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Autore: aurora giacomini    22/02/2021    1 recensioni
Cammino per le strade di una città quasi deserta, come giusto che sia di sera. Mi piacciono tanto le città vecchie, e non parlo dell'architettura.
Passeggiare di notte dovrebbe essere una cosa intima e solitaria, qualcosa che solo noi e lei possiamo condividere... come teneri amanti.
Per questo, sono incredibilmente infastidita dalla presenza che mi segue a poca distanza da ormai troppo tempo, per crederla una coincidenza.
Genere: Drammatico, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
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26.01.2021
 
Posso?



Cammino per le strade di una città quasi deserta, come giusto che sia di sera. Mi piacciono tanto le città vecchie, e non parlo dell'architettura.
Passeggiare di notte dovrebbe essere una cosa intima e solitaria, qualcosa che solo noi e lei possiamo condividere... come teneri amanti.
Per questo, sono incredibilmente infastidita dalla presenza che mi segue a poca distanza da ormai troppo tempo, per crederla una coincidenza.
Non temo per la mia incolumità: so difendermi piuttosto bene. Una ragazza, al giorno d'oggi, deve saper badare a sé stessa.
Tra i battiti lenti del mio cuore e i passi sui sampietrini, c'è una nota che stona, che rovina l'intera melodia: il respiro della persona che mi segue.
Non lascio indizi, non tradisco la mia andatura. Per ciò, quando mi blocco, la persona dietro di me perde il ritmo, producendo dei suoni che urlano sorpresa e smarrimento.
Mi volto lentamente, sfoggiando senza pudore la calma che da sempre mi contraddistingue.
“Posso aiutarti?” Domando, osservando con attenzione il mio pedinatore: un ragazzo di forse venti, ventidue anni. Ha un aspetto fragile e nervoso, persino i suoi indumenti -quasi logori- sono più prestanti di lui.
I suoi occhi, attraverso le spesse lenti, sono spalancati e mi guardano come fossi una strana e leggendaria creatura apparsa d'improvviso, nella cittadina assopita.
Apre la bocca, le sue labbra si dischiudono, ma devo attendere per udire il suono della sua voce, “sei tu?”
La voce, in totale contrasto col suo aspetto, è poderosa e greve... forse mi sbagliavo, forse è più giovane: un adolescente i cui ormoni gli hanno appena indurito le corde vocali?
“L'ultima volta che ho controllato, sì: io ero io.” Gli rispondo, cominciando ad intuire cosa questo disturbatore di quieti notturne voglia da me.
“Esmeralda Black, pseudonimo di A-”
Non lo lascio finire, sollevare una mano è sufficiente ad arrestare il flusso che, tremante e rapido, si stava riversando fuori dalla sua bocca, “conosco il mio nome, e non amo sentirlo.” Gli sorrido per evitare che svenga, “sarà per questo che uso un nom de plume , no?”
Deglutisce talmente forte che ho la vivida sensazione di aver l'orecchio appoggiato al grosso pomo d'Adamo.
“Ascolta,” mi mordo il labbro inferiore e sorrido per conferire una nota dolce alla voce, “amerei, letteralmente amerei potermi gustare la pace che mi sono guadagnata. Quindi, se tu fossi così carino da dirmi perché mi stavi seguendo, o smettessi di farlo, te ne sarei incredibilmente grata.” 
“Si!” Si toglie il piccolo zaino nero, che non avevo notato e cade, letteralmente, cade su un ginocchio, producendo con l'osso un suono che mi disturba. 
“Io...” fruga all'interno del suo bagaglio come un asmatico alla ricerca del suo inalatore.
Non sono sorpresa di vedere quello che ne estrae, tenendolo davanti a sé come uno scudo o un trofeo, non saprei decidere.
Guardo il libro che, convulsamente, stringe fra le lunghe dita pallide: è una copia del mio ultimo romanzo.
“Vuoi che te lo firmi?” Chiedo, rompendo il silenzio che si è creato dopo la comparsa dell'oggetto che reca su di esso il mio nome.
