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Autore: Enchalott    10/05/2021    6 recensioni
Una bozza della storia è depositata presso lo Studio Legale che mi tutela. Sconsiglio "libere ispirazioni" e citazioni troppo lunghe, soprattutto se prive del mio consenso. Grazie e buona lettura a tutti! :)
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Dopo una guerra ventennale il popolo dei Salki viene sottomesso dai Khai, una misteriosa stirpe che presenta numerose analogie con i demoni delle leggende. Tra gli accordi di pace è presente una clausola matrimoniale, secondo la quale la primogenita del re sconfitto andrà in sposa a uno dei principi vincitori. La prescelta è tanto terrorizzata da pregare gli dei di morire, ma sua sorella minore non è dello stesso avviso. Pertanto propone un patto insolito a Rhenn, erede al trono del regno nemico, lanciandosi in un azzardo del quale non potrà che pentirsi.
"Nessuno stava pensando alle persone. Yozora non sapeva nulla di diplomazia o di trattative militari, le immaginava alla stregua di righe colorate e numeri tracciati su una mappa. Era invece sicura che nessun segno posto sulla carta avrebbe arginato i sentimenti e le speranze di chi ne veniva coinvolto. Ignorarle o frustrarle non avrebbe garantito nessun tipo di equilibrio. Yozora aveva un'unica certezza: voleva bene a sua sorella e non avrebbe consentito ad alcuno di farla soffrire."
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Due sorelle
 
Il sommesso mormorio dei convenuti oltrepassava i tendaggi di broccato bianco che dividevano la sala delle udienze dalla parte privata del palazzo reale di Seera.
La trattativa in corso stava andando per le lunghe, ma non si erano verificate diatribe particolarmente accese a giudicare dal vociare regolare e pacato dei presenti.
Yozora continuò a tormentarsi le dita, fremendo d’impazienza, divisa tra il plausibile nervosismo e la curiosità. Sistemò per la centesima volta il mantello di pelliccia avorio e continuò a dondolare il piede, giocando con la scarpetta dorata.
Gettò un’occhiata alla sorella maggiore, compita accanto a lei sul divano di seta azzurra: era bellissima come sempre. I suoi lunghi capelli biondi erano raccolti in un’acconciatura elaborata, arricchita da pietre preziose. L’abito rosa intenso si abbinava perfetto alla carnagione chiara e il trucco leggero evidenziava il turchese degli occhi. Tuttavia il pallore delle sue guance superava la sfumatura artificiale del belletto e la tensione delle spalle rivelava il suo reale stato d’animo.
La chiamò per la seconda volta, ma per ottenere la sua attenzione fu costretta a sfiorarle il braccio. Lei sussultò come se fosse stata ustionata, poi sollevò finalmente il volto. Il suo sorriso accennato era tirato, le sue labbra tremavano. Afferrò la mano della sorella minore con insolito vigore.
«Scusami» balbettò imbarazzata.
«Fatti coraggio, Hyrma. È possibile che i Khai rifiutino l’accordo.»
«Gli dei non vogliano. Significherebbe il riaccendersi della guerra. Da vent’anni abbiamo dimenticato il senso del termine pace, sai che ne abbiamo bisogno.»
Yozora annuì mesta: quando era venuta al mondo, la serenità non era che un ricordo. Non rammentava un solo giorno della sua vita in cui suo padre non fosse stato costretto ad assumere delle decisioni estreme e dolorose.
Come l’ultima: arrendersi.
«Magari i demoni non sono soliti siglare i patti secondo i nostri costumi» ipotizzò.
Hyrma scosse la testa con disillusione.
«Da che mondo è mondo le principesse dei regni sconfitti vanno in spose ai vincitori. È una definizione garbata, che mitiga quella di semplice ostaggio. Ma il fine resta il medesimo e oggi tocca a me esserne l’interprete. Non voglio aggrapparmi a false aspettative, spero solo di valere a sufficienza come sugello all’alleanza. I Salki hanno diritto di vivere in un luogo privo di conflitti.»
