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Autore: FarAway_L    13/04/2021    1 recensioni
«Parti», era un grido misto a paura, «Metti in moto o per noi sarà la fine».
Era la mano di Nathan quella che stava scuotendo nervosamente la spalla di Camylla, la quale sembrava essere entrata in un limbo di emozioni pericolose e contrastanti. Quella più dominante però, era il panico. E per quanto si sforzasse di voler girare la chiave per far partire quella benedetta auto, non riusciva a muoversi. Neanche ad emettere nessun suono. Solo, fissava la strada difronte a sé attraverso occhi persi. Arrendevoli.
Le sirene della polizia cominciavano a farsi vicine e ben udibili.
Troppo vicine. Troppo udibili.
A ritmo scandito.
Stavano arrivando.
Genere: Triste | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Capitolo IX.
6.587 parole

Sulla maglietta c'è scritto 
"stasera faccio la brava"
ma avranno già chiuso la disco
quando dirai "vado a casa".
E' sabato, i tacchi
che tanto a un metro da qui
cantando "bevilo, bevilo"
guardi ed è lunedì.

 
08 Ottobre.

Quella mattina di un venerdì qualunque, Camylla si ritrovò ad aprire gli occhi stanchi ed assonnati, controvoglia. Sbuffando incessantemente al suono assordante della sveglia e cercando distrattamente di porre fine al frastuono, tastando alla cieca con la mano sinistra, il comodino.
Decise di alzarsi, abbandonando quella calorosa e delicata posizione in cui le coperte, quella notte, erano riuscite a tenerla lontana da gesti dettati della rabbia: si sentiva così sopraffatta dalla delusione che qualche ora prima, salita in camera, avrebbe voluto sfogarsi gettando a terra qualsiasi oggetto le fosse capitato sotto mano; si sentiva così fastidiosamente manipolata, che avrebbe voluto urlare, cercando di trasmettere il proprio nervosismo anche alle pareti e al soffitto.
Decise di alzarsi, nonostante la debolezza fisica e mentale stesse predominando prepotentemente: continuare a far presenza in aula non avrebbe portato a grandi risultati se avrebbe dovuto comunque chiedere gli appunti ad altri compagni di corso ma così facendo, le sembrava di poter controllare una piccola parte della sua vita; auto-convincendosi di star costruendo qualcosa di fondamentale e necessario per il futuro, almeno in parte.
Una volta raggiunto il bagno, si osservò attentamente allo specchio, notandosi diversa: le occhiaie scure marchiavano affondo, rendendo il castano delle iridi più profondo; le labbra secche e screpolate dal freddo erano sottili, serrate; i capelli disordinati e annodati, le circondavano un volto spento. Distrutto. Anche la pelle gridava attenzioni: aveva bisogno di essere curata, aveva bisogno di distendere la tensione e potersi rilassare; si mostrava spenta, trasandata.
Socchiuse gli occhi, respirando affondo: nella sua mente apparvero nitide e scandite due semplici parole. E con quelle due semplici parole era stata in grado di abbattere qualsiasi sicurezza costruita fino a quel momento; con quelle due semplici parole dettate dalla rabbia e dall'esasperazione, era riuscita a gettare la chiave della gabbia a chilometri di distanza da lei; con quelle due maledettissime semplici parole, sperava di non aver allontanato anche l'unica persona in grado di donarle conforto e rassicurazione.
Aprì il rubinetto del lavabo, aspettando pazientemente che l'acqua divenisse calda, prima di potersi sciaquare il viso sperando di poter sciaquare via quelle preoccupazioni pesanti che la rendevano debole, incapace di reagire; sperava di riuscire a liberarsi della sensazione di soffocamento che le comprimeva il cervello, rendendola incapace di ragionare lucidamente. 
Si vestì svogliatamente, intenta a scovare una maschera che le sarebbe servita per affrontare la giornata: per evitare, almeno in parte, di rimanere totalmente inerme. Perchè, nonostante tutto, il tempo avrebbe continuato a scorrere; le giornate sarebbero trascorse; e il dolore insediato nelle vene si sarebbe mutato in cicatrice profonda. 
Si vestì con movimenti dettati dall'abitudine, non rendendosi effettivamente conto delle azioni che realmente stava compiendo; non riconoscendosi mentre afferrava distrattamente una camicetta bianca; cercando una piccola briciola di lucidità mentre si apprestava ad infilarsi un maglioncino blu scuro; sforzandosi di concentrarsi mentre cercava di abbottonarsi i jeans. 
Ancora stava cercando di capire quali sarebbero state le mosse giuste da fare per evitare di sprofondare ulteriormente nell'abisso, per cercare - almeno in parte - di tamponare quella voragine che si era andata ad aprire proprio sotto ai suoi piedi. Ancora doveva metabolizzare nel profondo ciò a cui stava andando incontro.
E in quel momento così particolarmente devastante e travolgente, era sicura di aver bisogno di una persona al suo fianco che avesse il potere di farla reagire senza farsi coinvolgere in scelte sbagliate ed azzardate. Per questo, mentre si stava richiudendo il portone alle spalle facendone scattare la serratura, decise di estrarre dalla tasca del giacchetto il proprio telefono e di scrivere un messaggio.

Messaggio inviato: ore 07.39 am
A: Little T ♥
Stasera usciamo, ne abbiamo bisogno e ti devo parlare

