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Autore: Star_Rover    26/01/2020    10 recensioni
Fronte Occidentale, 1917.
La guerra di logoramento ha consumato l’animo e lo spirito di molti ufficiali valorosi e coraggiosi.
Dopo anni di sacrifici e sofferenze anche il tenente Richard Green è ormai stanco e disilluso, ma nonostante tutto è ancora determinato a fare il suo dovere.
Inaspettatamente l’ufficiale ritrova speranza salvando la vita di un giovane soldato, con il quale instaura un profondo legame.
Al fronte però il conflitto prosegue inesorabilmente, trascinando chiunque nel suo vortice di morte e distruzione.
Genere: Angst, Drammatico, Guerra | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza | Contesto: Il Novecento, Guerre mondiali
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I. Il ragazzo del rancio
 
Il maggiore Farrell bevve un lungo sorso dalla sua fiaschetta di whiskey, poi estrasse due sigarette dal taschino della giacca offrendone una al suo compagno.
Il tenente Green accettò, l’accese con un fiammifero e la portò con calma alle labbra.
«Sai Richard, questa potrebbe essere una grande occasione per vincere la guerra» disse Farrell con cieca convinzione.
Il tenente espirò una nuvola di fumo: «è dall’inizio del conflitto che stiamo combattendo la nostra ultima battaglia»
«Dovresti avere fiducia nell’Esercito britannico» lo rimproverò.
L’altro alzò le spalle: «in ogni caso temo che la fine non sia così vicina»
Il maggiore sbuffò, ormai era abituato alle sue ciniche risposte.
Green osservò con aria assorta la cartina aperta sul tavolo, spostò qualche segnale rosso e blu e tracciò alcune linee a matita.
I due ufficiali stavano attendendo da almeno un’ora la corvée di cucina dalle retrovie, i trasporti in prima linea erano sempre rischiosi, a volte insieme alla merce giungeva anche un cadavere da seppellire.
Finalmente sentirono delle voci, poco dopo una giovane recluta entrò nel rifugio portando la cena.
Il tenente Green riconobbe il soldato che da un po’ di tempo riforniva i suoi uomini, la sua era una presenza benvoluta, ormai tutti provavano una certa simpatia per il ragazzo del rancio.
L’ufficiale osservò il suo aspetto malandato, aveva la divisa strappata, il viso sporco di terra e gli occhi spalancati dal terrore. A stento si reggeva sulle gambe tremanti. Probabilmente lui e i suoi compagni erano appena sfuggiti alle pallottole tedesche.
«Ei, ragazzo! Che è successo? Ti sei perso per strada?» domandò il maggiore con aria irrisoria.
«Mi scusi signore, hanno bombardato il settore est e ci sono stati problemi con le provviste» rispose lui con sincero rammarico.
Richard lo ringraziò con educazione, ma rimase alquanto deluso nel ritrovarsi davanti alla solita pietanza insipida. Erano giorni che le truppe tiravano avanti ingurgitando solo brodaglia.
Il tenente sospirò, se il sergente Redmond avesse avuto una mira migliore in quel momento avrebbero potuto gustare della saporita carne di lepre.
Green consumò la cena in silenzio ascoltando senza troppa attenzione i discorsi di Farrell, i suoi argomenti di conversazione erano alquanto limitati, parlava solo di guerra e donne. Il tenente non riteneva particolarmente brillanti le opinioni del maggiore a riguardo del conflitto e non era affatto interessato alle sue assurde avventure amorose. Non trovava nemmeno eccitanti i suoi racconti più osceni che erotici, ma questo probabilmente era dovuto al fatto che non era attratto dal gentil sesso.
Nonostante ciò attese pazientemente la fine del suo discorso, limitandosi a interagire con lievi cenni e aiutandosi a sopportare la noia con frequenti sorsi di vino francese.
Più tardi il tenente uscì dal rifugio per fumare un’altra sigaretta e fare una breve passeggiata. Lo attendeva una lunga notte, era certo che non sarebbe riuscito a riposare nemmeno durante le poche ore concesse.
Camminò lungo la trincea e si fermò a un punto di guardia, tutto pareva tranquillo, la terra di nessuno era inghiottita dall’oscurità e il filo spinato rifletteva i raggi argentei della luna.
Green sospirò, lasciò vagare liberamente i pensieri, nella sua mente comparve la figura del ragazzo del rancio. In lui aveva notato qualcosa di diverso, ma non sapeva ancora di che potesse trattarsi esattamente. Forse gradiva solo la sua presenza, si sentiva rassicurato dalla sua aria pura e innocente. L’ufficiale si rattristò, quel soldato non poteva avere più di vent’anni e già lo attendeva un triste destino.
Green gettò via il mozzicone, diede un ultimo sguardo al cielo stellato, poi si incamminò nuovamente verso il rifugio.
 
