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Autore: MaxT    03/01/2021    2 recensioni
Antartide, anno 2047. Il trattato che vieta la militarizzazione e lo sfruttamento minerario del continente ghiacciato sta per scadere, mentre il cambiamento climatico ha iniziato a colorare i ghiacci in lento scioglimento con fioriture colorate di alghe unicellulari.
Un uomo e una donna, sopravvissuti allo schianto di un aereo, stanno cercando di salvarsi raggiungendo su una motoslitta una lontana stazione meteorologica segnata su una mappa. Entrambi si nascondono a vicenda un segreto mentre, osservati da occhi invisibili, proseguono verso il luogo misterioso. Vi troveranno la salvezza, o l'epicentro del pericolo che li minaccia?
La storia partecipa al concorso 'Manuale di Sopravvivenza Vol.1' indetto da Spettro94
Genere: Avventura, Science-fiction, Thriller | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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NEVE ROSSA

 

Capitolo 1: Schianto nell'Antartide

 

 

... E ora una notizia da New York. La sesta conferenza internazionale sull'Antartide sembra avviata alla conclusione che il trattato antartico del 1959 non sarà rinnovato. Il trattato è quindi destinato a spirare tra due anni, nel 2049. Con il proseguire del disgelo dovuto al riscaldamento globale, tratti sempre più estesi di costa risultano liberi dai ghiacci, e alcuni centri, nominalmente stazioni scientifiche, cominciano a somigliare a piccole città. La conferenza sembra avviata a finire tra le polemiche dopo che diverse nazioni hanno contestato le storiche rivendicazioni territoriali di alcuni paesi definendole sproporzionate. La Russia e la Cina hanno contestato, in particolare, le rivendicazioni australiane che si estendono a circa un terzo del ...”

Passazhirov prosyat podgotovit'sya k avariynoy posadke. Pristegnite remni bezopasnosti...”

 

“Si svegli!”.

Roger sussultò a quelle parole e aprì gli occhi, senza riconoscere ciò che aveva davanti. Un sedile... di aereo? Un altoparlante farfugliava parole incomprensibili in una lingua sconosciuta.

“Si svegli!” ripeté la giovane donna al suo fianco, scrollandolo energicamente per una spalla e cercando di sovrastare il rumore insolitamente forte dei motori. “L'aereo sta per cadere”.

“L'aereo?”. Lui si guardò in giro. Quel rumore continuo di turbine, quelle vibrazioni avvertite attraverso i braccioli, tutte quelle file di sedili vuoti di similpelle rossa e grigia...Un aereo?

A sottolineare le parole della passeggera, il microfono ripropose il suo messaggio in un inglese così da manuale che poteva essere pronunciato solo da una voce straniera: “I signori passeggeri sono pregati di prepararsi per un atterraggio di emergenza. Allacciatevi le cinture di sicurezza e rannicchiatevi contro lo schienale del sedile davanti al vostro, proteggendovi la testa con le braccia. Ripeto...”.

“Hai capito?” gridò la giovane al suo fianco. “Fai come faccio io. Cintura allacciata, testa tra le braccia, così!”.

Roger cercò di scuotersi, senza capacitarsi di cosa stesse accadendo tutt'attorno a lui. La cintura era già chiusa, restava la posizione. I suoi occhiali... era meglio toglierseli e riporli in una tasca.

I rumori dell'aereo tutt'attorno a lui coprivano alcune voci concitate provenienti dal portello aperto della cabina di pilotaggio. Sentì un sibilo, la vibrazione di qualche parte meccanica in movimento, e un leggero senso di frenata che lo spingeva ancora di più verso lo schienale di fronte. Ora il suono continuo delle turbine era sovrastato dal rumore di vortici d'aria.

L'altoparlante scandì ancora qualcosa di incomprensibile.

“Stiamo per toccare!”, gli tradusse la passeggera al suo fianco.

L'impatto sul suolo gli sembrò violentissimo. Poi l'aereo rallentò schiacciandolo sullo schienale di fronte, mentre un forte rumore di strisciamento proveniva da sotto tutto il pavimento del vano passeggeri. L'aereo fece alcune sbandate che gli diedero l'impressione che stesse per capovolgersi.

Poi di colpo finì tutto.

