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Autore: Hoel    06/08/2021    3 recensioni
Nell’agosto del 1511, gli esploratori veneziani intercettano una lettera scritta dal governatore di Milano Gaston de Foix-Nemours e indirizzata al maresciallo Jacques de Chabannes de La Palice, in cui l’informa di come il Re di Francia Louis XII stia inviando rinforzi per aiutare l’Imperatore Maximilian I. von Habsburg nella sua “impresa di Treviso”, ovvero la conquista dell’ultimo ostinato baluardo veneto che separa la Lega di Cambrai dalla laguna di Venezia. Da ben due anni Treviso resiste irriducibile, così come la Serenissima, ripresasi in fretta dallo shock di Agnadello, ha ben dimostrato il suo fermo proposito di non lasciarsi cancellare tanto facilmente dalle pagine della Storia, rivelandosi un avversario più tenace di quanto prefiguratosi dai Collegati.
Su questo sfondo dell’assedio di Treviso si snoderanno le vicende di un giovane e misconosciuto patrizio veneziano, destinato però a diventare più grande di re e imperatori, di valenti condottieri e del Papa stesso.
Genere: Guerra, Introspettivo, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza | Contesto: Epoca moderna (1492/1789), Rinascimento
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Seconda parte!

Ulteriori note si trovano a fine pagina, ma qualsiasi domanda fatemi sapere.

Avvertimenti: momenti assai sanguinolenti, depressione generale e altre peculiarità.

Un ringraziamento ai miei lettori e ai miei recensori: Alessandroago_94, Semperinfelix,  Sagitta72 e Mrosaria. Grazie a chi ha messo questa storia tra le seguite, preferite e ricordate.

Vi auguro una buona lettura,

H.

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Capitolo Ventinovesimo   

Sabato 27 settembre 1511 – Domenica 28 settembre 1511

(seconda parte)

 

 

 

 

 

Sier Marco Miani osservava impassibile, dal bastione del Castello, i dieci soldati borgognoni catturati spinti a frustate verso Porta Altinia, in una macabra e distorta rappresentazione dei misteri dolorosi del Venerdì Santo. Ridotti in camicia e scalzi, i prigionieri barcollavano sotto i colpi della sferza, delle canne e degli spintoni dei militi marciani, ingiuriati dalla folla che li seguiva, le donne in prima fila che non si risparmiavano certo di ricoprirli del loro catarro o di lapidarli di sassi o fango. Talora uno di questi borgognoni cadeva bocconi, sopraffatto; immediatamente il suo carceriere strattonava sbuffando la corda legatagli al collo, fin quasi a strangolarlo mentre una o più popolane, le quali magari avevano un vecchio conto in sospeso, anguillavano da sotto le braccia e le lance dei marciani per ghermire il malcapitato e graffiarlo fino a trargli sangue, per poi finire ricondotte bruscamente al loro posto. Un altro prigioniero inciampò e non riuscì più a rialzarsi: poco importò al suo conducente, che lo trascinò ugualmente nel limo, intanto che i civili, da dietro, lo randellavano senza sosta e Marco, pur da lontano e pertanto impossibile, giurò ugualmente d’aver udito qualche ossa rompersi.

“Morte! Morte al franzoso! Morte al todesco! Sangue! Vitoria a Sen Marco!”

La seconda parata dimostrativa del maresciallo La Palice s’era da molte ore conclusa; ciononostante, gli strascichi del nervosismo e dell’incertezza provocati tuttora indugiavano nell’animo dei Trevigiani ed essi, per acquietare tal sentimenti, avevano ottenuto la loro azione dimostrativa, gestendo a propria discrezione la sorte dei nemici catturati.

Il Miani e il suo concittadino sier Alvixe da Canal allungarono il collo, sporgendosi lievemente: il grottesco corteo aveva raggiunto il ponte e, in sincronia perfetta, le urla e i versi canzonatori si chetarono improvvisamente, imponendosi un silenzio ieratico dal gusto d’antico. In ginocchio o sporgendosi dalla Porta, dondolandosi avanti e indietro, le donne avevano incominciato ad intonare uno strano mormorio, non dissimile dal fluire irrequieto di un ruscello; i soldati marciani s’erano invece posti, silenti ed immobili, su ogni lato del ponte, impedendo il passaggio. Il loro caposquadra, che aveva preferito starsene al centro, rigirava impaziente eppur solenne la scure tra le mani. I due gentiluomini veneziani a presidio dell’Altinia – sier Zuam Badoer e sier Hironimo Bragadin – assistevano anch’essi dall’alto della loro postazione, trasfigurati in statue di sale, indecisi se intervenire o meno.

