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Autore: A_Typing_Heart    09/06/2021    2 recensioni
Raim è il lavapiatti di un grande ristorante di Las Vegas e prende il suo lavoro come un banale mezzo di sostentamento per fare una vita tranquilla fuori dai guai che lo hanno segnato. La sua vita procede nella routine finché una sera un nuovo chef bussa alle porte del ristorante per chiedere un lavoro, dando una svolta inaspettata ad entrambe le loro esistenze.
Genere: Generale, Sentimentale, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Yaoi, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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La mia vita aveva imboccato uno scambio improvviso quando avevo conosciuto Sahan, ma in verità – includendo il mio arresto nei Grandi Scambi di Binario – ce ne sono tre nella mia esistenza finora. Uno iniziò a profilarsi all’orizzonte quando io e Sahan stavamo insieme da un bel po’.

A San Francisco l’estate era finita, il Natale era passato, la primavera era già esplosa e ci stavamo avviando verso una nuova estate. Il nostro lavoro al Parlour andava a gonfie vele: lui era il primo assistente del pasticciere e io ero ormai stato confermato dopo il mio stage, lavoravo alla postazione della carne con impegno e soddisfazione. La nostra relazione procedeva serenamente tra uscite divertenti e appuntamenti romantici, sincerità sempre in prima linea, qualche battibecco che finiva presto dimenticato e sesso soddisfacente. Onestamente era difficile per me pensare di volere qualcosa di più di quello che avevo già.

Era un nostro giorno libero e così stavo preparando qualcosa di particolare per una cenetta in casa. Cucinavo tranquillo davanti a forno e due padelle, cosa che soltanto un anno prima mi sarebbe sembrata impossibile, e Sahan era affondato nel divano a guardare il suo show preferito che registrava per tutta la settimana. Era una giornata piovosa e freddina e continuavo a voltarmi dalla sua parte per guardarlo: mi piaceva sempre vedere come si avvolgeva in una copertina color giallo crema come in un mantello. Avevo voglia di mettermi lì insieme a lui, ma dovevo preparare la cena e attendere pazientemente il film in prima serata per quel tipo di intimità.

Ci stupimmo entrambi quando suonò il campanello. Era piuttosto raro che qualcuno venisse a trovarci a casa senza invito, specie a quell’ora insolita. Andai io ad aprire e capii all’istante chi era la donna che aveva suonato: aveva la pelle un po’ più scura, ma gli stessi occhi, capelli mossi e naso di suo fratello minore. Era Annette Micheaux.

«Salut» mi salutò in francese, con l’aria nervosa. «Je… cerco Sahan Micheaux.»

«Sì, tuo fratello è qui» le dissi, per farle capire che sapevo chi fosse. «Entra. È in soggiorno.»

Quando ci arrivò fu un vistoso tripudio di gioia fraterna e un fiotto di saluti, domande e affettuosità in francese stretto, ai quali assistetti dai miei fornelli. Non era qualcosa di cui dovessi o desiderassi impicciarmi, così mi preoccupai della cena mentre i due fratelli si parlavano in francese. Intuivo stralci di conversazione riguardo al lavoro, alla casa, e Sahan nominò suo fratello Majid per chiedere come se la stesse cavando.

A un certo punto Annette mi guardò – fu Sahan a dirmelo, dato che davo loro le spalle per cucinare – e parlò un po’ più piano, ma così facendo si rese anche più comprensibile alle mie orecchie non proprio esperte di francese corrente.

«Papà mi ha detto di non chiedertelo da parte sua, ma quando ho proposto il tuo nome lui non si è opposto» esordì, mettendomi immediatamente in allerta. «Alla scuola Micheaux c’è un posto libero… insegnante di pasticceria per le prime classi.»

Sahan non replicò subito.

«Vuoi dire che a papà sta bene che io torni?»

«Non si è opposto» ripeté Annette, con tono più gioioso. «Mi ha mandato a chiedertelo.»

Un viaggio oltreoceano era eccessivo per una proposta di lavoro, ma avrei appreso solo più tardi che Annette aveva fatto uno scalo extra mentre si recava a Los Angeles per la tappa di una prestigiosa fiera gastronomica, quindi aveva più che altro colto un’occasione per venire a trovare il fratellino. Lì per lì ero teso come una corda di violino, perché io avevo nonna Ethel – la sola famiglia che mi era rimasta – piuttosto vicina e seguire Sahan in Francia avrebbe significato lasciarla sola, ma non volevo nemmeno separarmi dal mio fidanzato. Mi piaceva la vita che facevo e non volevo rinunciarvi, quindi la mia prima reazione fu una rabbia capricciosa. Feci fatica a mordermi la lingua e far finta di non aver capito una parola.

«Capisco…»

«Tornerai, allora? Torni, Sahi?»

Sahan esitò ancora e non voltarmi fu quasi doloroso. Avrei voluto gridargli di non pensarci nemmeno, ma non potevo decidere io per lui, proprio come non avevo potuto scegliere che restasse al Liaison insieme a me. A volte in una relazione dare il proprio parere era lo stesso che imporre inconsciamente una scelta all’altra metà facendo leva sul senso di colpa, sull’amore e quant’altro, quindi sperai con ogni fibra del mio essere che Sahan non mi chiedesse niente e scegliesse da solo di non partire.

«Ci devo pensare, Netty… sai, nel ristorante dove lavoro ora sono il demi-chef de partie della pasticceria… e abbiamo un bel laboratorio…»

Sahan elencò altre cose e non le capii tutte, molti nomi tecnici di strumenti e arte culinaria mi erano ancora sconosciuti nella sua lingua madre. Con un tono stranamente formale Sahan chiese a sua sorella se voleva restare a cena, ma lei rifiutò perché aveva un tavolo già prenotato in albergo. Quando li vidi entrambi in piedi capii che si stava congedando e mi avvicinai per salutarla.

