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Autore: Dira_    24/04/2021    2 recensioni
[Seguito de "Nella Selva Oscura"]
Castiglioscuro non è più un problema per le Silvani. Lo è il bosco, e ciò che contiene.
Un mostro si è risvegliato tra gli alberi e una barista di paese si è resa conto che non più essere soltanto quello.
Rosi deve tornare nell'Altrove, un mondo popolato da spettri, Creature e Mostri e deve trovare il coraggio di affrontarli e forse affrontare sé stessa.
Nell'Altrove è facile smarrirsi: puoi dimenticare di essere un mostro per scoprire il primo amore, puoi cominciare a dubitare che obbedire agli ordini sia sempre giusto. Puoi scoprire che no, non lo è.
Perché nell'Altrove vi è una sola certezza: una volta che lasci il sentiero, è allora che la storia comincia davvero.
Genere: Fantasy, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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6.
 
Striscia …
Nel buio della notte striscia. Schiaccia l'erba, la sua mole calpesta fiori e lascia lunghi solchi nella terra umida.
Striscia.
Gli alberi dicono che è pericoloso, ma gli alberi ricordano anche che tutto prima o poi passa. Nulla rimane sé stesso nel bosco. Nulla rimane, se non gli alberi.
Però intanto striscia…
La notte è il suo terreno di caccia.  
C'è qualcuno che gli dice cosa fare. È una voce che non può permettersi di ignorare perché parla la sua lingua e ordina. Deve obbedire perché una magia antica lo obbliga a farlo, quella parte di coscienza che lo rende simile a loro.
Sono i figli del Chiaro che deve cacciare, gli ordina la voce. Loro che deve uccidere perché la paura è ciò di cui la voce si nutre. 
Striscia fino a che la luna fa seguito al sole, ma durante il giorno è debole, esposto come appena uscito dall'uovo. Non può cacciare con la luce che gli arroventa le scaglie, e quindi aspetta. È umido dove aspetta, e buio come piace a lui.
Aspetta … e poi.
Striscia.
Fuori dalla grotta, tra le fronde del sottobosco e nel farlo si specchia nelle acque cristalline di un ruscello. Le sue scaglie brillano alla luce della luna, mortifere come lame. 
Il terrore ha il suo nome quando si dipinge sul volto della preda di quella notte.
 
Bice si era alzata a sedere di soprassalto. La veste sudata le si era attaccata al corpo come un sudario mentre il mondo tornava reale e si sfilacciavano gli ultimi brandelli di sogno. 
Aveva sognato il mostro attaccare un uomo. 
La ragazza si era presa il viso tra le mani, premendo le dita sulle palpebre, come a voler scacciare quella visione di morte. Presa dall’angoscia, si era voltata per controllare i propri cari; il russare robusto di suo padre le aveva dato misura di quanto inoltrata fosse la notte. Sua sorella invece dormiva dandole la schiena, il respiro regolare e profondo.
Bice tirò un respiro di sollievo mentre si alzava per andare a versarsi un po' d'acqua dalla brocca in fondo alla stanza. L'acqua era calda e aveva il sapore terroso della polvere; non pioveva da giorni e tutto il comunello era secco come erba bruciata dal sole. Ne bevve qualche sorso, spostandosi alla finestra. Un gufo lanciò il suo richiamo dal bosco, le cui chiome sotto la luce della luna parevano quasi trasparenti, come la crisalide di una farfalla. 
Tutto pareva tranquillo e addormentato.
Eppure. 
Un uomo era appena stato ucciso … o sarebbe stato ucciso. Aveva visto il mostro attaccarlo, specchiandosi nelle acque del ruscello sotto il ponte della manolonga.
Non aveva modo di sapere se fosse passato o futuro; avrebbe dovuto attendere il sorgere del sole per avere la sua risposta. 
Bice bevve ancora, la gola riarsa da quell’estate senza pioggia. L’arrivo del mattino le appariva irreale come un sogno. 
 
*** 
 
Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo.
(George Santayana)
 
Roísín non aveva mangiato molto a cena.
Non era riuscita, non con lo stomaco stretto in una morsa. 
Fortunatamente i ragazzi avevano sopperito alla sua mancanza di appetito mangiando anche la sua parte e distraendo sua madre con chiacchiere e richieste.
Aveva bisogno di stare da sola. 
“Faccio io,” disse quando Michele e Stefano cominciarono a sparecchiare. “Non c'è problema, andate pure,” reiterò e alla seconda volta non trovò molta resistenza. Caterina prese in consegna la tribù adolescenziale e poco dopo sciamarono in Piazza in una cacofonia vivace.  
“Sicura di non volere una mano?” le domandò sua madre ed era evidente che volesse restare per parlare, ma non era il momento e dubitava lo sarebbe stato per un po'.
“Oggi non ho mosso dito in casa, fammi fare almeno questo,” disse impilando i piatti sporchi e portandoli in cucina. “Buonanotte.”
Sua madre esitò ma uscì dalla cucina, diretta in camera sua a far chissà cosa. Fino a quella mattina avrebbe risposto senza esitazioni che andava a leggere uno dei libri della infinita e auto-generante pila accanto al comodino … ma non ne era più tanto convinta.
Non era più convinta di niente.
Mentre infilava il primo piatto sotto l'acqua calda ricapitolò quella giornata allucinante … le pareva fosse durata settimane.
Maddalena era tornata su dopo qualche minuto e per questo si era preparata a domandarle perché ci fosse stata così poco; poi aveva notato quanto pallida e scossa fosse e a quel punto, aveva preferito chiederle altro.
 