Si fermò sul bordo del marciapiede vicino ad un palo del lampione ormai spento, leggendo e rileggendo il contenuto del testo che aveva appena scritto: non aveva ancora inviato, indecisa se cambiarlo oppure lasciarlo così diretto e sintentico cercando di far arrivare al destinatario un messaggio ancora più forte ed importante di quel che poteva sembrare.
Si ritrovò a mordere il labbro inferiore mentre socchiudendo gli occhi, cliccò delicatamente sul tasto “invio”. Alzando gli occhi al cielo e scuotendo debolmente la testa, sperò di non ricevere risposte contenenti domande scomode a cui non avrebbe saputo rispondere: quella stessa sera però, non avrebbe avuto scampo, rendendosi spoglia delle propri azioni e pronta a pagarne le conseguenze. 
Si sistemò al meglio la borsa sulla spalla che lentamente stava scivolando lungo il braccio destro, e riprese a camminare in direzione del campus: la lezione di Diritto Penitenziario avrebbe saputo coinvolgerla, lasciandola libera dalla pesantezza dei pensieri insidiosi.
«Ciao», una voce delicata ma ormai familiare la sopraggiunse inaspettatamente, facendola voltare leggermente alla propria sinistra per poterne notare l'intera figura.
Camylla sbuffò visibilmente, rallentando inevitabilmente il passo: «Vattene», il suo tono di voce risultò essere più freddo e duro di quanto avrebbe voluto ma non se ne preoccupò. 
«Lo capisco, sei arrabbiata ma..-», anche Nathan aveva diminuito il proprio andamento, adagiandolo a quello di Camylla.
«Mi spieghi qual è il tuo problema?», Camylla si fermò improvvisamente, allargando le proprie braccia in modo teatrale; inclinando la testa di lato; sputando una sensazione fastidiosa e pungente. «Hai ottenuto ciò che volevi, ora lasciami stare», la bocca serrata, gli occhi profondi a scrutare attentamente ogni movimento nascosto.
«E' qua che ti sbagli», stava parlando lentamente, con voce sottile e delicata, «Vorrei poter avere la possibilità di spiegarmi», le iridi verdi
 profonde ad immagazzinare Camylla, rendendola debole. Inerme.
«Francamente Nathan, non ho voglia», la sua voce stava risultando essere più flebile di quanto avesse sperato, rendendo dubbia la sua ferma decisione, «E non m'interessa sentire delle scuse patetiche o qualsiasi altra cosa tu abbia da dire», stava scuotendo la testa, corrugando la fronte dando vita a delle piccole piaghe della pelle; gli occhi fissi sulla figura maschile posta difronte a lei; le mani serrate in pugni.
«Ok», Nathan indietreggiò di qualche passo, lentamente, stando attento a non oltrepassare il marciapiede. Allargò i propri palmi aperti difronte al petto, abbassando lo sguardo.
Quella reazione di arresa e forse delusione di Nathan, fece scattare in Camylla un senso di potere che fino a quel momento era sempre rimasto sommerso dalle sensazioni contrastanti che provava. Perchè, nonostante tutto e contrariamente a quanto avrebbe creduto, avrebbe voluto una reazione completamente differente da quella ottenuta.
«Ti conosco da quanto? Una settimana?», aveva alzato l'indice della mano sinistra, avanzando impercettibilmente in avanti con i piedi, «Eppure sei riuscito ad incasinarmi la vita per bene», si dovette mordere il labbro inferiore per interrompere quel leggero tremolìo che aveva cominciato ad invaderle le corde vocali. Sentiva gli occhi pesanti, le spalle pesanti, la testa confusa. 
«Lo so e credimi se ti dicessi che mi dispiace», stava parlando piano riuscendo a scandire ogni sillaba alla perfezione; riuscendo persino a sembrare realmente sincero e spoglio.
«Faccio fatica», Camylla scosse la testa, sconsolata ed amareggiata da quel dispiacere apparentemente vero ma che sapeva celarsi dietro ad un ego poco altruista.
«Posso capirlo ed accettarlo», stavolta toccò a Nathan avanzare debolmente in avanti, dando così anche la possibilità di far passare due ragazze dietro di sè, «Ma vorrei aver modo di farti ricredere».
«Ho bisogno di tempo e di poter respirare», gesticolava, con le mani aperte vicino alla testa: voleva far capire che il loro modo di convincimento risultava essere pesante, stressante e soffocante; voleva poter riuscire a trasmettere la sensazione di esasperazione che erano stati in grado di creare usando atteggiamenti snervanti e claustrofobici. 
Nathan stava ascoltando, accennando con la testa un consenso silenzioso, «D'accordo è..», si dovette schiarire la voce tossendo debolmente, «E' comprensibile».
Camylla si ritrovò istintivamente ad inclinare  la testa leggermente di lato, corrugando la fronte quasi sorpresa dalla risposta che aveva appena potuto udire.
«Quando ti sentirai pronta, chiama», indietreggiò di qualche passo mimando la cornetta con la mano, «Il mio numero ce l'hai», sorrise mentre strizzando l'occhio destro stava cominciando ad allontanarsi camminando lentamente  all'indietro.
Camylla rimase immobile ad osservare Nathan: per quanto si sforzasse di riuscire a comprendere almeno in parte i comportamenti del ragazzo, doveva rendersi conto di non esserne in grado. Per quanto cercasse di dare un senso logico alle parole annesse ai gesti, non vi riusciva a giustificare nessuna delle due. Rimanendo così nel limbo del dubbio, con una confusione maggiore anzichè risposte certe e concrete. 
Lo guardò allontanarsi mentre immagini nitide collegate a brividi percorribili sulla schiena, aleggiavano nella sua mente: i suoi occhi verdi socchiusi, il suo profumo leggero, l'odore delicato, il respiro sul proprio volto, la bocca a sfiorarle la sua.
Dovette scuotere la testa ed abbassare lo sguardo per poter scacciare quel ricordo imprimente e realistico: Camylla si ritrovò a dover prendere un ampio e profondo respiro, decidendo di riprendere la propria camminata in direzione del campus, cercando di riprendere il controllo della propria mente e ritrovare così la giusta concentrazione volta e necessaria per la lezione.