Yozora sospirò, pensando che ne avessero parimenti i Khai, sebbene fossero loro gli invasori che avevano trasformato la sua terra in un desolato campo di battaglia. Loro a minacciare di soffocare ogni futuro nell’orrore e nel sangue.
Erano apparsi inattesi, come vomitati dalla bocca stessa degli inferi. Non avevano lasciato né possibilità né scampo: la scelta era stata tra accettarli come dominatori o morire. Il rifiuto di entrambe le sorti, opposto dal re suo padre, aveva provocato una ritorsione immediata e priva di misericordia. Quegli esseri spaventosi, simili ai demoni delle leggende, non provavano sentimenti e sembravano nati all’unico scopo di combattere. Non era chiaro da dove venissero o cosa pensassero, dimostravano di obbedire a un rigido codice nel quale la pietà non trovava spazio. Apparivano e sparivano, sottoponevano gli avversari a uno scontro impari, non si ritiravano mai e non potevano essere sconfitti. Yozora era convinta che, se lo avessero desiderato, avrebbero spazzato via l’intera Salki in un solo giorno. In tutta probabilità, se avevano trascinato la guerra per due decenni, era perché l’avevano trovata divertente.
Guardò di nuovo il pesante drappo che la separava dai nemici. Non li aveva mai visti da vicino, non le era stato permesso. Le descrizioni erano state più che bastanti a darle i brividi. Ma quella mattina, come membro maggiorenne della famiglia reale, avrebbe incontrato la delegazione khai giunta alla capitale per siglare il trattato. Lo stesso che avrebbe condotto Hyrma nel loro misterioso mondo. Non poteva fare a meno di essere preda di sensazioni stridenti.
«Quale dei due principi ti prenderà in moglie?» domandò «Rhenn o Mahati?»
«Non è importante. Verrò trattata in ogni caso come un essere inferiore o come una concubina, se sarò fortunata.»
Yozora vide luccicare negli occhi impauriti della sorella lacrime di umiliante rassegnazione. Nel computo dei sentimenti che la percorrevano, la giovane principessa inserì una discreta dose di rabbia.
«Secondo me lo è» obiettò «Rhenn è l’erede al trono, mentre suo fratello Mahati è il generale di tutte le armate. Se si trattasse del secondo, non lo vedresti mai, impegnato com’è a massacrare il prossimo.»
Hyrma la fissò sconcertata.
«E tu come lo sai?»
«Non è un segreto. E poi mi sono letta tutti i libri a tema Khai con la ferma convinzione che fosse utile conoscere l’avversario. Ho provato a chiedere informazioni a nostro padre, ma lui mi ha sempre ricacciato nella mia stanza, dicendomi che non erano argomenti adatti a me. E i nostri consiglieri mi hanno guardata come se fossi pazza. In qualche modo dovevo pur rimediare!»
La principessa maggiore rimase a bocca aperta. Fu persino tentata di abbandonarsi a una risata spontanea davanti all’espressione buffamente decisa della sorella.
«Papà ha cercato di preservarci dall’idea stessa dei demoni finché ha potuto» rispose «E poi da oggi non possiamo più considerarli nemici. Ricordalo.»
Yozora accettò il blando rimprovero. Sapeva che non era solo il matrimonio indesiderato a turbare Hyrma. Sapeva che era innamorata di un uomo che non avrebbe più rivisto. La collera impotente increbbe.
«Hai parlato con Hoshi?»
 L’altra trasalì e un’ondata di colore le affluì al volto.
«Gli ho detto addio.»
«Sai che non lo accetterà!»
«Deve» tranciò la principessa maggiore «L’ho fatto giurare sul sacro Ariun, non intenterà colpi di testa e non cercherà di salvarmi.»
La più giovane scosse la testa, indocile. Aveva sempre pensato che pace e giustizia fossero concetti inestricabili, ma ogni singolo istante di quella che sarebbe dovuta essere una giornata di festa la stava facendo ricredere. Le nozze forzate di sua sorella avrebbero sì garantito la pace, ma erano terribilmente ingiuste.