“Le foto?”
Maddalena le aveva passato il telefono senza una parola. Strizzava le palpebre come se la luce le desse fastidio e, considerando che il sole era appena scomparso sotto la linea degli alberi e il castello era umbratile, era un gesto piuttosto bizzarro. Non aveva indagato, preferendo scorrere la galleria foto.
“Non si vede niente,” aveva realizzato frustrata mentre scorreva una carrellata di riquadri neri, la cui unica diversità consisteva nella quantità di strani flare biancastri che li riempivano. 
“Ho usato il flash, qualcosa dovrebbe esser uscito” aveva ribattuto Maddalena avvicinandosi. Aveva aggrottato la fronte. “... avrebbe dovuto ...”
“Che cosa hai visto?” le aveva domandato Ettore facendosi passare il telefono. “Il regolo?”
“No, ma c'erano delle carcasse di animali … Credo davvero sia la sua tana.”
“Da una parte meglio, almeno nun te o' si trovàt nnanze,” aveva commentato Ettore schioccando la lingua. 
“Mi dispiace,” Si rendeva conto di aver mandato quella ragazzina a rischiare la vita per nulla e questo la faceva sentire stupida … e impotente. “Dovevo immaginare che non avrebbe funzionato.”
“Non potevamo esserne sicuri, ” aveva obiettato pacato Tobia. “Cos'altro c'era a parte i resti di animali?”
Maddalena si era stretta nelle spalle. “Non molto … una strana polverina bianca copriva tutto.”
“La muta,” era intervenuta. “Quella polvere la lascia la muta.”
“Qualunque cosa fosse …  nessuno dovrebbe scendere più la sotto,” aveva detto Maddalena. Si era stretta le braccia al petto, in una palese posa difensiva.
Le succubi, se ricordava bene, erano le Creature più simili agli esseri umani e per questo venivano classificate come versipelle. 
Versipelle, parola di derivazione latina che significava “capacità di mutare la propria natura” … e le succubi nel fingersi umane non avevano rivali. Anche a loro discapito. Non avevano particolari resistenze genetiche date dall'Altrove; si ammalavano, se le ferivi sanguinavano e non guarivano con la rapidità di un Mannaro.  
Forse non erano umane, ma ci si avvicinavano parecchio. “Non dovrai più andarci, non preoccuparti,” l'aveva rassicurata. 
“Non dicevo per me. C'è qualcosa che non va là sotto … con gli spazi.”
“Gli spazi?”
“Sono andata avanti per un po' … ma avevo paura di perdermi o trovare il mostro, così ad un certo punto sono tornata indietro … tanto avevo le foto. Solo che ci ho messo più tempo di quanto pensassi e per un momento ho pensato di aver imboccato la strada sbagliata.”
“Forse sei entrata nell'altro cunicolo, quello da cui siamo venuti noi,” aveva suggerito Ettore. 
Maddalena aveva scosso la testa. “Sarei dovuta passare dal bivio ma non l'ho fatto. Ho sempre percorso la stessa strada, che ha cominciato a scendere … e sono stata là sotto parecchio. Più di quanto dice l'orologio.”
Rosi aveva esitato, scambiandosi un'occhiata con Tobia. L'altro si era stretto nelle spalle e poteva dire di condividere  la confusione, anche se condita da una buona dose di inquietudine extra.
“Eri  spaventata, forse ti è parso che passasse più tempo...” 
Maddalena le aveva scoccato un'occhiataccia. “Non me lo inventai!”
“Non sto dicendo questo,” anni a gestire la coda di paglia di Caterina l'avevano dotata di una capacità di ritrattare niente male, ma doveva ammettere che la sorellina a confronto con l’ombrosa  siciliana era una passeggiata. “Forse il buio ti ha disorientato. Capita.”
Maddalena aveva alzato il mento in segno di sfida. “Sugnu succuba, nta scuru nun mi disoriento.  Ci vedo bono.”
“Come i gatti!” aveva esclamato Ettore. “Comodo!”
“Non come i gatti, i gatti vedono in condizioni di scarsa luminosità, ma hanno comunque bisogno di una fonte di luce,” aveva obiettato con un sospiro. “Va bene … non credo che nessuno dovrebbe andar là sotto comunque dato che potrebbe esserci la tana.”
Maddalena aveva annuito sollevata. “Quindi adesso che farete?” 
 
Adesso che facciamo. 
Non ne aveva idea. Avevano abbastanza prove per i Sorveglianti?
Asciugò un piatto per l'ennesima volta perché non riusciva a concentrarsi neppure sul lavoro più semplice quando la testa le ronzava di ipotesi, congetture e generica frustrazione.
No, sii onesta. Il problema non è questo.
Tobia nella sua galoppante paranoia aveva ragione; anche portando le prove ai Sorveglianti che certezza avevano che avrebbero fatto qualcosa?
Era questa la verità: stavano aspettando a gridare al lupo perché non erano sicuri che il cacciatore avrebbe imbracciato il fucile. Ed era assurdo, orribile da pensare … ma quel pensiero non se ne andava.
Dovremo scavalcarli … andare direttamente dai Chiaroscuri di Siena?
Rosi posò il piatto asciutto nello scolapiatti, stringendo lo strofinaccio fino a farsi diventare le nocche bianche. 
Marina non poteva essere coinvolta nell’occultamento del mostro. Era sua madre, una brava persona, non avrebbe mai messo in pericolo la sua comunità.
Allora chi?
Cui prodest, avrebbe detto l'Abate, la sua vecchia professoressa di latino. A chi avrebbe giovato?
Finì di lavare i piatti, mentre le voci fuori dalla finestra scoppiarono in una risata. I ragazzi si erano parcheggiati nei tavolini in Piazza e sua sorella si era portata dietro l'immancabile chitarra le cui corde aveva cominciato a pizzicare. Dopo qualche minuto infatti la sua voce si levò sopra le altre.
 
Un filo d'acqua bagnava la strada
Camminavano insieme in direzione del ponte
Da un portone una tromba suonava
 
Sua madre non avrebbe mai messo a rischio Caterina. 
I Silvani si prendevano cura l'uno dell'altro, era un monito famigliare che le era sempre stato chiaro, e da quel che sognava ogni notte, veniva da molto lontano.
Bice che cerca di salvare sua sorella Lietta. Lei che cercava di proteggere Cate.
Entrambe due ragazzine scervellate, pensò con un mezzo sorriso affacciandosi alla finestra per ascoltarla cantare. La sua voce limpida stava arrangiando una vecchia canzone dei Modena City Ramblers. 
Gliela aveva fatta ascoltare lei quella canzone. Era la sua preferita e lo era anche di Tobia.
 
Era tutto scritto da sempre sai
Era racchiuso nel mazzo di carte
Che la donna rossa si incontra col fante
Ma alla fine il giro riparte
 
Era tornato persino il mostro nel bosco.
È tornato …
La realizzazione la colpì come uno schiaffo, tanto che indietreggiò e andò a sbattere contro il tavolo di cucina. 
Ma alla fine il giro riparte … 
I suoi sogni avevano sempre un motivo per manifestarsi, che fosse banale come evitare di scottarsi con la macchina del caffè il giorno dopo o importante come proteggere Cate dal male che poteva annidarsi nell'Altrove.
C’era sempre un motivo, e invece lei aveva scelto di antagonizzati, ignorandoli, trivializzandoli … 
E nel farlo, non aveva capito cosa stava sognando. Fino a quel momento, fino a quella canzone.
Afferrò il cellulare dalla tasca posteriore dei jeans e compose a memoria il numero di Tobia. Non ci pensò, le sue dita andavano in automatico perché il numero di casa Neri non era mai cambiato da quando era bambina.
L'altro ci mise un po' a rispondere e quando alzò la cornetta la voce conteneva una traccia di  stupore. “Pronto...?”
“Il regolo non è comparso dal nulla,” sbottò, “è sempre stato qui.” 
 