Marco ebbe una sgradevole sensazione di déjà vu, parendogli quasi d’assistere dal vivo ad uno di quei sacrifici narrati nei poemi d’Omero e non a caso - constatò ipnotizzato da tale arcaica scena -  s’erano condotti i borgognoni al fiume Sile, luogo d’antichissima venerazione in quelle terre ben prima dell’arrivo degli Antichi Romani e dei loro dèi.

Simil a docili giovenche, i prigionieri  furono costretti ad inginocchiarsi ai bordi del ponte; dagli acuti lamenti, Miani e Da Canal supposero stessero piangendo e supplicando pietà, forse perfino protestando eventuali nobili natali o comunque una loro qualche importanza all’interno dell’esercito nemico. Ultimi respiri sprecati: il caposquadra levò in alto la scure, calcolando bene la parabola mortale che avrebbe condotto la lama a tranciare la carne, le vene, le ossa del balbettante uomo ai suoi piedi. Un sibilo da carta stracciata, il duplice tonfo della testa che rotolava e cadeva in acqua, mentre il corpo, sobbalzando in spasimi, crollava sanguinante a terra, accanto ai terrorizzati compagni del morto, il cui turno presto sarebbe giunto. Un acuto grido di trionfo coprì i loro singhiozzi, distendendo le donne le loro braccia in un’umana apertura alare, il capo gettato all’indietro, balzando alcune di loro in piedi. I militi marciani serrarono i ranghi e incrociarono le picche, onde impedire che si gettassero a sbrindellare i miseri resti dei borgognoni uccisi.

Sier Alvixe distolse lo sguardo dalla parte opposta, il volto lievemente verdognolo e bastandogli la vista di quella prima esecuzione. Marco, dal canto suo, seguitò ad assistere indefesso finché la chioma verde-acqua del Sile non assunse tinte rossastre, come i capelli delle Anguane, le bellissime ninfe a protezione sua e della Piave. Il viscoso liquido scivolò via pigro e lontano da Treviso, malevole messaggero d’un antico tributo.

Il patrizio veneziano ignorava dove si trovasse ora l’accampamento dei franco-imperiali: nondimeno, pregò che quel sangue ivi giungesse, ammorbando le bevande del nemico.

“Sangue! Vitoria a Sen Marco! Sangue!”

 

***

 

All’Ospedale di Santa Maria dei Battuti, Zilio Madalo azzardò per la prima volta dall’inizio della sua degenza a porsi seduto, strizzando gli occhi e grugnendo non appena la ferita alla spalla incominciò a tirargli sotto la benda, costringendolo a rinunciare per qualche istante all’impresa. Cacciando fuori uno sbuffo assai frustrato si sistemò sul morbido cuscino, fissando il soffitto onde distrarsi dalla fitta di dolore.

Si sentiva indubbiamente in forze, complici le solerti cure dei monaci infermieri, sicché si trattava di una semplice questione di tempo, prima che lo stradiota fosse di nuovo capace di rimontare in sella. E tuttavia, questo promettente futuro gli era avvelenato dalla consapevolezza che, non appena i Veneziani lo avessero giudicato abbastanza in salute, ben presto lo avrebbero trasferito nelle prigioni, lì dove sarebbe stato assai ben esaminato, in quanto luogotenente di Mercurio Bua e dunque custode dei suoi piani di battaglia.

Madalo s’umettò il labbro inferiore, inquieto: da una parte, la sua assoluta lealtà verso il suo capitano gli impediva di spifferare alcunché al nemico; dall’altra, Zilio si conosceva piuttosto approfonditamente da ammettere senza vergogna che sprezzava sì la morte ma non la tortura, verso la quale nutriva un sacro terrore. Non si sarebbe messo a piangere come quei borgognoni, non dinanzi al boia pronto a recidergli il collo. Se invece costui gli si fosse avvicinato con le tenaglie roventi, allora lo stradiota non soltanto avrebbe pianto, bensì avrebbe spento con la sua urina gli strumenti del supplizio.