Tutti parlavano di dovere, di sacrificio, di accettazione, come se durante la guerra ogni rinuncia, ogni perdita, ogni preghiera non fosse stata che un’inutile farsa. Nessuno stava pensando alle persone. Non sapeva nulla di diplomazia o di trattative militari, le immaginava alla stregua di righe colorate e numeri tracciati su una mappa. Era invece certa che nessun segno posto sulla carta avrebbe arginato i sentimenti e le speranze di chi ne veniva coinvolto. Ignorarle o frustrarle non avrebbe garantito nessun tipo di equilibrio.
«Stanotte pregherò il divino Reshkigal, affinché mi conceda una morte dolce» sussurrò all’improvviso Hyrma «Se domani non mi sveglierò, non sarò costretta a concedermi a un Khai e non sarà colpa di nessuno. Non una violazione agli accordi.»
«Ma che dici!?»
«Se accadrà, lo riferirai a nostro padre, affinché non muova accuse che potrebbero incrinare l’equilibrio raggiunto. Promettilo, Yozora.»
Gli occhi scuri della minore si velarono di tristezza. Si chiuse in un ostinato silenzio e non proferì il giuramento richiesto.
«Per Hoshi e per papà sarebbe meglio sapermi cenere piuttosto che nelle grinfie di uno di quei demoni» continuò Hyrma con rassegnata dolcezza «Non sono un soldato, ma possiedo altrettanto onore e voglio conservarlo.»
«A me non ci pensi?» ribatté Yozora «Io ti preferisco viva! Se la metti così, pregherò una divinità più potente, che prospetti un’altra soluzione! Mi rivolgerò al sommo Kalemi, signore degli Immortali!»
La maggiore non riuscì a trattenere le lacrime. Si gettò tra le braccia della più piccola in un tremito inarrestabile e la strinse con la forza della disperazione.
«Sei come la mamma» esalò commossa «Anche lei non si sarebbe mai piegata, non lo avrebbe permesso. Ma ti scongiuro, per una sola volta accontentami. Prometti!»
Il riferimento alla madre arrestò ogni opposizione. Yozora annuì, cingendo le spalle della sorella con infinita tristezza.
Rimasero così finché la tenda non venne aperta.
 
I Khai erano pochi, come a sottolineare lo scarso interesse e l’ancor più esigua preoccupazione per l’evento ufficiale. Forse era un voluto segno di disprezzo, riservato agli sconfitti per rimarcare quanto un pugno di demoni fosse in grado di tenere testa a un intero esercito. Un’evidenza più volte sperimentata.
Volsero appena la testa all’ingresso del seguito reale e delle due principesse, ma tanto bastò per impietrirle.
Erano alti e robusti, feroci nelle loro corazze leggere e aderenti, fregiate con gli stemmi dei clan. Le corna lunghe e arcuate, ornate di catenelle metalliche e pietre preziose, svettavano fuori dai diademi elaborati che portavano sulla fronte. Quella che aveva l’aspetto di una coda spuntava dai mantelli a sfiorare il pavimento. La loro carnagione presentava una sfumatura rossastra e sui tratti di pelle scoperta delle braccia, del petto e della schiena spiccavano tatuati arcani simboli bruni. Gli occhi allungati erano dipinti con un bistro nero, che colorava anche la parte alta del volto, rendendo i loro sguardi penetranti e spietati. Scambiarono alcune parole nella loro lingua e le zanne aguzze di lupo balenarono per un istante tra le labbra imbronciate.
«Mancano i principi» bisbigliò Yozora all’orecchio della sorella, trascinandola di peso lungo la passatoia «È un segno positivo.»
Hyrma rispose con uno sguardo atterrito, domandandole in modo implicito cosa ci fosse di tanto favorevole nell’assenza di quei due mostri in particolare.
«Entrano dopo di noi» continuò la minore sottovoce «È un omaggio nei tuoi riguardi, permettono che tu sieda al loro cospetto. Se fossero già qui dovrebbero alzarsi e questo non è contemplato dal loro codice.»
«Magari non sono venuti» congetturò la prima.
«No, ho sbirciato nel cortile principale stamattina. I loro vessilli hanno lo stemma reale, li espongono nel caso in cui almeno uno dei loro signori è presente.»