***
 
Passare la serata dentro le mura di Malacena era stato un cambiamento piacevole.
Maddalena osservò Michele caricarsi una pila di sedie sotto braccio, con la solita voglia di farsi bello agli occhi degli altri, ma se non altro con il lodevole intento di aiutare le Silvani a chiudere per la notte.
Era stato un fine serata fatto di birre fresche, chiacchiere e generica, pigra estate. La rossa era così preoccupata dell’eventualità che scappassero nel bosco che aveva lasciato loro utilizzare l’impianto stereo del Bar, quando Caterina si era stancata di fare il jukebox.
Era stato bello perché era stato contraltare al pomeriggio passato sotto il castello, a cercar mostri e a non farsi trovare da essi.
Alina non c’era, e aveva potuto godere della voce, dei sorrisi e delle dita di Caterina che, sotto il tavolino, si erano strette alle sue tante volte.
Era un rubare momenti, ne era consapevole, ed era farlo sotto gli occhi di Stefano. 
Che una volta rientrati al piano superiore le si avvicinò, impedendole di proseguire per camera sua. “Com’è andata la passeggiata?”
“Bene.” 
“Comincia a piacerti stare nel bosco?” le domandò con un sorriso, che però non poteva nascondere il tono inquisitorio.
Maddalena si trattenne dal rispondergli male; dopotutto Ste stava soltanto facendo il suo lavoro e peraltro con un certo lassismo.
Uno come Carmine non l’avrebbe neanche fatta allontanare. “Non saprei dove altro andare … non ho la macchina.”
Stefano annuì. “Quando si sono addormentati tutti prendiamo il pulmino e andiamo…”
Una morsa le strinse lo stomaco. Non aveva ancora aperto le solite app di incontro per cercarsi la conquista della sera, anche se aveva una mezza dozzina di contatti che aspettavano solo un suo messaggio … che avrebbe però dovuto mandare già all’ora di cena, cosa che invece non aveva fatto.
Non ho avuto tempo. Tra la caccia al mostro e Cate … 
“Va tutto bene?”
Maddalena alzò lo sguardo mentre nella penombra del corridoio la silhouette dell’amico, illuminata solo dalla luce ambrata proveniente dalle scale, era in attesa. 
Stefano non era scemo; prima o poi si sarebbe accorto di quello che c’era tra lei e Caterina. 
Se l’avesse scoperto l’avrebbe protetta? Pensava di sì. Si sarebbe arrabbiato forse, avrebbe impostato tutto quel suo contegno da professorino deluso, ma non l’avrebbe mai data in pasto ad Alina o alla Confraternita di Malacena. 
Allora perché non confessava?
Se fossero stati davvero due semplici amici sarebbe stata la cosa più naturale del mondo.
Ehi, Ste … io e Cate ci siamo baciate, e lei mi piace, assai. Ed è bello, bellissimo, ma mi fa anche scanto. Se rovino tutto? Perché con il carattere che ho è facilissimo, ma lei ha tanta pazienza con me … Mi fa stare bene. Che male c’è?
Tutto quello del mondo, a sentire i sorveglianti. 
“Sì, tutto bene,” rispose scrollando le spalle, “picchì?” 
“Controllavo,” ribatté con una scrollata di spalle. “Comunque hai sentito Rosi… è meglio se d’ora in poi resti in paese.”
“Lo so,” non che avesse intenzione di tornare in mezzo alle frasche, né far di nuovo visita a Castiglion Scuro. Aveva fatto quello che la rossa e i suoi amici le avevano chiesto, ora stava a loro risolvere il problema.
Non doveva più immischiarsi … così come doveva tenere la bocca chiusa.
 
“Va bene che sospettate della vostra Confraternita, ma Ste è pulito! Perché non dovrei dirglielo?”
Rosi le aveva rivolto l’ennesima smorfia. Più che parlare si esprimeva ad occhiate ed era fastidioso. Come si supponeva le dovesse interpretare? “Preferiamo non coinvolgere altre persone,” aveva spiegato. “Già abbiamo coinvolto te, e la cosa non mi piace…”
“Vi ho salvato la vita.”
“E ti ho già ringraziato,” aveva ribattuto spiccia. “Lo so da me che Greco non ha niente a che fare con questa storia, ma rimane pur sempre un sorvegliante, e finché resterete qui sarà a servizio della Confraternita di Malacena.” 
“Se lo mettiamo in mezzo potrebbe trovarsi in una posizione scomoda,” aveva aggiunto Tobia senza voltarsi, mentre si affaticavano per un esile viottolo che si inoltrava nel folto del bosco. L’uomo li stava guidando con sicurezza, pur essendo lontani da ogni possibile coordinata.
Sarà per evitare il regolo? È di certo per il regolo. 
“In che senso?”
“Come tutti i sorveglianti vorrà proteggere questa comunità, ma non dovrebbe farlo fuori dalla Confraternita, a cui deve riferire.” le aveva spiegato l’uomo.“Se lo coinvolgessimo dovrebbe scegliere tra mentire ai suoi confratelli, o metterli a parte e rischiare di avvertire il traditore.” 
“Forse è meglio se rimane all’oscuro di tutto, non ti pare?” aveva concluso Rosi.  
 
Ste si sarebbe di certo arrabbiato se avesse scoperto che gli stava nascondendo il serpe regolo, il motivo principale delle loro preoccupazioni. 
Però Tobia aveva ragione, lo avrebbero messo in una brutta posizione. Non capiva quasi niente di politica interna alle Confraternite, ma di certo avere a che fare con un traditore - come l'avevano chiamato i tre - era una cosa che avrebbe sporcato chiunque.
Tu mi proteggi sempre. Stavolta ti proteggo io.
Maddalena gli diede una pacca sulla spalla. “Per quanto possiamo tenere il pulmino? Perché per distrarre Michi sarebbe comodo assai.” 
“Don Doriano non me l’ha detto, quindi finché ne abbiamo bisogno suppongo … ormai i campi estivi sono finiti.” Spostò il peso da un piede all’altro, come se stesse trattenendosi dal aggiungere altro. Alla fine sospirò. “Dai, abbi pazienza … alla fin fine mancano due settimane alla partenza.”
Solo due settimane.
Maddalena fece una smorfia. “Conterò i giorni.”
Ma non per il motivo che pensava Stefano. 
Si augurarono la buonanotte e Maddalena aspettò che l’amico chiudesse la porta di camera propria per infilarsi nella sua. 
Caterina la aspettava seduta sul lettino con il suo più bel sorriso. “N’dò eri finita? Mi stavo preoccupando!”
Maddalena le sorrise di rimando. Avrebbe contato i giorni ...  sperando che durassero anni.
 
