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Autore: EleAB98    01/05/2021    3 recensioni
Malcom Stone è un pretenzioso caporedattore, nonché affascinante quarantenne con una fissa smodata per le belle donne. Ma arriverà il giorno in cui tutto cambierà e l'incallito casanova sarà costretto a fare i conti con i propri demoni interiori, e non solo quelli... Riuscirà mai a guardare oltre l'orizzonte? Ma soprattutto, chi lo aiuterà nell'ardua impresa?
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Gilberto Monti è un giornalista affermato. Oltre a ricoprire una posizione lavorativa più che soddisfacente, ha appena esaudito uno dei suoi più grandi sogni: sposare la donna che più ama. Ma è davvero tutto oro quello che luccica?
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Alex Valenza, un reporter piuttosto famoso, è alle prese con una drammatica scoperta che lo porterà a chiudersi, a poco a poco, in se stesso. A nulla sembra valere il supporto della moglie. Riuscirà a ritrovare la serenità perduta?
Genere: Drammatico, Erotico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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Premessa: Questa storia nasce sulla base di un'idea che non è stata mia, bensì di una mia affezionatissima lettrice e scribacchina come la sottoscritta, nonché (da pochi, esaltanti mesi a questa parte) mia carissima amica: Lita_85. Mi sembra più che giusto, perciò, dedicare a lei questa storiella disimpegnata e spero altresì divertente  anche se il dramma non mancherà! – "sull'impronta" della sua long: "Ogni Parte Di Te". Credo, però, sia doveroso condividere con voi questa ineluttabile verità: non credevo avrei mai scritto di un personaggio come quello che verrà presentato in questa storia, ho sempre nutrito un pregiudizio nei confronti di questo genere di uomini e di certo non rinnego quanto io non approvi la loro filosofia di vita. 

A mia discolpa (e a discolpa di tutti coloro che scrivono di tali soggetti), posso però dire che uno dei tanti scopi che la scrittura si propone è, senza ombra di dubbio, il seguente: scrivere un qualcosa che si discosta dai nostri ideali può fornire molti spunti e far riflettere, almeno un poco, sulla realtà e le sue sfaccettature. Senza contare che, nello scrivere storie di tale fattura, si sogna e si spera di modificare in qualche modo la prospettiva di questi protagonisti fino ad arrivare, magari, a un bel lieto fine che possa sancire il loro effettivo cambiamento. Questa è, a tutti gli effetti, la storia di un uomo che, nel corso del tempo, sarà disposto a modificare del tutto, o quasi, la sua irriverente prospettiva di vita. 

Come sempre, occorre non lasciarsi ingannare dalle apparenze... (in effetti, il POSSIBILE EFFETTO COLLATERALE DELLA STORIA potrebbe essere proprio questo: all'inizio, potrebbe sembrarvi tutto un grande cliché!), ma a a tal proposito, credo che il titolo di questo primo capitolo (questa long, come detto, vuole essere una storia senza chissà quali intrighi o misteri  a me piace definirla come una sorta di esperimento letterario del tutto inaspettato) parli già da sé.

Ps: per chi avesse letto le mie storie precedenti, il suddetto protagonista della storia è l'uomo che compare in Ricominciare e Ritrovarsi – L'Alunna e Il Professore come comparsa, appunto, ma la qui presente storia non è assolutamente collegata alle due serie!

Ps 2: ci saranno delle "sottotrame" più avanti, a partire dalla seconda parte (II) della storia!

Pps: grazie di cuore, cara Lita, per la meravigliosa copertina che hai creato per questa storia!!!




 
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Oltre L'Orizzonte
 

Capitolo I – Non giudicare un libro dalla copertina

 

Los Angeles, oggi


Continuavo a vagare senza meta per le vie della città, lo sguardo perso e l'aria trasognata, le mani in tasca. Lo stomaco in totale subbuglio. Potevano sussistere sensazioni così contrastanti nell'animo di un solo uomo costituito, almeno dal punto di vista fisiologico, da circa il 75 % di acqua? Come di consueto, ignorai la sottile domanda che la mia coscienza – oh, fottuta coscienza! – mi aveva prospettato, o meglio... mi prospettava da ben oltre cinque anni. Sospirando piano, estrassi un pacchetto di sigarette dalla scura giacca in tweed che avevo indossato per l'occasione. 

Gliel'avevi promesso, continuò imperterrita quella che un qualunque filosofo o strizzacervelli avrebbe definito l'inoppugnabile realtà oggettiva che alberga nel cuore e la mente di ogni singolo individuo. Avevi promesso che avresti smesso una volta per tutte con... con quello stupido diversivo.