Camylla chiuse la portiera provocando un rumore secco ed assordante che invase per una breve frazione di secondo, l'intero abitacolo.
«Potresti essere più delicata?», Thomas la rimproverò con il sorriso stampato sulle labbra mentre per tutta risposta stava ricevendo uno sguardo minatorio poco credibile.
«E comunque sei in ritardo», Camylla lo ammonì puntando contro il proprio indice sinistro: distrattamente e con fare indaffarato, stava cercando di tirare a sè la cintura di sicurezza.
«Di soli tre minuti», stava facendo girare la chiave per poter mettere nuovamente in moto la macchina, «Che equivale esattamente al tempo con cui sono stato al telefono con Savanna».
Camylla si allungò in avanti per poter arrivare alla radio e poterla accendere: dovette abbassare notevolmente il volume assordante onde evitare di rischiare di perdere l'udito e poter affrontare una conversazione con l'amico.
«E che cosa vi siete detti?», in sottofondo la musica leggera e rilassante di Ed Sheeran stava riscaldando l'atmosfera. Camylla si sistemò al meglio sul sedile del passeggero, abbandonando la testa e socchiudendo gli occhi.
«Tutto e niente», la ragazza intravide, con la coda dell'occhio, Thomas alzare leggermente le spalle mentre lo sguardo era fisso sulla strada da percorrere per poter raggiungere il locale.
«Potresti essere più chiaro?», con la testa aveva cominciato a dondolare, cercando di seguire il tempo della musica. Cercando di farsi cullare da quella melodia soave e dalla voce inconfondibilmente delicata. Inevitabilmente, la sua mente riprese a vibrare, ponendole difronte agli occhi frammenti di ricordi inerenti alla sera precedente con Nathan.
Camylla quasi sobbalzò sul posto, punta sul vivo e presa in contropiede da sè stessa: si sporse nuovamente in avanti, stavolta per spegnere la radio ed interrompere quel flusso di pensieri che avevano deciso di farle visita.
«Perchè?», Thomas le riservò uno sguardo fugace, cercando di indicare il gesto appena compiuto dall'amica, con la testa.
«Mi distraeva», Camylla parlò con voce debole e flebile: deglutì a fatica mentre decise di abbassare un minimo il finestrino della macchina. Nonostante la temperatura autunnale all'esterno, in quel momento ne sentiva il bisogno: sentiva il proprio volto esplodere, i propri vestiti comprimere il petto; la propria schiena inarcarsi istintivamente. «Ma tu rispondi», riuscì a completare la frase a fatica.
«Pensa che dovrei allontanarmi da te e solo a quel punto avrei la possibilità di tornare con lei», il rumore della freccia fece voltare Camylla ancora intenta a respirare a pieni polmoni l'aria fresca che stava entrando dalla piccola fessura provocata.
Quella frase era riuscita a colpirla più di quanto avrebbe potuto immaginare, rendendola nervosa  ed impacciata, «Thomas io n-».
«Non azzardarti a dire niente», distrattamente Thomas riuscì a distogliere lo sguardo dalla strada per potersi dedicare agli occhi spenti di Camylla: il tono di voce era duro ma non accusatorio; fermo ma non minaccioso. «Anzi, vuoi sapere cosa le ho risposto?», sorrise, tornando con gli occhi puntati in direzione dritta.
Camylla accennò con la testa positivamente, confermando il consenso con un piccolo vocalizzo debole della bocca. Lo stava osservando, preoccupata dalla situazione, dallo stato d'animo che l'amico stava cercando di nascondere. Preoccupata di essere la causa della sua tristezza. Di essere, ancora una volta, in mezzo ad una situazione scomoda involontariamente.
«Le ho detto che avrei dovuto riattaccare perchè sarei dovuto venire a prenderti», stavolta sorrise apertamente, sinceramente divertito da ciò che era successo. La sua risata riuscì a contagiare in parte anche Camylla che si ritrovò a sorridere debolmente.
«Cam, davvero. Stavolta sono serio», Thomas rallentò leggermente l'andatura per poter cercare parcheggio, «Se devi stare così giuro che non ti racconterò più niente di Savanna», stava allungando il collo in avanti per poter vedere al meglio, «Aiutami però, intravedi posti liberi?».
«Forse laggiù, davanti a quella macchina bianca», Camylla indicò davanti a lei, «E comunque te l'ho detto, mi dispiace», si ritrovò ad alzare  le spalle, mordendosi il labbro inferiore.
«Bravissima!», con la mano destra alzata, Thomas stava aspettando che Camylla le battesse un sonoro cinque che - seppur debolmente - non tardò ad arrivare. «Adesso aspetta che faccio manovra e poi ti rispondo», la voce impegnata e lo sguardo vigile del ragazzo, fecero intendere a Camylla di doversene stare in silenzio, non disturbando una manovra apparentemente semplice.
«Eccoci», Thomas spense il motore, girando la chiave nella propria direzione, e si voltò leggermente verso Camylla, «Anche a me dispiace, non lo nego ma questo significa che Savanna non è la ragazza giusta», scosse la testa come a voler fortificare una verità già palesemente schiacciante, «Se lo fosse non si sarebbe comportata così e avrebbe capito ciò che siamo e ciò che ci lega».
Ancora una volta Camylla si ritrovò ad annuire delicatamente con la testa, non pienamente convinta dalle parole dell'amico. Sorrise, cercando di ritagliarsi una serenità che da lì a poco sarebbe scemata.
«Dai, adesso andiamo», le regalò un giocoso pizzicotto sulla guancia ricoperta di fard rosa chiaro, prima di aprire la portiera della macchina.
«Ehm, Little T», Camylla fu costretta a richiamarlo mentre tentava di staccare la cintura. Vide Thomas piegarsi sulle ginocchia e poter avere la possibilità di guardarla negli occhi,  «Ho lasciato il finestrino aperto», stavolta sorrise davvero, non appena vide il ragazzo sbuffare visibilmente.
«Sempre la solita», Thomas alzò gli occhi al cielo mentre riaccendeva il motore per poter dar la possibilità a Camylla di chiudere il finestrino. «Tu di che cosa volevi parlarmi?».
«Ho bisogno di dirtelo dopo aver bevuto circa cinque cocktail», Camylla richiuse la portiera della macchina, cercando di abbottonarsi anche il bottone del giacchetto che si trovava sotto al collo: il calore di poco prima l'aveva lentamente abbandonata, tornandola a farla sentire fredda. E sola.
«Cam!», Thomas aprì le mani indicando lo sportello sbattuto per la seconda volta: richiuse a pugno la sinistra, mettendoselo in bocca e cercando di morderselo. 
«Non si smonta, stà tranquillo», scosse la testa divertita, facendo segno di doverla seguire in direzione dell'entrata del locale.
«Ah, sai che ho sentito Theo?», la raggiunse dovendosi però soffermare due passi dopo sul ciglio della strada per poter accertarsi che non vi fossero vetture in movimento e poter attraversare.
Camylla si bloccò istintivamente, nonostante Thomas stesse per avanzare verso il lato opposto: il cuore le prese a battere ad un ritmo elevato, cominciando a far salire a galla anche tutta la preoccupazione che ciò si portava dietro.