«Au revoir, mademoiselle Micheaux

«Arrivederci, signor Manning.»

Il suo sorriso era splendente proprio come quello di Sahan, la loro somiglianza era disarmante. Sahan l’accompagnò alla porta, si dissero ancora qualcosa e poi lei andò via. Io persi il sorriso che avevo a fatica messo su e guardai il mio ragazzo tornare in soggiorno con aria cupa.

«Non guardarmi così, Raim… non è morto nessuno.»

«Andrai?»

«A insegnare alla scuola?»

«Certo» replicai secco, non mi piaceva che temporeggiasse.

«Insegnare è una cosa che mi sono riproposto di fare quando sarà troppo faticoso per me gestire un servizio vero… quando sarò vecchio» mi rispose, e si lasciò cadere di schiena sul divano. «Fino ad allora io voglio imparare, creare e lavorare. Per insegnare ci sarà tempo.»

Mi trovai a sospirare di sollievo a quelle parole. Erano chiare, dirette… non voleva quel posto all’accademia Micheaux, non l’avrebbe voluto per parecchio tempo ancora. Quella sera mi tranquillizzai, non capendo che cosa davvero aveva turbato il cielo senza nuvole nella testa di Sahan.

 

*

 

L’argomento non venne più ripreso e io arrivai a dimenticarmene: quell’estate la salute di Ethel peggiorò drasticamente e mi trovai a prendere permessi regolari per saltare su un aereo e andarla a trovare a casa. Marco e Martha e il loro figlio – che faceva il contabile per un importante albergo di Las Vegas – ci furono molto vicini e badarono alla nonna quando io ero a San Francisco, tuttavia non faceva che peggiorare.

L’ultima volta che la vidi fu per il Ringraziamento: andai da lei e preparai tacchino e patate per cena, anche se erano settimane che non poteva più alzarsi dal letto. Sedevo accanto a lei tagliandole il tacchino a piccoli pezzi mentre lei guardava verso la televisione, anche se la sua vista si era fatta confusa usava tenerla sempre accesa per non sentire un silenzio opprimente quando era sola.

«Sei stato al mare, Ruben?»

«Sono Ephraim, nonna… papà non c’è più, è morto.»

Risposi meccanicamente: erano settimane che Ethel non era presente a se stessa e non riconosceva le persone con lei, continuava a chiamarmi col nome di mio padre.

«Sei stato al mare, Ephraim?»

«Ora fa freddo per andarci, nonna…»

«No… voglio dire, sei mai stato al mare? Hai fatto il bagno nell’acqua calda, con un colore così trasparente che si vede il fondo?»

Mi accigliai, chiedendomi se la sua domanda avesse un senso o fosse qualcosa di illogico partorito dal suo male. Lei sospirò e sorrise.

«Quand’ero giovane andavo in vacanza in Italia… sapessi com’è bello il Mediterraneo, Ephraim! Non è come San Francisco, non è così freddo…»

Mi sorprese che ricordasse dove vivevo attualmente e capii che aveva un momento particolarmente lucido. Sorrisi e le dissi qualcosa per incoraggiarla a raccontare, non ricordo più bene che cosa.

«Oh, ero giovane allora… avevo vent’anni, poco di più… andavamo in vacanza con il comitato…» raccontò, e non la interruppi per dirle che non avevo idea di quale comitato fosse. «Passavamo giorni in spiaggia e notti in discoteca, e nuotavamo nudi nel Mediterraneo! Devi farlo anche tu, Ephraim…»

«Non sono proprio il tipo» le risposi, sinceramente divertito all’idea.

«Promettimelo, mio caro.»

«… Prometterti cosa, nonna?»

In quel momento mi guardò con gli occhi vividi, completamente presente a sé e seria. Non sorrideva più.

«Devi andare anche tu a vedere il Mediterraneo… non devi punirti per sempre, Ephraim. Devi goderti la vita… devi fare cose che quando sarai sul letto di morte, come me ora, potrai raccontare sorridendo.»

Dire che mi allarmai sarebbe poco. Era ovvio a tutti che la nonna stava morendo, ma io non ero ancora entrato nella fase dell’accettazione e mi ostinavo a negarlo anche con me stesso e a credere che si sarebbe ripresa. La rimproverai per quella scelta di parole, ma lei continuava a replicare a ogni mia parola con la pretesa che io le facessi quella promessa, e alla fine cedetti. Non volevo che si agitasse troppo.

Per il resto della serata la lucidità andò e venne, ma almeno mangiò con appetito e ne fui felice, perché la sua infermiera mi aveva riferito che di rado riusciva a vuotare il piatto per scarno che fosse. Non mi trattenni molto dopo l’ora della cena, solo il necessario per assicurarmi che prendesse le sue medicine e avesse tutto il necessario per riposare tranquillamente. Aspettammo l’arrivo dell’assistente notturna e la salutai dandole un bacio sulla fronte.

«Ci vediamo presto, nonna.»

«No, non presto, Ephraim.»

«Sì, prenderò un altro permesso la settimana prossima… comincia a pensare a che cosa vuoi che ti prepari per cena!»

«La settimana prossima non mi troverai, caro. Se puoi portami con te al mare.»

Lì per lì non diedi peso a quelle parole, perché mi sembravano deliranti. La rassicurai che sarei tornato la settimana dopo e la lasciai, e in serata ripartii per tornare da Sahan. Quando due giorni dopo Marco mi telefonò per dirmi che la nonna era morta nel sonno… non ho idea di che cosa gli risposi, non lo ricordo. La prima cosa che ricordo è che Sahan mi teneva stretto mentre piangevo sulla sua spalla e che per giorni continuavo a pensare alle sue ultime parole nei momenti più disparati.

