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Autore: _Il colore del vento_    08/06/2020    6 recensioni
"Under the rug" :
The phrase is typically used with the verbs "sweep" and "brush," likened to how dirt would be swept under a rug to hastily hide it. Kept secret or hidden from view.
Queste storie non sono che piccoli granelli di polvere non ancora spazzati via.
1-Inside its chest;
2- Come i musei d'estate;
Genere: Introspettivo, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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C'è un mostro acquattato nel mio petto,
per lo più dorme
e io lo lascio dormire.
Non so chi sia arrivato prima
a dilaniare l'altro;
del resto, se mi volto indietro,
incombe unicamente il buio.
 
È sempre notte, hai notato?
Non riesci a vedere niente,
ma proprio niente,
prima di ritrovarti stretto qui,
nella pelle e nelle ossa.
 
Forse sono venuta prima io
e poi l'ho accolto;
forse c'era prima lui
e io l'ho divorato.
 
Conosco bene il suo nome,
ma non mi va di pronunciarlo,
perché poi lo so che il mio riflesso
non mi guarderebbe più negli occhi.
 
C'è un mostro acquattato nel mio petto,
che ogni tanto si sveglia
e mi sbrindella il cuore.
Io vorrei dirgli di lasciarlo stare,
di trovarsi qualcos'altro con cui giocare:
“Il cuore no,” provo a dirgli,
“il cuore mi serve!”
Allora lui scopre i denti
e mi sembra quasi che sorrida
– anche se lo so, certo, che i mostri non sorridono mica.
E sembra che mi parli, anche,
anche se non sa parlare.
 
Forse vivere nel mio petto
l'ha reso più umano;
forse custodirlo nel petto
mi ha reso meno umana.
 
Ma, comunque,
a me sembra proprio che parli.
Le altre persone nella stanza
non lo sentono mai,
perciò alla fine l'ho capito,
che è solo la mia attenzione che cerca.
 
“Che te ne fai del cuore?”
sembra che dica questo.
Non ne sono sicura,
perché io mi copro sempre
le orecchie con le mani.
“Che te ne fai,
se tanto neanche ti fa male?”
 
E allora io lo guardo.
Ogni volta mi squarcio il petto:
“Non è vero!” urlo nella sua direzione.
“Non è vero che non sento niente.
Come puoi dire una cosa simile?”
 
Ma, effettivamente,
quando il mostro vi affonda i denti,
nel mio cuore difettoso
- ancora e ancora e ancora -,
mi sorprendo di non provare dolore.
E allora mi spavento
e mi ricucio il petto con mani tremanti.
 
“Non dovrebbe dirlo!”
esclamo a una stanza vuota,
mentre mi graffio le guance.
Se solo capisse, mi lascerebbe andare!
Se solo capisse che è molto peggio,
incredibilmente peggio,
non sentire niente.
Non riderebbe mica, se solo capisse
quanta fatica ci vuole
a sopportare il vuoto.
 
A volte ci provo a socchiudermi il petto.
Ci infilo un ramo
e, piano, con delicatezza,
colpisco il fianco del mostro dormiente.
Lui solleva la testa e annusa l'aria;
e io, rapida, gli indico i boschi e il mare,
la luna e le stelle.
 
“Perché non vai via?”
gli chiedo speranzosa.
“C'è un mondo intero da abitare.”
Lui mi fissa dritto negli occhi,
anche se non so come, dato che lui non ne ha,
e di nuovo mi parla senza parlare.
“Non posso andar via,” dice,
“io non sono fatto per i boschi o per il mare.
Io sopravvivo solo al confine del baratro.”
“E qui si sta bene,” conclude,
“qui si sta proprio bene.”
 
C'è un mostro acquattato nel mio petto,
per lo più dorme
e io lo lascio dormire.
Qualche volta si sveglia
e mi sbrindella il cuore ormai a pezzi
(anche se è tanto, ormai, ma proprio tanto
che ha smesso di farmi male).
Non lo so, sai,
per quanto tempo ancora
io e lui andremo avanti così.
 
Anche se a volte ancora mi chiedo
chi sia arrivato prima a dilaniare l'altro,
non è di quello che ora ho paura, no.
Ora mi stringo le ginocchia al petto,
a questo petto squarciato e ricucito,
le porto contro la tana del mostro che dorme
e mi sembra quasi di saperlo già,
come andrà a finire:
lui alla fine prenderà il mio posto.
 
Alla fine ci sarà solo lui,
e sarò io a dormirgli nel petto.
  
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