I suoi fratelli Teodoro e Giorgio non cessavano un sol giorno di raccomandarlo al buonsenso: Zilio il suo dovere verso Mercurio l’aveva compiuto; dunque badasse al proprio tornaconto personale, specie ora che si ritrovava prigioniero. Al che lo stradiota aveva rimproverato i suoi maggiori di viltà e doppiogiochismo, dichiarando che lui non si sarebbe mai macchiato di fellonia, che lui seguiva pedissequamente il codice d’onore degli avi. Teodoro e Giorgio gli avevano allora dato senza tanti giri di parole del cretino, lasciandolo ragionare sul perché lui si ostinasse a giocare al Rolando, quando al contrario serviva un Gano dichiarato. Non aveva il Bua per i suoi guadagni abbandonato la Serenissima Signoria? E Ludovico il Moro? E il Re di Francia?

Zilio si coprì il volto con le mani. Come agire? Quale decisione prendere? Non desiderava che il suo capitano perdesse l’assedio; al contempo però la vittoria dei franco-imperiali significava la morte dei suoi fratelli …

“Kyría Maria! Kyría Maria!”

Lo stradiota si pose di scatto sul fianco, ignorando la dolorosa stilettata figlia di quel movimento brusco; i suoi occhi si spalancarono apprensivi, mentre egli allungava il collo onde cercare di scorgere la fonte di quella supplica disperata. Aveva infatti riconosciuto la voce di Teodoro e già il suo cervello elaborava scenari tremendi, con il maggiore recante in braccio il corpo esamine di Giorgio.

“Kyría Maria! Kyría Maria! Soccorso! Soccorso!”

No, non si trattava del loro fratello; ciononostante, Zilio aveva ugualmente compreso quale agitazione stesse divorando Teodoro, il quale trasportava in braccio un rantolante Andrea Pera, sporco di fango e sangue, le braccia strette al petto come se un qualsiasi movimento lo stesse assassinando dal dolore.

Maria Malipiero Gradenigo  corse incontro a Teodoro Madalo, ponendo una mano sul volto contratto del capitano ferito, sia per valutare la gravità delle piaghe riportate sia per calmare l’esagitato paziente. “Seguimi”, intimò ella perentoria allo stradiota, conducendolo al primo letto vuoto disponibile. E utilizzando il medesimo tono autoritario del provveditore suo consorte: “Distendilo qui. Togligli i vestiti così respirerà meglio. Madona Helena, rimanete col signor Andrea fintanto che vado a cercare il cerusico.”

Teodoro, abbassandosi un poco, appoggiò quanto più delicatamente sul letto Andrea Pera, aggrottando mesto la fronte ad ogni guaito da parte di quest’ultimo, intanto che Helena Spandolina Miani gli reggeva accorta la testa, acciocché l’appoggiasse comodamente sul cuscino.

“Tranquillo … tranquillo …”, lo rassicurava teneramente la greca nella loro lingua natia, detergendogli con una pezza d’acqua la fronte sudaticcia e impolverata. Madalo assisteva lì in piedi, impotente, le mani tra i capelli arruffati. “Perché te ne stai lì imbambolato?”, lo rimbeccò aspra Helena. “Non hai sentito la kyrìa Maria? Devi spogliarlo!”

Lo stradiota annuì deglutendo saliva amara e con mani tremanti prese a slacciare la casacca del ferito, il quale però sobbalzò all’improvviso, mugulando e supplicando in pieno delirio; Pera si rannicchiò sul fianco nel vano tentativo di sottrarsi a quell’ulteriore supplizio. E ogni volta che Teodoro cercava di sfilargli una manica, ecco che Andrea gridava ancora, le ossa e i muscoli maciullati in congiura contro di lui. “Ochi … Ochi … No … No …”, piangeva impazzito, non riuscendo più a sopportare tale lame dentro il suo corpo martoriato.