Partecipai ai funerali della nonna insieme a Sahan. C’era tutto l’organico del Posticino e i loro parenti stretti – tutti amici di Ethel – qualcuno dei vicini di casa di un tempo che negli anni avevano traslocato e alcuni suoi anziani conoscenti e compagni di scuola vennero anche da lontano per l’ultimo saluto e per porgermi le condoglianze e le loro memorie di lei. Disposi che venisse cremata e portai come me le sue ceneri a San Francisco. Sahan fu comprensivo e non mosse la minima obiezione al conservare l’urna in casa finché non fossi stato pronto per lasciarla andare.

Ciò non accadde fino a che non arrivò la primavera. In quei giorni – periodo del suo compleanno, anche – diventai un poco irrequieto e Sahan si accorse che avevo ricominciato a sedermi anche per periodi lunghi di tempo sul letto della mia camera, davanti all’urna della nonna.

«Raim, posso parlarti un secondo?»

Mi trovavo proprio lì, seduto davanti allo scaffale con l’urna della nonna, quando si affacciò alla porta e me lo disse. Aspettavo quel momento ma lo temevo: ero convinto che si fosse stancato di tenere un vaso di ceneri umane nella nostra camera da letto e che volesse dirmi che dovevo decidere che cosa farne. Sahan entrò nella stanza e sedette accanto a me sul letto.

«Non ci girerò intorno… voglio tornare in Francia.»

La mia vita e i miei drammi mi avevano fagocitato negli ultimi mesi e me ne accorsi solo allora, a quelle parole. Non mi ero più preoccupato della proposta di Annette, non avevo dato il minimo peso al lieve rimuginare di Sahan perso com’ero nelle mie nuvole. Realizzato questo corsi immediatamente allo scenario peggiore, cioè che intendesse dire che se ne tornava là per sempre e senza di me.

«Co… come?»

«È da un po’ che ci sto pensando… ma Ethel stava male, tu eri molto preoccupato, e poi… ho solo pensato che avessi bisogno di tempo per riprenderti prima di parlarne.»

«Vuoi… tornare a casa?»

«Io credo di aver capito, in parte, i motivi di mio padre… e anche i tuoi.»

Quello che mi diceva non si incastrava con i preconcetti che avevo, e invece di fare domande mi accanivo come una scimmia testarda a cercare di farli combaciare.

«La serenità di cui parlavi… penso che sia stato lo stesso desiderio perseguito da mio padre quando smise di viaggiare e si stabilì a Parigi, per mettere radici… credo avesse rivisto le sue priorità, e… l’ho fatto anche io. Dopo mesi la mia idea non è cambiata, quindi sono convinto della mia scelta.»

Scese un silenzio pesante. Io feci vagare lo sguardo dall’urna della nonna alla faccia di Sahan, che attendeva che io dicessi qualcosa.

«Vuoi… lasciarmi così? Senza neanche…»

«Lasciarti? Chi ha parlato di lasciarti?» domandò brusco Sahan, accigliandosi. «Ho detto che voglio tornare in Francia, può darsi che lasci il lavoro al Parlour, per adesso. È che… anche io ho dei nonni, sai… in Provenza, dove stavo da bambino. Da quando Ethel ha iniziato a stare male ho pensato di tornare per andare a trovarli… stare un po’ con loro. Non li vedo da tanti anni.»

Mi resi conto di aver smesso di respirare solo quando, a quel punto, ricominciai a farlo. Sahan mi fece un sorriso e mi accarezzò la schiena.

«Che ne dici di accompagnarmi? Puoi anche tornare presto, se non vuoi prendere ferie troppo lunghe… capisco che il lavoro qui ti piaccia, quindi non ti chiedo di trasferirti con me» mi fece, e guardò l’urna di Ethel. «Solo, pensavo che… già che volevo andare, potevamo portare Ethel con noi… nel Mediterraneo.»

Alzai anche io lo sguardo sull’urna e ricordai i suoi nostalgici ricordi delle vacanze al mare in Italia. Molti dei suoi vecchi amici giunti per il funerale erano andati insieme a lei e ricordavano quei giorni divertenti… e allora decisi. Acconsentii ad accompagnarlo, e con molto riguardo Sahan decise di sua iniziativa di organizzare la partenza affinché il nostro arrivo a Nizza coincidesse con il compleanno della nonna, in modo da lasciarla libera quello stesso giorno nelle acque delle quali conservava un così felice ricordo.

 

*

 

Così andò, ma fu piuttosto difficile per me vuotare quell’urna quando la barca fu abbastanza lontana da far apparire la riva una strisciolina chiara in lontananza. Non credevo di essere un uomo tanto emotivo. Non avevo pianto per mio padre, neanche per mia madre, ma nell’ultimo anno della mia vita l’inverno era scivolato via dal mio animo, lasciandomi più caldo e più fragile di com’ero prima. Sahan mi rimase vicino passandomi la mano sulla schiena mentre la barca faceva un largo giro per tornare verso il molo, e quando fummo lì lì per attraccare mi asciugai gli occhi con la manica. Per il naso potevo sempre dare la colpa all’aria salmastra.

«Nous voilà» annunciò il nostro capitano quando accostò alla banchina.

«Merci beaucoup, Guyonne» gli disse in un sussurro Sahan, stringendogli una mano fra le sue con affetto. «Que Dieu te bénisse

Il vecchio marinaio rispose qualcosa che non riuscii a sentire e Sahan scese dalla barca raggiungendomi. Sorrideva in modo terribilmente dolce, se non fossi stato tanto scosso lo avrei baciato lì anche con tutte quelle persone che andavano su e giù per il molo e la spiaggia.