Le dita di Hyrma sul suo braccio divennero una morsa.
Tra gli astanti, ritto a fianco del re dei Salki, Hoshi la osservava con intensità, inguainato nella sua uniforme di generale. Portava le bende al braccio destro, segnale residuo della grave ferita che aveva rimediato nell’ultimo scontro. I suoi occhi verdi erano un crogiolo di collera e malcelata sopportazione.
Yozora aiutò la sorella ad accomodarsi sul tappeto di seta scarlatta, facendo poi altrettanto. Gli sguardi corrucciati dei Khai si posarono su di loro, esaminandole con minuzia e silenzioso disprezzo.
«Mi piacerebbe sapere cosa stanno dicendo» borbottò la principessa maggiore con evidente apprensione «Perché noi non abbiamo un interprete?»
«Perché in teoria gli accordi economici e territoriali non dovrebbero interessare le figlie del sovrano» rispose paziente la seconda «Comunque hanno detto che non pensavano che le Salki potessero essere così… formose, se non ho capito male.»
Hyrma avvampò, aggiustandosi l’abito con palese disagio.
«Da quando comprendi la loro lingua!?» sbottò con voce strozzata.
«È la prima volta che la sento dal vivo, sinora l’ho studiata sui testi. Non pensavo di riuscirci da sola» si giustificò Yozora «Non mostrare timore, parlano di te!»
«Come lo sai?»
«Io non sono né prosperosa né bionda.»
Hyrma serrò febbrile i lacci del mantello foderato di pelliccia.
Un improvviso battere di tamburi interruppe l’improbabile dialogo e le chiacchiere lascive dei guerrieri invasori, annunciando l’ingresso del principe straniero.
I Khai si irrigidirono sull’attenti e poi piegarono il ginocchio destro, genuflettendosi all’incedere solenne del loro sovrano. Gli artigli neri luccicarono dai pugni chiusi e confitti a terra nell’atto di ossequio.
Yozora sbirciò oltre la linea delle loro spalle possenti, incuriosita.
«Rhenn» annunciò con una punta di preoccupazione nella voce.
Hyrma continuò a tenere gli occhi rivolti al suolo e impallidì.
 
«Rhenn, primogenito di Kaniša re dei Khai, principe della corona e signore delle terre del tramonto, vincitore dei Salki e padrone del circostante, porge il suo omaggio alle altezze reali» tradusse l’interprete, senza celare il fastidio per l’inopportuna sequenza di titoli che era stato costretto a snocciolare.
Yozora ricambiò il saluto con un cenno garbato e poi sollecitò la sorella, che si era limitata ad abbassare la testa con paralizzata deferenza.
«Ti prego, Hyrma, guardalo!» sussurrò.
«N-non posso. Se sollevassi gli occhi, si accorgerebbe della mia paura.»
«Se n’è già accorto! Non fargli credere che sia alterigia o ribrezzo!»
«Forse una giovane donna salki si sente intimidita al cospetto di un guerriero Khai» continuò nel frattempo il traduttore «Come non darle ragione?»
Rhenn attese la trasposizione, sfilandosi la parte alta del diadema, che fungeva da elmo e gli ombreggiava il volto. La folta chioma argentata, stretta in una spartana coda di cavallo, gli scese lungo la schiena.
«Hyrma!» soffiò Yozora «Alza la testa!»
Il sorriso affilato del principe si fece beffardo, mentre il gelo scendeva sulla corte riunita nella sala delle udienze.
«Mia figlia è molto riservata» intervenne il re Salki a mitigare il silenzio «Vi prego di scusarla e vi assicuro che presso di noi è una nobile virtù.»
«Come dite voi, Entin» ribatté algido il demone, omettendo il titolo dello sconfitto.
Approfittando del breve scambio, Yozora rifilò una gomitata decisa alla sorella.
«Se ti dico che è bello da morire cambi idea!?»
Lo sguardo glaciale del Khai si posò di colpo sulla principessa più giovane, che si affrettò a recuperare il contegno formale.
