visto la fotografia .. -.
Qualche ciocca di capelli mi nascose il viso. Non sarei riuscita a resistere un minuto di più in quella stanza, cercando di inventarmi qualche scusa per spiegare il fatto, che sicuramente non avrebbe retto.
-Sana .. Se vuoi parlarne, puoi farlo- disse Mama con tono calmo. -Lo sai che con a noi puoi dire tutto. È normale che tu stia male, tesoro. Sei appena tornata e ..-.
-Ora basta!-. Mi alzai, sbattendo le mani sul tavolo. -Basta, non voglio parlare di nulla! Non voglio .. Non voglio ricordarlo!-.
Detto questo, presi la borsa e m’infilai le ballerine, prima di fuggire via.
 
***
 
Corsi finché non ebbi più fiato in corpo. Il respiro accelerato e il cuore palpitante mi obbligarono a fermarmi. Mi poggiai ad un lampione, ansimando.
Ero in Giappone da poche ore e già sembrava che tutto andasse a rotoli. Avevo deciso di lasciare New York e studiare all’università di Tokio per diventare una sociologa. Ora era quello il mio obiettivo da raggiungere. Il resto, il passato e ciò che lo riguardava, non dovevano interessarmi più.
Speravo che, con una moltitudine di persone che abitavano in città, non avrei incontrato nessuno dei vecchi amici all’università. Molti, facilmente, non mi avrebbero riconosciuta essendo cambiata nell’aspetto fisico. Ero cresciuta, le curve femminili erano uscite allo scoperto, abbandonando in maniera definitiva il fisico adolescenziale. I capelli, color rame, arrivavano sin sopra il fondoschiena e le palpebre erano solitamente velate da un ombretto chiaro. Le labbra erano diventate piene e di un rosa tenue.
L’esuberante Sana Kurata si era trasformata in una donna matura e posata.
Ripresi il cammino, estraendo dalla tasca della borsa il mio cellulare. Controllai la posta e i messaggi, ma di Mama e Rei nessuna traccia. Li ringraziai mentalmente per avermi concesso quell’attimo di tranquillità.
Percorsi il quartiere che portava all’università, beandomi della bellezza suggestiva della mia città. Dopo poco, svoltai l’angolo e sobbalzai dalla sorpresa.
La sua casa stava lì, proprio di fronte a me. Era uguale a come la ricordavo, con l’insegna posta sul muro della cancellata. La scritta “Famiglia Hayama” troneggiava sulla targhetta d’oro, facendomi ripiombare nella spirale di dolore che mi aveva risucchiata per anni.
Mi avvicinai piano, ma mi bloccai subito quando sentii scattare la porta d’entrata. Una figura incappucciata uscì, scendendo gli scalini dell’ingresso.
Mi nascosi dietro un cespuglio lì vicino, in attesa. Potei sentire distintamente il cuore battermi feroce nel petto.
La figura raggiunse il cancelletto e lo aprì, per poi uscire e cominciare a correre piano. Era un ragazzo alto, magro e, come potei notare nonostante la felpa, dal fisico scolpito. Non poteva che essere ..
Le martellate nel petto non accennarono a diminuire e, quando vidi dei ciuffi color miele sporgere dal cappuccio, gridai, squarciando lo spazio circostante. Lui si fermò, guardando attento nella mia direzione. Si avvicinò adagio, togliendo il cappuccio.
Akito se ne stava a pochi metri da me, bello come un angelo. Gli occhi ambrati e profondi erano gli stessi di quando era un ragazzino, ma il viso, cresciuto, era di uno splendore straordinario, incorniciato da capelli più lunghi.
Mi accovacciai ancora, cercando di non fare rumore. Non volevo che mi scoprisse. Non volevo incontrarlo in quel modo, come se fossi una pazza che dopo anni trascorsi in uno Stato situato dall’altra parte del globo, torna e la prima cosa che fa è spiarlo.
“Accidenti. Fermati!”. Akito, al contrario, si stava avvicinando sempre di più. Poi, all’improvviso una voce che avrei riconosciuto tra mille lo distrasse, costringendolo a voltarsi.
-Buongiorno Akito! Stai facendo la tua solita corsa mattutina?-. Fuka saltellava allegra, sventolando una mano. Mi sporsi appena per poterla vedere e rimasi a bocca aperta. Era diventata una bellissima ragazza dai lineamenti longilinei. Indossava uno stretto tubino nero che metteva in risalto le sue forme ed i suoi capelli castani, luccicanti sotto la luce del sole, le ricadevano morbidi sulle spalle, avvolti in una treccia sottile.
Akito la raggiunse, dandole un fugace abbraccio. Il mio cuore sussultò ancora. “Quindi .. lei è ancora la sua fidanzata”. Non volevo giungere a conclusioni affrettate ma non potevo fare a meno di pensarci.
Akito si portò un braccio dietro la nuca, dicendo: -Sì. E tu? Sei diretta all’università?-.
-Già. Oggi ci sono le iscrizioni. Devo portare il modulo in segreteria. Ci sarà una massa di studenti pronti ad essere i primi per non fare la fila, quindi è meglio che mi sbrighi- disse, controllando l’orologio da polso.
-Va bene. Ci vediamo stasera!- strepitò Akito, posandole un veloce bacio sulla guancia.
-Come no! A stasera Hayama-.
Entrambi si avviarono in direzioni opposte, ignari della mia presenza tra gli alberi. Dopo qualche minuto uscii allo scoperto, scrollandomi le foglie dalla gonna e dai capelli.
Quella scena mi aveva ferito profondamente. Vederli così vicini ed affiatati dopo anni non aveva fatto altro che far riaffiorare ed aumentare la mia sofferenza. La corazza protettiva che mi ero costruita attorno si era dissolta solo con un loro discorso e un loro contatto.
Li avevo rivisti. Il mio unico grande amore e la mia ex migliore amica. Insieme, di nuovo.
 
 
  
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