«Lo conosci quel marinaio?» gli chiesi, prima che intavolasse qualche altra conversazione.

«Sì, fa il pescatore da quando ero bambino… mi ha portato tante volte sulla barca a pescare con lui. Mi sa che era segretamente innamorato di mia madre, a quell’epoca… non me ne accorsi subito, però…»

Passeggiammo lungo la spiaggia in direzione della casa dei suoi nonni, qualche chilometro più giù, mentre lui raccontava di qualche episodio che – fui d’accordo con lui – sembrava suggerire che Lambert Guyonne avesse un interesse romantico per sua madre. Fui grato di questo curioso intreccio che aveva favorito un epilogo felice per mia nonna e che, speravo, avrebbe dato anche a me un po’ di pace interiore.

Non avevo molta voglia di parlare e fu Sahan a farlo, raccontandomi molte memorie infantili di quelle spiagge non toccate dal turismo massivo. A un certo punto si fermò, lo sguardo perso in lontananza ma non verso il mare. Mi girai per notare un piccolo edificio con una larga e dolce scalinata costruito su un terrapieno di mattoni che lo rialzava di una decina di metri rispetto alla spiaggia sottostante. L’edificio aveva bisogno di essere ridipinto e le piante erano secche e incolte; il posto doveva essere abbandonato da qualche tempo.

«C’era un ristorante, lì» mi disse Sahan, con aria vagamente triste. «Era il nostro preferito… in realtà, venne costruito dai Micheaux, poi venne venduto quando si spostarono nel cuore della città di Nizza. Mamma adorava mangiare lì quando papà era in viaggio, diceva che le ricordava la sua cucina… ed era vero. All’epoca papà era molto più semplice quando cucinava.»

«Sembra proprio che il tempo non risparmi niente.»

«Sì… sembra proprio così.»

Dopo quella scoperta Sahan tacque per un po’ e proseguimmo in silenzio tenendoci per mano, senza fare caso se le persone che incrociavamo lo notavano oppure no. La spiaggia era bella liscia, il mare era quasi piatto, c’era poca brezza e faceva già caldo. Il cielo stava passando ai colori del tramonto mentre il sole scendeva, ma era ancora abbastanza intenso da accecare.

Era una giornata perfetta. Ero per la prima volta fuori dagli Stati Uniti, ero in Francia, in una delle zone d’Europa più gettonate da chi aveva soldi per andare dove voleva, ero lì con il mio uomo e l’unica cosa a cui riuscivamo a pensare erano esequie e ristoranti chiusi da chissà quanto.

“Ma che diavolo stiamo facendo?” mi trovai a pensare.

Mi fermai di botto e improvvisamente il rumore delle onde e il lamento di gabbiani arrivarono alle mie orecchie come le avessi stappate; sentivo l’odore dell’acqua del mare, vedevo i colori del cielo come avessi acceso una tv ad alta definizione. Questa volta ripensando all’ultima visita alla nonna mi venne da sorridere.

«… Raim?»

«Devo fare una cosa!»

Posai l’urna vuota sulla sabbia vicino a una striscia di conchiglie chiare e mentre ero chinato slacciai le scarpe e le sfilai. Mi accorsi del cuore che batteva, dell’aria che respiravo, dei capelli mossi dal vento e in preda a una specie di frenesia mi spogliai in un attimo. Completamente.

«Raim! Che stai… ma sei pazzo?!»

Mi urlò qualche altra cosa, ma non la sentii perché ero già arrivato all’acqua e mi ci ero già tuffato dentro. Lasciai uscire bolle dalla bocca e con quelle un sacco di sensazioni opprimenti legate a troppo tempo prima, e solo dopo aver dato una bella guardata al fondale mi decisi a emergere. L’acqua era molto più fredda rispetto a come sarebbe stata in piena estate, ma più calda di quella di San Francisco.

«Raim! Ma che fai?!»

«Faccio il bagno nudo nel Mediterraneo!» gli urlai di rimando, trionfante come avessi vinto le Olimpiadi. «Un giorno lo racconterò ai posteri, sai!»

«Oh, mon Dieu» lo sentii commentare mentre raccoglieva il mio giacchetto in denim. «C’est… il est un Américain!»

Il fatto che si scusasse coi passanti giustificandomi come “americano” mi fece ridere e feci qualche passo verso la riva, ma Sahan non si calmò affatto, anzi.

«Ma che fai, se esci così…! Resta fermo lì, okay, aspetta che non ci sia nessuno troppo vicino!»

«Rilassati, Sahan.»

«Guarda che in Francia è un reato stare nudi in pubblico! Cosa ti ha fatto pensare che non lo fosse?!»

Notando che l’uomo perplesso aveva tirato dritto e i successivi passeggiatori erano ancora distanti da noi mi si fece incontro fin dove le onde gli lambivano le scarpe, tenendo la mia giacca aperta.

«Su, vieni fuori di lì in fretta e copriti con questo…»

Andai verso di lui fino oltre il punto in cui l’acqua nascondeva la mia nudità, mi fermai solo quando fui a un metro da lui. Mi si avvicinò – doveva aver pensato che coprirmi agli occhi dei passanti valesse un paio di calzini bagnati – ma quando lo fece lo agguantai. Cominciò a darmi ordini e rivolgermi suppliche, metà in inglese e metà in francese, quando lo sollevai di peso; mi voltai per fare qualche altro passo in acqua fino a un’altezza sicura e lo buttai. Ancora oggi rido a pensarci, perché non capivo come un ragazzo così leggero potesse aver fatto più spruzzi di un capodoglio.

Stavo ancora ridendo quando Sahan riemerse boccheggiando e tossendo, ma non abbastanza provato da non prendermi a insulti in francese.