«Tutto bene?», Thomas la afferrò per il polso, aiutandola a muovere dei passi in avanti, dandole così la possibilità di arrivare direttamente davanti alla porta d'ingresso.
«Sì, io..», Camylla si lasciò trascinare, cercando di inventarsi una scusa plausibile da dover dare momentaneamente a Thomas, «No, è che credevo di aver visto Matthias», sputò velocemente quelle parole mentre stava ancora cercando di calmare l'agitazione improvvisa che l'aveva travolta.
Thomas cercò di sfilare l'orologio ricoperto dalla manica del giacchetto, in modo da poterne leggere l'ora esatta, «E' sempre a giocare la partita, verrà più tardi».
«Lui verrà qui?», domandò Camylla, corrugando la fronte. Avevano oltrepassato la porta pesante nera opaca del locale: un calore afoso e asfiassante, mischiato al volume alto della musica, li avvolse violentemente, facendo nascere smorfie di disgusto su entrambi i volti.
 «Certo, come tutti i venerdì», Thomas alzò le spalle con fare ovvio, usando un tono scontato ma alto per poter sovrastare il frastuono.
Camylla rimase interdetta, decidendo di lasciare la sua curiosità a metà: sembrava quasi che il suo ex ragazzo avesse l'abitudine di frequentare quel locale ma a lei risultava essere una novità. Nonostante avesse la voglia di sapere e capire, optò per accantonare l'argomento, preferendo riportare l'attenzione su di un'altra persona.
«Credevo lo sapessi», dovette avvicinarsi all'orecchio dell'amica per potersi far sentire chiaramente mentre, con i gomiti appoggiati sul bancone, attendeva la considerazione da parte di uno dei due baristi.
«Sì», a Camylla nacque spontaneamente una smorfia sul viso mentre annuiva positivamente, cercando di essere abbastanza convincente. «Ma comuque, mi stavi dicendo di Theo, giusto?», con le dita della mano destra aveva preso a tamburellare. In attesa.
«Giusto! Brava», alzò il pollicine verso l'alto, «Siamo stati quasi un'ora al telefono», Camylla intravide un sorriso leggero contornare il volto di Thomas, e le venne istintivamente da sorridere anche a lei. Non conoscendone il motivo.
«Di cosa avete parlato?», il sapere la stava consumando lentamente: necessitava di sapere se l'amico avesse rivelato di essere a conoscenza dell'intera situazione; sentiva il bisogno di sapere se Thomas avesse provato a dissuadere Theo dal piano pericoloso ed insensato. Doveva semplicemente sapere. Per poi annunciare la bomba imminente.
«Mi ha raccontato un pò della sua relazione con Alyssa e di qualche problema che sta affrontando», stava continuando ad urlare ma nonostante tutto, stava parlando lentamente per facilitare Camylla alla lettura del labiale qualora non fosse riuscita ad udire tutte le parole.
Camylla stava annuendo, nella speranza che l'amico potesse parlare senza bisogno di aiutarlo attraverso delle domande. Ma quando si accorse che ciò non stava accadendo, decise di spronarlo, «Che tipo di problema?».
«Sembra che i suoi siano sul punto della separazione», Thomas puntò lo sguardo nuovamente sui baristi, entrambi intenti a preparare dei cocktail. «E in più l'hanno cacciato dalla squadra di rugby».
«Come mai?», quella domanda uscì spontanea a Camylla, che seppur fosse dispiaciuta per la situazione che stavano dovendo affrontare i genitori di Theo, la sua attenzione venne catturata totalmente dall'ultima affermazione.
«L'hanno trovato positivo al test anti-droga», Thomas le si avvicinò nuovamente all'orecchio per potersi far sentire esclusivamente da Camylla: con lo sguardo attento, stava cercando di guardarsi intorno per accettarsi che nessuna persona a loro limitrofa potesse sembrare interessato alla conversazione.
Camylla sbarrò gli occhi, aprendo leggermente la bocca ma non riuscendo ad emettere nessun tipo di suono.
«Ha bisogno del nostro aiuto», Thomas si voltò completamente in direzione di Camylla, immergendo il celeste nel castano, creando giochi di sguardi grazie alle luci ad intermittenza colorate che il locale aveva acceso: la osservò profondamente, parlando sinceramente.
Per tutta risposta, Camylla rimase immobile lasciandosi abindolare da quegli occhi tanto caldi quanto familiari; rimase sconcertata, non trovando parole giuste da poter dire in quell'esatto momento. Rimase incredula dalla banale ed assurda situazione che andava ad intrecciarsi e complicarsi ogni giorno sempre di più.
Un ragazzo biondo con il piercing al labbro inferiore e i tatuaggi sulle mani, interruppe quello strano momento di tensione che era andato creatosi tra Camylla e Thomas, chiedendo loro cosa volessero da bere.
«Un White Lady per me», Thomas dovette far perno sui palmi aperti sopra il bancone per potersi sporgere leggermente in avanti: era appena iniziata una canzone con un volume esageratamente alto. «E un..»,  si voltò in direzione di Camylla.
«Oh, ehm..», fu presa in contropiede, ancora immersa tra i mille pensieri che avevano ripreso a vorticare ferocemente. «Un Lady Luck andrà benissimo», sputò di getto il primo nome di cocktail che le venne in mente, con la pressione fastidiosa che il barista, con lo sguardo profondo e il corpo stanco, le stava trasmettendo.
«Arrivano subito», il ragazzo sorrise distrattamente, voltando loro le spalle per poter afferrare tutti gli alcolici necessari a comporre i drink richiesti.
«Dove andiamo dopo?», Camylla cominciò ad osservare l'intero locale che si stava riempendo velocemente: al centro della sala un gruppo di ragazzi aveva già cominciato a ballare in maniera scoordinata; le sedie poste ai lati - su tutta la lunghezza del muro - erano occupate per lo più da borse e cappotti abbandonati malamente.
«Potremmo cercare un tavolo libero», Thomas le sorrise, strizzandole l'occhio destro cercando di sistemarsi la camicia azzurro chiaro che aveva indossato. «Così forse riuscirai a parlare».
«Siamo a malapena al primo cocktail», Camylla alzò le spalle, ricordando esattamente le parole che aveva enunciato solamente qualche minuto precedente.
«Hai intenzione di berne davvero cinque?!», nonostante la musica, la risata cristallina e genuina di Thomas riuscì a sentirsi limpida e chiara mentre afferrava il bicchiere colmo che il barista aveva sbatacchiato frettolosamente sul bancone.
«Forse anche sei», parlò in un sussurro, dettato più a sè stessa che all'amico: non sarebbe stato semplice riuscire a trovare il coraggio di aprirsi totalmente, rendendosi vulnerabile e dovendo affrontare la incerta reazione che avrebbe avuto Thomas.
«Seguimi che forse laggiù c'è un posto», Thomas le fece cenno con la testa, cominciando a farsi spazio tra la folla che imperterrita continuava ad entrare nel locale.
Camylla si ritrovò a sospirare, con l'indecisione a farle da protagonista, a spingerla verso il silenzio. Con il dubbio e la preoccupazione disegnati sul volto, si ritrovò a compiere dei passi incerti in direzione dell'amico, pregando silenziosamente affinchè quello stato di agitazione potesse risultare - a fine serata - un ricordo sbiadito e lontano.