Per un lungo momento, un silenzio quasi stupito scese sulla scena.

Roger stava per rialzare il capo, quando sentì un pervasivo profumo che lo stordì. Rimase lì per un tempo che non avrebbe saputo quantificare.

“Tutto bene?”, gli chiese forte la voce della passeggera al suo fianco. Era una voce squillante, con un percettibile accento russo. “Tutto bene?” ripeté, scrollandolo delicatamente. “Mi senti?”.

“Sì... credo... “, rispose incerto Roger, e la guardò. Gli sembrò una principessa delle fiabe, con due occhi azzurro ghiaccio dal taglio obliquo e dei capelli neri, lisci e lucidissimi che le scendevano dalle spalle.

“Ti fa male da qualche parte? Hai battuto la testa?” chiese la passeggera allarmata.

“No... mi pare di no...”. Lui mosse con prudenza le braccia, si toccò, provò a muovere i piedi e a raddrizzarsi sullo schienale. “No, è tutto a posto”.

“Bene. Ti dispiacerebbe alzarti? Non riesco a uscire dal sedile”.

“Come... ti sei fatta male?”.

“No, non riesco perché ci sei tu tra me e il corridoio, e sei grande e grosso. Allora, ti alzi?”.

“Ah, sì, ecco... Ma perché sono in un aereo?”.

“Come, perché? Perché ci sei salito, immagino. Allora, ti levi?”.

Si aprì il portello della cabina di pilotaggio. Un uomo asciutto in divisa blu, certo uno dei piloti, si sporse nel vano passeggeri e disse qualcosa di incomprensibile, accompagnandolo con un gesto della mano verso la coda.

“Ha detto di andare nella stiva”, spiegò la bella passeggera aprendo il portello del portabagagli in alto e tirando giù un'ampia pelliccia bianca, un colbacco di pelo e una borsa. “Prendi le tue cose e corri, qui comincia a sentirsi odore di cherosene”.

Roger aprì due portabagagli a caso, e in uno trovò una giacca. Sarà la mia, si chiese. Guardandosi attorno, gli parve che non ci fosse alcun altro passeggero sull'aereo.

“Sbrigati!”, lo chiamò lei, voltandosi a metà del corridoio, “Dobbiamo andare nel vano di carico e portare fuori qualche cosa utile per sopravvivere. Il pilota ha detto che ci seguiranno tra poco”. Poi sparì in una porticina sulla paratia posteriore.

Lui la seguì, infilandosi la giacca pesante.

 

Nel vano, lei si guardò freneticamente attorno, poi si diresse verso una grande cassa nera. Su questa spiccava una chiavetta elettronica rossa fissata con nastro adesivo. “Ecco”, disse lei, “Questa è da salvare subito. Sai guidare una motoslitta?”.

Roger si strinse nelle spalle. “Credo di sì”.

Lei gli porse la chiavetta. “Bene, apri la cassa. Io cerco di abbassare la rampa di carico”.

La principessa delle fiabe armeggiò un attimo con alcuni pulsanti sulla parete, poi il ronzio di un attuatore elettrico accompagnò la lenta apertura della rampa posteriore. Al tempo stesso, si udirono alcuni scricchiolii sinistri, e subito un odore di fumo cominciò a provenire dall'esterno.

Roger, nel frattempo, aveva trovato il modo di abbattere le sponde della grande cassa nera. Al suo interno, la grossa motoslitta di un rosso fiammante sembrava pronta. Si sedette ai comandi e infilò la chiavetta in un'apertura; subito le luci del cruscotto si accesero, e una breve incomprensibile frase sintetizzata provenne da dietro di queste. Ora restava da capire quale fosse il pulsante di avviamento.

“Presto”, lo sollecitò lei, prendendo alcuni pacchi di sopravvivenza appesi a una rastrelliera sulla parete. “Due tute termiche, un pacco di pronto soccorso, due pacchi di razioni...”.

“E per i piloti? Dobbiamo prenderle anche per loro?”, chiese lui premendo quello che sembrava un interruttore di avviamento, mentre un filo di fumo nero cominciava a essere visibile dall'apertura della rampa.

“Tu esci con la slitta”, disse lei caricando quei pacchi nel portabagagli posteriore del mezzo, “Io prendo ancora qualcosa per loro e ti seguo fuori”.