Madalo indietreggiò di un passo, i palmi insanguinati verso madona Helena, pregandola tramite lo sguardo di trovare per lui una soluzione, incapace di continuare, d’infliggere ulteriore e non necessario dolore al suo superiore.

La giovane patrizia strinse la bocca in una linea dura, infondendosi coraggio. “Le forbici”, gli indicò infine, puntando il mobiletto dove si trovavano gli attrezzi. Lo stradiota eseguì senz’indugi, ghermendo le forbici col medesimo piglio di quando estraeva la spada in battaglia.

“Che gli è successo?”, interruppe Zilio la corsa del fratello verso la nobildonna, sporgendosi egli dal bordo del letto onde tirargli il bordo della casacca.

Il maggiore si bloccò e, stringendo le forbici al petto, gli berciò dietro astioso: “Secondo te? Il tuo preziosissimo capitano l’ha colpito a morte e forse, in questo momento, starà torturando nostro fratello per carpire informazioni su Treviso!”

Zilio abbandonò la presa dalla veste, come scottato, tremandogli il labbro inferiore dalla realizzazione che sì, non aveva scorto Giorgio in nessun luogo. Era stato fatto prigioniero? Come? quando? Avrebbe osato Mercurio suppliziare suo fratello, pur di sconfiggere i Veneziani? Avrebbe …?

Teodoro non gli concesse altre parole, tranne un’ultima occhiata di biasimo, ritornando al capezzale di un agonizzante Andrea Pera. “Sono qui, capitano, sono qui …”, l’incoraggiò lo stradiota. Recisi i lacci della casacca, l’uomo afferrò la camicia e s’affrettò a tagliarla sommariamente, per poi lacerarla in un unico strattone.

Helena guaì alla vista delle piaghe aperte e sanguinanti macchiare il candido lenzuolo sottostante; tuttavia seguitò a stringere la mano di Andrea, sempre più fredda e umidiccia …

***

 

“Cul del cancaro!”, ruggì un livido sier Zuam Paulo Gradenigo, battendo il pugno sul tavolo e, stranamente, il capitano delle fanterie Renzo da Ceri abbassò colpevole gli occhi, conscio di trovarsi in effetti dalla parte del torto. “Quando vi avevo detto di non uscire per nessun motivo da Treviso, pensavo d’essermi espresso in chiara lingua italica e non in armeno! Quale punto vi era oscuro, signor Lorenzo degli Anguillara?! E anche voi, signor Vitello? Da codesto galantuomo mi sarei aspettato ovvia disobbedienza, ma da voi?! Sacramento!”

Vitello Vitelli non osò ribattere, limitandosi a giocherellare nervosamente coi pennacchi del suo cimiero. Il podestà sier Andrea Donado si vergognava per lui, guardando un punto indefinito davanti a sé e similmente a lui anche il resto dei comandanti e patrizi riunitisi a Palazzo, malgrado l’ora tarda e al limite del coprifuoco.  

Infischiandosi dell’altrui riposo, il provveditore generale aveva convocato tutti onde far il punto della situazione; purtroppo, l’incontro era degenerato in una pubblica ramanzina non appena sier Zuam Paulo aveva appreso di come sia il Vitelli che l’Orsini avessero completamente ignorato i suoi ordini, abbandonando le loro postazione a favore di una sortita extra moenia. L’uomo era esploso di tal rumorosa collera da competere coi cannoni del capo-bombardiere Orlando da Bergamo e saggiamente non si osò contraddirlo finché non si fosse sfogato, non volendo finire in mezzo, accusati di connivenza. 

D’altronde, nessuno biasimava Gradenigo per quella sua sfuriata poiché la batosta subita dalla compagnia di Teodoro Ralli e di Andrea Pera aveva infuso una condivisa ansietà generale, sicché sapere i principali condottieri a zonzo fuori dalle mura senza un motivo apparente e a malapena armati non corrispondeva alla migliore consolazione.

“Oggi abbiamo perso contro i francesi perché si è mandato i nostri stradioti a schasafasso (di continuo, ndr.) senz’ordine e senza un dannatissimo piano! E adesso domino Todero non si sa se sia vivo o morto e domino Andrea invece …” e Gradenigo si passò una mano sul collo, là dove la cicatrice gli tirava, imponendosi di placare i suoi nervi e la sua rabbiosa disperazione.