«Attenta!», Thomas urlò, non riuscendo comunque a sovrastare il rumore assordante della musica: afferrò Camylla per un polso, attirandola a sè ed evitando che quest'ultima andasse a sbattare contro un ragazzo dietro di lei con un drink ancora colmo all'interno del bicchiere.
Per tutta risposta Camylla cominciò a ridere, gettando la testa all'indietro e socchiudendo gli occhi. «Sai», stava quasi biascicando, con la gola secca e la voce debole: riuscì ad appoggiare entrambe le mani sul petto di Thomas riuscendo a sorreggersi: decise di avvicinarsi all'orecchio per potersi far sentire meglio, «Mi sto proprio divertendo».
«Sono contento», Thomas si stava muovendo cercando di ballare ad un ritmo pressochè similare alla musica, facendo di conseguenza muovere anche Camylla: si distaccò giusto quel tanto che bastava per poterla guardare negli occhi. In quel castano reso magico dal gioco di luci che si stava andando a creare.
«Potrebbe servirmi un altra bevuta», riuscì a parlare pacatamente, interrompendo quella risata cristallina che l'aveva tenuta viva: stava diminuendo l'andamento del ballo sconnesso, non ascoltandone la musica. Semplicemente, si stava immergendo in quegli occhi celesti volti a calmare uno stato di agitazione che era riuscita ad accantonare, rendondola libera e spenseriata.
«Eviterei, se fossi in te», sorrise delicatamente, mostrando i denti resi quasi fluorescenti dal fascio di luce. «Anche se ancora non mi hai detto ciò che dovresti», la ammonì giocosamente, gesticolando con l'indice della mano destra.
«Che memoria», Camylla cercò di fare un passo indietro, inclinandosi in avanti per mimare la propria graditudine alla mente brillante di Thomas: stava per perdere l'equilibrio, sbilanciandosi troppo e sentì una presa stretta e calda sulla propria schiena, facendo sì che ritornasse in posizione eretta. «Grazie», ne uscì l'ennesima risata spontanea, mentre nella sua mente l'immagine di cosa sarebbe potuto succedere se Thomas non l'avesse afferrata in tempo, si stava ripetendo a rotazione.
«Torniamo al tavolo, dai», Thomas fu costretto ad avvicinarsi all'orecchio di Camylla che nel frattempo aveva ripreso a ballare in maniera sconnessa: con i capelli che non riuscivano più ad oscillare a tempo, rimanendo anzichè appiccicati alla schiena nuda ormai sudata.
«Cosa? Salutiamo un cavolo?», Camylla guardò Thomas con fare interrogativo, corrugando la fronte ed arricciando il naso: continuando con i movimenti liberatori.
Thomas si ritrovò ad alzare gli occhi al cielo, non riuscendo a rimanere serio. «Andiamo al tavolo», decise di aiutarsi con la mano, indicando un posto non definito alle proprie spalle.
«No, balliamo!», alzò un braccio sopra la testa, urlando felice e saltellando spensierata: stava cercando dentro sè quella forza necessaria volta a renderla sicura e decisa nello sputare fuori ciò che l'aveva resa nervosa soltanto fino a poche ore prima.
«Balliamo», Thomas sussurrò arreso, aprendo le mani davanti al petto. 
Camylla non riuscì a comprendere la parola dell'amico, non riuscendo neanche a leggerne il labiale, ma decise di non darne troppo peso, intraprendendo una strada insidiosa e pericolosa «Uh! Lo sai che», afferrò una mano di Thomas, riuscedo così a girare su sè stessa, e rischiando nuovamente di perdere l'equilibrio per la troppa velocità, «No anzi, indovina».
«Eh?!», stavolta toccò a Thomas guardarla con la fronte corrugata e gli occhi sgranati, cercando inutilmente di trovare un senso alla frase espressa malamente da Camylla.
«Qualcuno stava per baciarmi», Camylla cominciò a guardarsi furtivamente intorno, muovendo velocemente il proprio sguardo prima a destra e poi a sinistra, mentre annuiva con la testa per confermare la frase appena pronunciata.
«Chi? Ma quando?», cercò di bloccarla per le spalle ma Thomas non riuscì a portare a termine il proprio tentativo. «Si può sapere che dici?».
«Ti dò un indizio», cercò distrattamente di legarsi i capelli in una coda lenta e disordinata mentre eclissava totalmente l'idea di doversi fermare almeno per un attimo, «E' stato Nathan».
Thomas si ritrovò a scuotere la testa, cercando di seguirla sia nei movimenti che nelle parole sconnesse rese ancora più complicate dalla musica, «Nathan ha cercato di baciarti?».
Camylla annuì soddisfatta con gli occhi socchiusi e una mano ad asciugarsi il collo liberato dalla matassa di capelli.
«E per dirmi questo avevi bisogno di cinque cocktail?», Thomas ricevette una leggera spinta inaspettata da un gruppo di ragazze sorridenti che stavano cercando di farsi largo tra le persone: si mosse in avanti, voltandosi con sguardo quasi minaccioso.
«Oh no! Figurati», Camylla riprese a ridere sonoramente, divertendosi a battere le mani davanti al petto, «Io, sottoscritta Camylla Hayley Evans», decise di fermarsi improvvisamente, allargando con fare teatrale le braccia laterlmente: gli occhi persi, non riuscendo realmente a vedere ciò che le si presentava davanti. «Rapinerò una banca».
«Come?!», l'afferrò con decisione per un polso, cominciando a spintonare chiunque si trovasse davanti alla propria direzione. 
Camylla stava cercando di puntare i piedi, muovendosi debolmente nella speranza di potersi liberare dalla stretta,  «Thomas, lasciami!».
Per tutta risposta, Thomas continuò deciso a trascinarsi dietro una Camylla confusa, con la testa pesante e lo sguardo vuoto; una Camylla fuori controllo, che rifiutava di immagazzinare effettivamente il contorno che la stava circondando; una Camylla ignara di aver lanciato liberamente una bomba pronta ad esplodere.
Arrivarono a fatica davanti al portone d'emergenza grigio piombo che Thomas aprì spingendo sul maniglione rosso: si lasciarono il calore, il rumore e l'odore forte alle spalle mentre venivano accolti da una fredda aria pungente e da una fine pioggerella che aveva cominciato a scendere.
«Ora tu mi ripeti che cazzo hai detto!», la voce di Thomas rieccheggiò nel piazzale vuoto: un tono forte e deciso, reso tale anche dallo sguardo ghiacciato e fisso sulla figura di Camylla.
«Ma che ti prende?», con la voce impastata, Camylla si ritrovò ad allargare le braccia davanti al petto: lo stava osservando a sua volta con gli occhi sottili.
«Hai appena detto che rapinerai una banca!», stava parlando con denti stretti, «Dimmi che è uno scherzo».
Istintivamente Camylla indietreggiò, ritrovandosi a grattare la nuca con la mano sinistra. «L'ho detto?», alzò le spalle, incapace di gestire le proprie reazioni, «Beh se l'ho fatto, sarà vero. Non ricordo», sorrise debolmente, picchiettando il tacco della scarpa, giocosamente.
«Santo Cielo! Perchè?!», Thomas cominciò a camminare nervosamente avanti e indietro, gettando le mani aperte sopra la testa. La sua voce trasudava preoccupazione, irritazione e delusione. Soprattutto delusione.
«Possiamo tornare dentro?», Camylla cercò di bloccarlo, puntandosi difronte a lui ed avvicinandosi al suo petto: parlò piano sforzandosi di mostrarsi infreddolita, «E andiamo a bere, che dici?!», cercò di sorridere nuovamente, solleticando il mento di Thomas con l'unghia placcata di rosso.
«Sì, andiamo», Thomas sbuffò, riprendendo a camminare in direzione del portone, «Tanto non sei in grado di sostenere una conversazione», Camylla lo notò scuotere la testa, non riuscendo però a capire appieno il senso della frase enunciata dall'amico.
Decise di seguirlo, ripredendo a saltellare scoordinatamente non appena il rumore assordante delle casse non ritornò ad invaderli completamente: Camylla rabbrividì non appena il calore del locale la se insinuò sulle braccia scoperte ma sorrise mentre con lo sguardo in movimento cercava di intravedere il bancone degli alcolici.
Stavano cercando di dirigersi dalla parte opposta, quando l'attenzione di Camylla non fu catturata da una figura maschile a poca distanza da lei: una figura sfuocata ma unica, una figura sconnessa ma nonostante tutto ben riconoscibile. Una figura che le fece mordere il labbro inferiore; che le fece inarcare la schiena; che seppe renderla felice e sicura. Leggera.
Si sporse in avanti, per poter raggiungere Thomas, «Potresti aspettarmi un secondo?», cercò di farsi capire, non cedendo lo sguardo dalla figura.
«Perchè? Che succede?», rallentò il passo cercando di capire cosa volesse intendere l'amica con quella domanda ambigua.
«Torno subito, vado in bagno con Matthias», Camylla le accarezzò la schiena, riprendendo a camminare velocemente in direzione di quel ragazzo talmente potente da renderla debola. Sentì Thomas borbottare qualcosa così decise di voltarsi distrattamente, «Aspettami là», indicò un punto non definito, decidendo di dedicare la piena e completa attenzione a Matthias.

