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Autore: Captain Riddle    21/07/2021    0 recensioni
Nel magico regno di Expatempem sono comparsi dei mostri dalla morte degli ultimi discendenti del temuto Re della Morte. Dopo la misteriosa morte del nuovo re, quando salirà al trono suo figlio, questo scatenerà una serie di eventi catastrofici a catena, che rischieranno di causare la distruzione del regno se qualcuno non dovesse intervenire. Scoprite la storia del regno magico attraverso gli occhi di sette protagonisti, dilettatevi con gli intrecci e tenete alta la guardia perché il pericolo è sempre dietro l'angolo.
Genere: Avventura, Azione, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Ormai c'era quasi, doveva mancare veramente poca strada prima di arrivare finalmente al Tempio dei Profeti. Aurilda era partita dalla locanda di Zenobia circa una settimana dopo il suo arrivo e da lì il Tempio dei Profeti distava non molti giorni di viaggio. Omalley se ne era andata lo stesso giorno in cui Aurilda aveva costretto Ser Zalicoko ad andare via, inizialmente la ragazza dei boschi voleva aspettare di più prima di andarsene considerato l'accaduto, ma Aurilda le aveva assicurato che sarebbe stata bene e aveva detto a Omalley che era giusto che andasse da chi ne aveva veramente bisogno, perché per lei aveva fatto a sufficienza. Era partita appena dopo pranzo Omalley, Aurilda l'aveva ringraziata sinceramente e prima che quella se ne fosse andata l'aveva presa da parte e le aveva domandato un favore "Prima che tu parta vorrei osare e approfittare ancora del tuo buon cuore, domandandoti un favore" le aveva detto. Omalley subito si era dimostrata bendisposta "Se posso, perché non dovrei aiutarti!?" le aveva risposto con semplicità. Aurilda, grata, si era avvicinata di più per sussurrare "È per le mie sorelle" aveva detto "Se tu dovessi capitare nei pressi del castello di Stablimo o di quello dei Malkoly, il castello di Fastio, ti pregherei di avvicinarti quanto possibile per accertarti che loro stiano bene" aveva detto Aurilda, sentendosi vagamente allarmata dalla sua stessa richiesta "E, se io non dovessi essere ancora tornata, ti prego di digli che sto bene".

Omalley aveva annuito con un sorriso "Lo farò con piacere" aveva assicurato "Come le riconoscerò?" "Nomiva è più bassa di me di qualche centimetro" aveva spiegato Aurilda "Mia arriva poco sopra la spalla, ha i capelli più chiari dei miei, marroni, quasi del tutto lisci. Ha le guance un po' paffute, ma non tanto. Ha gli occhi marroni e... credo possa bastare per lei". Omalley aveva annuito, appuntandosi mentalmente le caratteristiche della ragazzina "Lei sta al vostro castello?" Domandò "Sì" aveva confermato Aurilda "Selina invece sta al castello dei Malkoly" aveva proseguito Aurilda "Lei è più bassa di" "Aurilda" l'aveva fermata Omalley "Come pensi che da lontano possa vedere quanto sono più basse di te?" Le aveva giustamente fatto notare. Aurilda si era sentita a disagio dinnanzi al sorriso pungente di Omalley "Hai ragione" aveva asserito ancora, sentendosi una sciocca "Selina è più bassa di me e più magra. Ha il viso a cuore, gli occhi di un verde intenso e i capelli dorati completamente lisci".