«Smettila di ridere, deficiente

Con i vestiti inzuppati si muoveva come un pinguino in una palude e non sarei riuscito a smettere di ridere neanche se avessi voluto. E dopo mesi di umore mai del tutto positivo volevo ridere fino a sentirmi male.

«Che disastro» piagnucolò, strizzandosi la camicia mestamente. «La mia camicia nuova… le mie scarpe nuove! Raim, smettila di ridere, bon sang! Che t’è preso all’improvviso, insomma?!»

«Un giorno racconterai anche tu che hai fatto il bagno nel Mediterraneo!»

«Ho fatto il bagno nel Mediterraneo migliaia di volte, maudit idiot, io sono cresciuto qui!»

«Oh, è vero… e anche nudo?»

«Certo che sì, quando ero bambino!»

«Beh, ora racconterai di averlo fatto anche completamente vestito!»

L’epiteto che mi rivolse dopo non lo riporterò, fu il peggiore che gli sentii mai dire a me e a chiunque altro. Sul momento comunque risi come un matto, e non persi il sorriso per tutto il resto della serata anche se lui continuava a guardarmi torvo come un gatto indispettito.

 

*

 

Restai a Nizza per due settimane e tornai senza Sahan, che fece ritorno senza preavviso una settimana più tardi. Mi parlò di un progetto che aveva in mente e che aveva maturato durante il suo soggiorno in Francia e mi domandò se volessi farne parte. A essere del tutto onesti non esitai ad acconsentire e come risultato il giorno seguente diedi il preavviso a chef Jaeckel per il mio licenziamento.

La preparazione fu più lunga del preventivato, perché Sahan fece spedire gran parte delle nostre cose in Francia, io tornai alla casa di nonna Ethel – che dopo la sua morte passò a me – a fare una cernita di mobilio e oggetti. Qualcosa lo spedimmo, alcune cose le regalai a conoscenti e amici, vestiti e altre utilità le diedi in beneficenza alla parrocchia di quartiere e qualche scatola e oggetto che ritenevo potesse servire in futuro la misi in un deposito affittato. Sahan vendette la sua macchina – spedirla e sdoganarla gli sarebbe costato più del suo valore – e io lasciai la mia, come pegno di riconoscenza, alla nipote più giovane dei Dallara. Di per sé non valeva niente, ma per una diciassettenne un’automobile che va in moto è un dono inestimabile.

L’affare che richiese più tempo fu vendere la mia casa, ma a metà estate andò in porto anche quella transazione. Eravamo pronti a disdire l’affitto, avevamo sistemato tutti i documenti necessari, chiesto ogni permesso e venduto ogni proprietà che avessimo sul territorio degli Stati Uniti: il ventisei luglio, dopo aver passato i nostri ultimi giorni americani con i nostri amici di San Francisco e di Las Vegas, partimmo per la Francia per non voltarci più indietro.

Non avevo dei reali dubbi sul passo che stavamo per fare. Io amavo Sahan e lo sapevo, lui amava me. Non avevo più una famiglia in vita e mia nonna in verità era nel mare della Costa Azzurra, e se lui sentiva di essere felice più vicino alla sua famiglia io non avevo reali motivi di provare a trattenerlo.

Devo essere sincero: quando mi propose di aprire un ristorante modesto, qualcosa che potesse essere mandato avanti da noi due e qualche aiuto extra, immaginai che avesse messo il pensiero sul rilevare il vecchio ristorante sul mare che era stato dei suoi bisnonni e quando mi propose di andare a vedere subito il locale per cui aveva trattato mi aspettai di vedere un paesaggio familiare. Il borgo medievale che si inerpicava sulle colline e gli sconfinati campi di lavanda a perdita d’occhio mi colsero di sorpresa, perché nel viaggio precedente non mi accennò al fatto di possedere una casa – appartenuta a degli zii ora trasferiti in Bretagna – nella piccola cittadina di Roassy, in Provenza.

«Che ne pensi?»

Distolsi lo sguardo da quell’immensa distesa viola per guardarlo. L’aria era pervasa del profumo della lavanda, come la nostra casa a San Francisco e la sua a Las Vegas, sempre per opera sua.

«Sa di casa» commentai quindi.

«Sono felice di sentirtelo dire.»

Percorremmo un altro pezzo di strada prima di addentrarci nella cittadina. Il borgo centrale era molto antico, estremamente scenografico, e sembrava un luogo in cui il tempo scorre più lentamente. Non mi dispiaceva l’idea.

Sahan parcheggiò prima di quanto pensassi e una volta sceso mi fece strada lungo una via esclusivamente pedonale, poi dentro un arco di pietra che portava a un piccolo cortiletto trascurato. Allora vidi le vetrate e la porta centrale e capii che era il locale.

«Wow.»

«Lo so, è malridotto… per questo costava poco» fece lui in tono di scuse. «Ma dal lato positivo, possiamo sistemarcelo come ci piace e come ci è più comodo. La zona cucina è bella ampia, possiamo sistemarla liberamente… e questo cortile non è un amore? Sarebbe un ottimo spazio per delle piccole cerimonie o delle feste.»

«Sì, è vero» ne convenni. «In estate è uno spazio sfruttabile, ma se non vogliamo rimetterci troppo dovremmo farci venire in mente qualcosa per l’inverno. Dopotutto dobbiamo recuperare le spese di ristrutturazione.»

Sahan parve rallegrato dal mio coinvolgimento e si mise a caccia della chiave della porta nell’ampio anello che gli aveva dato il custode. Gli domandai del parcheggio e scoprii che la strada andava dritta verso una piazza in cui si poteva parcheggiare e che in un giorno fisso ospitava un mercato cittadino, il che prometteva visibilità se avessimo piazzato bene delle insegne. Il locale all’interno era messo meglio dell’esterno, non c’erano molti lavori da fare se non una robusta pulita e l’installazione della cucina.

