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Autore: epices    30/04/2021    6 recensioni
Ogni vita ha la sua storia. Questa è la storia di una vita come tante e, come troppe, terminata in questo ultimo anno in cui stentiamo a riconoscere il mondo che avevamo...
Genere: Generale, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Ho impiegato mezz'ora per prepararmi al nostro ultimo incontro, Gabry. Un ritaglio di tempo in cui ho accuratamente indossato tutto ciò che fosse necessario, partendo dai piedi per poi dedicarmi al tessuto bianco ad avvolgere il corpo, passando per le mani e concludendo con il viso e il capo.
Il tutto eseguito con cura minuziosa, con pazienza certosina.
Tu invece non hai potuto nemmeno indossare quell'abito che avevi scelto; lo dicevi da anni che sarebbe stato proprio quello che, invece, ora giace qui a casa, a dipingere di viola e nero lo schienale di una sedia.
Non era la tua guerra questa, bambina degli anni venti di quasi un secolo fa. Eppure, spietata e inesorabile, ti ha portata via con sè.
Per te Gabry, dirimpettaia del Grande Fiume, la guerra era un ricordo ormai sfocato del fischio lugubre delle sirene che chiamavano il coprifuoco e dei rifugi antiaerei. E i soldati tedeschi accampati nella stalla che in un italiano stentato ti facevano ridere con quel loro “Gabrì mangiare marmellata”, riferendosi alle tue labbra impreziosite dal primo rossetto.
E un accenno a “Enola gay” che neanche sapevi come si scriveva e un venticinque aprile di gonne svolazzanti e balli sull'aia a festeggiare la fine di un incubo che in troppi, oggi, hanno dimenticato.
Hai conosciuto un mondo diverso Gabry, fin da quel giorno di marzo di tanti anni fa.
Chissà com'era il marzo di quell'anno.
Forse è ancora possibile contare sulle dita di una mano le persone che ne hanno memoria, al netto dell'operato del Tempo, implacabile tiranno e spietato riscossore di ricordi e di vita quotidiana della gente di allora.
Uomini e donne a cui era stato insegnato ad alzarsi presto, quando il canto del gallo era l'unica suoneria possibile e il ciclo del sole scandiva i momenti della giornata, infischiandosene di impegni che ancora non esistevano e di serie televisive ancora da inventare.
Tra cinque anni sarà passato un secolo, Gabry, da quel giorno di fine inverno in cui eri nata tu aprendo gli occhi su un mondo che non esiste più e su una campagna probabilmente più verde, sicuramente più vera.
Ci avevi provato a raccontarlo quel giorno ma hai dovuto fare i conti con ricordi non tuoi e con parole pronunciate da qualcun'altro.
Io l'ho vista, con gli occhi della mente, la casa colonica che ho conosciuto disabitata, in una fotografia a colori, scattata da chi, in quella casa ci è nato decenni dopo di te. Ho immaginato le donne indaffarate che allora un parto coinvolgeva tre famiglie e una levatrice affannata, arrivata in bicicletta. Ho immaginato una donna, ormai avanti con l'età, occupata a tenere impegnati gli altri bambini di casa e con un orecchio rivolto al piano superiore, teso a percepire il primo vagito a raccontare dell'avvento di una nuova vita ma anche di una madre che avrebbe potuto crescere la sua creatura, eventualità non del tutto scontata in quel tempo che oggi fatichiamo ad immaginare.
E ho immaginato un padre di famiglia con addosso abiti consunti, da lavoro e tra le mani un arnese semplice, vuoi un rastrello, vuoi una falce, intento a fare in modo che anche in quell'estate il raccolto fosse ottimale. E a sperare, finalmente, in quel maschio così importante per l'economia della famiglia.
E invece sei nata tu -la “negra” ti chiamavano- per quella pelle di un tono più scura e gli occhi e i capelli del colore del carbone.
Ti dicevano che eri brutta -raccontavi- ma io ti ho vista ragazza, in una foto sgranata del dopoguerra -la tua guerra- con le labbra rosse e il viso incorniciato da una cascata di capelli scuri e ricordo di aver pensato che non avessi niente da invidiare a quell'attrice bionda che con te condivideva l'anno di leva.
E infatti lui aveva scelto te.
Era il più bello; quello vestito con la giacca elegante e le scarpe lustre, con la brillantina a domare i capelli e un sorriso da mascalzone. Come darti torto Gabry? Probabilmente sarebbe piaciuto anche a me!
Aveva scelto te, ragazza di pianura, ingenua sognatrice a digiuno delle cose della vita, che allora era ancora possibile pensare di avere un bambino dopo essersi scambiati soltanto un bacio.
Mora, viene a fare un giro in giostra?”- ti aveva apostrofato, rigorosamente in dialetto, al vostro primo incontro ad una fiera di paese che per voi, ragazzi di allora, abituati al niente e con la voglia di tutto, era l'evento dell'anno.
No, caro”- era stata la tua risposta decisa e un poco indignata che tu l'avevi forse capito che quello era un furfante, nel senso buono si intende.