Omalley aveva memorizzato anche quella descrizione "Grazie per avermi ascoltata" l'aveva poi ringraziata Aurilda "E ovviamente per il salvataggio e tutto il resto. E non preoccuparti se non dovessi riuscire ad accertarti delle loro condizioni" le aveva assicurato Aurilda, pur sentendosi inquieta al pensiero che Omalley potesse non accertarsi delle loro condizioni "Sono certa che stanno bene e sono io ad avere timore per il loro benessere senza reali motivazioni". Omalley aveva sorriso "Non ci proverò" aveva detto con convinzione "Ci andrò di certo se ti farà sentire meglio. E per il resto figurati, è questo il mio compito, aiutare". Aurilda l'aveva guardava in difficoltà, non sapendo cosa dire, rigida come suo solito. Voleva ringraziare Omalley in maniera più calorosa ma non ci riusciva, così Omalley le aveva stretto la mano calorosamente, in segno di saluto "Buon viaggio, Aurilda" aveva detto mettendosi il cappuccio sui corti capelli neri "Presta molta attenzione. I soldati non sono gli unici di cui devi avere timore in questi boschi" l'aveva poi ammonita Omalley "I demoni degli elementi vagano, nascosti dalle ombre, e mai questi nemici vanno sottovalutati". Aurilda aveva annuito, sentendo l'agitazione e il timore crescere esponenzialmente dento di lei "E non temere per le condizioni delle tue sorelle, mi assicurerò che stiano entrambe bene e diro loro che stai bene anche tu" aveva aggiunto ancora Omalley "Da un albero a un altro sono molto più veloce di qualsiasi cavallo e molto prima di quanto tu possa pensare giungerò da una e poi dall'altra". Aurilda aveva sorriso "Mi mancherai" disse infine, rigidamente, non riuscendo a manifestare le emozioni positive che sentiva in quel momento come avrebbe voluto. Omalley aveva riso "Mi mancherai anche tu!" Invece di salire sugli alberi le tornò vicino e la strinse in un abbraccio. Aurilda le fu grata di quel gesto e ricambiò con un sorriso spontaneo che le incurvò dolcemente le labbra serrate "A presto, Omalley Terrore dei Boschi" l'aveva salutata al termine della conversazione. La giovane donna si era arrampicata con un'agilità incredibile, senza la corda che probabilmente usava solo quando doveva far salire anche altri sugli alberi con lei "Arrivederci signorina Tenebrerus" aveva detto dall'altro "Addio, Aurilda". Poi si era rivolta a Zenobia e ai ragazzi "Ci vediamo presto Zenobia! Arrivederci ragazzi!" Disse agitando la mano in segno di congedo temporaneo "A presto e grazie ancora!" "Ciao Omalley!" Avevano risposto Zenobia e i suoi sei figli in coro, agitando le mani a loro volta.

Poi Aurilda era rimasta alla locanda per altri sei giorni, compreso il giorno della partenza di Omalley, per rimettersi in sesto al meglio. Quando si era guardata allo specchio aveva visto i duri segni che il viaggio già le aveva lasciato. Era dimagrita, gli zigomi erano evidentissimi, appuntiti, aveva due pesanti occhiaie a farle apparire gli occhi ancora più scuri e duri e i capelli mossi e lucidi erano sfibrati e gonfi, simili a una nuvola di fumo. Le giornate alla locanda erano state abbastanza tranquille, solo due persone avevano alloggiato una notte ciascuna, una il secondo giorno della sosta di Aurilda e l'altra il quinto. Aurilda era rimasta nella stanza sottoterra e aveva trascorso il tempo ad allenarsi con la spada o esercitandosi con i trucchetti e le mosse mostratele da Omalley. Doveva rimanere alla locanda per riposarsi, ma non riusciva proprio a stare senza fare nulla. Nei momenti in cui si sdraiava sul letto per rilassarsi i pensieri le invadevano prepotentemente la mente. Erano intricati e tutti negativi, rabbia, nostalgia, delusione e preoccupazione si mescolavano nella sua mente creando una miscela di pessimismo e disincanto, come al solito d'altronde.

Alla locanda erano gentili con lei, Zenobia cercava di fare qualsiasi cosa pur di metterla a proprio agio, cosa abbastanza difficile a dire la verità, poiché la ragazza era tornata alla solita freddezza e al consueto distacco che mostrava nei confronti degli estranei e, travolta dal pessimismo, temeva sempre che quelle persone potessero tradirla. Quando c'erano Ser Zalikoco e Omalley si era sentita molto più a suo agio, ma con persone nuove era difficile aprirsi, soprattutto con gente tanto rumorosa. I figli di Zenobia erano molto vivaci, soprattutto i due piccoli e le gemelle e Aurilda detestava tutto il caos che facevano. Rimaneva chiusa della sua stanza, guardando la porta chiusa che non era sufficiente per isolare i rumori e provava irritazione e dissenso. Quando la chiamavano per il pranzo o la cena Aurilda rimaneva impettita e vagamente altera, mangiando in silenzio e sfoggiando appositamente le sue buone maniere propriamente con l'intento di suscitare imbarazzo nei confronti soprattutto delle fastidiose gemelle, scrutando poi tutti con lo sguardo freddo e sfuggente. Zenobia era imbarazzata a causa del comportamento di Aurilda, proprio non sapeva come rivolgersi alla signorina senza importunarla, la diversa condizione sociale e la freddezza della ragazza la mettevano in seria difficoltà, ma era a causa delle fastidiose figlie di Zenobia se Aurilda si mostrava tanto altera.