09 Ottobre.

Quella mattina di un sabato qualunque, Camylla si ritrovò a mugolare ad occhi chiusi, voltandosi a fatica sul fianco sinistro.
«Cam», una voce familiare e delicata stava sussurrando vicino al suo orecchio: sentiva il tocco delle dita leggere solleticarle i capelli.
Si ritrovò a sorridere debolmente, continuando a mantenere gli occhi chiusi, beandosi di quelle attenzioni necessarie.
«Cam, sveglia», ancora una volta la sua voce risultò essere delicata nonostante la vicinanza. Camylla provò nuovamente a girarsi, optando per la posizione supina: cercò di aprire gli occhi a fatica notando una leggera luce fioca entrare dalla finestra.
«Buongiorno», sentì il rumore delle lenzuola muoversi sotto di lei: provò per la seconda volta ad aprire gli occhi rendendosi conto di quanto le stessero pulsando le tempie e di quanto la testa rendesse tutto dannatamente complicato. Si portò una mano sui capelli, ancora malamente avvolti in quella che qualche ora prima poteva essere definita una coda di cavallo.
«Come ti senti?», Thomas aveva scelto di mantenere un tono di voce basso, parlando piano e delicatamente.
«Male», Camylla cercò di voltarsi lentamente in direzione dell'amico, notando di essere impacciata e limitata nei movimenti.
«Ti ho preparato l'acqua con zenzero e limone», lo vide afferrare il bicchiere dal comodino per poi porgerlo: Camylla cercò di tirarsi a sedere, appoggiando la propria schiena alla testa del letto, «Tieni».
Camylla si limitò a ringraziarlo con un piccolo sorriso mentre sorseggiando, continuava a sorreggersi la testa.
«Giù è già pronta anche la colazione», anche Thomas sorrise di rimando: Camylla notò i suoi occhi stanchi, il viso spento ed i capelli spettinati.
«Da quanto sei sveglio?», le domandò quasi sussurrando: il mal di testa rendeva la stanza in movimento leggero ma continuo.
«In realtà non ho dormito molto», alzò le spalle, afferrando dalle mani di Camylla il bicchiere ormai vuoto.
«Come mai? Che è successo?», Camylla cercò di sistemarsi più comodamente, stando attenta a compiere movimenti precisi e lenti. Stava anche provando a ricordare qualcosa inerente alla sera precedente ma non riusciva a collegare correttamente le varie singole scene che le apparivano sbiadite.
«Vuoi davvero saperlo?», Thomas provò a sorridere non riuscendo a nascondere la sua stanchezza, «Non sono scene bellissime da raccontare».
Camylla annuì debolmente con la testa, notando solo in quell'istante indossare il proprio pigiama.
«Per essere delicati, in macchina ti sei svuotata lo stomaco», puntò lo sguardo al soffitto, appoggiando il mento sopra il pugno della mano, «La prima volta, poi..-».
«Ho rimesso in macchina tua?», Camylla assunse un'espressione di disgusto, torcendo sia il naso che la bocca, «Che schifo! Mi dispiace», con la testa stava dondolando, maledicendosi per essere stata così infantile e sciocca.
«Ma non è finita! Poi arrivati a casa, hai rimesso altre tre volte», con la mano sinistra mostrò il numero tre con le dita, come a voler imprimere affondo lo stato deliterio in cui si trovava l'amica, «Fortunatamente sempre in bagno».
«Che figura!», Camylla aveva appoggiato la fronte sulla mano aperta. Stava provando ad immaginare le possibili scene e tutte portavano ad una conclusione vergognosa ed imbarazzante.
«Ovviamente ti sei sporcata il vestito così ti ho cambiata e ho messo la lavatrice», Thomas aveva incosciamente risposto ad una domanda silenziosa ma scontata che si era posta Camylla: non avrebbe mai saputo ringraziare a dovere l'amico per ciò che aveva fatto.
«Ricordami perchè Savanna ti ha lasciato», provò a smorzare quell'ambiente teso e ai limiti del ridicolo, sorridendo appena volta a rendergli la sua più totale riconoscenza.
«Già», Thomas sorrise, alzando entrambe le sopracciglia contemporaneamente, «Comunque te dormivi, allora ho deciso di andare a lavare la macchina o ci sarei morto stamani dall'odore», alzò le spalle con fare ovvio continuando a sorridere.
«Perdonami, davvero!», Camylla provò a spostarsi cercando di girarsi lentamente verso la propria sinistra e puntare così i suoi occhi in quelli stanchi di Thomas.
«Non preoccuparti», le riservò una carezza delicata sulla guancia, «Quando sono tornato a dormire, stavi russando», stavolta rise sonoramente, alleggerendo quella tensione parpabile, «Ti ho registrata!».
«Hey!», Camylla diede a Thomas una leggera pacca sulla spalla, rimproverandolo giocosamente. «Dopo però mi fai sentire».
Il ragazzo stava annuendo tra le risate, con la testa tirata leggermente all'indietro e gli occhi quasi alle lacrime «Poi ad una certa, il tuo telefono ha preso a squillare all'impazzata e mi sono svegliato», fece fatica a concludere la frase, ancora coinvolto dal sorriso.
«Più tardi controllo», non richiedeva nessun altro al momento: per quanto avesse voglia di lasciarsi travolgere dal contagioso sorriso di Thomas, a Camylla cominciava a dar fastidio alla testa. Ancora troppo rumore da sopportare. «Cavolo, non bevevo così da anni».
«L'ultima sbornia  la prendemmo ad Ibiza, ricordi?», incrociò le gambe provocando un rumore confuso dei jeans sulle lenzuola ancora calde.
«Beata gioventù! Ora invece», Camylla cercò di sorridere provando a scuotere la testa, amaramente dispiaciuta. «Perchè non mi hai fermata?», nonostante conoscesse la risposta, aveva un disperato bisogno di capire e sapere se il piano erano andato come previsto o se l'ingerire una notevole quantità di alcool avesse portato solamente a situazioni sgradevoli.
«Perchè volevo sapere ma forse era meglio rimanere all'oscuro», Thomas abbassò lo sguardo, distogliendo il contatto visivo con Camylla: stava parlando debolmente, quasi fosse insicuro se pronunciare o meno quelle parole.
«E così, ti ho detto della banca», sospirò, grattandosi nervosamente la nuca: era consapevole che avrebbe dovuto affrontare quella conversazione, solo non si sentiva pienamente al meglio delle energie per poter spalleggiare e sorreggere una reazione negativa da parte di Thomas.
«Ho sperato tutta la notte che si trattasse di uno scherzo», stavolta riuscì ad alzare lo sguardo, osservandola con occhi spenti. Delusi, tristi. «Perchè, Camylla?!».
