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Autore: E_AsiuL    16/02/2021    2 recensioni
Il rapporto tra il medico legale Tessa Beale e il detective Gabriel Giuliani non è mai stato idilliaco. Ma le cose potrebbero cambiare per via di un serial killer, il cui operato toccherà Tessa un po' troppo da vicino.
Genere: Introspettivo, Noir, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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A/N: Buonasera! Vi lascio il primo capitolo di quello che progetto come un racconto non troppo lungo. Spero possa in qualche modo interessarvi. Ogni opinione è ben accetta e gradita. E sì, ho visto troppi episodi di CSI, o forse non abbastanza ;)

1

 
La stanza era buia e puzzava. Chiuso. Sudore. Vomito. Carne putrefatta o in via di disfacimento. Sangue. Molto sangue. Davanti a lei, qualcuno fece scattare un interruttore. Il vecchio scantinato venne illuminato dalla luce bianca e cruda di una serie di lampadine appese al soffitto.

La situazione era peggio di quello che si era aspettata. E Tessa tendeva sempre ad ipotizzare gli scenari più neri possibili. Soprattutto quando, a chiamare il suo ufficio, era quel cazzone del detective Giuliani.

«Allora, dottoressa, scende o resta qui sulle scale?» le chiese il detective, alle sue spalle.

Mordendosi la lingua, e trattenendo l’impulso di gettarci lui per le scale, Tessa raddrizzò le spalle e, stirando le labbra in un sorriso di circostanza che non avrebbe ingannato nessuno, rispose: «Dopo di lei, detective. Prima gli anziani», aggiunse.

Giuliani, per conto suo, si trattenne dallo sbuffare. La differenza d’età fra loro non era così alta – e lui era quello con alcune primavere in più, ma non troppe – e non accolse la provocazione. Tessa inarcò un sopracciglio, quando lui le passò avanti, precedendola nello scantinato, senza commenti. Rinsaldando la presa sulla valigetta, lo seguì di sotto. Evidentemente, al coglione era bastato farle trovare le luci spente – e quei poveri cristi della scientifica al buio in quello schifo – per essere soddisfatto.

Arrivata in fondo alle scale, si prese un attimo per guardarsi intorno. Pareti viscide, che trasudavano umidità. Una finestrella sudicia, in alto, che aveva tutta l’aria di essere stata sigillata per evitare intrusioni da parte di insetti – male, però, vista la quantità di mosche che ronzava allegramente in giro. Pavimento rivestito di piastrelle – perché? – con, al centro, uno scarico. In un angolo, un ammasso di stracci vecchi, fonte del festino delle mosche. In fondo, addossato alla parete, un tavolo dal piano d’acciaio.

E, sul tavolo, la sua prossima paziente.

Attenta a dove metteva i piedi, Tessa raggiunse il tavolo, già circondato dai tecnici. E da Giuliani. Il detective la guardò mentre, con le mani infilate nei guanti, sfiorava il cadavere. Sentiva il peso di quegli strani occhi verdi che la studiavano e seguivano, mentre indicava al fotografo gli scatti che le servivano, e il suo assistente prendeva appunti e infilava le mani martoriate della vittima in dei sacchetti.

«Le ha strappato le unghie», commentò, cupo, Giuliani.

Tessa alzò appena gli occhi verso di lui, tornando subito a dare attenzione alla donna sul tavolo.

«Forse non gli piaceva la manicure», continuò il detective. Tessa non lo degnò nemmeno di una risposta.

Era bella, la sua paziente. O, almeno, doveva esserlo stata. Capelli biondi da principessa delle fiabe (impiastricciati di sangue e aggrovigliati), labbra piene (spaccate e coperte di vomito), la pelle senza imperfezioni (coperta di tagli).

«Com’è morta?» riprese il detective, tamburellando l’indice contro il gomito, le braccia conserte.

Tessa sospirò. «Arresto cardiaco, Giuliani. È sempre arresto cardiaco», rispose, esaminando l’addome della vittima. «Quando sarà sul mio tavolo e avrò visto se la signorina è bella anche dentro, potrò essere più precisa».

Il detective sbuffò. Ci aveva provato. Ogni volta, lei gli rispondeva allo stesso modo. Eppure, gli avevano detto che fosse brava, al punto da arrivare alla causa del decesso quasi senza aver bisogno di fare esami.

«Almeno mi può dire quando è morta?» sbottò, impaziente. Con tutto l’impegno, non riusciva a farsela stare simpatica. Forse, sarà stato perché era certo di starle sulle palle, e allora non riusciva a sopportarla di rimando. Col suo predecessore, il dottor Thomson, era stata tutta un’altra cosa. Ma Thomson era andato in pensione tre anni prima, e ora gli toccava quella frantumapalle di Tessa Beale. Preparata, certo. Competente, altroché. Ma gelida come un ghiacciolo, col calore umano di un frigorifero e simpatica come un gatto attaccato ai coglioni.

«Non meno di dieci, non più di ventiquattro ore fa», rispose Tessa, lapidaria. «Di nuovo, ne saprò di più dopo averla aperta. Anche se, pare, non sarò la prima a farlo…» con il mignolo guantato, indicò l’incisione ricucita – ancora arrossata e gonfia – al bassoventre, stranamente molle. Giuliani si avvicinò.

«Sembra quasi…» cominciò, ingoiando rumorosamente, mentre una strana sfumatura verde gli si diffondeva sul viso.

«Sembra quasi l’incisione di un taglio cesareo, sì» confermò Tessa. Giuliani la guardò, sbiancando.

«Che merda fa una cosa del genere?»

«Questo deve scoprirlo lei, detective», ribatté Tessa.

«Se le ha fatto questo», proseguì il detective, indicando l’addome della donna. «Doveva essere incinta. Il bambino dov’è?»

Tessa aprì la bocca per rispondere, quando, dall’angolo della stanza, uno dei tecnici si fece sfuggire una colorita imprecazione. Lei e Giuliani si voltarono in quella direzione.

«Che succede?» chiese il detective, avvicinandosi. «Porca troia!» esclamò, quando il tecnico spostò di nuovo gli stracci. Sopra il ronzio delle mosche disturbate, Giuliani disse: «Ehi, doc, mi sa che abbiamo trovato il bambino».
 
  
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