Kady e Kiera erano insopportabili. Inizialmente Aurilda aveva creduto che fossero due vivaci ragazzine, poi con il trascorrere dei giorni aveva iniziato a detestarle del tutto. Ridevano, parlavano, cantavano e correvano ovunque, mai sembravano essere stanche di tutto il frastuono che generavano e non erano propriamente eleganti, si comportavano come selvagge. Ogni tanto facevano persino incursione nella stanza della loro ospite senza neanche degnarsi di bussare, facendo infuriare Aurilda veramente tanto e poi iniziavano a farle domande e a toccare tutto. Ormai le due dovevano aver capito che i modi che usavano irritavano non poco Aurilda, d'altronde quegli sguardi taglienti erano difficili da ignorare, ma sembravano trovarci ancora più gusto e ogni giorno facevano di peggio. La sera prima della partenza Aurilda non era riuscita più a tacere e limitarsi a occhiatacce, aveva invece risposto per le rime con somma scortesia. Si, era sbagliato, questo lo sapeva benissimo, ma era veramente stufa del comportamento di quelle ragazzine e di doversi trattenere tanto a causa della sua condizione sociale e per il fatto che fosse un'ospite. La verità era che Aurilda si era divertita a essere tanto sgarbata, ma era vero che avrebbe potuto evitare una tale scortesia, d'altronde loro l'avevano aiutata e lei non aveva fatto altro se non lamentarsi per ogni cosa di cui avesse avuto l'occasione. Sicuramente sua madre Amillia si sarebbe arrabbiata se fosse mai venuta a conoscenza di un tale sgarbo, ma Aurilda non poteva farci nulla, non riusciva a sopportare quando gli altri non facevano quello che voleva lei e le gemelle la provocavano di proposito. Se le gemelle erano per lei fastidiose e dispettose, Angelika era di tutt'altra pasta. Zenobia si era resa conto di non poter fermare le figlie, ma si era anche resa conto di come stessero rovinando il soggiorno della loro ospite, così aveva fatto intervenire la figlia primogenita.

Angelika era una ragazzina molto diversa dalle sorelle, era gentile e riflessiva, ma da come la vedeva Aurilda era molto-troppo secondo il parere di Aurilda-ingenua e per giunta era dannatamente ottimista. Diverse volte era scesa in camere di Aurilda e le aveva parlato di quanto fosse bello viaggiare nonostante le scomodità, o le aveva parlato di quanto fossero meravigliose le persone, tentando di difendere Ser Zalikoco. Aurilda detestava quando Angelika iniziava con quei discorsi, poi quando Angelika tentava di difendere Ser Zalikoco la mandava su tutte le furie, i tratti del volto le si indurivano, gli occhi marroni diventavano ancora più scuri e i pugni si stringevano in una stretta ferrea. Spesso Aurilda non aveva avuto bisogno di rispondere a parole, l'espressione fredda e severa era valsa più di qualsiasi parola, ma la mattina della partenza era stata una delle poche volte in cui Aurilda aveva dovuto replicare a parole, ed era stato il confronto più aspro che, nonostante la presenza delle gemelle, aveva avuto alla locanda.

Angelika era entrato nella stanza con un bel sorriso che le illuminava il viso dolce e armonioso, aveva rifatto il letto e si era messa a spazzare, mentre Aurilda si allenava con la stessa spada che le aveva regalato Ser Zalikoco pochi mesi prima, al diciassettesimo compleanno di Aurilda, spada che per ovvi motivi non aveva avuto modo di cambiare. L'altra aveva iniziato a parlare di quanto fossero buone le persone ed era finita col parlare del cavaliere, facendo degenerare la situazione. "Oggi ripartite" aveva detto Angelika serena e gioiosa, in un modo che Aurilda mai avrebbe potuto comprendere. "Sì" aveva risposto atona Aurilda, parlando per monosillabe, per poi aggiungere con voce sarcastica "Finalmente tolgo il disturbo". La ragazza l'aveva guardata tristemente, mortificata da tanta durezza "Voi non avete causato alcun disturbo" aveva detto "Vi abbiamo accolta con gioia". Aurilda aveva inarcato le sopracciglia, beffarda e sardonica "Sono stata una parassita" aveva replicato "Sono rimasta qui a occupare la vostra locanda e a mangiare il vostro cibo senza pagare nemmeno un teslo". Angelika aveva smesso del tutto di spazzare e aveva spalancato gli occhi "Ma cosa dite" aveva subito risposto "Per noi è stato un piacere immenso potervi offrire il nostro aiuto, per noi è sempre un piacere aiutare chi ne ha bisogno. E i guadagni non hanno alcuna importanza" aveva poi asserito con convinzione "La nostra vita non sarebbe mutata per poco denaro e gli dèi sanno quanto siamo grati di poter aiutare". Aurilda aveva scosso la testa "Senza soldi non è possibile sopravvivere" aveva risposto, schietta a realista "È molto onorevole quello che fate, ma non potete ospitare tanta gente senza farvi pagare, oppure sarete costretti a chiudere questa locanda e ti assicuro che gli dèi non vi aiuteranno". Angelika aveva scosso la testa a sua volta, in disaccordo "I soldi non sono così importanti" aveva detto ancora "Se ci sono l'amore, la gentilezza e lealtà la vita di ogni persona è piena e soddisfacente" "Sì, peccato che l'amore, la gentilezza e la lealtà non possano sfamare nessuno, contrariamente a quanto può fare il denaro" aveva risposto freddamente Aurilda, cinica.