La vista di Teodoro Madalo trasportare in braccio l’agonizzante capitano l’aveva sconvolto non poco, così come il resoconto di Giorgio Madalo, giunto in serata ferito, sfinito e in camicia, ma ancora abbastanza in forze da raccontare dettagliatamente l’accaduto. Assieme ai tre prigionieri fuggiti dal campo, lo stradiota aveva confermato i timori del provveditore: i Collegati si stavano muovendo cadaun giorno sempre più presso a Treviso, in attesa forse di rinforzi, ma soprattutto alla ricerca del punto debole della città. Dio li scampasse da quel pericolo …

“Come se non bastasse, uno delle vostre lance spezzate” proseguì furente il patrizio, mulinando accusatore l’indice contro Renzo da Ceri, che s’ingobbì e indietreggiò di un passo, “è venuto alle armi, non alle mani, alle armi con un caporale del capitano Mathio da Zara! Per colpa di quelle due teste balorde, tutta Trevixo è uscita per poco fuori di senno dalla paura, credendo essere penetrato il nemico in città!”

“Li avete … li avete puniti, però …”, borbottò l’Orsini, nel suo intimo affatto contento di aver visto penzolare un suo soldato per un motivo, in effetti, così sciocco.

Questi era venuto in questione con un caporale di Matteo da Zara per una ragione ancora non del tutto chiarita. In ogni modo, i due soldati avevano combattuto ferocemente in Piazza, creando scompiglio e un gran spavento, allarmando l’intera Treviso ch’era accorsa armata e ancora lorda del sangue dei dieci borgognoni, credendo i Collegati esser riusciti a creare una breccia. Sier Zuam Paulo, acquietati gli animi e fatti arrestare i due contendenti, aveva ordinato di giustiziarli proprio nel medesimo luogo dov’era nata la zuffa, la sua pazienza esaurita e specialmente nei confronti degli uomini dell’Orsini, cui non aveva ancora perdonato la tracotante minaccia di picchiarlo con la spada e di impiccarlo. S’assicurò dunque che la sua sentenza venisse scrupolosamente eseguita entro le cinque di notte (23 circa, ndr.)

“Sicuro che li ho puniti e ora il capitano Mathio da Zara mi biasima, perché ho dovuto mettere alla forca il suo caporale!”, sbottò Gradenigo, cui la situazione piaceva ancor meno, anche perché il caposquadra del comandante zaratino era benvoluto da tutti e ci si era invero rammaricati d’aver perduto sì stupidamente un tal brav’uomo. Nondimeno, la decisione del provveditore era stata lodata per aver finalmente riportato ognuno all’obbedienza e addirittura si commentava che, col senno di poi, tali provvedimenti forse si sarebbero dovuti applicare assai prima.

“Si potrebbe inviare domino Mathio assieme a sier Zuam Vituri a Marano o ad Osoppo ... Visto che i duecento stradioti di rinforzo non sono ancora partiti da Padoa …”, tentò di negoziare sier Andrea Donado, trasalendo dinanzi alla sferzante replica del suo concittadino:

“E mentre a Padoa fanno i loro porci comodi, cianciando che Trevixo non è ben fortificata, che quegli stradioti servono a loro etc. etc.  io mi debbo privare dei miei uomini, coi francesi accampati ad un tiro d’archibugio?! Adesso che arriveranno le artiglierie dalla Patria del Friuli, nonché le truppe tedesche e quelle gonzaghesche da Soave … Non sappiamo neppure dove e come attaccheranno! Non possiamo privarci di un sol soldato! È fuori questione che domino Mathio se ne parta con sier Zuam!”

“Ma al contempo”, insistette sier Marco Miani, “non possiamo certo tenerci un comandante che serve di malavoglia. O in quest’impresa combattiamo convinti e uniti, oppure per colpa di mai sopiti rancori rischiamo liti e divisioni e il nemico ne approfitterà! La coesione interna è sempre stata la nostra forza!”