Lui diede motore, e il mezzo si mosse con uno scatto e un mugghio del suo motore elettrico. Frenò, poi ripartì più dolcemente imboccando la rampa. Trattenne il respiro intanto che attraversava quella che ormai era una nuvola di fumo nero, trascinata da un forte vento diretto verso la coda dell'aereo.

 

Pochi metri all'esterno si fermò e si voltò. “Signorina...”.

“Eccomi”, gridò lei correndo giù dalla rampa con tre grossi pacchi in braccio, coprendosi naso e bocca con una manica della pelliccia. Caricò anche questi bagagli nel vano e salì a cavalcioni del mezzo. “Presto, allontanati un po'. Lì dentro va sempre peggio”.

“E i piloti?”.

“Li aspetteremo qui fuori. Vai su quello spiazzo”. Indicò uno spazio aperto senza ostacoli, a lato dei solchi lasciati sulla neve ghiacciata dall'atterraggio a carrello retratto.

Lui diede motore e si spostò nel luogo indicato, a centocinquanta metri di distanza. Lì girò il mezzo, e si fermarono a guardare.

L'aereo era un vecchissimo aviogetto di linea a decollo corto, un Antonov 72 con le insegne dell'Aviaantartika. Degli ampi ipersostentatori pendevano dal bordo di uscita alare, e due motori con getti orientabili erano collocati sui lati della fusoliera in una posizione insolitamente avanzata, poco dietro la cabina di pilotaggio. L'aereo non sembrava troppo danneggiato, ma delle lingue di fiamma si stavano sviluppando sul lato sinistro, nascosto. Il forte vento trascinava il fumo nero verso la coda, a formare una cortina che nascondeva un'ampia parte dell'orizzonte.

“L'incendio si sta propagando”, constatò Roger. “Chissà se i piloti sono usciti dall'altra parte?”.

D'improvviso una vampata squarciò l'ala sinistra dell'aereo. Da lì, il fuoco si estese velocemente a tutta la fusoliera, e a breve anche l'ala destra fu squassata da un'esplosione.

“Aspettiamo”, disse lei, “Questo non è il momento di avvicinarsi”.

Lui si guardò tutt'attorno, meravigliato. “Ma... ma questo è l'Antartide?” chiese, stringendosi il bavero per proteggersi dal vento insopportabile.

“Certo. Ma non sai neanche questo?” rispose lei, che nel frattempo aveva indossato sopra la pelliccia il top del pesante indumento a vento arancione contenuto nel pacco d'emergenza. Scese dalla motoslitta per infilarsi anche i pantaloni. “Cosa aspetti a indossare le protezioni? Quanto credi che durerai con quei vestiti, esposto al vento catabatico?”.

Roger si alzò e inizio affannosamente ad aprire uno dei pacchi, estraendo i grossi indumenti di un arancione sgargiante mentre si chiedeva cosa diavolo volesse dire 'catabatico'.

Quando ebbe finito di indossarli, riguardò la sua compagna di sventura. Ora il suo aspetto da principessa delle favole era ingoffito da tutti gli indumenti pesanti che aveva indossato, e il suo nasino perfetto era nascosto da un passamontagna di un immancabile colore arancio. Sopra i bellissimi occhi dalle iridi azzurro chiaro, ora c'erano degli occhialoni dalle lenti brunite. Così infagottata, non emergeva più nessuna traccia della sua bellezza non comune.

“Beh, ti sbrighi? Cos'hai da guardarmi?”, lo sollecitò irritata.

“Niente, niente”, si schermì Roger sollevando il cappuccio.

 

Attesero in silenzio qualche minuto, mentre le fiamme divoravano la struttura dell'aereo, trasformando le lisce lamiere dipinte di bianco e azzurro in una cenere biancastra di allumina. Alcune parti in acciaio annerite e arrugginite, come i motori, spiccavano ancora tra le ceneri. Quando il fuoco si spense e il fumo fu trascinato via fino all'ultimo filo, solo una sezione della coda e le estremità delle ali erano state risparmiate dalla distruzione totale.

“Ora andiamo a cercare i piloti”, disse lei sforzandosi per farsi sentire con il forte vento gelido. “Passa davanti al muso dell'aereo”.