Finalmente Hyrma si decise ad ascoltare il suggerimento, pungolata dall’ultimo improbabile appunto. Non poté che convenire con la sorella: nonostante l’aspetto demoniaco e le caratteristiche terrificanti della sua stirpe, Rhenn era davvero attraente. Ma questo non la tranquillizzò. Le iridi viola del principe non emanavano alcun calore, alcuna umanità. La ragazza si limitò a ricambiare la cortesia, dissipando la tensione giunta al culmine.
Gli animi si rilassarono e l’attenzione dei convenuti tornò al centro della discussione prioritaria, alla quale prese parte anche l’erede al trono nemico.
Yozora lo osservò apporre a più riprese la propria firma sulla serie infinita di documenti che gli venivano via via sottoposti e constatò che spesso obiettava e faceva apportare delle correzioni, senza mai rivolgersi direttamente al re salki.
«Hanno scritto un mucchio di stupidaggini» borbottò tra i denti.
«A cosa ti riferisci?» domandò Hyrma, sforzandosi di non rispondere con troppa evidenza agli sguardi infelici e appassionati che Hoshi le riservava.
«Al concetto di Khai analfabeti e privi di intelletto.»
«Non è così?»
«Affatto. Se osservi con attenzione, Rhenn sta siglando le carte senza imprimere un sigillo ed è in grado di discutere in modo sensato ciò che non gradisce.»
«Magari è capace di apporre solo la propria firma e confuta per partito preso.»
«Io non credo proprio. Oh, non so che darei per ascoltare!»
Lo sguardo implacabile del principe si posò ancora una volta sulle due fanciulle.
«Io per fuggire» sospirò Hyrma affranta.
Yozora strinse le mani una nell’altra. Sua sorella non avrebbe retto al dolore e lei non avrebbe potuto nulla per aiutarla. Eppure doveva esistere una soluzione meno drastica e altrettanto soddisfacente!
Divino Kalemi, voi che governate il pantheon e ne costituite l’intelletto, ispiratemi! Adesso, vi supplico. Adesso!
Il giovane sovrano degli Immortali era il destinatario prediletto delle sue preghiere, poiché era energico, imparziale e si diceva ascoltasse le invocazioni degli esseri umani. Sperò con tutta se stessa che fosse la verità.
La concitata riflessione fu interrotta dal Primo Consigliere, che la invitò ad avvicinarsi al palco reale. Sul viso cortese e bonario dell’anziano funzionario c’era una profonda compassione e Yozora intese che il momento era giunto: avrebbe dovuto dire addio a Hyrma per non vederla mai più. Sottostare e tacere davanti all’iniquo potere di una pila di scartoffie, a una tradizione odiosa e ottusa! Secondo quale regola una donna piena di sogni si sarebbe dovuta prestare come infima propaggine di una catena di eventi della quale non era stata il principio? Perché invece non era uno di quegli impettiti dignitari a chiedere in sposa una delle guerriere Khai che tante volte li avevano sconfitti in battaglia?
È vero, non so nulla di guerra o di diplomazia. So solo che voglio bene a mia sorella!
Yozora accelerò il passo sin quasi a precedere l’accompagnatore, che intanto stava sostenendo Hyrma con premurosa partecipazione.
Re Entin spalancò gli occhi nel rilevare l’improvvisa decisione nel passo della figlia minore. Non fece in tempo a raccapezzarsi, poiché lei accelerò e gli si fermò davanti senza eseguire l’inchino dovuto: nelle sue iridi brune c’era una risolutezza mai mostrata prima. Fronteggiò con identica fermezza il sovrano straniero.
«Principe Rhenn, permettete una parola?»
L’intera corte si lasciò sfuggire un mormorio esterrefatto. Non solo per l’incredibile ardire della principessa più giovane, ma anche perché la richiesta era stata espressa nell’idioma incomprensibile del nemico.
Il Khai aggrottò la fronte, interdetto: seppur in modo stentato, quella ragazzina lo aveva appena interpellato nella sua lingua madre. E, a giudicare dalle espressioni sconvolte dei Salki, la cosa non era preparata. Sogghignò al singolare diversivo.
«Come dirvi di no» ribatté caustico, sollevando una mano.