«Perchè sono una stupida», Camylla provò a sorridere tristemente, alzando le spalle e scuotendo la testa, «Perchè hanno saputo portarmi all'esasperazione, allo sfinimento», cercava di rendere al meglio l'idea gesticolando nervosamente con la mano, «Nathan è arrivato persino a baciarmi, cioè ti rendi conto?».
«No, faccio fatica a rendermene conto», anche Thomas stava scuotendo la testa mentre si muoveva sulle lenzuola, nervosamente, «Anzi, faccio fatica a capire l'intera situazione», stava cominciando ad agitarsi. Comprensibilmente.
«Ci sono dentro, ok?», si portò una mano alla testa, che aveva ripreso a martellare più ferocemente, «Credevo di saperla gestire e invece ci sono andata più affondo», contrariamente a quanto si sarebbe aspettata, Camylla stava mantenendo una tranquillità apparentemente disarmante.
Riusciva ad immaginare lo stato d'animo di confusione e perplessità che stava avvolgendo Thomas ma non poteva mostrarsi altrettanto, cercando di rendere la faccenda meno pericolosa di quanto in realtà non fosse.
«Sto cominciando a pensare che Theo possa averti passato qualcosa», con palese delusione nel tono della voce, Thomas cominciò a muoversi velocemente sul letto, cercando di alzarsi. Abbandonando così quel contatto visivo spento e affranto. «Perchè davvero, fatico a riconoscerti».
«Perchè non hai passato ciò che ho dovuto passare io», anche Camylla cercò di spostarsi dalla propria posizione ma riuscì a percepire solamente un'ulteriore dolore alla testa che permise - per una breve frazione di secondo - alla stanza di girare.
«Ma per favore!», Thomas alzò il braccio sinistro sopra la testa, gesticolando con la mano, «Dì piuttosto che l'idea ti stuzzica», Camylla lo vide piegarsi in avanti e raccogliere il maglioncino da terra. 
Quella semplice frase colpì in pieno volto Camylla, rendendola instabile: la colpirono al cuore, facendo aumentare i ritmi cardiaci; la colpirono sulla schiena dorsale, facendola vibrare; la colpirono sulla pelle, rendendola fredda. La colpirono nella mente, con una potenza tale da riuscire ad abbattere ed indebolire ogni speranza resa vana da Thomas nel poterla comprendere.
La fecero tintìnnare, rendendola incapace di poter replicare. Trovando quelle parole talmente disgustose da essere rese lame di coltelli lanciate dalla persona sbagliata.
«Anzi, sai cosa ti dico?», non si era resa conto Camylla che Thomas aveva preso ad avanzare in direzione della porta di camera, «Farò parte anche io del piano».
 «Come?!», Camylla strabuzzò gli occhi, osservandolo stancamente: ogni decisione presa, portava con sè una conseguenza sgradevole che Camylla non aveva più voglia di sopportare; ogni suo gesto serviva a far allontanare le persone che avrebbe voluto al proprio fianco. «Non dire cazzate!».
«Perchè te sì ed io no?», stava alzando la voce, allargando le braccia davanti al petto.
«Perchè io sono stata manipolata! Nessuno sano di mente si proporrebbe spontaneamente per una cosa del genere!», dovette socchiudere gli occhi per evitare che la sua testa riproponesse immagini traballanti della sua camera da letto. Avrebbe voluto urlare ma riusciva solamente a parlare con una foga tale da farsi capire a stento.
«No Camylla, è qua che sbagli», Thomas stava gesticolando con l'indice della mano sinistra, «Perchè se davvero lo vuoi, una soluzione per toglierti dai casini, la trovi», la sua bocca si muoveva appena, mostrando denti stretti. Facendo percepire la delusione palpabile.
Camylla rimase nuovamente interdetta, ferita dalle parole dell'amico. Ferita dalla sua sincera spontaneità. Ferita dalla verità schiacciante di quella frase.
«Dimostrami che ci proverai o sarò costretto a dire a Theo di darmi un ruolo», appoggiò una mano sulla maniglia, facendovi una leggera pressione: le aveva voltato le spalle, amareggiato e arreso da un ricatto quasi necessario.
«Ma porca..-», Camylla strinse gli occhi, interrompendosi a metà: cominciò a prendere ampi respiri per potersi calmare con la testa appesantita dalla nottata turbolenta appena trascorsa. Serrò i pungi, stringendo un lembo del lenzuolo, «Non puoi farmi questo», la voce debole resa tale dalle lacrime che stavano cominciando ad offuscarle la vista.
«Lo sto facendo per te!», Thomas si voltò di scatto, con gli occhi celesti profondi. Persi. La voce nuovamente alta. «Sto cercando di aiutarti. Possibile che tu non riesca a capirlo?!».
«No, così mi stai mettendo pressione», provò ad alzarsi, barcollando visibilmente: fu costretta a risedersi sul bordo del letto: con le gambe stanche, la schiena gobba e la testa ciondolona, «Come tutti gli altri».
Thomas scosse la testa, abbassandone lo sguardo: aprì la porta della camera prima di soffermarsi a metà di essa, «Ah, comunque ieri sera hai fatto sesso con Matthias».
Camylla istintivamente alzò lo sguardo, corrugando la fronte e cercando di emettere qualsiasi tipo di suono, con scarsi risultati: stava ancora cercando di concepire il senso della frase enunciata da Thomas.
«Nel bagno del locale», parlò quasi in sussurro prima di cominciare a camminare verso il portone principale della casa, lasciando Camylla completamente in balìa della confusione e dell'esasperazione.
Si lasciò cadere all'indietro, rendendo il soffitto offuscato per qualche breve secondo: nonostante stesse cercando di mettere insieme i pezzi della discussione appena terminata con Thomas, non riusciva a capacitarsi potesse essere successa davvero. Riusciva solamente a sentirsi fragile, vulnerabile. Stanca. Riusciva a sentirsi sola. Sentiva la gabbia farsi sempre più piccola, rendedole difficoltoso persino respirare. 
Quando la suoneria del cellulare prese a squillare, Camylla cominciò ad imprecare sonoramente: malamente riuscì a tornare eretta con la schiena, cercando così di afferrare il telefonino sul comodino. Il nome di Nathan lampeggiava ad intermittenza regolare.
La voglia di riagganciare senza neanche rispondere vigeva prepotente ma contrariamente a ciò che il proprio cervello le stava indicando di fare, il dito della mano aveva preso a strusciare delicatamente sul display.
«Che diavolo vuoi ancora?», aveva bisogno di sfogare la sua rabbia. In qualsiasi modo.
«Mio padre è all'ospedale», la voce rotta, commossa. Debole, «Ha tentato il suicidio».
Camylla si maledisse per aver risposto così maleducatamente alla chiamata.
«Dammi il tempo di una doccia ed arrivo».