Lui azionò il mezzo, aggirando i resti dell'aereo sulla destra, dalla parte opposta alla scia di fuliggine che segnava il ghiaccio.

Si fermarono, lei si alzò in piedi e chiamò ad alta voce in russo. Nessuna risposta.

Si guardarono attorno. La giornata era tersa, illuminata da un sole piuttosto basso sull'orizzonte. Tutt'attorno, a perdita d'occhio, c'era una distesa di neve ghiacciata striata di un sinistro colore rossastro che la faceva apparire quasi insanguinata, interrotta da qualche modesto rilievo di nuda roccia. Verso est, invece, l'orizzonte era mosso da un'imponente catena montuosa in distanza.

“Ma quelli sono i monti transantartici?”, chiese lui.

“Certo, cos'altro? Ma tu, davvero non ricordi dove sei?”, chiese lei diffidente.

“Non ricordo niente. Cosa ci facevo su un aereo russo, in Antartide?”.

“Io non posso saperlo. Ti posso solo assicurare che ci sei salito con i tuoi piedi”.

“E dove sono salito?” chiese lui, scuotendo il capo incredulo.

“In un piccolo aeroporto nell'interno dell'Australia. Non ricordo il suo nome, ero già sull'aereo”.

“Ma tu dove sei salita?”.

“Che t'importa?” si schermì, “Tu, piuttosto, almeno sai chi sei? Come ti chiami?”.

“Sì, certo, non sono intontito fin a questo punto. Mi chiamo … Roger Wilson”.

“E' già qualcosa”, concesse lei. “E poi?”.

“Sono nato a Perth il sei ottobre 2016, e faccio l'ingegnere minerario”.

“E qual'è il tuo ultimo ricordo?”.

“ Il mio... Non so, sono confuso. In questo momento ricordo... ma che giorno è oggi?”.

“Il 23 gennaio”.

“Ah!”. Lui restò un attimo imbarazzato. “Posso chiedere di che anno?”.

Lei si sollevò gli occhialoni e lo guardò grave. “Del 2047”.

“Ah. Allora... Vediamo... Le ultime date di cui mi ricordo credo fossero… di due anni fa. Ah, ma ho ricordi di sicuro più recenti, certo, solo che sono un po' confusi”.

Lei lo osservò sempre più grave, poi gli alzò gli occhialoni e lo guardò negli occhi. “Fermo. Ora girati verso il sole … così. Gira a destra... ora a sinistra”. Lo scrutò con attenzione. “Le pupille sembrano normali e reagiscono alla luce, nessuna anisocoria”. Sollevò una mano mostrando due dita. “Quante dita vedi?”.

“Due! Mi prendi per scemo?”.

“Non oserei mai. Ma se hai battuto la testa, vorrei essere sicura che sei in grado di guidare la motoslitta”. Si rimise gli occhialoni, e le conturbanti iridi azzurrine sparirono ancora dietro le lenti brunite.

“Non credo di avere battuto la testa, non mi fa male. E poi sono a posto, vedi, principessa?”.

Per dimostrarlo si alzò e si mise in equilibrio su un solo piede. Non gli riuscì un granché bene.

“Non sono una principessa”, rispose lei freddamente.

“E allora come ti chiami?”.

Lei ci pensò un attimo. “Puoi chiamarmi Malony. Però non chiedermi il cognome, l'indirizzo o il numero di cellulare”.

“Non ci penso proprio”, rispose lui infastidito.

“Lo so io, a cosa pensano gli uomini!”, rimbrottò lei.

Restarono in silenzio un attimo, guardando da parti opposte. Il vento continuava a sferzare, e il suo ululato si insinuava nelle orecchie attraverso i cappucci e i passamontagna.

“E ora cosa facciamo?”, chiese lui, “Aspettiamo e basta? L'aereo avrà certamente lanciato un SOS”.

“Penso anch'io che l'abbia lanciato. Però non credo che i soccorsi possano arrivare prima del tramonto”. Tirò fuori un tablet dalla borsa e lo accese. “Ora sono le quattordici. In questa stagione, a questa latitudine, il sole dovrebbe tramontare verso le otto e mezza o nove. Restano circa sei, sette ore di luce”.