Gli artigli scarlatti balenarono alle fiamme delle lampade a olio. Yozora riprese fiato, pungolata dallo sguardo penetrante del demone.
«Non qui, in privato.»
Rhenn si accigliò, valutando con diffidenza la nuova interpellanza.
L’interprete si affrettò a riferire il dialogo. Il sovrano Salki divenne terreo.
«È fuori questione!» tuonò «Yozora, porgi immediatamente le tue scuse al principe e ritirati nei tuoi appartamenti!»
«No, padre. Non gli ho mancato di rispetto e non esiste regola che lo vieti.»
«Inaudito! Mio signore, domando venia per l’increscioso capriccio di mia figlia e…»
«Placatevi, Entin» lo interruppe il principe, infastidito «Secondo la legge, ogni membro della casa reale ha diritto di parola. Non ho intenzione di mangiarmi vostra figlia, se è ciò che temete. È troppo magra.»
La ragazza avvampò al sorriso sarcastico di lui, ma non indietreggiò. Rivolse anzi un’occhiata rincuorante alla sorella, che la fissava pietrificata.
I guerrieri Khai sghignazzarono sgangherati all’affermazione del loro signore, ma sui loro volti balenò una sorta di incuriosito rispetto.
Il re Salki deglutì. La legge. Chiaramente quella dei vincitori, che da quel giorno sarebbe valsa per tutti loro. Non gli rimase che acconsentire. Ordinò agli attendenti di predisporre uno dei salotti privati, ma Rhenn lo fermò con un gesto imperioso.
«La terrazza andrà benissimo» decise.
Poi abbandonò la sala seguito dalla principessa.
 
Yozora trotterellò dietro al demone, sollevando con uno sbuffo stizzito l’orlo della veste, che le impediva di pareggiare le sue lunghe falcate. Lui non le aveva offerto il braccio e non l’aveva degnata di un’occhiata, limitandosi a precederla. Gli si affiancò caparbia, sforzandosi di non restare indietro.
Il volto di Rhenn era impassibile. Nulla trapelava dal suo sguardo adamantino e le braccia muscolose erano rilassate lungo i fianchi, lontane dalle due spade che portava al fianco sinistro. A differenza dei suoi uomini non indossava protezioni e dallo scollo della casacca di pelle nera si intravedeva il petto, fregiato con quelle che sembravano lingue di fiamma.
Si arrestò al centro della loggia, come se il palazzo di Seera fosse il suo mondo. La luce soffusa del sole invernale creava su di lui uno strano contrasto. Gli orecchini d’oro rosso ai suoi lobi scintillarono al riverbero discreto. La principessa rimase a fissarlo più di quanto non avesse desiderato. Non seppe decidere se ciò che la bloccava era dovuto alla paura o al desiderio di conoscere.
Lui appoggiò un gomito alla balaustra, impaziente.
«Avete perso la baldanza?»
Yozora pensò che fosse tardi per ammettere di aver avuto una pessima idea.
«No» rispose prendendo fiato «Prima desidero che sappiate che nessuno è al corrente di quanto sto per raccontarvi, tantomeno mio padre. Si tratta di un’iniziativa personale e la mia unica intenzione è quella di supportare questa pace conquistata a caro prezzo.»
Rhenn inarcò un sopracciglio, decisamente spiazzato. La ragazzina salki non se la cavava male con la parlata khai, ma aveva usato il termine iwatha – armonia – anziché yakuwa, cioè pace militare. La corresse all’istante.
«Non è così sbagliato allora» avvampò lei «Non se, come me, tenete a entrambe.»
«Dipende da cosa intendete per tenere. Avere bisogno? Non certo i Khai. Considerarne la rilevanza o l’utilità? In tal caso avete il mio assenso.»
La principessa divenne paonazza: lui era passato con estrema disinvoltura all’idioma salki, dimostrando di conoscerlo alla perfezione. Non aveva neppure manifestato un accento straniero. Si domandò con imbarazzo se avesse inteso lo stupito commento sul suo aspetto fisico o quello sulla sua intelligenza. Recuperò la padronanza di sé e non si lasciò intimidire.