“Sì, per favore!” Ma resta immobile, forse attende il permesso per avvicinarmisi. Buffo, considerando che mi stava stalkerando senza pudore.
 Gli sorriso con tutta la bonarietà di cui sono capace, “non mordo.”
“Okay...! Scusa!” Il movimento è talmente rapido che lo spostamento d'aria, provocato dal suo corpo, mi raggiunge un secondo dopo, come fresco venticello.
Mi tocco il taschino della camicia, ma sotto i polpastrelli avverto solo il tessuto ruvido e il calore del mio corpo, “hai una penna?”
“Certo!” Il suo affanno non sembra accennare a calmarsi. Una parte di me ne è lusingata, il punto è che odio essere disturbata di notte, tutto qui.
“Come ti chiami?” Domando il secondo prima di stappare la penna con i denti, dal momento che l'altra mano sostiene il libro.
“Matteo...” sembra il sospiro di chi è esausto, di chi ha combattuto e vinto.
“Allora,” con ancora il tappo tra i denti, detto: “a Matteo, il mio pedinatore ufficiale, con affetto Esmeralda Black.” Accenno anche una sorta di cuoricino accanto alla firma.
Gli restituisco lo scritto e la penna, e, nel farlo, noto che le sue dita cercando di toccare le mie, non faccio nulla per impedirglielo: lo facevo anch'io, capisco il bisogno di tangibilità e contatto con l'oggetto delle fantasie.
“Bene.” Congiungo le mani davanti al petto e mi piego leggermente in avanti, “è stato un vero piacere. Buona serata e stammi bene, Matteo.” Mi volto, consapevole però che non sia ancora finita.
“Ehm...?”
Come dicevo...
“Sì?” Mi giro.
Si lecca le labbra e sposta il peso da un piede all'altro. Qualcuno che non conosce la situazione, vedendolo potrebbe pensare che abbia l'impellente bisogno di andare al bagno.
“Perdonami, ma davvero sono un tuo grande fan. Ti seguo da 'Tremito', e da allora ho comprato ogni tuo romanzo, tutti quanti!”
Sospiro, rendendomi conto che alla fine dedicargli qualche minuto del mio tempo e, così facendo, renderlo felice, non sia una cosa così onerosa.
Probabilmente incoraggiato dal mio silenzio e dalla mia espressione, parte a mille.
“Ho amato questo tuo ultimo lavoro, un thriller incredibile! Sospettavo, ti giuro, sospettavo tutto il tempo del maggiordomo! Voglio dire, è sempre il maggiordomo! Ma no, cavolo, la sorella! La sorella! Quando hai scritto 'un lampo rosso era scivolato in fondo alle scale, un movimento troppo veloce perché l'occhio di Sam potesse davvero catturarlo...' lì dovevo capirlo! Lei aveva sempre qualcosa di rosso! Un orecchino, le calze, insomma... ma come potevo? quando è tonata la luce, Mary era al fianco di Lara...”
Lo sento ma non lo ascolto, so bene di cosa parla.
“... e le descrizioni, oh, mamma mia, le descrizioni!”
Quest'ultimo appunto cattura la mia attenzione, “sì?” 
“Hai presente quando dici... aspetta, voglio leggerlo bene...!” Apre il libro e comincia a sfogliarlo. Non ci mette troppo a trovare il punto che cerca: ho l'impressione che lo conosca come l'interno della sue tasche.
*“'Il secondo colpo arriva allo stomaco. La sensazione è quella di dover vomitare, poi la forza d'urto si propaga anche al diaframma, quindi il respiro scompare... in quel frangente temi che non tornerà più, che non sarai mai più in grado di respirare... fa paura... '" recita. Poi aggiunge: "ma la parte che in assoluto preferisco è quella dove Lara descrive la sensazione di venir strangolata, aspetta..." di nuovo le sue dita si muovono sicure verso un punto preciso, carezzando le pagine con la foga e la passione di chi fa l'amore per la prima volta.
