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Autore: Old Fashioned    23/01/2020    22 recensioni
Un cavaliere attraversa una foresta, la morte e il diavolo lo accompagnano.
Tre flashfic, ognuna con un diverso punto0 di vista.
Seconda classificata al contest "Esercizi di stile" indetto da LadyPalma/GiuniaPalma sul forum di EFP
Genere: Introspettivo, Slice of life, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Salve a tutti,
ecco che per la prima volta nella mia vita mi cimento con tre flashfic, spero che il risultato non verrà troppo indecente.
Mi sono ispirato alla celebre incisione di Albrecht Dürer, Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, immaginando la stessa vicenda dal punto di vista di questi tre signori.
Per chi fosse curioso, l’incisione è questa:

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_cavaliere,_la_morte_e_il_diavolo#/media/File:Albrecht_D%C3%BCrer_-_Knight,_Death_and_the_Devil.jpg

Nella storia si fa riferimento a un cane, Guinefort. Il nome è un omaggio all’unico Santo Cane della Chiesa, qui trovate notizie su di lui:

https://it.wikipedia.org/wiki/San_Guinefort

Per il resto, spero che queste brevi storielle vi piaceranno. Buona lettura!







IL CAVALIERE


Il Cavaliere uscì dalla locanda in cui aveva passato la notte. La luce rosata dell’alba tingeva la facciata di un colore caldo, dandole un aspetto quasi grazioso.
Un cane – un buffo bastardo che l’aveva seguito fin lì – sgattaiolò fuori dalla stalla e gli si avvicinò scodinzolando.
Ehilà,” gli disse il Cavaliere. “Ehilà...” Esitò alla ricerca di un nome. Il cane gli rivolse lo sguardo ambrato. “Guinefort?”
Altro scodinzolio.
Guinefort,” ripeté l’uomo. Sorrise. “È un nome santo.”
Si chinò ad accarezzare il dorso della bestia. “Sei come me,” disse poi rialzandosi, con qualche difficoltà per via dell’armatura completa. “Anche tu sei in cerca di un padrone, non è vero?”
Emise un sospiro. Il suo signore era morto di recente, gli eredi non avevano ritenuto di avvalersi oltre dei suoi servigi.
E così,” gli disse, frugando la bisaccia per trovare qualcosa da offrirgli, “ora sono solo un cavaliere errante, alla ricerca di un signore da servire.” Estrasse finalmente un pezzetto di salsiccia e lo lasciò cadere a terra. Il cane scodinzolò di nuovo.
Giunse il garzone di stalla con il suo destriero. Una bella bestia, forte e robusta. Gli eredi del suo signore l’avevano considerato l’indennizzo per i suoi anni di servizio.
Gli batté una pacca sulla groppa, si assicurò che il sottopancia fosse stretto a dovere e con la disinvoltura dell’abitudine montò in sella.
Fece un cenno di saluto al ragazzo, staccò dal muro la lancia e se la bilanciò sulla spalla, poi si mise in cammino.
Il cane gli trotterellò dietro.
Abbandonò il centro abitato. Il bosco era spoglio, sul sentiero scrocchiavano le foglie secche. Tra i rami si intravedeva, in cima alla collina, un paese arroccato, irto di torri.
Il Cavaliere lo fissò: correva voce che il signore di quel posto fosse generoso, forse l’avrebbe preso come uomo d’arme.
Era immerso in quelle considerazioni quando d’un tratto si irrigidì, rinserrando d’istinto la presa su redini e lancia. Si girò alla propria destra in preda a un’indefinita sensazione di allarme e un refolo ghiacciato lo fece rabbrividire. Udì un tinnire vago e d’un tratto si vide morto, le mani disseccate, le ossa che biancheggiavano spuntando dalle giunture, le orbite vuote. Scrollò la testa come per scacciare l’orrenda visione.
Tese a quel punto l’orecchio, gli parve che altri zoccoli seguissero quelli del suo destriero. Un passo stentato e irregolare, accompagnato da un ansare rauco.
Si girò sulla sella, ma dietro di lui si allungavano solo i rami spogli degli alberi. Radi arbusti frusciavano appena.
Ebbe però l’impressione che l’aria fredda portasse con sé un vago sentore di zolfo.
Una strana paura indefinita, sottile, gli fece irrigidire i muscoli.
Guinefort?” mormorò.
Il cane batté appena la coda, come per dirgli che poteva andare avanti, che non sarebbe successo niente di male. Che il buon signore del paese in cima alla collina lo stava aspettando e avrebbe senz’altro trovato utile ingaggiare un bravo cavaliere, il suo cavallo e il suo cane.
Sereno e impavido, il Cavaliere proseguì.