A quella silente quanto fastidiosa constatazione, il mio sguardo si fece più cupo che mai. Dovevo smetterla di tormentarmi, tantomeno impormi degli stupidi limiti. Forzando un sorriso, aspirai una lunga boccata da quel semplice tubetto cilindrico. Quel portatore di oscuri presagi, come soleva chiamarlo una certa persona, mi avrebbe fatto compagnia almeno fino all'ingresso dello Swern Hotel, cui stavo soggiornando da circa una settimana. Scacciando il consueto pensiero che mi coglieva spesso durante le mie scorribande quotidiane, tornai a concentrarmi sullo scenario notturno che, tutt'intorno, pareva tingersi man mano di una consistente vitalità, che avvolgeva e inebriava i miei sensi al pari della sigaretta che stringevo tra le dita.

Di tanto in tanto, l'uomo curioso ch'era in me lanciava occhiate agli imponenti grattacieli che lo circondavano, alle luci della città, all'esterno dei night clubs, cui da un bel pezzo non mettevo più piede. Persino alle vetrine dei negozi di abbigliamento... ma soprattutto, alle procaci commesse che vi lavoravano. In sostanza, adoravo perdermi nei meandri della vecchia e cara Città degli Angeli. Peccato che io, Malcom Stone, caporedattore della rivista Ciaksi gira!, uomo di quarant'anni fatto e finito, fossi tutt'altro che un angelo. Ghignai non appena raggiunsi la meta agognata. Lo Swern Hotel non era molto grande, tantomeno così esclusivo. Rispetto ai miei standard, era decisamente più economico, ma faceva comunque la sua figura. 

Con un gesto deciso, spensi la sigaretta e mi addentrai nella hall, quindi ritirai la tessera della mia stanza.

Una graziosa camera con vista situata al terzo piano, numero 311. In preda all'impazienza salii quelle scale che, di lì a poco, mi avrebbero portato in paradiso. Non nutrivo particolari simpatie per gli ascensori, per quanto la loro comodità apparisse, ai più, estremamente allettante. Sorrisi beffardo nell'istante stesso in cui la mia mente mi rifilò quell'aggettivo. La situazione cui ero incappato non poteva che definirsi intrigante. Estremamente eccitante. Sapevo, o per meglio dire, immaginavo, che l'avrei trovata lì, completamente distesa su quel letto a due piazze, lo sguardo lussurioso di una smaniosa e audace donna che, a fronte delle mie frenetiche attenzioni, non avrebbe mai saputo dir di no. Nel corso della mia vita, avevo sempre ottenuto tutto ciò che volevo, senza particolari sforzi. Se qualcuno avrebbe potuto tacciarmi come un uomo baciato dalla fortuna, io stesso mi ritenevo semplicemente ambizioso, affascinante, seducente, e... irresistibile.

Senza smettere di sorridere, mi decisi ad aprire la porta e i miei profondi occhi verdi si spensero. Sembrava non ci fosse nessuno, e un sentore di sommo sconcerto cominciò a perforarmi l'anima. Il letto matrimoniale, tra l'altro, era intonso. Ma quando notai un vestitino di strass buttato a terra, a pochi centimetri dal comodino alla mia destra, mi sfuggì un sorriso. In quel momento, il cigolio di una porta mi fece sobbalzare.

«Finalmente sei arrivato! Nel frattempo, ne ho approfittato per farmi una bella doccia. Ti dispiace?» gracchiò l'ennesima bionda tutta curve uscendo dal bagno, ricoperta a malapena dal bianco asciugamano di cotone.

Guardai di sfuggita la donna che avevo di fronte, come avevo fatto spesso con tutte le altre che avevo incontrato, o meglio, adescato, negli ultimi sei anni. Adoravo lasciar credere alle donne da avventura di non essere minimamente toccato dal loro prelibato charme se non nell'istante in cui affondavo nelle loro carni.

«Credo proprio che mi toccherà punirti, cara Stefanie», pronunciai a mezza voce, accompagnando il tutto a un sorrisetto malizioso.

Lei si avvicinò di un'altro passo. «E perché mai, caro Don Juan? Ops, scusami... tu devi essere Malcom Stone! Io sono Summer, ma se vuoi chiamarmi Stefanie... fa' pure!» replicò lei con aria sarcastica.

Ricacciai una risata e l'attirai a me, cominciando ad arpionarle le cosce nude. Non era affatto la prima volta che sbagliavo nell'assegnare il nome alla preda che avevo scelto come compagna di una notte. Sapevo, d'altro canto, quanto fosse avvilente per una donna sentirsi chiamare con un nome del tutto diverso dall'originale, ma di una tale questione, d'altra parte... me ne sbattevo altamente.

«Avresti dovuto aspettarmi, cara Stefanie», sentenziai continuando a prenderla in giro, mentre iniziai a lambirle il lobo dell'orecchio destro. «Una doccia in solitaria non può essere chiamata tale, se non c'è qualcuno a farti compagnia.»