***
 
Doveva parlare con la giovane Russo, e stavolta per davvero. 
Marina attese che i rumori nelle varie camere scemassero, poi uscì. Camera sua si trovava al piano inferiore, dove c’era la cucina. Con passo leggero salì le vecchie scale scricchiolanti e quando un refolo di vento che non aveva ragion d’essere le scompigliò i capelli sorrise. 
“Buonanotte anche a te babbo,” mormorò. Tobia le aveva detto, anni prima, che di Virgilio qualcosa era rimasto, una presenza, un profumo che rimaneva in una stanza anche dopo che la persona che lo portava se n’era andata. 
Così l’aveva descritto e Marina l’aveva trovata un’immagine calzante per descrivere un’ombra che socchiudeva porte e camminava nel cuore della notte lungo le scale, sentinella silenziosa che vegliava sul sonno delle su’bimbe
Continui a preoccuparti per noi anche da morto.
Lo studio di Dermot si trovava in cima alla scala; una stanzuccia priva di sole che suo marito aveva requisito per stipare ciò che non poteva portarsi in viaggio. Adesso era occupata dalla giovane siciliana e, a giudicare dai rumori, anche da qualcun’altro.
“... sì, ogni tanto scrivo roba mia, ma non è granché…” 
“E picchì non me lo fai sentire accussì giudico io?” 
“No, gnamo …”
“Io ti fici vedere i miei disegni, no?”
“Sì, ma te sei brava, io …”
“Sei brava anche tu. Amunì, cantami qualcosa di tuo.” 
Marina non poteva permettersi di attendere ancora. Quindi bussò e non aspettò risposta, entrò.
“Scusate,” abbozzò un sorriso, “sto cercando un libro e non lo trovo in camera, forse l’ho messo qui.”
Se avesse dovuto basarsi solo sull’espressione di Maddalena, non avrebbe avuto dubbi di aver appena interrotto qualcosa, e non del genere che avrebbe fatto piacere ad una sorvegliante. Tuttavia, come quel pomeriggio, Caterina le diede l’impressione opposta; era seduta ai piedi della brandina, con le gambe di Maddalena in grembo e tutto quello che le restituì fu il ritratto stesso dell’innocenza “Che libro?” le domandò. 
“L’ultimo di Cognetti … è qui per caso?”
“Boh, non metto mai piede qui dentro, un’ti so dì,” rispose dando un colpetto alle ginocchia dell’altra che fu lesta a liberarla. “Vuoi che t’aiuti a cercarlo?”
Ci mancava solo che Caterina rimanesse lì invalidando la sua scusa. “No, faccio da me, grazie tesoro.”
“Va bene,” si alzò in piedi. “Allora me ne vo a letto, che è tardi  … buonanotte Malù!”
“Notte,” fu il conseguente bofonchio. 
Quando rimasero sole Marina rifletté brevemente su come aprire la conversazione. Mentre esaminava gli scaffali della libreria percepiva lo sguardo della siciliana bruciarle sulla schiena, come se studiasse ogni sua mossa in attesa di …
Era meglio iniziare mettendo le cose in chiaro. “Tesoro, puoi passare del tempo con mia figlia, non te lo proibisce nessuno.”
Il silenzio che seguì la sua affermazione le rese palese che quella conversazione sarebbe stato tutto fuorché facile: Maddalena la temeva e considerando che l’unica volta in cui si erano parlate era partita anche una mezza minaccia, non poteva darle tutti i torti.
Si voltò con la sua migliore espressione da mamma. “Sono contenta che tu sia diventata amica di Cate, e mi è chiaro che non la stai ammaliando.”
“Dillo alla vostra vânător allora,” le uscì e se ne pentì subito da come un lampo preoccupato le attraversò il viso. 
Marina sospirò. “Mi spiace per Alina … è giovane e un po’ rigida, ma non ti farebbe mai del male.”
A questo Maddalena emise una mezza risata, un suono strozzato che non le piacque per nulla, perché era simile alle smorfie rabbiose e disperate di Elia. “Ti ha fatto del male?” intuì. 
“A chi importa?”
“A me!” sbottò incredula. Quindi era quello che la Radu aveva inteso quando aveva detto che aveva “rimesso a posto” Maddalena. 
Aveva sottovalutato quanto Alina fosse ormai fuori controllo … ed era sicura che Marian, invece che farla rientrare nei ranghi, soffiasse ad ampi polmoni per alimentare quella rabbia. “Lo capisco che non ti fidi. Avevo i miei preconcetti verso le succubi … e ho lasciato che prendessero il sopravvento l’ultima volta. Ti chiedo scusa.”
Maddalena esitò, poi si strinse nelle spalle. Un atteggiamento da normalissima ragazzina che al intenerì e la tranquillizzò in ugual misura. “Mi importa davvero che tu stia bene qui,” aggiunse. “Sono una sorvegliante, il mio compito è prendermi cura della mia comunità … che sia del Chiaro o dell’Altrove il succo non cambia. Se hai qualche problema puoi parlarmene.”
“Non ho nessun problema.”
“Ma Alina …”
“Ci siamo chiarite, è tutto a posto,” il tono frettoloso le fece capire che non lo era per niente ma non insistette. Non voleva farla chiudere a riccio e, dopotutto, c’era altro che le premeva esplorare. 
“Posso sedermi qui vicino a te?”
Maddalena si addossò alla parete su cui era appoggiato il divano-letto. Un movimento istintivo, come una bestiola presa in gabbia. 
Dio mio, ma che le han fatto in Sicilia? 
Picchì?” le domandò, la voce che grondava sospetto.
“Sono successe un po’ di cose in cui tuo malgrado sei stata coinvolta … no, non sto parlando di Alina,” aggiunse quando si irrigidì. “Non hai fatto niente di male,” aggiunse a buona misura. “Hai cinque minuti?”  
Maddalena, dopo una breve esitazione, annuì. Era quanto di meglio si potesse ottenere quindi Marina scelse l’angolo più lontano della brandina e si sedette. “Mi hanno detto che hai conosciuto quasi tutti qui in paese … i pochi che rimangono ad Agosto almeno,” esordì prendendola alla larga. “A Settembre un po’ di gente torna, ma d’estate rimangono una decina di famiglia massimo, e molte temo non siano di vostri coetanei. Un paese deserto, vero?”
Maddalena si strinse nelle spalle. “Mio fratello è venuto qui per il castello.”
“E tu sei venuta per badare a lui.”