Quella notte sognò un episodio della battaglia delle Fiandre.
 
Pioveva ormai da settimane, il cielo era sempre grigio come le divise del nemico e l’umore dei suoi compagni. Green, appena promosso a sottufficiale, avanzava arrancando negli abiti zuppi d’acqua, trascinando i pesanti stivali nel fango.
Sembrava tutto tranquillo, lui e il soldato semplice Davis erano soli in un sentiero di collegamento tra il settore C e la prima linea. All’improvviso il suo compagno cadde disteso, nessuno dei due aveva sentito l’eco dello sparo. La pallottola aveva raggiunto la gamba di Davis, trapassando la coscia e conficcandosi nel femore. Green si chinò immediatamente per soccorrere il suo amico, il quale gemeva contorcendosi per il dolore.
Il sottufficiale provò a calmarlo e tentò di fermare l’emorragia. Era nervoso, dovevano lasciare al più presto quella zona pericolosa.
Senza esitazione Richard si caricò il ferito sulle spalle ed iniziò una disperata corsa tra esplosioni e proiettili.
I due caddero in trincea e a fatica raggiunsero un riparo. Si riposarono qualche istante in una buca lasciata da una granata, la ferita continuava a sanguinare, il liquido viscoso scivolava dai pantaloni strappati, macchiando anche la divisa di Richard.
Il ferito era ormai disposto ad accettare il suo destino: «fermati, lasciami qui. Almeno tu pensa a salvarti!»
«Non potrei mai abbandonarti, avanti, vedrai che andrà tutto bene»
«Oh, Richard…sono contento di morire al tuo fianco, sei sempre stato un amico così caro…»
«No, non dire così. Vedrai, presto potrai tornare a casa»
Egli pronunciava quelle frasi con la piena consapevolezza di star mentendo, ma quelle bugie erano necessarie per entrambi.
Green sentì di essere ormai privo di forze, eppure non voleva arrendersi, doveva portare in salvo il compagno ferito. Sfinito e stremato, con i polmoni in fiamme e le lacrime agli occhi, attraversò l’intera trincea.
Alla fine giunse davanti all’infermeria, si accasciò al suolo mentre un suo commilitone corse in suo aiuto.
«No, io sto bene. Pensate a lui» ansimò.
Lo sconosciuto gli rivolse uno sguardo affranto: «mi spiace…non possiamo fare più nulla»
Richard non capì: «è stato ferito alla gamba, deve essere operato!»
Il soldato girò leggermente la testa del suo compagno mostrando il volto cereo e gli occhi vitrei.
«Purtroppo è troppo tardi, è morto dissanguato. La pallottola deve aver reciso l’arteria» concluse con freddezza.
Green non riuscì a realizzare ciò che era accaduto, si gettò sul corpo ormai inerme dell’amico, abbandonandosi al suo dolore.

 
Richard si risvegliò con un urlo di terrore, tremava ed era ancora scosso dal terribile incubo. Rimase a lungo immobile nell’oscurità, ripensò al soldato Davis e prendendosi il volto tra le mani scoppiò in lacrime.
 