LA MORTE


La Morte rizzò la testa così bruscamente che la serpe arrotolata alla sua corona emise un sibilo di disappunto. Fece scorrere lo sguardo sull’uomo disteso nel letto, sulla moglie inginocchiata accanto a lui, sui figli che piangevano.
Percepiva la vita di ognuno di loro. Fiammelle, alcune vive e brillanti, altre fioche, stentate, quasi spente.
Si fece indietro. Volse le orbite vuote alla finestra, da cui penetrava la luce rosata dell’alba, e la percezione di un’altra fiamma attrasse la sua attenzione.
Una fiamma vigorosa, pura, che aveva inseguito a lungo, sempre sperando di ghermirla, mai riuscendovi.
Guardò la clessidra: gli ultimi grani si stavano incamminando verso la strozzatura centrale. La donna pregava, i bambini continuavano a piangere.
Se ne andò senza curarsi più di estinguere quella lucetta fioca, lasciandosi dietro gente che gridava al miracolo.
La cosa la lasciò indifferente. Sarebbe ripassata: la Morte è fedele come un cane.
Volse lo sguardo alla locanda, colse il baluginare dei primi raggi sull’armatura lustra del Cavaliere. Guardò la clessidra, che ora era piena per metà. La sabbia scendeva alacre, in un flusso silenzioso e regolare.
Lo raggiunse e si apprestò ad accompagnarlo. La Morte di un Cavaliere cavalca, ed essa montò su una stentata buscalfana, corrotta parodia di destriero. La bestia portava un campanello al collo, perché la Morte dà sempre qualche segno di sé quando è vicina.
Gli si mise alla destra, come un vecchio compagno d’arme, come il Figlio di Dio. Sollevò la clessidra, ma essa rimaneva piena per metà di una sabbia bianca e fine. “Cavaliere,” gli sussurrò all’orecchio. Il campanello del ronzino tintinnò lieve.
L’uomo si girò, la Morte lo vide impallidire, rinserrare la presa su armi che non l’avrebbero aiutato.
Di nuovo lo chiamò suadente.
Un’altra presenza attirò allora la sua attenzione: giungeva arrancando su piedi caprini, gli artigli serrati su una rozza lancia rugginosa, un essere zoppo e cornuto, alato, zannuto. Occhi di bragia ardevano in una testa che non apparteneva a nessun animale e al tempo stesso a tutti.
È mia quest’anima?” sibilò. Tese una grinfia verso il Cavaliere, che subito si girò sulla sella, scrutando attento dietro di sé.
Lo vedi anche tu,” disse la Morte mostrandogli la clessidra, “il suo tempo non è giunto.”
Posso tentarlo,” replicò il Diavolo, “posso spingerlo a uccidersi.”
Non ti darebbe ascolto. In più ora c’è quel cane, vedi?”
Che c’entra il cane?”
Gli dà speranza, e la speranza è mia nemica.” I serpenti che le avvolgevano il collo sibilarono rabbiosi.
Posso suscitargli odio per quel rognoso,” replicò il Diavolo, “posso spingerlo a ucciderlo con le sue mani e poi a macerarsi nella colpa così tanto da desiderare di uccidersi a sua volta. Io posso, lo sai.”
La Morte scosse la testa. “Non ti darà ascolto. Parlerà col cane, piuttosto, ora vedrai.”
Con voce esitante, il Cavaliere mormorò: “Guinefort?”
Il cane diede due colpi di coda. L’uomo si raddrizzò sulla sella, fissò in avanti uno sguardo chiaro e sicuro.
Alla Morte non rimase che accompagnarlo silenziosa.