Nel mentre, alcuni dei rari e stanchi passanti ci guardano, ma nessuno ci trova abbastanza strani o interessanti da decidere di soffermarsi, la cosa mi rallegra.
"Ecco..." si schiarisce la gola e prosegue leggendo, *"'sento le sue unghie spingere contro la carne fino ad infilarvisi. Avverto il pulsare della mia stessa arteria contro il palmo della sua mano come tonfi sordi; il calore mi invade l'intero cranio, e subito dopo è come se si stesse gonfiando... percepisco la pressione del sangue spingere da dietro i bulbi oculari (...) La sua voce gronda d'ira, ma comincia ad essere complicato comprendere il senso di ciò che dice... come se fosse un'altra lingua, sussurrata da qualcuno di lontano... sempre più distante... (...)
Le immagini sono strane: è come se non avessero alcun senso, forma o colore... mi sento strana. Sento che le ginocchia -ovunque esse siano- stanno per cedere, sto per arrendermi... non so neppure se sto lottando o se sono immobile: è difficile percepirsi in momenti come quello... (...) Pochi secondi prima di svenire (...) sento la mano staccarsi violentemente dalla mia carotide, le sue unghie lacerano via brandelli di carne e pelle: colgo il famigliare bruciore dei graffi...'" Distoglie gli occhi dai fogli e mi guarda, "non ho mai letto delle descrizioni del genere: è come se tu le avessi davvero provate!"
"Infatti è così." L'affermazione ci coglie entrambi di sorpresa.
Non pensavo che l'avrei mai rivelato ad alta voce, non certo in mezzo alla strada inanzi ad un fan, per lo meno.
Mi lecco le labbra, ormai ho innescato qualcosa che non posso estinguere. E poi l'ammetto, la cosa mi diverte ed intriga, "andiamo a parlare in un posto più tranquillo, vuoi?"
"Solo noi due?" La sua voce è ora squillante e fastidiosa.
Annuisco, "il parco è qui vicino. Non c'è nessuno a quest'ora." 

--

"Qui mi sembra perfetto." Poggio la mano sulla panchina di legno, è appena umida per la nebbia che ha cominciato ad avvolgerci. "Suggestivo, non trovi?" Indico la luce arancio dei lampioni velati della gran quantità di molecole d'acqua sospese nell'aria.
Intorno a noi solo il frusciare degli alberi e dei cespugli che ci circondano, in questo momento più che mai, desidero essere sola.
Ma non lo sono, e la presenza del mio nuovo amico qui, è pressante come la sua curiosità, come se fosse viva e pulsante.
“E' incredibile poter essere qui con te...” mi guarda trasognato. Ricordandomi quando anche io, ormai tanti anni fa, incontrai la mia autrice preferita ad un firma copie, era una sera d'estate non dissimile da questa.
“Quindi...” improvvisamene è timido, no, meglio: è sempre stato timido, ma ora è quasi spaventato.
“Sì?” Lo incoraggio.
“Quindi ti sei fatta davvero tirare un pugno nello stomaco...?” Perplesso e spaventato, ecco cos'è ora.
Annuisco, “sì. Chiesi ad un ragazzo che conoscevo appena di farlo.”
“Perché? Deve fare un male tremendo... e poi, insomma, sapendo che stai per riceverlo non è persino peggio che prenderlo e basta? E chi prenderebbe a pugni una signora carin...” ma s'interrompe imbarazzato.
“Ragazza: mi considero ancora piuttosto giovane...” mi schiarisco la gola, appena infastidita dall'essere stata chiamata signora in un momento non formale.
Si alza di scatto come se un calabrone gli avesse appena punto il fondoschiena, “non volevo! Io... io...!”
Prima che gli venga una crisi di nervi, dico: “easy...”
Ci vogliono diversi secondi, forse un intero minuto, ma infine si risiede a poca distanza da me.