***

Poco prima dell’alba il tenente Green si rialzò dal suo giaciglio, si sciacquò il viso con l’acqua gelida che aveva raccolto nell’elmetto e, come di usanza nell’Esercito britannico, dedicò il giusto tempo a radersi.
Il ragazzo del rancio 
si presentò puntuale con la colazione e la posta. Il soldato sembrava essersi ripreso dallo spavento della serata precedente, qualche ora di sonno aveva ridonato colore e vivacità a quel volto scarno, ma dai lineamenti armoniosi e delicati.
Green fu rincuorato nel vederlo così allegro, era uno di quei giovani ancora pieni di ideali e di speranze, che sapevano affrontare la vita di trincea con la loro tipica spensieratezza.
La sua visita riportò l’ufficiale di buon umore, egli caricò la pistola e si preparò al suo primo pellegrinaggio per le trincee.
 
In quegli anni Green aveva avuto modo di constatare che i momenti di tranquillità erano particolarmente pericolosi al fronte, gli uomini si rilassavano e abbassavano la guardia, ma dopo la calma giungeva sempre un’improvvisa e violenta tempesta.
Anche quel giorno la precaria condizione di quiete durò soltanto poche ore. Al tramonto la tacita tregua tra i due schieramenti si interruppe bruscamente.
Il tenente era appena tornato dal suo giro di ricognizione quando un’esplosione fece pericolosamente tremare le pareti del suo rifugio, le spesse travi di legno tremarono e un consistente tumulo di terra cadde dal soffitto. Il fragore assordante lasciò Green confuso e stordito.
L’ufficiale tossì nella polvere, all’esterno intravide una minacciosa nube verde, a tentoni cercò la maschera antigas, la indossò e freneticamente si diresse verso l’uscita.
Appena giunse all’aperto si ritrovò davanti ad uno spettacolo tanto orribile quanto affascinante, decine di razzi esplosero nel cielo rossastro del crepuscolo, erano le segnalazioni nemiche per indirizzare il fuoco. Green proseguì lungo i camminamenti, avvicinandosi alla prima linea venne circondato da una fitta nebbia.
Egli iniziò a correre per tentare di sfuggire ai vapori mortali, così facendo però presto fu costretto a togliersi la maschera, i vetri erano sporchi di fango e cenere, inoltre il suo respiro era diventato affannoso e la valvola non gli permetteva di aspirare abbastanza ossigeno.
Il tenente riuscì a gettarsi appena in tempo in una buca lasciata da una granata, evitando così di essere colpito da una bomba che cadde proprio davanti alla trincea. Una parete franò ed un’intensa pioggia di scaglie metalliche si abbatté violentemente contro la linea inglese.
Green riemerse dalla sua fossa scavando con le unghie nella terra argillosa, la prima cosa che vide davanti a sé fu il cadavere di un suo commilitone. Il cranio dell’uomo era stato fracassato da una lastra metallica.
L’ufficiale si rialzò barcollando, a stento trattenne un conato di vomito. Lentamente riprese la sua avanzata tra i camminamenti bruciati, dovette fermarsi qualche istante prima di raggiungere la sua postazione, per riprendere fiato e calmare i nervi.
La situazione sembrava sotto controllo, ogni soldato si era dimostrato rapido ed efficiente nel preparare il contrattacco. Soltanto i barellieri erano in difficoltà poiché si ritrovarono a dover raccogliere un buon numero di feriti gementi e sofferenti.
Green non ebbe molto tempo per organizzare l’azione, dopo la breve pausa il fronte tedesco riaprì il fuoco. Il tenente strisciò fino al bordo della trincea, rapidamente posizionò il fucile e puntò l’arma.
Ogni tanto qualche elmetto risplendeva al chiarore della sera, l’inglese non perse l’occasione di sparare a quegli incauti soldati. Una strana esaltazione iniziò a scorrere nelle sue vene, si sentì come un cacciatore nelle radure dell'Essex, ogni tedesco che camminava al di sopra della copertura era una preda ambita.
In quel momento individuò un altro luccichio nell’oscurità, stavolta il colpo fu preciso e sicuro.
La sentinella al suo fianco assistette alla scena attraverso il binocolo: «complimenti tenente! L’ha preso!»
Le sue parole risvegliarono Green da quella sorta di allucinazione.
«Ei ragazzi! Il tenente Green ha fatto saltare le cervella a un crucco!» gridò la sentinella rivolgendosi ai suoi compagni, i quali esultarono con eccitazione. Erano tutti stremati e spaventati, l’idea di un nemico in meno poteva essere una misera consolazione, ma per loro era una grande speranza.
Dopo quell’episodio l’ufficiale abbandonò la sua postazione per controllare i nidi delle mitragliatrici.
Vickers Lewis 
scoppiettavano incessantemente, il tenente provò una gradevole soddisfazione nel notare i manicotti fumanti e incandescenti. Le squadre erano ben addestrate e maneggiavano attrezzature e munizioni con estrema precisione e rapidità. Un sottufficiale fu ferito dal metallo rovente, prova che aveva sparato fino all’ultimo proiettile.
Green si allontanò, stava per raggiungere un punto di osservazione quando l’ennesima esplosione lo scaraventò violentemente contro il muro di terra. Si rialzò imprecando, recuperò il fucile e nuovamente immerso nel furore della battaglia corse nel mezzo dell’azione.
 