«Hai già un’idea, Sahan?»

«Riguardo che cosa?»

Usai un vecchio strofinaccio per aprire un oblò nella sporcizia del vetro. Guardavo uno stanzone lurido e un cortile dimesso, ma il mio cuore era sereno. Mi sentivo felice e in pace, lontano dal senso di colpa che mi aveva tenuto schiacciato dentro una vita regolata al minimo.

«Il tipo di ristorante che vuoi… come vuoi arredarlo… e il nome.»

«Vorrei un locale di cucina semplice… magari senza fossilizzarci sulla cucina francese o americana, ma piatti che invogliano a sedersi e mangiare… un ristorante che la gente possa voler frequentare anche quando stacca tardi.»

«Come il Posticino.»

«Sì… sì, l’idea sarebbe questa… non sono a caccia di stelle, di cappelli e di forchette delle grandi guide» mi confessò lui, con un sospiro profondo. «È per me quanto per te… perché ci piace vivere insieme, lavorare insieme… e…»

Gli sorrisi prendendogli la mano e lo trascinai in un ballo silenzioso. Avevo capito che cosa voleva e a cosa pensava nel nostro futuro, e mi piaceva la sua visione.

«Ho io un nome.»

«Dimmelo!»

Mi chinai a sussurrarglielo all’orecchio e mi accorsi immediatamente di come ne fu emozionato.

«Davvero?»

«Perché no?»

«Sicuro che lo trovi appropriato?»

«Mi fa pensare a te… quindi l’amo anch’io.»

Mi strinse forte come raramente aveva fatto prima e ci mise qualche minuto a riprendersi dal felice shock, poi riuscì a dirmi che era d’accordo. E così decidemmo.

L’insegna con il nome del ristorante venne fissata per ultima, quando tutto ciò che restava da fare era riempire la dispensa e apparecchiare i tavolini, e caso volle che inaugurammo nell’anniversario della morte della nonna. Sembrava che mi stesse assistendo dall’altra parte, perché ogni cosa bella che ci succedeva cadeva in qualche giorno noto o in un modo che mi faceva pensare a lei.

«Ti senti pronto?»

Sahan mi lisciò l’uniforme – grigio chiaro con una fascia lilla sulle spalle – con un misto di emozione e orgoglio che lo rendeva adorabile. Aveva assunto tre ragazzi di belle speranze, tutti ex allievi della scuola di cucina, due camerieri e un sessantenne di ottima esperienza come barista della zona, c’era la coda di clienti in attesa di entrare fuori dal cancellino che avevamo installato nell’arco di pietra e nella cucina si sentivano odori meravigliosi. Lui era pronto, il ristorante era pronto, e anche io.

«Sono tranquillo» gli risposi, e gli rubai un bacio fugace. «È tutto come lo sognavi?»

«Anche meglio di come lo sognavo.»

Aprimmo il cancello e le porte alle sette del ventuno novembre. Con tutti i clienti che arrivarono per l’inaugurazione non riuscimmo a chiudere prima dell’una; finimmo esausti ma felici, così tanto che Sahan non smise di sorridere neanche dopo essersi addormentato. Per mesi andò avanti così, replicammo pienoni come quello ogni week end e lavorammo più di quanto avessimo sperato mentre mettevamo a punto complesse strategie di marketing preventivo “se fosse andata male”.

Non eravamo a caccia di gloria ma quella ci seguì fino a quel piccolo borgo, sotto forma di una eccellente recensione di un food blogger che viaggiava per tutte le piccole città d’Europa. Prima che arrivasse la Pasqua il nostro Lavande era il ristorante di nuova apertura più famoso di Francia.

 

*

 

Quell’anno la Pasqua veniva tardi, nella seconda metà di aprile, ed era alle porte. Io e Sahan stavamo decidendo il menu da offrire per la festività in quei giorni, ci restavano dubbi sui dessert. Il servizio era appena terminato con l’ultimo tavolo che aveva appena pagato il conto e stavamo ripulendo la cucina quando tornai sull’argomento.

«Che ne pensi se facessimo un dolce particolare? Stavo pensando alle uova colorate che fanno i bambini…»

«Uova?»

«Sai, quando dipingono i gusci e fanno la caccia al tesoro… pensi sia possibile fare un dolce dentro un… guscio, che sembra un uovo che può essere aperto?»

I ragazzi che lavoravano con noi allora – Stephanie, Lauren e Raphael, si chiamavano – si fecero attenti. Erano sempre molto interessati e incuriositi dalle nostre discussioni sui menu e sulle ricette e il fatto che io continuassi a rivolgermi a Sahan in inglese li costringeva a concentrarsi un po’ di più per seguirmi.

«Tipo la bolla di chef Jaeckel?»

«Mh, più o meno» feci senza troppa convinzione. «L’idea è quella, ma la bolla sarebbe più bella se non si vedesse dentro…»

«Basta farla più opaca… penso di poterci provare, ma non garantisco» acconsentì Sahan mentre chiudeva la lavastoviglie. «Il laboratorio della chef era più attrezzato di noi per certe cose… ma forse potrei ricoprire una bolla sottile con una glassa reale colorata…»

Prima che potessi dare il mio benestare a quel tentativo il nostro cameriere più anziano – si chiamava Aurélien, come il nipote di Durand – ci raggiunse in cucina e come sempre bussò con le nocche sullo stipite.

«Scusatemi, chef… c’è un cliente che rifiuta di andarsene se lo chef Micheaux non parlerà prima con lui.»