Angelika le si era avvicinata "Perché fate sempre così?" Aveva chiesto, mossa da sincera curiosità "Perché nulla vi rende mai felice? Come mai siete sempre così pessimista verso tutto e tutti?" Aurilda l'aveva fissata con la solita espressione imperturbabile "Non sono pessimista" aveva risposto "Sono realista. Tendo sempre a pensare al peggio per non rimanere delusa dalle cose. Ma a quanto pare dovrò impegnarmi di più" aveva detto sarcastica "Perché sono stata tradita dalla maggior parte delle poche persone di cui mi fidavo". Il volto della ragazza si era fatto più cupo e triste "Parlate del vostro cavaliere, non è vero?" Aveva subito detto Angelika "Non dovete pensarla queste cose" aveva continuato imperterrita "Sono certa che sia un bravo uomo, ha solo sbagliato, ma è capitato tanto tempo fa. Se poteste perdonarlo sono sicura che non ve ne pentireste. Secondo il mio parere siete stata crudele nei confronti di quel povero uomo". Quelle parole avevano fatto infuriare Aurilda veramente "Io sarei stata crudele nei suoi confronti?" Aveva domandato pacata come una serpe prima di balzare "Io!?" Angelika aveva annuito poco convinta sul da farsi, vagamente timorosa dall'espressione dell'altra.

Aurilda aveva riso senza gioia "Ah, allora è proprio come penso!?" Aveva continuato Aurilda "Io cerco di infliggere una misera punizione a un assassino che ha causato morte e disgrazia nella mia famiglia e devo subire le accuse di una popolana ignorante per il trattamento che ho riservato a quel povero assassino. Il volgo è veramente ridotto peggio di quanto pensassi" aveva sputato sprezzante Aurilda "Viviamo veramente in un paese senza la minima giustizia!" Angelika aveva abbassato il capo imbarazzata e timorosa, per tornare poi a guardarla con la solita espressione docile e innocente "Io intendevo solo dire che magari il cavaliere è cambiato veramente" "Cambiato veramente" aveva ripetuto pungente Aurilda, con la voce intrisa di disprezzo "Tu pensi che siano tutti come Omalley, vero!?" Poiché l'altra non aveva effettivamente risposta Aurilda aveva continuato a parlare "Voglio farti una triste confidenza: nessuno è come Omalley, anzi, sono tutti l'opposto di lei!" aveva detto ancora Aurilda, dura come la roccia "Le persone sono crudeli. Tutti cercano il modo migliore per approfittare della tua bontà e delle tue debolezze, ogni situazione può essere ideale per screditare e umiliare il prossimo. I soldi poi, sono il dio a cui tutti sono veramente votati, ma che nessuno ha osato includere nel nostro culto. Perché senza denaro mai avrai speranze di essere felice nella tua vita e ti assicuro per esperienza che molto spesso anche se avrai il denaro, tanto denaro, non avrai ugualmente la felicità". La ragazzina era rimasta a guardarla con gli occhi sempre più tristi e mortificati "Tu vivi in questo piccolo mondo felice e protetto in mezzo al bosco, tra gli uccelli che cantano, i tuoi irritanti fratelli e qualche povero visitatore ogni tanto, ma non sai niente del mondo esterno!" Aveva ancora detto Aurilda ad Angelika, oramai implacabile "Vivi in questa favola ovattata di amore e innocenza senza aver mai visto niente. Ma sai una cosa? Basterebbe che tu vivesse qualche settimana in un piccolo paese o meglio ancora in una città vera per comprendere da te che non sai niente della vita. Sei solo un'ingenua sciocca e non appena oserai mettere piede nel mondo reale i lupi ti sbraneranno senza avere alcuna pietà!"