Tutto accadde molto rapidamente, senza rendersene conto il tenente Green si ritrovò coinvolto in un violento scontro a fuoco in un cratere fangoso. Alla fine i tedeschi erano usciti all’assalto e alcuni di loro, coperti dal fuoco dell’artiglieria, erano riusciti a superare il filo spianto.
Il tenente avvertì i proiettili fendere l’aria sopra alla sua testa, l’inconfondibile botto delle bombe a mano indicava che il nemico era sempre più vicino.
Il sergente Redmond sparava come un dannato, anche le sue urla di frustrazione sembravano provenire dagli inferi.
Green adottò una tecnica più prudente, sparava con rapidità e si ritirava in alternanza al nemico, quello scontro prese il ritmo di una danza infuocata.
 
Lentamente gli spari si diradarono, poi all’improvviso la campagna tornò avvolta nel silenzio, il nemico si era ritirato scomparendo nell’oscurità.
Green passò la manica sulla fronte impregnata di sudore, sembrava che lo scontro fosse giunto al termine. Era ormai deciso a rientrare in trincea quando ad un tratto avvertì un debole lamento. Cautamente si avvicinò al bordo di un fosso, sul fondo trovò un soldato ferito, un proiettile l’aveva colpito al fianco destro, dal quale fuoriusciva un rivolo di sangue. Il giovane era immobile, ansimava e gemeva dal dolore.
Il tenente riconobbe il suo volto sporco di fango, era il ragazzo del rancio. Senza esitazione si gettò nella buca per soccorrerlo. Il ferito era sveglio, ma pareva incosciente.
Green cercò di bloccare l’emorragia, poi trascinò il giovane in superficie. Provò a comunicare con lui, ma le sue risposte furono soltanto insensati mugolii e spasmi di sofferenza.
Il tenente si rassegnò, non avendo altra scelta si caricò la recluta sulle spalle e con quel fardello insanguinato tornò in trincea.
«Forza ragazzo, resisti!» disse a denti stretti, continuando a sostenerlo facendosi carico del suo peso.
Poiché i collegamenti con l’ospedale da campo erano stati colpiti di recente dall’aviazione nemica e l’infermeria era gremita di soldati Green trovò come soluzione più semplice quella di portare il ferito nel suo rifugio, almeno per quella notte.
Così trasportò il ragazzo in fondo al cunicolo e con delicatezza adagiò il suo corpo sulla branda di legno.
 