IL DIAVOLO


Appollaiato sul tetto della locanda, il Diavolo scrutava nelle stanze. Vide una delle serve staccare una collana di salsicce da un trave e poi passarla al suo uomo, appostato fuori dalla finestra. Il padrone nel frattempo si stava intrattenendo con l’altra serva.
Nella scuderia, il garzone stava usando dei dadi truccati per derubare un ignaro viaggiatore degli ultimi soldi.
Fregandosi le grinfie soddisfatto, si sentì un contadino che guarda le messi imbiondire.
Un gallo cantò e un baluginare metallico attirò la sua attenzione.
Socchiuse gli occhi. Avrebbe ghignato, se il suo grugno gliel’avesse consentito, ma il Diavolo ha le fattezze che la gente gli attribuisce, e se a Costantinopoli poteva permettersi i lineamenti aggraziati di un angelo caduto, in quella sperduta regione della Germania gli toccava un orrendo ibrido composto da parti di ogni animale della foresta.
Poco male, avrebbe ottenuto ugualmente quello che voleva.
Fissò lo sguardo sul Cavaliere. Poteva leggere i suoi pensieri come un libro, poteva addentrarsi nelle pieghe più riposte della sua anima, in quelle zone d’ombra che nemmeno un Padre Confessore aveva mai visto.
Perché tutti avevano zone d’ombra, lo sapeva bene. Persino i santi anelavano al peccato.
Abbandonò il tetto dell’edificio.
Fissò lo sguardo sulla lancia che il Cavaliere si stava bilanciando sulla spalla e lesse sulla sua lama l’identità di tutte le creature cui essa aveva tolto la vita, compresa la volpe di cui il Cavaliere conservava ancora la coda.
“Il sangue pesa più del ferro, non è vero?” suggerì mellifluo.
Il Cavaliere però parve non dargli ascolto.
Il Diavolo vide che avevano la prevalenza pensieri prosaici, che avevano a che fare con la scarsella che si andava vuotando, con il signore che non c’era più e con un nuovo signore che forse l’avrebbe accettato come uomo d’arme.
Valutò se andare da quel nuovo signore – un noioso bigotto – e instillargli l’idea di sbatterlo in cella con qualche scusa non appena si fosse presentato alla sua porta.
Sarebbe stato divertente.
Lo raggiunse saltellando sui piedi caprini e vide che al suo fianco cavalcava la Morte.
“È mia quest’anima?” sibilò.
Tese una grinfia verso il Cavaliere ed ebbe la soddisfazione di vederlo sobbalzare e girarsi allarmato. Sapeva che non avrebbe potuto vederlo, ma gli mostrò comunque le zanne.
La Morte però alzò la clessidra, e in tono solenne disse: “Lo vedi anche tu, il suo tempo non è giunto.”
Il Diavolo sbuffò noncurante: inezie. “Posso tentarlo,” disse. “Posso spingerlo a uccidersi.”
La Morte farneticò stupidaggini sul potere benefico del cane.
“Posso suscitargli odio per quel rognoso. Posso spingerlo a ucciderlo con le sue mani e poi a macerarsi nella colpa così tanto da desiderare di uccidersi a sua volta. Io posso, lo sai.”
La Morte scosse la testa. “Non ti darà ascolto. Parlerà col cane, piuttosto. Ora vedrai.”
Il Cavaliere infatti mormorò: “Guinefort?”
Il Diavolo riprovò a entrargli nell’anima, ma dovette stringere gli occhi per la troppa luce. La abbandonò.
“Bastardo pulcioso,” imprecò, e rimase ad arrancargli dietro assieme alla Morte.



   
 
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