“Lui non sente l’Altrove, io sì. Lo devo proteggere.”
Già. Se solo non mi fossi fatta distrarre … 
Solo quando Carlo gliel’aveva sbattuto in faccia aveva capito quando Maddalena, con il suo compito pur nobile, potesse essere pericolosa per tutti loro.
“Intendi dal lupomanaio?”
Maddalena avvampò; dietro la pelle abbronzata si notava poco, ma il mordicchiare delle labbra era un’indicazione bastevole. “Alina mi ha raccontato che pensi che ti abbia rovinato la tenda...”
“Non lo penso, sono sicura,” il tono in cui lo disse lo stupì, perché non aveva ombre di dubbio o del timore mostrato poco prima.  
A quel punto tanto valeva giocare a carte scoperte. “Perché te l’ha confermato lui stesso, vero?” 
“Chi?” 
“Il lupomanaio. Non siamo che poche famiglie e l’hai conosciuto … e riconosciuto. Mi sbaglio?” 
Maddalena prese a giocherellare con un braccialetto che aveva al polso; era fatto di fili intrecciati tutti colorati, di quelli che si acquistavano in spiaggia a pochi euro. Una macchia di colore in un abbigliamento monocromo che attirò brevemente la sua attenzione. 
“... quindi la Confraternita lo sa,” mormorò. “Sapete tutti chi è.”
“Non tutti, solo io e i suoi genitori,” la corresse. “Proteggiamo il suo segreto da quando è arrivato qui. È nato a Roma, ma lì non era al sicuro. Carlo, che è il suo patrigno, l’ha portato a Malacena per nasconderlo. Un paesino, una Confraternita piccola … e tanto bosco in cui correre e sfogarsi.”
Una delle poche, buone pensate di Carlo. Forse l’unica che ha avuto in tutta la sua vita.
“Nel bosco non ci va solo lui.”
“E infatti al plenilunio eravate altrove, o mi sbaglio? Se non ci avreste pensato voi, avremo fatto in modo di suggerirvelo. Nessuno va nel bosco di notte.”
Maddalena aggrottò le sopracciglia. “Elia…” iniziò. “... i vânători sono qui per lui, vero?”
“Li ha chiamati Don Doriano dopo che Tobia Neri lo incontrò per sbaglio una notte mentre camminava nel bosco. Scese a dirlo in paese … nel Chiaro venne interpretato in un modo, e purtroppo non a suo favore, ma nell’Altrove, Don Doriano pensò che fosse opportuno indagare, e si fece mandare i Radu.” 
A quel punto raccontare la verità era l’unica strategia che poteva farla collaborare. Marina ci aveva pensato e ripensato, e Carlo ovviamente si era detto contrario …
Però che alternative abbiamo?
Maddalena, da quello che le aveva raccontato Caterina, era dotata di un forte istinto protettivo verso gli altri, tanto che appena conosciute si era frapposta tra lei e una Creatura senza pensarci due volte.
L’ha protetta dalla manolonga. Comunque la si interpreti, è un dettaglio che dice molto di lei. 
Per quanto le lodi di Cate tendessero talvolta all’iperbole, difficilmente la sua bambina si sbagliava sulle persone; se Maddalena era una succuba con l’insolita capacità di empatizzare l’unica strada era farle empatizzare con Elia. L’unica possibile per fermare la furia investigativa dei Radu.
“Se fin’ora non sono riusciti a trovarlo è perché io e la sua famiglia l’abbiamo nascosto. Ad ogni plenilunio c’è qualcuno con lui e il mattino dopo le sue tracce vengono coperte. I Radu devono comunicare la loro posizione quando sono in caccia, per la loro stessa sicurezza, qualora venissero attaccati. Questa procedura ci permette di mandare Elia da tutt’altra parte.”
Maddalena continuava a giocherellare con il braccialetto. La stava ascoltando ma non voleva guardarla in faccia; decise di calcare la mano. “Elia è poco più piccolo di te, e quando è venuto qui era un bambino di dieci anni. Non meritava di morire allora e non lo merita adesso.”
“Nessuno di noi lo merita …” 
“Hai ragione, però raccontando ad Alina della tenda sostituita gli hai fatto un brutto servizio. Adesso i vânători sono sulle sue tracce.”
Maddalena alzò di colpo lo sguardo, impallidendo. Bene, aveva realizzato l’impatto delle sue azioni. 
Marina le prese una mano nelle sue. “Hai fatto la cosa che ritenevi giusta …  sei qui per proteggere tuo fratello, è normale che tu abbia pensato soltanto a lui.”
Nun avìa capito fussi Elia!” esclamò.  “Io … volevo solo che Michi fosse al sicuro, la donni di fuora ha sognato qualcosa che lo attaccava da sotto il castello …” Deglutì. “Alina sa che è lui?” 
Tenendo la mano della ragazza percepiva le pulsazioni del polso; il cuore le batteva velocissimo. 
Elia ha rubato un altro cuore?
Le sorrise, dandole una pacchetta sul dorso. “Non ancora … ma non ci sono molti posti in cui può cercare, soprattutto ora che sospetta che qualcuno in paese lo stia aiutando.”
“... che è la verità…”
“Lo è ma ora sai perché lo facciamo. Elia non è un pericolo. In sei anni non ci sono state vittime, tranne qualche coniglio selvatico. Con l’età diventerà più tranquillo … ed ormai ha fatto pace con il fatto che dovrà trascorrere la sua vita in questi boschi. Lo teniamo sotto controllo. Chi non possiamo controllare purtroppo sono i vânători.”
“Mi dispiace… so cosa significa … non rischio come lui, ma … non volevo metterlo nei guai.”
“Ti credo, sei una brava cittina.” Attese un lieve incresparsi delle labbra, un sorriso, un guizzo di intesa che le avrebbe permesso la frase seguente. E quello, puntuale, arrivò. 
“Non penso…” e cercò il suo sguardo per essere smentita.
Marina non la disattese. “Non dire strullate, lo sei! Sei qui per proteggere tuo fratello e Cate ha tanta stima di te.” 
“Sono una succuba.”
“E io sono un essere umano. Questo non dice se siamo buone o cattive. Le nostre azioni lo fanno,” le teneva ancora le mani tra le sue ma la ragazza non si era ritratta. Sembrava trarne conforto e Marina non glielo negò. Anche perché ne aveva bisogno lei stessa. “Per questo devi parlare con Alina,” continuò, “... per questo devi ritrattare di fronte a lei e suo padre.”
 