E poi non lo so come quel “no” si sia trasformato in infiniti “sì” fino a quello pronunciato un primo giorno di maggio davanti ad un'altare con l'abito a cercare di mascherare le tue forme già troppo rotonde.
Quando io ti ho conosciuta ti definivi già vecchia e adesso mi viene da ridere sai?
Perchè, facendo due conti, avevi solo pochi anni più di quelli che io ho ora ed oggi quell'aggettivo viene riferito a ben altra categoria. Avevi il fisico già sformato dalle gravidanze e da una vita poco agiata, di lavoro e accompagnata da abitudini alimentari che farebbero inorridire, oggi, qualsiasi nutrizionista. Ma allora non si andava tanto per il sottile e il cibo era prezioso.
Chi aveva vissuto la guerra, quella delle bombe e dei campi di battaglia, non buttava via niente, come si fa per il maiale.
Ed ora affiorano ricordi che pensavo di non avere più, di mattine umide e grigie d'inverno in cui si “disfaceva” il maiale per l'appunto, odori forti, di sangue cotto e grasso bruciato a prendere per mano la creazione della scorta di carne e insaccati da appendere in cantina.
Quando io ti ho conosciuta la vita aveva già iniziato a chiederti il conto perchè lui era il più bello e non poteva certo essere anche fedele in un'epoca in cui, per antico retaggio, la fedeltà per molti era un concetto che non esisteva. Ma non ti ha fatto mancare mai nulla fin dal viaggio di nozze a Bolzano che per voi era New York e, forse, questo era quanto bastava.
E poi c'era quel ciuffo di capelli in un cassetto, legati da un piccolo nastro bianco, come unico ricordo di una figlia che avevi visto nascere ma che non avevi potuto conoscere.
Eppure per me, per noi, non ti sei mai fatta vedere abbattuta, quasi fosse tutto normale -è andata così- dicevi. Ti avevano insegnato che il destino va accettato e preso così come viene, senza angustiarsi troppo. E chissà, forse il segreto è proprio questo...
Ti ho sempre vista allegra e indaffarata a portare alto uno dei tuoi capisaldi -l'ozio è il padre dei vizi.
Sempre contenta di quello che avevi e orgogliosa della tua famiglia costituita da soggetti impareggiabili ai tuoi occhi, in qualunque campo, che fosse aggiustare la ruota di una bicicletta o studiare all'Università.
Mille e non più mille- era una tua massima imparata da bambina che io, bambina a mia volta e probabilmente con l'incomprensione a foderare lo sguardo, mi sono sempre chiesta cosa significasse.
Ma alla fine l'ho capito e avevi ragione tu; è stato proprio nel primo anno del ventunesimo secolo che hai perso lui e la tua figlia maggiore. E il cuore di una mamma non dimentica.
Io credo tu abbia iniziato allora a morire a poco a poco.
Ma tu eri forte, Gabry e, con gli occhi lucidi, tiravi avanti. Hai visto lauree e compleanni, pranzi di Natale e qualche matrimonio.
Sei riuscita a vedere anche un'altra generazione della tua famiglia e sorrido al pensiero che nel mio album c'è una foto del nostro tempo, una foto di te, novantenne, impegnata in un'accesa discussione con quel piccolo grillo parlante che ritrovo ogni sera.
Hai mancato per un soffio un altro venticinque aprile ma forse, per te, è stata una liberazione ugualmente. Troppa la sofferenza soffiata fuori insieme agli ultimi respiri mentre con gli occhi ormai spenti aspettavi soltanto che qualcuno di caro e perduto venisse a prenderti per mano.
A me non resta che dirti grazie, e te l'ho detto tante volte nel tuo ultimo giorno, qualche giorno fa, sotto la maschera e la tuta bianca -da astronauta avresti detto- che senza quelle, ora non si può stare. Perchè questa è una guerra strana Gabry, il nemico da combattere è minuscolo ed invisibile ma non meno pericoloso dei cacciabombardieri.
E' micidiale, molto più di loro perchè, almeno, allora ci si stringeva stretti in un sotterraneo aspettando la fine dell'allarme. Tutti insieme.
E' subdolo perchè uccide gli affetti, aumenta le distanze rendendole impraticabili, annulla il culto dei morti. Nemmeno il vestito, Gabry, potrai indossare, quello dell'ultimo matrimonio a cui hai partecipato, quello che avevi scelto per l'ultimo viaggio.
Non mi resta che dirti grazie e te l'ho detto tante volte dietro la visiera appannata dalle lacrime che non potevo asciugare.
Grazie per l'infanzia serena, per le merende del pomeriggio, per le favole che mi hai raccontato e per le estati al mare. Grazie per tutto, anche per quel dolce che non mi piaceva e che facevi sempre nelle grandi occasioni. Poi ho scoperto che era la tua versione personale di un piatto molto più raffinato.
Ti ho salutato per l'ultima volta qualche giorno fa con una carezza sulla mano, e ora non posso dirti più nient'altro. Ma continuerò a pensarti sempre.
Ciao Gabry.
Ciao nonna.

 

   
 
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