L’ufficiale medico Jones era ormai esausto, le sue maniche erano ancora sporche di sangue per i numerosi interventi delle ultime ore. Quando giunse all’entrata del rifugio non pose domande e non si intrattenne con inutili conversazioni.
Il medico si occupò immediatamente del ferito, il quale era ancora privo di sensi. Richard si avvicinò con esitazione, il ragazzo giaceva inerme e ansante, aveva la fronte bagnata di sudore, spesso il suo corpo veniva scosso da intensi brividi a causa della febbre.
«Che ne sarà di lui?» chiese con apprensione.
«Se riuscirà a guarire dalla febbre potrebbe avere qualche possibilità di riprendersi. Non posso affermare nulla con certezza, il soggetto è ancora molto debole» disse Jones.
«Non può fare altro per aiutarlo?»
L’uomo scosse la testa: «al momento possiamo soltanto aspettare e pregare»
Richard ringraziò il medico offrendogli del vino rosso in una tazza metallica.
Jones aveva salvato la vita al tenente Green quando sulle rive della Somme una scheggia di granata gli si era conficcata nello stomaco, da allora i due avevano mantenuto un buon rapporto. Entrambi avevano sofferto profondamente a causa della guerra, ormai sapevano comunicare il proprio dolore senza dire una parola.
Gli ufficiali avvertirono uno strepito di mitragliatrice, poi ancora silenzio. Probabilmente una sentinella aveva ancora i nervi tesi per la battaglia.
Jones rivolse un ultimo sguardo al ferito, il suo volto rimase inespressivo, poi sgusciò fuori dal rifugio salutando il tenente con un semplice cenno.
L’ufficiale rimase accanto all’infermo per l’intera nottata riflettendo sulla situazione. Razionalmente quel ragazzo era solo uno dei tanti, ma Green provò un’intensa pietà nei suoi confronti. Non si sentì pronto ad abbandonarlo al proprio destino.
 
***

Nel periodo seguente le attività al fronte tornarono alla regolarità, dopo il cruento attacco il nemico si ritirò nelle sue trincee tornando a diventare una presenza di pericolo costante, ma invisibile.
Il tenente Green trascorse quelle giornate fungendo da infermiere per il ferito, in attesa del suo risveglio.
 
Richard si era addormentato sulla sua sedia accanto al giaciglio del malato, alla fine aveva ceduto alla stanchezza. Nel momento in cui la sua mano cadde sulle coperte avvertì un anomalo movimento, con uno spasmo il ferito afferrò il suo polso stringendolo con forza e decisione, come se quell’arto fosse il suo unico appiglio alla vita.
Il tenente, dopo il primo istante di spavento, esternò la sua felicità per quel risveglio.
«Bentornato ragazzo» disse osservando con sollievo e speranza i suoi occhi aperti, che finalmente mostravano le iridi celesti.
Il giovane tentò di parlare, ma non emise altro che un lamento strozzato.
Richard versò dell’acqua in un bicchiere e lo portò alle sue labbra secche, il ragazzo deglutì a fatica, ma poco dopo parve star meglio.
In quel momento il tenente si rese conto di non conoscere nemmeno il suo nome.
«Come ti chiami?» chiese con tono benevolo.
Il giovane rispose con un filo di voce: «Fionn, ma tutti mi chiamano Finn»
Green sorrise: «bene Finn, il dottore ha detto che ti riprenderai, ma avrai bisogno di un po’ di tempo»
Il ferito si guardò intorno con aria confusa e smarrita: «dove sono?»
«Nel mio rifugio» rivelò il tenente.
Egli parve allarmarsi.
«Non preoccuparti, potrai restare finché non recupererai le forze»
«No signore, non posso…» si oppose Finn provando a muoversi.
Green lo trattenne e tentò di rassicurarlo: «calmati, va tutto bene. Questo buco non è una reggia, ma c’è spazio per entrambi»
«Non voglio disturbarla, e poi devo tornare insieme ai miei compagni»
Richard manifestò il suo dissenso: «hai bisogno di riposare, qui potrai stare tranquillo. E poi non mi dispiace avere un po’ di compagnia»
Finn si arrese distendendosi nuovamente sul suo giaciglio.
«Adesso devo andare, chiederò al dottor Jones di passare a visitarti» concluse il tenente rialzandosi.
Il giovane sussultò: «aspetti…»
Green rimase a fissarlo in attesa delle sue parole.
«Volevo ringraziarla per avermi salvato» disse ansimando.
L’ufficiale si limitò ad una frase di circostanza: «ho solo fatto il mio dovere»
Detto ciò recuperò la sua pistola e uscì per la solita ronda nelle trincee di collegamento.
 