 

I'M BACK!
Sembra impossibile ma sono proprio io! Sembra passata una vita dall'ultima pubblicazione (e forse è così) ma è stato difficoltoso trovare del tempo da dedicare alla storia.
Btw, finalmente ci siamo :)
Questo capitolo si concentra principalmente sulla serata trascorsa tra Camylla e Thomas: la nostra protagonista ha scelto di 
parlare con l'amico in un ambiente e in un contesto mooolto discutibile. Commettendo anche, un errore madornale (Matthias..).
Spero di essere riuscita a farvi capire lo stato 
difficoltoso in cui si trovava Camylla, essendo andata ben oltre i cinque cocktail previsti (anche se ciò non è stato specificato).
La mattina dopo, va da sè, avere un mal di testa terrificante ma nonostante ciò, si vede costretta a discutere proprio con Thomas. Quest'ultimo la mette un pò alle strette: o reagisce o anche lui entrerà a far parte del piano.
Che ne pensate di questa mossa?!
Il capitolo poi, si conclude con una notizia preoccupante per Nathan.
Fatemi sapere, senza freniiii :)

Ps: sono consapevole essere un capitolo pressochè 
mediocre (a volermi bene) e forse ripetitivo. Ma abbiate pietà :)
Il prossimo aggiornamento dovrebbe tornare ad essere abbastanza regolare.

Un bacione,

G.xx

 


  
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