A quel punto gli occhi di Angelika si erano colmati di lacrime "Allora è questo che pensate di me" aveva risposto la ragazzina con un fil di voce "Che sono una sciocca ingenua". E prima che l'altra avesse potuto replicare, Angelika era uscita in lacrime. Aurilda aveva sospirato forte, ci mancava giusto quella. Non vedeva l'ora di andarsene, nonostante il tepore e le comodità della locanda non vedeva l'ora di lasciare quel posto. Fortunatamente quello stesso giorno era partita dopo la colazione, ma dispiaciuta per il modo sgarbato in cui aveva parlato ad Angelika aveva pensato di farle un dono "Questo vorrei che lo tenessi tu" aveva detto prima di partire, congedandosi dalla sua coetanea "Non è un vestito così bello o pregiato, ma penso ti piaccia lo stesso, quindi tienilo pure". Aurilda aveva pensato di lasciarle il suo vestito e partire con uno di quelli scialbi che indossava Angelika, era uno scambio che sperava facesse felice l'altra ma a essere sincera con sé stessa aveva avuto un doppio fine anche quel dono, qualcosa che andava ben più oltre di un banale ringraziamento oppure di un gesto di scuse. La verità era che Aurilda aveva sperato di potersi nascondere meglio adesso, cercavano un cavaliere e una fanciulla facoltosa e adesso era sola e magari se avesse indossato un abito tanto semplice nessuno avrebbe sospettato della sua vera identità. Aurilda aveva anche pensato di tagliarsi i capelli per nascondersi meglio, ma le pareva un pedaggio troppo oneroso quello, barattare i suoi bei capelli per qualche tempo nei boschi. "Non serve" aveva comunque replicato Angelika "È il vostro abito e io non merito di indossare stoffa tanto pregiata" aveva continuato Angelika con umiltà "Sono sicura che a te starà meglio, quel colore non mi dona affatto e poi finirei col rovinarlo ulteriormente durante il viaggio" aveva però insistito Aurilda. Angelika non ce l'aveva con lei, al contrario aveva sorriso dolcemente e alla fine aveva accettato, immensamente grata. Zenobia aveva insistito perché portasse via due sacchi ricolmi di cibo e Aurilda aveva accettato senza troppe storie. Poi la ragazza si era allontanata salutando ed era sparita tra gli alberi fitti del bosco, esattamente come un animale selvatico.

E da allora Aurilda aveva ripreso il viaggio. Non era stato per niente facile, al contrario viaggiare da sola era stato molto più arduo di quanto si fosse immaginata. Spesso le era capitato di addormentarsi sul cavallo, infatti per il timore di fermarsi la notte era tesa e in allerta, dormiva decisamente male e durante il giorno era esausta. Fortunatamente però a parte la preoccupazione non aveva fatto spiacevoli incontri con bestie selvatiche, soldati o demoni. Certamente il viaggio era stato molto noioso, persino per una solitaria come lei passare tutti quei giorni da sola non era stato il massimo. Ovviamente Aurilda aveva avuto tanto tempo per pensare e non era riuscita a decidere se si fosse trattato di una cosa positiva oppure di una negativa. Aurilda aveva molte questioni irrisolte a cui dover pensare, forse la più urgente riguardava proprio il suo arrivo al Tempio. Sperava che una volta giunta al Tempio avrebbero potuto accoglierla e aiutarla, ma non escludeva affatto che avrebbero potuto rispedirla direttamente a casa senza darle soccorso e risposte. L'importante era almeno provarci, si era detta, per non buttarsi giù, d'altronde se la mandavano via non poteva di certo impedirglielo, ma di certo le avrebbe dato fastidio un trattamento del genere. Però la ragazza voleva considerare quella possibilità, lei sempre teneva in considerazione che le cose potessero andare male, giusto per non rimanere più delusa del necessario se le cose fossero effettivamente andate diversamente da come desiderava.

Poi aveva pensato a come dovesse stare la famiglia, a come avrebbero potuto reagire al suo ritorno, a quanto si sarebbero arrabbiati e così si impose di conservare quei pensieri nefasti per il viaggio di ritorno. Aurilda aveva anche pensato al suo comportamento, a com'era mutato negli anni, ai modi sgarbati che aveva usato con le persone che l'avevano aiutata alla locanda. Era sgarbata e arrivista, come le persone che diceva di detestare, solipsista avrebbe osato dire. Ma proprio Aurilda non vedeva come poter tornare la ragazzina quieta che era stata un tempo lontano, doveva mostrarsi dura e prevenuta con il resto del mondo oppure avrebbero distrutto ogni cosa di lei. Qualche rara volta si era esercitata, voleva diventare veramente brava con la spada e si era resa conto quando Omalley l'aveva salvata dai soldati degli Hardex che non era nemmeno discreta in duello, come invece aveva sempre sperato di essere. Era veramente una frana, brava nelle esercitazioni semplici che faceva con Ser Zalikoco, ma piuttosto deludente in duello, probabilmente perché non aveva mai affrontato un vero duello e al castello solo pochi degli esercizi che eseguiva con l'ausilio del cavaliere erano veramente utili, la maggior parte invece erano negligentemente banali e insignificanti a causa delle misere condizioni in cui erano costretti a combattere. Ser Zalikoco, lui sì che pareva intrufolarsi con fastidio nei pensieri di Aurilda, sembrava quasi che più lei tentasse di dimenticarlo e più il ricordo di quello si insinuasse con prepotenza. Aurilda pensava a quando lui aveva accettato di accompagnarla al Tempio senza esitazione, pensava a come avesse tradito i Tenebrerus anni prima, all'insaputa di tutti e poi pensava alle loro lezioni di combattimento, ai tempi lontani in cui lui le narrava storie passate sulla guerra. Lui c'era sempre nei pensieri di Aurilda e si ripresentava ogni volta come una sgradevole sorpresa. Alla fine Aurilda si era arresa e aveva deciso di pensarci senza evitare la questione, nonostante questa le provocasse non poca rabbia e molto dolore. Perché Ser Zalikoco aveva tradito così il suo amico? Perché aveva preferito fingersi l'uomo onesto che non era invece di ammettere la verità? Perché poi era rimasto al castello a servire i Tenebrerus?