Quella notte, durante un’uscita di ricognizione, la squadra del tenente Green riuscì a catturare un ufficiale nemico. Un gruppo di tre tedeschi aveva avventatamente attraversato la terra di nessuno, Richard aveva proposto di lanciare una granata e catturare i soldati quando essi si sarebbero gettati in una buca per ripararsi. Purtroppo questo piano era saltato per colpa dell’irruenza del soldato Lane, che in preda al desiderio di vendetta per la recente perdita del fratello aveva sparato senza esitazione al nemico.
Fortunatamente Green era riuscito a fermarlo in tempo per evitare che anche il terzo uomo, il più importante, diventasse un suo bersaglio.
Il tenente Schmidt non ebbe altra scelta che arrendersi e seguire gli inglesi.
Green rimase particolarmente impressionato dal prigioniero, il quale, ferito e umiliato dalla sconfitta, pareva ancora pronto a sfidare il suo avversario.
La divisa grigia era macchiata di fango e sangue, eppure l’ufficiale manteneva con orgoglio la propria dignità. Il suo petto era decorato con una croce di ferro, dunque si trattava di un eroe di guerra.
Anche il suo volto era segnato dalla fame e dalla fatica, ma negli occhi lucidi brillava ancora il suo desiderio di rivalsa. Era evidente che non si fosse ancora arreso al suo destino.
Durante l’interrogatorio Richard ebbe modo di valutare l’integrità e la fedeltà del tedesco, nonostante la rivalità ammirò la determinazione del nemico.
Quando abbandonò la cella non poté evitare di interrogarsi sul destino del detenuto, probabilmente sarebbe stato deportato insieme ad altri suoi commilitoni nei campi di internamento per prigionieri di guerra in Galles o in Irlanda.
Richard si incupì, in fondo era triste pensare ad un uomo così forte e orgoglioso ridotto in catene come un comune criminale.
 
***

Finn era ancora debole e febbricitante, ma le sue condizioni miglioravano rapidamente anche grazie alle cure e alle attenzioni del tenente.
Il giovane osservò l’ufficiale, il quale era seduto al tavolo a leggere accanto alla luce della lanterna.
Si sentì stranito da quella situazione, aveva sempre stimato il tenente Green, dal primo momento quell’uomo aveva esercitato un certo fascino su di lui. Ben presto aveva avuto la prova che non si trattava soltanto di semplice ammirazione. Indubbiamente il giovane ufficiale era un uomo di bell’aspetto, con un fisico da soldato, alto e atletico. Il suo volto indurito dalla guerra e il suo sguardo intenso gli conferivano un’aria intrigante.
Finn sospirò, nelle sue condizioni avrebbe potuto incolpare la febbre per quei pensieri impuri riguardanti il suo comandante, ma la verità era che quelle fantasie giacevano già da tempo nella sua mente.
Il ragazzo si riprese avvertendo la voce di Green.
«Sai, stavo pensando ad una cosa…»
Egli attese con curiosità.
«Se vuoi puoi restare qui, avrei davvero bisogno di un assistente»
Lo sguardo del giovane si illuminò: «sta dicendo sul serio?»
Green annuì: «suppongo che quando ti sarai ripreso non avrai voglia di tornare a pelare patate»
Finn sorrise: «signore, per me sarebbe un onore!»
Il tenente tornò a rivolgere la sua attenzione alle poesie di Baudelaire: «bene, allora considera concluso il nostro accordo»
 