“Mi chiedi perché mi sono lasciata colpire...” sbuffo con le narici, “non solo: ho chiesto di venir colpita.” Mi volto verso di lui, “è molto semplice: come facevo a descrivere qualcosa senza averlo mai davvero provato? Certo, come fanno tutti: usando l'immaginazione, la logica se vogliamo, consultando libri, persone... ma io volevo dare al lettore qualcosa di vero, qualcosa di veramente solo mio, che fosse reale. Qualcosa che avevo realmente capito.”
Mi guarda con curiosa ammirazione, o forse no, forse è solo quello che voglio leggere dal suo viso.
“Hai presente 'Sussurri'?” Proseguo. Ormai ho deciso di voler andare fino in fondo: in qualche modo è liberatorio e mi da un brivido di piacere e auto-celebrazione.
“Certo!” Annuisce, “l'ho letto tutto in meno di un giorno, l'ho divorato!”
“Bene, quindi sai che la protagonista viene tenuta rinchiusa per un lungo lasso di tempo...”
“Certo, la scena finale mi ha fatto quasi piangere: che sollievo e soddisfazione!”
“Prima di scrivere quel romanzo,” proseguo, lasciandomi andare a immagini di ricordi lontani nel tempo, “sono rimasta chiusa nella mia cantina per una settimana, con solo due bottiglie d'acqua ed un tozzo di pane raffermo che, giorno dopo giorno, diventava sempre più rancido e secco. Volevo capire cosa si prova ad avere fame, sete... paura di essere soli... ricordo ancora il sapore della muffa, degli ultimi giorni, che si era formata sul pane. Il dolore per l'umidità fredda che sembrava penetrarmi dentro; la sensazione di dormire sul nudo cemento. Come avrei potuto descrivere tutto questo se non provandolo?”
Una persona normale, a questo punto, si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata via. Ma lui no, lui mi ammira, è affascinato da me.
“Continua...” pende dalla mie labbra, le guarda scrutandole come se volesse baciarle, ma sono abbastanza sicura che non ci proverà.
Mi sfilo la sciarpa di seta, “qui avevo un neo,” indico il lato della gola dove un piccolo segno rosa è il fantasma di ciò che furono cellule scure, “è visibile anche nella foto che c'è nel libro che hai appresso. Ma ora, come vedi, non c'è più. Vuoi sapere perché?”
“Perché?” 
“Perché è rimasto sotto l'unghia di un mio ex. Gli avevo chiesto di soffocarmi, usando una scusa banale... in camera da letto...”
“Wow... okay, quindi si prova davvero una sensazione di pressione e gonfiore, quando si viene strozzati?”
“Ci si orina anche addosso.” Replico.
Sospira estasiato, “quindi tutte le descrizioni che hai messo le hai provate? Persino quella di essere pugnalati...? No, quella no, vero?”
Sorrido, “anche quella.”
“No... come?” La sua voce è ora un sussurro cospiratorio.
“Non mi sono, ovviamente, pugnalata seriamente, ho semplicemente lasciato che la lama penetrasse dentro per qualche millimetro. Per descrivere la cosa ho semplicemente amplificato la sensazione.”
“Wow...”
“Poi vediamo... mi sono spenta una sigaretta sul petto e sul braccio” espongo l'avambraccio rivelando un cerchio ormai bianco, “qui era per-”
“Per 'Urla'!” M'interrompe.
Annuisco, “esattamente.”
“Wow... non so se avrei mai il coraggio di fare qualcosa del genere...”
“O la follia... alcuni la chiamano così.” Tirò su col naso con una certa violenza, ricordando alcuni commenti a proposito del mio fare.
“Secondo me è fighissimo!  Voglio dire, arrivare a tal punto per il proprio lavoro è... wow!”
“Amo ciò che faccio, amo la scrittura più di qualsiasi altra cosa al mondo...”
“Vorrei provare anche io a scrivere una storia e descrivere il dolore come fai tu...” credo lo stia dicendo più a sé stesso che a me, a giudicare dal tono basso e sognante.