L’espressione di Sahan si indurì appena.

«E gli hai detto che non c’è una legge che mi obbliga a farlo, mentre ce n’è una che gli dice di uscire dal mio locale quando lo invito a farlo?»

«Per quanto abbia insistito, chef, non vuole darmi retta… vuole che chiami la gendarmeria?»

Sahan buttò lo strofinaccio sul ripiano, indispettito. Dato che ero molto più tranquillo di lui – e anche meglio piazzato – gli dissi che sarei andato io a dirgli di uscire e così feci. Il cliente era seduto da solo a uno dei tavolini da due, aveva un cappello basco, occhiali da vista, una barbetta corta che ricordava la mia – anche se da qualche tempo non la portavo più – e un abito di panno grigio scuro che gli conferiva l’aria di un professore austero.

«Signore, farebbe meglio a tornare a casa e…»

Gli occhi celesti che aveva mi trafissero con una tale intensità che mi mancò la voce per finire la frase. L’uomo si sfilò l’orologio che portava al polso e me lo consegnò.

«Portalo allo chef Micheaux. Io aspetterò qui.»

Confuso e perplesso tornai sui miei passi in cucina senza replicare e studiai l’orologio. In verità non mi sembrava niente di speciale, non era un modello costoso e aveva l’aria di essere parecchio frusto anche se il cinturino e il vetro frontale erano stati sostituiti di recente. Varcai la porta della cucina nel momento in cui voltai la cassa e vidi l’incisione.

À papa, avec beaucoup d'amour. A. M. S.

«Allora, è andato?»

Alzai gli occhi su Sahan e la sua espressione preoccupata mi diede l’idea generale di come potevo sembrare sconvolto. Deglutii e gli allungai l’orologio.

«Credo… che tu debba uscire a incontrarlo, Sahan.»

Da preoccupato passò a letteralmente terrorizzato quando prese l’orologio e lo riconobbe; senza una parola andò a sorseggiare un po’ d’acqua e respirò profondamente prima di lasciare la cucina. Intuendo un grosso risultato per quel colloquio spedii a casa i cuochi e i camerieri quasi subito, rimandando in via eccezionale le pulizie alla mattina seguente. Purtroppo Arnaud Micheaux parlava a voce troppo bassa e troppo velocemente perché riuscissi a capire più di qualche parola e solo sentendo parlare Sahan mi feci un’idea di cosa gli stesse dicendo o chiedendo. In seguito fu lui a colmare i miei vuoti raccontandomi la loro conversazione.

«Dunque, questo è il tuo ristorante.»

«Sì… non è un ristorante di classe come il tuo. Non è così elegante.»

«È curato, per essere un bistro di provincia.»

«Grazie.»

Non sono certo che il suo volesse essere un complimento, dopotutto.

«Lavande… un nome un po’ insolito per un ristorante. La lavanda ricorda più saponi e profumi che la cucina.»

«L’abbiamo scelto perché ci rappresenta… sai… a Las Vegas, io e Raim…»

«Chi è Raim?»

Mi sentii chiamato in causa e mi assicurai di avere l’uniforme pulita, nel caso mi chiamasse per formali presentazioni. Quella sera però Sahan aveva bisogno di confrontarsi con suo padre e il suo mentore senza nessun altro nel mezzo e una volta capito l’accettai senza risentimento.

«Il cuoco a cui hai dato questo» fece, e immaginai gli avesse restituito l’orologio. «È il mio socio e il mio fidanzato. Viviamo insieme nella vecchia casa di zio Louis, non l’hai saputo?»

«Non ho sentito Louis ultimamente.»

Cadde un lungo silenzio e sentii una sedia leggermente trascinata. Atterrito mi chiesi se la notizia della relazione tra me e suo figlio non l’avesse indisposto e se ne stesse andando, ma sbirciando dal vetro della porta scoprii che era stato Sahan a sedersi con suo padre.

«Sai… ho incontrato Raim a Las Vegas, al ristorante di Durand.»

«Sei andato davvero da Dioraine?»

Per la prima volta la sua voce mostrò qualche emozione, in questo caso lo stupore.

«Sì… e Raim lavorava per lui… faceva lo sguattero!»

«Mi prendi in giro, Sahan?»

«No, affatto… è stata un’avventura meravigliosa. Hai tempo per ascoltarla? Apro una bottiglia se ti va.»

Non sentii risposte ma Arnaud aveva annuito, infatti sentii Sahan andare al mobile cantina, il tintinnare di una bottiglia e di calici, lo schiocco appena udibile del tappo. Sapevo che gli avrebbe raccontato una storia che conoscevo e sorrisi, mettendomi a fare le pulizie lasciate a metà dai ragazzi. Sopra i rumori che facevo e dell’acqua corrente sentivo le voci di Sahan e di suo padre e sapevo che era felice: amava suo padre e sentivo che era contento. Era come se la sua felicità arrivasse fino a me, eravamo anime comunicanti.

Dopo una cronaca della nostra sfida, Arnaud parlò a lungo ma riuscii a cogliere poco o nulla. Quella notte Sahan mi avrebbe riferito la storia che io avevo sentito dalla bocca di Durand sul loro malinteso giovanile e in quell’occasione, ammetto, finsi di cadere dalle nuvole. Non avevo mai accennato al vero contenuto della nostra conversazione e pensai fosse più facile lasciare le cose come stavano.