«Sposare mia sorella Hyrma non è la scelta giusta» dichiarò senza mezzi termini «Riporterebbe la guerra e - chiamatela come vi pare - non è ciò per cui siamo qui.»
Gli occhi d’ametista di Rhenn si accesero di repentino interesse.
«Adesso avete addirittura la mia attenzione» ammise spassionato.
«Giurate su quanto vi è sacro che quanto udirete rimarrà tra me e voi.»
«Belker mi è testimone.»
Yozora sospirò. Il feroce dio della Battaglia sarebbe andato bene comunque.
«Hyrma è innamorata di un uomo.»
«Commovente.»
«È già stata sua! Sono l’unica a conoscere la verità. Mio padre non mira a oltraggiarvi con un matrimonio combinato in cui la sposa non è più...»
«Non potrebbe importarmene di meno.»
La ragazza sbalordì, chiedendosi quali potessero essere per i Khai le virtù irrinunciabili. Forse non aveva appreso abbastanza su di loro. Rincarò la dose.
«Principe Rhenn» puntualizzò «Hyrma è incinta. Il bambino è un Salki, ma tutti lo riterranno frutto del vostro sangue reale. Se giustificare la sua diversità con una preponderante somiglianza alla madre fosse sufficiente, la verità prima o poi verrebbe a galla. Potrebbe apparirvi come un complotto ordito ai vostri danni, ma non è così. La prova ve la sto fornendo io, rivelandovi in anticipo la situazione. Non solo perché sono sostenitrice dell’onestà, ma anche perché amo mia sorella, che sarebbe la prima a farne le spese. Voglio impedirlo. Hyrma tace per paura e vergogna, non per spregio nei vostri confronti.»
Il demone sbarrò gli occhi, ma riuscì a contenere la sorpresa. Sogghignò come se la faccenda lo stesse intrigando, tuttavia il suo silenzio lasciò parimenti intendere un ponderato ragionamento.
«Suppongo abbiate una proposta alternativa.»
Yozora allargò le braccia e avanzò di un passo.
«Sì. Prendete me.»
Rhenn strinse le palpebre, inchiodando su di lei il suo sguardo imperscrutabile.
«Lo so, non sono attraente come mia sorella e l’accordo iniziale era un altro. Ma per voi fa differenza? Siamo entrambe figlie di re Entin, voi ed io sappiamo che lo scopo è quello di una garanzia duratura, non scegliere la sposa più desiderabile. Lasciate in pace Hyrma ed evitate scandali, prometto che non vi deluderò!»
«Conoscete quanto risulta allettante per un Khai?» indagò il principe, graffiante.
«Imparerò. Esattamente come ho fatto con la vostra lingua.»
Lui scosse la testa. Le zanne acuminate balenarono tra le sue labbra piene mentre si spendeva in una sorta di sorriso indulgente.
«Non ho mai stretto uno yakuwa con una bambina e certo non lo farò ora. Inoltre ritengo che vostro padre pretenderebbe di conoscere le ragioni di una variazione tanto imprevista. Per non parlare del mio.»
«Ho diciotto anni» borbottò lei piccata «E poi da quando gli sconfitti possono pretendere? Siete voi a comandare, citate qualche regola khai.»
Il principe la fulminò con un’occhiata irosa, ma si contenne.
«Appunto…» sbuffò.
«Appunto cosa? La mia età o mi state dando ragione?»
Rhenn produsse una smorfia acuta e si avvicinò quasi a sfiorarla. Yozora dovette sollevare il viso per guardarlo, tale era la differenza di altezza. La sua espressione risoluta e fiera la inibì, ma non si ritrasse.
«La vostra mano» comandò il Khai dopo un interminabile silenzio «Avete più fegato del vostro scalcinato esercito al completo. Ma nessuna idea della realtà.»
«Significa che non accettate anche se vi sono simpatica?»
La stretta di lui era forte e rovente, come se nelle sue vene scorresse il fuoco.
«No. Che ve ne pentirete.»
Note:
(1) Il nome è un omaggio al manga di Natsumi Itsuki "Hanasakeru Seishōnen".
(2) Il pantheon divino è il medesimo in tutte le mie storie originali.
   
 
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