***
 
“... cosa significa che è sempre stato qui?”
“Quello che ho detto,” rispose spiccia Rosi. Stava cominciando a pentirsi di aver chiamato Tobia, ma nell’agitazione era la prima persona che le era venuta in mente. Non Ettore, che non ci avrebbe capito niente e l’avrebbe tempestata di domande …
In realtà, il buon napoletano neanche le era passato per la mente. 
Tobia rimase in silenzio per qualche momento al di là del filo. “Quindi secondo te è la stessa creatura di secoli fa?”
“Non secondo me, è quello che sogno che me l’ha … rivelato,” la parola era un po’ ridicola in bocca ad una come lei. Cos’altro era però, se non quello?
Una rivelazione. 
I suoi sogni, quei sogni, avevano sempre uno scopo e ora finalmente l’aveva trovato.
“Sto rivivendo quello che ha vissuto Bice quando il regolo è stato portato qui per la prima volta, giorno per giorno,” spiegò. Udì il rumore dei ragazzi che rientravano e si affrettò ad uscire sul balconcino. “Lei e un soldato senese di stanza al castello si erano accorti che qualcosa non andava … proprio come avete fatto tu ed Ettore. Il regolo non ci è arrivato tra capo e collo, è sempre stato qui, era lui il mostro di cui parlava mia zia!”
“Quindi Bice non lo uccise … magari ha solo pensato di averlo fatto.” Tobia sospirò. “Se è lo stesso, perché si è fatto vivo soltanto adesso? Otto secoli di letargo sono un po’ tanti …” 
“Potrebbe essere per lo stesso motivo per cui ha cominciato a girare per il bosco la prima volta. Nel sogno Bice riusciva a sentire i suoi pensieri. Diceva che qualcuno lo controllava.”
Quella conversazione era allucinante; la pareva di recitare un copione scritto da qualche ragazzino con l’immaginazione troppo fervida e con brutte serie tv horror alle spalle. 
Percepire però l’attenzione di Tobia all’altro capo le impediva di fermarsi. Non aveva idea se fosse una cosa buona o meno, ma aveva bisogno di un orecchio in grado di ascoltare. E in questo, il Nero non aveva mai avuto rivali. Non per lei. 
“Nei miei sogni c’è anche un altro uomo ...” aggiunse incerta, perché quello non era territorio di fatti, ma congetture. “Si chiamava Benedetto ed apparteneva all’Altrove, ma non era una brava persona e Bice non si fidava di lui.”
“Credi che sia ancora vivo?”
Diobono, pure lui? No!” esclamò esterrefatta e la conseguenza fu che Tobia sbuffò una mezza risata.
Nonostante tutto, nonostante la situazione, era bello sentirlo ridere. Le scappò un sorriso.  
“Se era un uomo, per quanto forse un bambino nato di Domenica, dubito sia campato otto secoli,” convenne l’altro. “Una creatura posso crederci, ma un uomo come e me e te? No.”
“Vero…” ammise. “I miei sogni andranno avanti, e scopriremo forse quello che hanno scoperto Bice e Fortunato … ben oltre le ricerche di mia zia.”
“Fortunato?”
“L’uomo che dava una mano a Bice. Per quel che ho capito veniva da Siena ed era una guardia del castello. Era una persona normale … e il suo promesso sposo,” o sperato tale, aggiunse mentalmente. Ti somiglia anche un po’, pensò sentendosi inspiegabilmente in imbarazzo.
Corsi e ricorsi storici …
“Me lo descriveresti?” le domandò a sorpresa.
Rosi si appoggiò alla balaustra del balcone; aveva una voglia incredibile di fumare, ma nella fretta di distanziarsi da possibili ascoltatori indesiderati era uscita senza sigarette. “Sui vent’anni … alto, con i capelli scuri tagliati a scodella, naso imponente … ben piazzato. Aveva gli occhi azzurri,” e un sorriso gentile e un cuore gentile come il tuo, pensò di nuovo, senza riuscire a frenarsi. Quella sera passato e presente le davano l’impressione di sovrapporsi. 
Tobia non disse niente per un po’, tanto che non fu sicura che fosse ancora in linea.
“Bia, se hai annuito ti ricordo che non ti vedo,” ribatté prendendoci in pieno da come l’altro mugugnò qualcosa.
“Scusa, è che me ne dimentico.”
“Va bene essere avverso alla modernità, ma il telefono è stato inventato nel milleottocento.”
Tobia rise di nuovo e Rosi serrò le labbra per non imitarlo. Non le riuscì tanto bene; uno dei grandissimi pregi del Nero era sempre stato deflettere il suo sarcasmo, spuntandole così le armi.
“Stavo riflettendo,” le rispose. “Ho incontrato un fantasma nel bosco, e corrisponde grossomodo alla tua descrizione.”
“Un fantasma…?” se Fortunato era rimasto lì non era una bella notizia. Per niente. 
Vuol dire che gli è successo qualcosa di brutto.
Tobia dovette indovinare il suo turbamento perché si schiarì la voce. “Non è detto che sia lui …”
“Se lo vedessi potrei riconoscerlo?”
“Forse. Vuoi provare?”
“È un’idea,” anche se una volta trovato, che cosa ci avrebbe fatto? Forse anche quella era una pista senza sfogo. “Va bene, andiamo domani.”
“E con le prove per i sorveglianti come facciamo?”
“Per ora abbiamo la nostra parola, quella di una succuba, dei frammenti di pelle di serpente e delle foto completamente nere. Non ‘sto granché.”
“Sei ancora dell’idea di andare a cercarlo?”
“... no,” ammise, ricordando quello che avevano passato in solo ventiquattro ore. Rischiare di essere mangiata viva come summa finale non rientrava nei suoi piani. “No, in realtà non ho nessuna idea.” 
Perché c’era un altro pensiero fisso che le frullava in testa e più ci pensava più aveva senso. “Il regolo non si è risvegliato, qualcuno lo ha svegliato,” mormorò. “Sono convinta che qualcuno lo stia di nuovo usando. Per fare cosa non ne idea … e perché, soprattutto, quando ci sono così tante persone che possono farsi male. Che possono morire.”
Cui prodest,” disse Tobia e Rosi fu investita da una subitanea, paralizzante voglia di averlo lì. Accanto, e non dietro al filo di un telefono, ed era una sensazione così estranea, eppure familiare che la spiazzò. Le fece male. 
“Non ti ho ancora ringraziato per oggi,” le sfuggì dalla labbra. “Non ho capito molto di quello che è successo, ero svenuta ma non credo sia partito tutto da Maddalena … mi ricordo che mi hai portato tu, e per un bel pezzo.”
“Non potevo lasciarvi morire,” ribatté Tobia dopo l’ennesimo silenzio. Non poterlo avere davanti era tremendo, perché tutto quello a cui poteva affidarsi era la voce, e il maledetto aveva il tono più monocorde mai usato da un essere umano. 
Lasciarvi, poi. Plurale. Mette sempre in mezzo Ettore. 
Era una gelosia stupida. Lo aveva abbandonato, non poteva arrogarsi nessun primato sulle preoccupazioni o sull’affetto di Tobia Neri. Nessun speciale dispaccio, come era stato un tempo, dove era la sua persona preferita e non vi era nessun dubbio su quello.
“E pigliateli, ‘sti ringraziamenti,” sbottò irritata. 
“Prego..”
Avrebbero dovuto chiarirsi, Ettore non faceva che alludere, più o meno velatamente, alla cosa da settimane, e quella lingua-lunga partenopea aveva ragione, dovevano parlare dell’elefante nella stanza, quei dolorosi e inevitabili cinque anni prima. C’erano delle parole da dirsi, delle scuse da fare …. 
E forse, con un po’ di fortuna, anche da accettare.
Però il mare tra di loro era ancora profondo. Forse il mare neanche era un paragone calzante; era come se fossero su due sentieri paralleli nella foresta. Potevano vedersi, sarebbe bastato abbandonare la terra battuta per incontrarsi a metà.
Nessuno di loro due voleva fare quel passo, e Rosi era consapevole che stavolta, probabilmente, toccava a lei. “Tobia, io…”
“È stata una lunga giornata, dovremo dormirci su. Domani ci vediamo a casa mia per fare il punto della situazione con Ettore. Riesci a staccarti dal Bar?”
Fu come ricevere una doccia fredda. Tobia l’aveva fermata, gli aveva parlato sopra quando non lo aveva mai fatto. Non voleva ascoltarla. Meglio vedersi con Ettore domani mattina.
“Mattina no, primo pomeriggio sì, Cate dovrebbe tornare dopo pranzo,” rispose asciutta, perché arrabbiarsi era il metodo migliore per gestire il groppo che le aveva afferrato la gola. 
Non vuoi parlarmi? Non vuoi chiarire? Va bene. Evidentemente non te ne importa nulla. 
Una volta conclusa quella storia  - perché si sarebbe conclusa - sarebbero tornati ad ignorarsi. “Bene,” rispose Tobia. “Allora buonano...”
Gli riattaccò in faccia senza lasciarlo finire. La soddisfazione ebbe breve durata perché spingere giù il groppo alla gola non era servito a molto. A niente, a dirla tutta. Continuava a venirle da piangere e finì per farlo, in silenzio, senza neanche l’ausilio di una sigaretta tra i denti.
Di cosa ti lamenti? Hai fatto al tua scelta, come dice sempre mamma.
Conviverci è anche questo.
 