«E quel qualcuno saresti tu?» domandò lei, carezzandomi il leggero strato di barba castana per poi tirarmi una corta ciocca di capelli affinché potesse baciarmi. Senza concederle replica alcuna, le strappai di dosso l'asciugamano e cominciai a toccarla ovunque. Constatai piacevolmente che fosse pronta da un bel pezzo a concedersi a me, perciò non attesi altro tempo e la spintonai sul materasso. Summer, per tutta risposta, smise di baciarmi e si appropinquò alla cintura dei miei pantaloni classici, che sfilò con impressionante velocità, assieme alla giacca elegante. I miei occhi, accecati dal solo moto di lussuria che prendeva pieno possesso di me in quegli incontri fugaci, si focalizzarono su quel meraviglioso seno che, seppur innaturale nelle dimensioni, suscitava in me un'eccitazione tale da annebbiare completamente il mio raziocinio. Volevo affondarvi la bocca a costo di scordare tutto il resto, tralasciare ogni singolo particolare di un rifulgente e inenarrabile passato, dimenticare quel viaggio che avevo compiuto in Italia soltanto qualche settimana addietro.

Ecco, era proprio questo che volevo: dimenticare.

Con un rapido scatto, diedi retta all'istinto e mi avventai su di lei, tornando ad accarezzarla sfrontatamente. Finora, non avevo trovato nessun'altra donna cui non piacesse la veemenza con cui le toccavo, nessuna di loro mi aveva proposto un approccio diverso al sesso occasionale, o di una notte che dir si voglia. E io, nella mia solida esperienza, non mi prendevo certo la briga di contraddirle. Da circa sei anni, avevo intrapreso la strada di un uomo il cui scopo era quello di sentirsi potente, virile e piacente soltanto passando di fiore in fiore, esplorando una qualsiasi, avvenente donna potesse capitargli a tiro. Ed era stupendo appagare quel desiderio tanto futile quanto necessario, rendere conto a me stesso dell'immenso fascino che sapevo esercitare su quelle donne. Un intenso susseguirsi di gemiti forti e appassionati mi scossero nel profondo. Quella donna stava beandosi delle mie arroganti carezze, del mio tracotante ghigno, deformatosi nel momento esatto in cui mi scontrai con i suoi turgidi capezzoli. Un sonoro lamento sfuggì alla mia bocca, quella donna stava giocando al mio stesso gioco e sapevo benissimo che, se non mi fossi apprestato ad andare al dunque, avrei di sicuro perso la partita. Stringendole a tutta forza le natiche, voltai Summer verso il cuscino, quindi mi spalmai su di lei e le schioccai qualche bacio indecente sulle labbra. Non che reputassi il bacio poi così importante in questo genere di rapporti – anzi, spesso ne facevo volentieri a meno –, ma quelle labbra, laccate di un vistoso lipgloss alla fragola, avevano innegabilmente attirato la mia attenzione. Erano state un richiamo irresistibile per un uomo come me, sempre molto attento a certi dettagli.

Quasi senza accorgercene, io e la sconosciuta ci ritrovammo ad ansimare incessantemente. Le mie mani fisse su quel seno con l'intento di continuare a stimolarlo, le mie forti spinte a squarciare, assieme all'imperversare di quei sensuali gemiti femminili, la tranquilla atmosfera notturna. La mia espressione concentrata – riflessa sullo specchio da parete affisso sopra la testiera del letto – contro quella della donna che avevo tra le mani, completamente stravolta dall'imminente orgasmo che ci avrebbe investiti. Tutt'a un tratto, una strana sensazione si mescolò al puro piacere che stavo provando. Presi la donna per le spalle e la spalmai al mio petto, volevo terminare il più in fretta possibile quel rapporto. Tornando a baciare Summer ora sul collo, ora sulla spalla, mi spintonai con più forza contro la sua schiena, muovendo il bacino spasmodicamente. La donna s'inarcò sempre di più, prendendo ad assecondare il mio impeto bestiale senza, però, accorgersi del mio improvviso cambiamento di attitudine. A poco a poco, l'iniziale e piacevole appagamento che stavo provando durante quella performance aveva lasciato il posto a un'emozione che non sapeva di nulla ma che, al tempo stesso, mi parve profondamente agghiacciante.

Avvicinando per l'ultima volta la mano tra le pieghe dell'ennesima intimità che stavo violando, Summer sprigionò un ultimo gemito poco prima di crollare sul cuscino, sfinita e soddisfatta. Quando fuoriuscii da lei, constatai un'assurda verità. Non avevo raggiunto l'orgasmo. In fretta e furia, mi rinchiusi in bagno e imprecai di brutto. Sapevo benissimo di non aver provato il consueto piacere che avevo sperimentato innumerevoli volte prima di allora e di aver appagato soltanto quello schianto di donna. Vederlo con i miei occhi, però... d'istinto, mi coprii il volto con le mani. Cosa diavolo mi stava succedendo?

Cercando di scacciare quell'episodio (che per certe donne quasi potrebbe apparire esilarante se non, a tratti, persino preoccupante) e altre irritanti quisquilie dalla mia testa, mi avvicinai al getto della doccia e mi ci fiondai dentro. Una bella doccia fredda mi avrebbe fatto bene, mi dissi, alquanto costernato dall'accaduto.

O almeno, era quello che speravo.

   
 
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