La verità era che Ser Zalikoco era sempre parso ad Aurilda un uomo fuori dal comune, dotato di un tale coraggio e di una fedeltà cieca da sembrare un'illusione, un raggio di luce nell'oscurità. Era un eroe nella sua mente da quando Aurilda era una bambina, dotato di una morale talmente giusta ed elevata da costituire lui stesso una sorta di mito, di colonna portante, un simbolo di speranza per le ingiustizie che vessavano la società. Ma alla fine anche questo sogno d'infanzia si era sgretolata via, con una rapidità e una violenza deludenti, che avevano reso Aurilda ancora più aspra e diffidente, disincantata, nonostante l'incontro con un vero eroe, Omalley. Ma Aurilda sapeva di aver fatto la cosa giusta cacciandolo in quel modo, nonostante l'uomo le fosse sempre parso sincero e le avesse dimostrato un affetto reale, questo non poteva celare per sempre quello che veramente Zalikoco Lonor era stato, ovvero un traditore bugiardo e ciò meritava una punizione. Per Aurilda l'averlo lasciato in vita era un'enorme dimostrazione del suo affetto nei confronti del cavaliere. O almeno questo era quello che la fanciulla si ripeteva, che aveva fatto bene a cacciarlo via. Aurilda non poteva mentire a sé stessa, oltre a tenere ancora al suo amico era stata tremendamente ipocrita, perché quando si poneva le solite domande sul cavaliere sapeva che lei avrebbe agito come aveva fatto lui. Avrebbe tradito un amico, perché mai aveva avuto un vero amico e forse, anche se ne avesse avuto uno sincero, il desiderio di ottenere quello che voleva l'avrebbe spinta a un gesto tanto scellerato. Neppure lei avrebbe avuto il coraggio di ammettere la verità, non solo per la vergogna o per la condanna sociale, ma per sfuggire alla morte. Ma la cosa che ad Aurilda faceva più male era sapere che se Ser Zalikoco aveva avuto la premura di giurare fedeltà perpetua alle persone che aveva rovinato per fare ammenda, probabilmente lei non ci sarebbe riuscita. Non era forse per quello che era fuggita via, per essere libera di fare quello che voleva? Provava vergogna per quello che sapeva di sé e del suo animo, ma questo la portò a una chiara consapevolezza: mai sarebbe stata un eroe, o meglio un'eroina, nemmeno se avesse imparato a usare veramente una spada. Non avrebbe sacrificato la sua vita per aiutare come faceva Omalley e neppure si sarebbe votata a qualcuno se mai avesse arrecato qualche grave torto, avrebbe agito sempre da egoista, altrimenti avrebbe ignorato quel dannato sogno e sarebbe rimasta ad adempiere ai suoi doveri di figlia, vicino alle sue amate sorelle.

Quella tarda mattinata fredda il cielo era nuvoloso e cupo, ma non minacciava di piovere, né faceva troppo freddo, quindi era una bella giornata dopotutto, Aurilda poteva ritenersi fortunata. Con il cavallo avanzava lentamente tra gli alberi del bosco, il Tempio era vicino, probabilmente più di quanto credesse. Dopo qualche tempo fece svoltare il cavallo un po' a sinistra. Avanzò in sella al destriero per diversi minuti, poi avanzò sin quasi a farlo fuoriuscire dal bosco, fermando il cavallo affinché tenesse solo la testa fuori dalla schiera verdeggiante. Aurilda smontò cautamente da cavallo e poi restò ferma, ispezionando il prato. Un senso di vuoto le strinse lo stomaco, legò la briglia a un tronco e avanzò sempre cautamente, con la mano sull'impugnatura della spada. Più si avvicinava e più il senso di vuoto aumentava. Un senso di disperazione la avvolse e così decise di non avvicinarsi più, perché la disgrazia che era accaduta si vedeva con sufficiente chiarezza anche a quella distanza: il Tempio non c'era più. Il Tempio dei Profeti, il motivo del suo viaggio, era completamente distrutto. Davanti ad Aurilda c'era un ammasso di rocce sparse, c'erano chiazze di erba secca annerite dal fuoco e naturalmente la ragazza capì subito cosa dovesse essere accaduto, i demoni degli elementi dovevano essere stati lì e dovevano aver distrutto il Tempio in profondità, c'erano persino alcuni resti sparsi di ossa annerite.