“Vuoi provare?” All'improvviso sento un brivido d'eccitazione, qualcosa di enorme si sta espandendo nel mio petto, qualcosa di forte, feroce ed incontrollabile.
“A fare cosa? La mia soglia del dolore è tipo zero!”
“Ti strozzo un pochino: non ho mai provato la sensazione di avere le mani attorno al collo di qualcuno.”
Si ritrae leggermente, “non voglio farmi la pipì addosso.”
Rido, “non voglio mica farti male, sciocchino. Non arriverò a quel punto, lo prometto.”
“Pensi che sia una buona idea?” Non sembra convinto, ma neppure così reticente.
Ne approfitto, “al cento per cento.”
Si agita, batte le mani sulle cosce, “okay... okay! Cosa devo fare?”
Mi guardo attorno, “mettiti disteso sull'erba. Mi metto sopra di te.”
Arrossisce alla prospettiva, ma colgo anche dell'incertezza che palesa poco dopo.
“Siamo sicuri? Non stiamo facendo qualcosa di davvero scemo, vero?”
“Ti fidi di me?”
Una persona normale, lo ripeto, se ne sarebbe già andata da un pezzo.
“Certo!”
Mi tirò su le maniche della camicia, “bene allora mettiti giù.”
Esita ancora qualche istante.
“Okay.” Infine si distende sull'erba umida.

Sono a cavalcioni sul suo ventre, il mio peso lo tiene schiacciato al terreno.
“Stai bene? Continuiamo?” Gli domando, voglio avere il suo permesso prima di toccarlo in un punto delicato come la gola.
Annuisce, i suoi occhi sono strani ora che la testa è all'indietro, posata sul terreno.
Guardo il suo collo: è più rosso ora a causa dell'afflusso sanguigno, inoltre le vene cominciano a gonfiarsi. 
Ancor prima di toccare la sua pelle, so che sarà bollente.
Non mi sbagliavo: la zona è calda e morbida. Il collo esile si lascia circondare facilmente dalle mie mani grandi.
“Ora farò un po' di pressione, ma non aver paura, andrà tutto bene.” Lo rassicuro.
“Okay...” la sua voce è già falsata, ma non è colpa mia: è l'emozione.
Serro la mascella, allontano il viso dal suo e, appoggiandomi sul suo collo, stringo.
Lo guardo negli occhi, e lui guarda i miei, per fortuna è ancora tranquillo, anche se il suo viso diventa, di secondo in secondo, più rosso.
Avere le mani attorno al collo di qualcuno è così intimo: si è quasi costretti a guardarsi l'un l'altro... a guardarsi dentro.
Comincia ad agitarsi e mentre lo fa, io stringo la morsa e sposto il peso in avanti.
Cerca di parlare ma non ci riesce.
Preso dal panico, i suoi movimenti si fanno convulsi e violenti, mi colpisce le braccia e mi graffia le mani con movimenti più o meno scoordinati.
Tenta di raggiungere il mio volto, di colpirmi agli occhi, ma le mie braccia sono molto più lunghe delle sue.
Rantola e mugugna.
Il suo viso è paonazzo e gonfio, la bocca dischiusa gronda di viscosa saliva. Gli occhi, che si muovono frenetici, minacciano di uscirgli dalle orbite.
Quando i suoi movimenti sono ormai deboli e privi di una reale volontà, mi abbasso sul suo viso.
“Ho mentito... ho già stretto le mani attorno alla gola di un'altra persona.” Gli sorrido, “quello che mi manca è sapere cosa si prova ad uccidere. Ma per scoprirlo, dovrai aspettare l'uscita del mio prossimo romanzo.”




Nota D'Autore: le descrizioni del pugno e dello strangolamento, contrassegnate da (*) sono frammenti presi da "La Terza Faccia della Medaglia", un altro mio scritto. Mentre "Tremito" e qualsiasi altro riferimento a presunte opere o descrizioni, sono puramente frutto della fantasia impiegata per scrivere questo racconto.
  
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