Tobia ascoltò il segnale intermittente del telefono, segno che Rosi gli aveva poco cerimoniosamente attaccato in faccia.
Non che si fosse aspettato qualcosa di diverso; anzi, per gli standard che ricordava avrebbe dovuto parlargli sopra, ignorando il suo maldestro tentativo di deflettere la conversazione.
Si era spaventato.
Era andato nel panico quando aveva percepito il tono di Rosi mutare, farsi incerto … fragile.
Voleva parlare di quei cinque anni prima. Dove tutto era cambiato e lui aveva preso la decisione più stupida della sua vita.
Perché non ho suonato a loro?
Uscì dalla porta di casa nel cortile interno, che accedeva direttamente al cimitero. I suoi amici lo attendevano. Un paio di fuochi fatui lo seguirono, posandosi sulle sue spalle, impalpabili ma luminosi, come se tentassero di allungargli una pacca consolatoria.
“Va tutto bene,” disse, “sto bene.”
Chiunque si sarebbe comportato come lui di fronte ad un mannaro. Chiunque forse, ma del Chiaro. 
Sarei dovuto diventare un sorvegliante. Potevo fare di meglio.
Avrebbe potuto, ma non l’aveva fatto perché non aveva avuto lucidità sufficiente: suo nonno era appena morto e Rosi …
Rosi stava per abbandonarlo.
In quel periodo, che coincideva con i loro vent’anni, l’amica aveva cominciato a mostrare tiepido, ma costante interesse verso il mondo fuori dalle mura. 
 
“Magari invece che dai Chiaroscuri potrei formarmi in una grande città. Mamma dice che si può fare. Mi piacerebbe andare a Roma prima di prendere servizio. Tu che ne pensi?” 
 
… che non voglio che tu te ne vada.Dove te ne vai, Roisin? Senza di me?
Quella domanda gli si era arrovellata così tante volte in testa, diventando un pantano da cui non era riuscito ad uscire, da cui non era riuscito a tirar fuori mezza sillaba. 
Lo so che se te ne vai, poi non torni. 
Tobia si sedette davanti alla tomba di Bruno, a gambe incrociate, spazzando polvere dalla lapide. Avrebbe dovuto cambiare i fiori, non si stavano comportando bene.
Andare via da Malacena era un patto chiaro, un patto stretto con l’Altrove. Una volta andata via, non tornavi. E in fondo, perché farlo una volta assaggiato il morso di un mondo tanto più vasto?
Forse Rosi faceva bene ad andarsene, aveva pensato all’epoca. Era troppo intelligente, splendeva troppo per restare tumulata in paesino. 
Se la ricordava, sempre la stessa ragazzina spavalda e con le idee chiare di un tempo, ma anche con una nuova, timida voglia di assaggiare il mondo oltre il bosco: luoghi, persone, nuovo Altrove. 
Malacena cominciava ad andarle stretta, come era successo a suo padre prima di lei: per quanto lo detestasse, aveva inevitabilmente il suo sangue errante nelle vene, proprio come la piccola Caterina.
Come amico era stato pronto a lasciarla andare, e l’aveva fatto nell’unico modo che conosceva: si era chiuso a riccio aspettando il colpo. Si era rintanato nella casina, nel bosco, aveva cominciato a vivere col buio; in quel periodo Rosi l’aveva cercato, ma lui non si era fatto trovare.
Non mi piacciono gli addii, mai piaciuti. Troppo definitivi. È un po’ come morire, solo che rimani vivo e ti devi abituare ad un’assenza. 
Invece era arrivata quella notte, era arrivato il mostro e aveva cambiato le carte in tavola. 
Rosi non era partita e la colpa era stata sua. Forse le aveva fatto così male da spegnere in lei ogni desiderio di cambiamento.
Rosi non reagiva bene ai cambiamenti che non poteva progettare lei stessa. E di certo, quello non l’aveva fatto.
Per questo quando aveva capito che l’altra voleva parlarne, aveva svicolato. Se cercando un chiarimento avessero peggiorato le cose?
Almeno adesso ci parliamo di nuovo. 
E quel giorno era stato così vicino a perderla, che non voleva rivivere l’esperienza per l’ennesima volta.
“Ciao nino, che è quella faccia buia?” gli domandò il fantasma di suo nonno mentre appariva in un balenare di quiete fiamme senza calore. 
“Pensieri…”
“Che rumini?”
Starle di nuovo vicino, poterle parlare senza essere contemplato come un alieno, scherzare … non era come una volta. Era il fantasma di un vecchio sentimento, che non si era mai esplicitato, e che era morto come un fiore in un armadio. Però era meglio di niente.
Era meglio di quei cinque anni lontano dall’unica donna che avesse mai amato, e che amava ancora con la stessa granitica immutabilità delle radici del bosco.
“Mal d’amore?” suggerì il fantasma non percependo lo stimolo di una risposta. Forse non gliene fornito una neppure in passato. “Prima o poi glielo dovrai dire, o voi diventacci vecchio? Diglielo che le’voi bene. Che ti ci vole? I diciott'anni e la patente?”
“Quando troverò il momento giusto lo farò,” disse come tanto tempo prima. 
Quel momento non l’aveva mai trovato.
 