***

Si trattò di una battaglia rapida, ma intensa. Le truppe britanniche affrontarono il nemico a campo aperto sferrando un violento attacco. L’assalto non fu definitivo, ma costrinse i tedeschi ad arretrare e ad abbandonare un buon numero di postazioni.
Per tutta la durata dell’azione Finn rimase nel rifugio, aspettando con ansia il termine dello scontro e il ritorno del tenente. Quell’attesa si rivelò snervante, il ragazzo non sopportava l’idea di essere costretto a restare rintanato come un vigliacco mentre i suoi commilitoni stavano affrontando i pericoli della battaglia. Purtroppo il dolore al fianco era ancora troppo intenso e in ogni caso non avrebbe potuto rendersi utile.
Quando vide la figura del tenente sbucare dal cunicolo quasi sobbalzò per l’emozione, il suo superiore era stanco e malconcio, ma ancora tutto intero.
«Signore, è ferito!» notò con apprensione indicando la benda sul suo braccio.
«Non è nulla di grave, si tratta soltanto di un graffio» lo rassicurò lui.
Durante la cena l’ufficiale raccontò al giovane soldato gli avvenimenti cruciali della battaglia, istruendolo sulle tecniche di combattimento, sulle strategie belliche e sul corretto utilizzo delle armi.
Finn ascoltò tutto con estrema attenzione, il suo battesimo di fuoco era stato particolarmente cruento, ma già ferveva all’idea di affiancare il suo valoroso comandante sul campo di battaglia.
Richard non si lasciò trasportare dalle emozioni, narrò le sue esperienze con tono freddo e distaccato. Egli conosceva ormai bene la dura realtà della guerra ed era consapevole che in quel cruento massacro non restava più nulla di eroico o romantico.
 
In lontananza avvertirono le grida e i canti dei soldati, alcuni di loro erano già ubriachi, qualche ufficiale doveva aver dato fondo alle riserve di alcolici per festeggiare la recente vittoria.
«Dovrebbe unirsi agli altri, sembrano tutti felici per questa conquista» commentò Finn.
L’ufficiale alzò le spalle: «ho smesso di festeggiare da tanto tempo ormai…»
Il giovane provò una certa inquietudine nel sentire quelle parole e si rattristò per la condizione del suo commilitone.
Il tenente Green si avvicinò al suo giaciglio per controllare la sua ferita, la quale non si era ancora rimarginata. Quella volta l’ufficiale non attese il ritorno di Jones e pensò da solo a sistemare la fasciatura. Con calma e pazienza aiutò il suo compagno a svestirsi, lentamente tolse le bende impregnate di sangue e disinfettò le ferite.
Finn sussultò leggermente avvertendo il suo tocco sulla pelle, poi digrignò i denti trattenendo una smorfia di dolore.
Richard passò un panno umido su quel corpo esile e denutrito, l’ardua vita del fronte aveva provato duramente il suo fisico. 
Quando ebbe terminato la medicazione Richard non si allontanò, restò a fianco del suo assistente, perdendosi nei suoi pensieri con uno sguardo triste e malinconico.
Dopo un po’ Finn prese coraggio e si decise ad interrompere il silenzio.
«Oggi ho avuto paura, ho temuto di non rivederla più» rivelò con voce tremante.
Green fu colpito da quelle parole, nessuno si era mai preoccupato in quel modo per lui.
Senza dire altro Finn allungò una mano verso il viso dell’ufficiale sfiorando la sua pelle con una lieve carezza. Richard rimase immobile, non ricordava l’ultima volta in cui aveva trovato un simile conforto nel calore umano. I due si guardarono a lungo negli occhi, alla fine Finn cedette all’istinto e si protese in avanti, le loro labbra si unirono in un leggero bacio. Il ragazzo era convinto che il suo superiore l’avrebbe respinto, invece ciò non accadde. Quando si distaccarono Green indugiò qualche istante, poi si riavvicinò con più decisione. Ben presto l’esitazione iniziale lasciò spazio alla bramosia e alla passione.
  
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