“Il tuo tablet ti dice dove siamo?”. Lui cercò di adocchiare le iconcine, ma la sua presbiopia gli concesse di vedere solo figure sfuocate, e cercare gli occhiali nella tasca della giacchetta, sotto altri due strati di vestiti pesanti, gli sembrò un'impresa troppo ingrata e non strettamente necessaria.

Lei indicò un punto sullo schermo, ma i guantoni ne disturbavano la visuale di una buona parte. “Qui c'è la nostra posizione attuale, o almeno credo”.

“Come, credi?”.

“Il tablet era collegato col wi-fi dell'aereo, ed è presumibile che questa sia l'ultima posizione che ha aggiornato. Se così non fosse, siamo dell'orso”.

Con goffi movimenti delle dita guantate, Malony ridusse la scala della mappa. Nel riquadro entrarono altre macchie e puntini di dubbia interpretazione. “Oh, guarda. C'è un posto che non è neppure lontanissimo da qui”.

“Che posto?”.

“Non so, la mappa non dà nessun nome. Ma l'icona è uguale a quella delle varie stazioni scientifiche nell'Antartide”.

Lui scosse il viso. “Non suona una garanzia. E' verso l'interno”.

“Però è alla nostra portata. A occhio, sono circa duecento chilometri, e la motoslitta è certamente in grado di percorrerli da qui al tramonto”.

Roger si guardò attorno. “Il sito della caduta è facile da rintracciare, per i soccorritori. Se anche non arrivassero per stasera, possiamo attenderli nella tenda...”. Poi si fermò, dubbioso: “Perché tu hai preso anche una tenda, vero?”.

“Mi dispiace deluderti, signor smemorato. Non me ne sono ricordata, e neanche tu.”

“Io?”, si risentì lui, “Eri tu che ti eri trattenuta a prendere altra roba, o no? Sai cosa vuol dire, questo?”.

“Certo, vuol dire ciò che ho già detto: dobbiamo andare in questo posto e sperare che ci sia qualcuno ad aiutarci, oppure restare qui a pregare”. Cercò qualcosa nella borsa, ne estrasse una boccetta di profumo, si abbassò un lembo del passamontagna e si diede una spruzzata sotto il mento. “Fidati di me, Roger”.

“Ma ti pare il momento...”. Lui restò interdetto per il gesto cosi' fuori luogo, e poi, più ancora, per il profumo intenso che sembrava risvegliare un ricordo lontano che non riuscì a definire.

Lei riprese, riponendo il flaconcino: “Ti do una bella notizia: c'è un geolocalizzatore anche sulla motoslitta. Se arriveranno in zona con un elicottero, potranno seguirci facilmente”.

 

Dopo un ultimo giro più largo attorno al relitto dell'aereo, in un ultimo tentativo di trovare i membri dell' equipaggio, giunsero alla conclusione che erano tutti morti nell'incendio. Nessuno dei due si sentì di scavare tra i rottami ridotti in scaglie di allumina biancastra alla ricerca di qualche osso calcinato, così decisero di non sprecare altro tempo.

Scoprirono che la grossa motoslitta rossa celava, nei suoi portabagagli laterali, numerosi accessori utilissimi per quell'inferno gelido. La capottina pieghevole, sorretta da un telaietto smontabile da fissare sugli schienali, sarebbe stata una protezione utilissima contro il vento. In pochi minuti di lavoro, l'abitacolo della motoslitta fu reso completamente chiuso.

Una volta al riparo nel mezzo, si rifocillarono con le tavolette di cioccolata delle razioni d'emergenza, poi partirono verso la direzione indicata da Malony, che faceva da navigatrice consultando il suo tabet dal sedile posteriore del mezzo.

 

Lì vicino, in un riparo chiuso

 

Capitano, se ne stanno andando” disse il secondo pilota, osservando da un iposcopio del loro riparo chiuso.

La hostess, seduta al tavolo nella penombra, stava cercando di versare la vodka in tre bicchierini che vedeva a malapena. “Per piacere, copra quel visore, o non possiamo accendere la luce”.

Non serve guardare”, sentenziò il capitano seduto su una brandina, regolando sul massimo la stufetta elettrica del piccolo rifugio ancora gelido. “Ormai sarà quello che sarà”.

 

 

 

 

 

 

  
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