Dopo aver contemplato con gli occhi sbarrati dallo sgomento quel disastroso paesaggio, arresa, Aurilda si decise a tornare dal cavallo. Teneva il volto chino e avanzava a passo svelto, sentendo la collera aumentare a ogni passo. Ricoprì il percorso in un tempo brevissimo, con il volto contratto dalla rabbia e nascosto dai capelli scuri, poi quando fu tornata dal cavallo estrasse la spada. La furia cieca prese completamente il sopravvento e Aurilda iniziò a colpire a casaccio il tronco di un albero con la lama lucente della sua spada, con l'espressione feroce. Perché!? Era l'unica cosa che riusciva a domandarsi, perché lei aveva fatto quel viaggio e il Tempio doveva essere distrutto, quando era rimasto perfettamente in piedi per tanti anni? Perché la sorte doveva essere così ingiusta e avversa nei suoi confronti, da spingerla a partire per ricevere risposte e impedirle poi di poterle ottenere una volta giunta a destinazione? Perché i demoni non potevano aspettare di più per attaccare il Tempio? Aurilda ripetendosi nella mente quei quesiti destinati a non ricevere risposta sentiva la rabbia scorrere nelle vene, facendole colpire l'albero con violenza crescente e facendo addirittura volare via parti della corteccia. Era ingiusto, era maledettamente ingiusto, oppure lei era sfortunata, solo queste due opzioni le sembravano sensate in quella storia, era opera di un'ingiustizia feroce che si era abbattuta su di lei. E mentre Aurilda colpiva il tronco inferocita, un lieve rumore di zoccoli la fece voltare di scatto, con la spada tesa in avanti.

Quando inquadrò la fonte del rumore quasi ringhiò per la rabbia, strinse le mani intorno al manico della spada talmente forte da sentire male ai muscoli "Che cosa ci fate qui!?" Urlò furente "Vi avevo detto di non farvi più vedere!" Ser Zalikoco era davanti a lei con il suo cavallo tenuto fermo alla destra e gli occhi bassi "Io speravo di potermi ancora riappacificarmi con voi, magari dopo che vi fosse passata la rabbia...". Aurilda sentì il sangue ribollire nelle vene, sembrava che le scorresse lava incandescente nel corpo invece che sangue "Avete pensato male!" Gridò di rimando "Malissimo!" Precisò poi. Il cavaliere fece un passo in avanti e lei tese meglio la spada che lui stesso le aveva donato "Non vi azzardate ad avvicinarvi ancora o vi uccido!" lo minacciò duramente Aurilda. Ser Zalikoco la guardò abbattuto, senza tuttavia chinare il capo "Vi prego" disse testardo "Sono perfettamente consapevole di aver commesso un terribile errore in passato, ma mi sono pentito subito e sono rimasto al servizio della famiglia che avevo rovinato servendola al meglio che potessi" disse con il tono pacato e sincero che lo contraddistingueva "Vi scongiuro, permettetemi di riportarvi al castello, vi scorterò come ho fatto nel viaggio d'andata e sarete al sicuro". Lo sguardo di Aurilda era una spessa lastra di dura pietra nera, fissava l'uomo con tanto odio da causargli un dolore limitandosi a guardarlo "Voi non capite" rispose lei inflessibile "Se osato solo avvicinarvi al castello dei Tenebrerus, io vi faccio giustiziare". Allora il cavaliere la stupì "È giusto così" rispose "È giusto che io paghi per il crimine che ho commesso. È giusto che mi facciate giustiziare".

Aurilda, dopo un iniziale smarrimento dinnanzi a quella coraggiosa affermazione, continuò a scrutarlo con ostilità "E io dovrei credere alle vostre parole di traditore!?" Rispose con freddo disprezzo "Ve lo dico io perché volete accompagnarmi" continuò "Perché volete uccidermi mentre dormo, così nessuno saprà mai il vostro segreto!" Ser Zalikoco la fissò con la bocca semi aperta, era seriamente addolorato da quell'idea scellerata "Signorina Aurilda" rispose con un fil di voce "Come potete pensare che io sia in grado di commettere una simile aberrazione..." rispose con la gola secca. Aurilda continuò a guardarlo con il solito cipiglio arrogante e con la consueta ostilità "Perché non dovreste farlo?!" Disse ancora "D'altronde avete tradito mio nonno, io non sono diversa da lui" "Voi magari no, ma io sì!" Insistette il vecchio uomo e Aurilda alzò platealmente gli occhi al cielo "Vi concedo un'ultima opportunità" asserì con durezza la ragazza "Andatevene e non tornate mai più!" L'uomo però scosse la testa con fare paziente "Io non me ne vado, signorina" disse con voce dimessa ma ugualmente decisa "Io vengo con voi". Aurilda strinse i pugni in una morsa ferrea e contrasse la mascella, sentendo i muscoli irrigidirsi dalla rabbia "Voi volete proprio morire allora!" esclamò furente "Va bene" aggiunse Aurilda con decisione "Allora faremo così dal momento che nessuno dei due è intenzionato a cedere" continuò, tentando di ragionare lucidamente.