***  
 
Caterina era nel sonno dei giusti da un bel pezzo quando si accorse che qualcuno la stava osservando.
Stava sognando roba a caso quindi ci mise un po’ a realizzare che il fautore di quella sensazione non era lo strano omicciolo tutto vestito di rosso che le danzava tra i piedi - sognare gnomi, un grande classico - ma qualcosa che veniva da fuori.
Qualcosa di reale. Aprì gli occhi voltandosi verso la porta; chiusa. Verso la finestra. Sobbalzò quando riconobbe la sagoma tigrata di Ariele stagliarsi contro di essa. “O’ te?!” bofonchiò assonnata ma parimenti preoccupata perché la sua finestra non dava sul balcone come quella di sua sorella, ma nel vuoto. “Come ci se’ arrivato…” si alzò per andare ad aprire e il gatto balzò sul pavimento, rivolgendole un breve e laconico miagolio per poi puntare verso la porta. “... eh, certo, ora voi anche uscì… una fettina di culo?”  
Che Ariele fosse diventato spiderman? No, più probabile che fosse rimasto in camera sua tutto la sera uscendo sul davanzale senza che se ne accorgesse. Doveva esser rimasto fuori quando aveva chiuso per la notte. 
Andò ad aprire la porta insonnolita. “Vai, rompicoglio…” si bloccò quando si ritrovò di fronte Maddalena. Per la sorpresa fece anche un passo indietro. 
Ariele sgusciò tra le loro gambe con un trillo soddisfatto, sparendo nel buio del corridoio. 
“Ciao … io …” balbettò questa. Erano le tre del mattino ed era ancora vestita di tutto punto? Caterina aprì la bocca per la sequela di domande che le stavano affiorando alle labbra quando l’altra gliela tappò con un bacio.
Sarebbe stata cretina a lamentarsi di quello tuttavia la progressione degli eventi la sconcertava un po’. Ricambiò comunque per buona misura, sperando di non avere un tremendo alito notturno. Da come Maddalena le ficcò la lingua in bocca con gusto comunque poteva star tranquilla. 
“... e buongiorno anche a te, Malù!”
“Buonanotte?” suggerì l’altra con un sorriso. “Non riesco a dormire,” spiegò finalmente.
“Eh, lo vedo … e vieni a molestare la povera me?” 
Maddalena sbuffò una risatina ma abbassò lo sguardo. “Scusami, stavi dormendo.”
“Ma va’, scherzavo, ero già sveglia, Ariele si era chiuso fuori dalla mia finestra e … “ e non era quello che interessava all’altra da come occhieggiava oltre le sue spalle. “Vuoi entrare?” le domandò.
Maddalena si stava praticamente lucidando le scarpe con gli occhi e Caterina la trovava una cosa super-tenera. Lo era, niente da fare: era sempre incredibile notare come dietro l’aria da stronza ciclopica dell’altra si nascondesse in realtà un’abissale timidezza.
È una tsundere.
“Stavi dormendo…”
“E vabbeh, posso tornare a dormire.” Notò l’espressione delusa dell’altra e si diede uno scappellotto mentale. “Non voglio cacciarti, ma dobbiamo svegliacci presto per andare a San Galgano …”
“Quindi è meglio se vado,” fraintese alla grande.
“Oppure potremo dormire assieme,” le uscì senza riflettere e si sarebbe mozzata la lingua perché Maddalena la omaggiò di nuovo di una delle sue occhiate sconcertate. 
“No, volevo …” 
Prima che potesse tirare una capocciata allo stipite della porta per porre fine alle sue sofferenze, l’altra, a sorpresa, si illuminò tutta contenta. “Va bene.” 
“Non è che devi farlo se non vuoi, mi è uscita…”
“No, voglio.” Deglutì. “Soltanto dormire giusto?”
“Oddio certo!” Caterina ringraziò la sua pelle scura che un po’ schermava le cinquanta sfumature di rosso che si sentiva bruciare addosso. “No, ti pare, non stavo … sono una ragazza seria!” si passò una mano sul viso, affranta. “... e ti prego di dimenticare questa conversazione per sempre.” 
Maddalena si morse un labbro per evitare di scoppiarle a ridere in faccia, si notava benissimo pur nella penombra del corridoio. “Vado a mettermi il pigiama,” disse ed ebbe il buon cuore di sgombrare la scena.
Caterina tornò in camera, buttandosi sul letto e soffocando un grido nel cuscino. 
 
Quando Maddalena tornò e si infilò sotto le coperte, Cate sbirciò da sopra la spalla, a luce spenta: grazie a tutti i Santi incolonnati l’altra indossava un castissima combinata di pantaloncini e maglietta, e non quello che a volte compariva nelle sue fantasie arrapate. 
Che idea del cazzo che mi è venuta … 
Maddalena si mosse cercando la posizione giusta. Emanava il calore di una stufa. “Il tuo letto è più comodo del mio,” stabilì. 
Cate apprezzò il tentativo di distensione. “Non è per questo che ti ci sei infilata?” 
La battuta non era delle migliori ma Maddalena ridacchiò. Sentiva il suo respiro sul collo e strizzò gli occhi sentendo il cuore schizzarle in gola. Non era la prima volta che dormiva nello stesso letto con una ragazza, ma era la prima volta che ci dormiva con la sua ragazza.
Bella differenza.
“E scommetto che hai anche fatto piovere! Tutto per rubarmi il materasso!” rincarò guadagnandosi una nuova dose di risatine. Stava dicendo un sacco di cavolate, ma era nervosa e forse ne rese conto anche l’altra perché si spostò di nuovo e il suo respiro profumato di arancio e cose buone sparì. 
“In realtà sono contenta che hai aperto …” mormorò. “Non mi andava di dormire sola. Di solito riesco sempre a sentire Michele russare, ma qui le nostre stanze sono troppo lontane.”
“E non è una cosa buona? Pare un trattore…”
“Sì, ma mi tiene compagnia. Di notte non mi piace il silenzio.”
Un’affermazione del genere valeva perlomeno una domanda, ma Cate già doveva fargliene tante e non le sembrava il momento adatto. Si voltò e Maddalena fece lo stesso. Si trovarono così faccia a faccia. “A me non dà fastidio dormire con qualcuno,” le disse. “Rosi lo odia, quando ero piccola in vacanza minacciava sempre di dormire nella vasca da bagno se doveva dividere il letto con me o i nostri genitori … però secondo me è piacevole avere qualcuno accanto.” 
“Sì…” convenne Maddalena con tono lento. Si stava già addormentando? “In tempi antichi gli esseri umani dormivano in gruppo e non solo per scaldarsi …”
“Grazie Piero Angela,” motteggiò. 
“... in questo avete ragione voi.”
… avete? Avete chi?  
Cate inarcò le sopracciglia, ma Maddalena si era già addormentata.
Vederla dormire era anche notare come smettesse finalmente di aggrottare le sopracciglia in un perenne corruccio, distendendo i lineamenti in un’espressione … vulnerabile, da bambina piccola.
A quella distanza Caterina poteva contarle le imperfezioni, come la piccola cicatrice che aveva sul labbro inferiore o il neo vicino alla sella del naso, ma non era quello il punto, Maddalena di difetti ne aveva pochi. È che da quella distanza forse per la prima volta le sembrava davvero umana, così come era molto umano il ronfare che stava montando.
Michi mi sa che unn’è l’unico che russa… 
Maddalena era sempre sul chi vive e non dovevano esserci tante persone a poter contemplare quel lato di lei. 
Ma a me l’ha lasciato fare. 
Le baciò d’istinto la fronte e sfiorandole i capelli fu investita da un profumo inaspettato.
Non ci avrebbe fatto caso se non si fossero pomiciate in lungo e largo. I capelli di Maddalena odoravano - forte - di shampoo maschile. 
E non era quello che usavano Michele e Stefano, l’avrebbe riconosciuto beccandoselo ogni volta che si faceva la doccia dopo uno dei due. Era un odore completamente diverso.
Caterina si ritrasse confusa, ma non potendole chiedere lumi di quella - seppur piccola - incongruenza - non potè far altro che stendersi e cercare di dormire. 
 
***
 
Note: 
 
Qualcosina si sta muovendo, e Cate è molto meno scema di quanto non pensi Malù. 
Rosi invece sì, è esattamente scema come pensi, ma pure Tobia.
Ettore concorda. 
La canzone citata è “Qualche splendido giorno”, dei Modena City Ramblers, dall’album “Terra e libertà” del 2007. 
Tsundere è un termine che conosce sicuramente chi è una giappominchia come la sottoscritta, ma nel caso, ecco la spiegazione qui.
Maddalena è *la* tsundere indiscussa di questa storia. 
  
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