Arnaud Micheaux, forse sciolto dal vino o dalla rinnovata confidenza col figlio, iniziava a parlare a voce più alta e lo capivo un po’ di più se non si lanciava in lunghi periodi sintattici. Lo sentii quindi chiedere che cosa ci avesse portati così lontani da Las Vegas e San Francisco e nella risposta che Sahan gli diede sentii il nome di nonna Ethel. Senza badare a loro aprii una delle porte a spinta della cucina e sorrisi all’orologio d’antiquariato che avevamo appeso nella sala da pranzo del ristorante: era uno degli oggetti della nonna che avevo tenuto come suo ricordo. Neanche a farlo di proposito Sahan si voltò a indicarlo al padre e i nostri sguardi si incontrarono. Eravamo veramente anime risonanti.

 

*

 

Arnaud Micheaux non diede una reale spiegazione del perché fosse venuto a cena a Roassy dalla lontana Parigi, ma era evidente sia a me che a Sahan che era venuto per rivederlo e per sapere che cosa l’avesse riportato in patria. Non rimase a lungo quella volta, ma tornò dopo circa un mese e quella volta restò in città per tre giorni. Fu una fortuna che il mio francese migliorasse a vista d’occhio parlando con tutte quelle persone madrelingua, perché a maggio io e Arnaud riuscivamo a parlarci senza troppi problemi, e per fortuna lui era stato abbastanza internazionale da potermi tradurre in inglese quello che faticavo a capire e da comprendere quello che non sapevo dire nella sua lingua. Non era propriamente un uomo simpatico, ma era cortese e aveva sempre buoni consigli da dare. Oltre alla cucina era molto esperto di giardinaggio e di tè asiatici.

Il Lavande andava a gonfie vele, tanto che riuscimmo a pagare un impianto di spillatura per il nostro bar, rendendolo molto più appetibile per chi usciva dal lavoro tardi e cenava velocemente prima di rientrare a casa, esattamente come il Posticino che avremmo voluto replicare a modo nostro. La casa che abitavamo insieme era un piccolo sogno con una vista spettacolare sui campi di lavanda, eravamo benvoluti dai vicini e in genere dai concittadini, eravamo soddisfatti sul lavoro e felici sotto il nostro tetto, ed ero anche accettato dal padre di Sahan, dai suoi nonni e dai suoi fratelli. Sentivo Marco e il suo staff ogni settimana e in giugno adottammo una cagnolina, Lucette, che divenne la grande gioia personale di Sahan e la mascotte del nostro bistro. Andava tutto così bene che sembrava uno splendido sogno e a volte, in quei momenti in cui mi alzavo presto al mattino e guardavo l’orizzonte schiarire, mi domandavo con paura quando ci saremmo svegliati.

Non ci svegliammo mai. Non che non ci siano stati brutti momenti: abbiamo avuto problemi con dei fornitori, recensioni negative e serate andate storte; un anno la salute di Lucette ci fece tribolare molto prima che superasse la sua malattia con successo. Ci furono litigi tra Arnaud e Majid che spaccarono in due la famiglia di Sahan per qualche tempo e che non si sono mai saldati del tutto come una brutta frattura; abbiamo detto addio, uno alla volta, a tutti i nostri primi collaboratori. Tra le grandi sfide ci fu anche l’epidemia di Covid, e quella volta Sahan credette davvero che il nostro sogno sarebbe finito… ma non finì. Non è mai finito.

Il Lavande esiste ancora, è ancora nostro e alla parete è ancora appeso l’orologio di nonna Ethel perfettamente funzionante. Il nostro posto di libertà, dove poter cucinare come vogliamo, è ancora aperto, è ancora frequentato e abbiamo clienti che quando entrarono qui la prima volta festeggiavano la maggiore età e ora vengono a festeggiare il compleanno dei loro figli.

 

 

Mi ero messo a scrivere la storia mia e di Sahan, e di come aprimmo il Lavande, per ingannare queste serate senza di lui. Ero convinto che sarebbe tornato molto prima che la finissi, ma il suo viaggio in India si è allungato ancora e manca ancora qualche giorno al suo ritorno. La sua sete di esploratore non si è mai davvero spenta ed è ormai una tradizione annuale per lui partire con suo padre alla scoperta della gastronomia di qualche paese lontano. Lo scorso anno siamo stati in Giappone insieme, ma quando è con me deve adeguarsi alla mia pigrizia e siamo finiti a passare giorni immersi nelle terme bollenti in Hokkaido. Potrei continuare la storia raccontando tutti i viaggi che abbiamo fatto, o raccontando dei più assurdi clienti che abbiamo avuto… potrei raccontare di quando Durand venne a cena da noi e di quello che ci raccontò della vecchia brigata, ma quelli richiederebbero più dei pochi giorni che mancano.

Probabilmente è meglio mettermi a studiare le spezie indiane. Ogni volta che Sahan torna dai suoi viaggi introduce sempre nuovi speciali nel menu e questa volta non farà eccezione. Se non voglio che mi faccia sostituire ai fornelli da nostra figlia di nove anni è meglio che mi tenga aggiornato…

_______


 Alla fine anche questo piccolo viaggio è giunto alla fine. A causa di problemi tecnici al pc non ho potuto rispettare la data per il capitolo finale e per questo mi scuso; per chi l'aspettava sabato è stato deludente.

Lavande è una storia strana. È fuori dal genere che mi è più congeniale, molto più breve delle mie trame normali e priva dei picchi emotivi e drammatici delle mie narrazioni.
Lavande è una storia strana perché con questa piccola storia dolce volevo scappare. Scappare dalle trame complesse da intrecciare, dai molti personaggi da sviluppare, dai grovigli di psicologia ed emozioni da districare. Lavande doveva essere il mio rifugio sereno... e lo è stato per qualche settimana. 

Sahan e Raim resteranno con me, pur essendoci stati per così poco tempo, come affezionati amici di un'estate. Posso solo augurarmi che un pezzetto di loro resti anche con voi e riemerga un ricordo quando vedrete dei fiori di lavanda.

Grazie.

   
 
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