"Duellate con me adesso!" Disse in tono imperatorio "Cosa?" Si stupì l'uomo "Ma perché?" "È molto semplice" spiegò Aurilda "Se vincete voi potete accompagnarmi" annunciò con un sorriso sarcastico e tirato "Ma se vinco io" a quelle parole Aurilda cessò di sorridere e si incupì, abbassando il tono della voce "Se vinco io vi ucciderò qui e ora, senza ulteriori ripensamenti". Vide l'espressione sconvolta e addolorata dell'uomo, ma non se ne curò "Accettate, Ser Zalikoco!?" Pronunciò la parola Ser nel modo più beffardo e sprezzante di cui fu capace e poi restò a guardarlo con un'espressione truce sul volto. L'uomo aveva il volto pallido, era evidentemente ferito da ogni singola parola pronunciata dalla ragazza, ma non aveva altra scelta se voleva riuscire nel suo intento "Accetto, signorina" proclamò a voce bassa. Aurilda parve soddisfatta, strinse meglio la spada tra le mani e vide il suo avversario estrarre la propria, poi si posizionarono e dopo un cenno di entrambi iniziarono.

Aurilda era più giovane, quindi era più agile e veloce, ma Ser Zalikoco era molto più allenato e capace di lei. Il bosco era silenzioso, i cavalli erano tranquilli e il vento inondava le fronde. Aurilda colpiva forte, tutte le volte che cercava di colpire ci metteva tutta la forza che aveva nelle braccia, accecata dalla furia com'era. Era arrabbiata, arrabbiata per il Tempio, ma soprattutto era arrabbiata con lui, quell'uomo traditore testardo che preferiva farsi uccidere piuttosto che fuggire. Sfiorò finalmente il Ser, sentendo appena la sua lama scivolare sull'armatura di lui. Maledetta armatura! Come se non fosse stata sufficiente l'inesperienza di Aurilda, ci si metteva anche l'armatura a complicare il combattimento. L'unico modo per ferire l'avversario era cercare di colpire i punti dov'era scoperto. Aurilda si avvicinò con un abile passo di gambe, giungendo vicino al collo di Ser Zalikoco e provò a colpire. In un istante la spada le volò via dalle mani e cadde con banale solennità sul terreno poco lontano dal punto in cui stava la sua proprietaria. Aurilda restò pochi attimi interdetta, fissando la sua spada lontana, poi si girò per guardare l'avversario negli occhi. Il cavaliere aveva deciso appositamente di disarmarla allora, quando avrebbe potuto almeno ferirla, essendo lei così vicina e senza alcuna protezione.

Aurilda tornò a guardare fugacemente la spada a terra e lontana, sentendo un senso di impotenza. Aveva perso, aveva perso e adesso lui doveva riportarla a casa. Tornò a guardare lui, aveva rimesso la spada nel fodero e la fissava con uno sguardo innocente dalla visiera sollevata, proprio lui che invece era il carnefice. "Signorina" disse a voce bassa, cordiale "Sarà un onore per la mia persona riaccompagnarvi a casa". Allora Aurilda non riuscì a trattenersi oltre, gli si avvicinò furibonda e umiliata e lo fermò con la schiena al tronco di un possente albero "Io vi odio!" Urlò "Vi detesto! Vi detesto!" Poi lo lasciò e si impose di calmarsi, allontanandosi con le mani sulla testa per recuperare la sua spada. Ser Zalikoco chinò il capo e sospirò lentamente, con il volto contratto dal dolore, mentre la ragazza oltre alla spada recuperava anche il cavallo legato al limite del bosco. Quando vide Ser Zalikoco tanto mesto ma speranzoso provò una strana sensazione di repulsione e tenerezza "Finitela di guardarmi così" disse, tornando alla consueta freddezza "Siete patetico e ingenuo se sperate di recuperare la mia fiducia" terminò con la voce glaciale. Aurilda salì sul cavallo e guardò l'uomo, impettita e algida "Andiamo!?" disse impaziente. L'uomo annuì con un'espressione rassegnata sul volto, salì a sua volta sul cavallo e si misero in cammino verso casa.

Aurilda doveva essere in un nuovo incubo si disse, doveva essere per forza un incubo tutto quello, non poteva accadere ciò nella realtà. Eppure lei e il cavaliere avanzavano nel bosco passando tra gli alberi, eppure il vento si alzava e le schiaffeggiava il volto, eppure il sole e la luna si alternavano nel cielo. Non era un sogno, era solo il preludio di un nuovo, tremendo, incubo. Ma questo Aurilda non poteva ancora immaginarlo.

 

   
 
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