“Affiancate Mathio da Zara e la sua compagnia a quella di sier Zuam. Noi attenderemo gli stradioti di sier Ferigo Contarini: la loro reputazione incute più timore e forse, nella disgrazia, ne ricaveremo un guadagno”, convenne sier Lunardo Zustignan. “Riguardo ai piani d’attacco del nemico, dobbiamo pazientare e attendere che rientrino le nostre spie.”

“Da quanto raccontato dai tre fuggitivi, i Collegati stanno divenendo sempre più diffidenti e impiccano al minimo sospetto”, puntualizzò amaramente Vitello Vitelli. “Questo rallenterà la rattezza delle informazioni.”

Umettandosi le labbra secche, Renzo da Ceri dichiarò infine: “Abbiamo contravvenuto ai vostri ordini, lo ammettiamo”, si cosparse il capo delle dovute ceneri. “Tuttavia, signor Provveditore, quello squadrone nemico si stava avvicinando troppo a Porta Altinia e dovevamo impedirgli ad ogni costo di avvicinarsi, prima che scoprisse le parti più deboli delle mura. Abbiamo battuto l’area attorno per tutto il giorno per accertarci che non si ripresentassero. Quanto accaduto ai signori Teodoro e Andrea è lamentevole, ciononostante avevano soltanto compiuto il loro dovere.”

Sier Zuam Paulo aspirò a fondo l’aria, grattandosi pensoso la cicatrice al collo. Il bilancio della giornata si presentava poco incoraggiante, mitigato soltanto dall’esecuzione sommaria dei dieci borgognoni, la cui notizia avrebbe forse smorzato la tracotanza dei franco-imperiali, sicuramente ubriachi del loro tipico delirio d’onnipotenza a seguito della scaramuccia vinta contro i comandati Ralli e Pera. In aggiunta, il provveditore riconosceva che l’impiccagione dei due militari forse gli aveva regalato il piccolo vantaggio di soggiogare finalmente quella bestia di Renzo Orsini, rampognato publice e perciò imboccato di sane cucchiaiate d’umiltà.

“Siamo sotto assedio, signori miei”, sentenziò infine il patrizio veneziano. “Ricordiamoci che ogni azione che intraprendiamo oggi, domani ne dovremo render conto. L’Imperatore ha giurato la morte a questa città: vedete bene, che non possiamo concederci il lusso di fallire. Per il resto, non ci rimane altro che affidarci alla Devotissima Signora di Trevixo, ch’è qui per proteggerci”, disse e scoccò un’occhiata feroce all’Anguillara, sfidandolo a contraddirlo.

A riunione terminata – ormai erano quasi le sette di notte - ognuno ritornò alla relativa postazione, chi per coricarsi e chi per incominciare il proprio turno di ronda.

Fuori dal Palazzo, nessuna stella impreziosiva il cielo annuvolato e privo di luna, nerissimo, notte ideale per i ladri. Le vie e le piazze erano pertanto state illuminate quanto più possibile, pattugliate da un continuo viavai di uomini d’arme, stradioti, balestrieri, fanti, nobiluomini e con la stessa intensità del giorno, temendo adesso Treviso un attacco a qualsiasi ora. Nei quartieri attigui a Porta Altinia si udiva il costante brusio degli operai e delle donne intenti agli ultimi lavori di perfezionamento al terzo ingresso cittadino. Quanto al resto, ovunque regnava un teso silenzio, rotto soltanto dalle violentissime folate di vento, che sbatacchiavano contro i legni delle imposte, i gonfaloni cittadini e i corpi dei due impiccati, scontrandosi questi l’uno contro l’altro come la ragione che li aveva condotti a tal infamante morte. 

“Sembrerebbe che si stia preparando un gran temporale. O che dal Paradiso stia per calare una legione celeste …”, mormorò trasognato Marco Miani, contemplando a naso all’aria la fitta volta sopra di sé: le nuvole, grosse e scure, si stavano muovendo in modo vorticoso, sempre più basso, quasi volessero formare una scala o un corridoio. Anche il sole vespertino, calando, aveva assunto una tinta inusuale, rossissimo. “Mi domando, se siano vere le parole di quel contadino  … se sia vero che abbiamo nauseato Nostro Signore al punto da far scendere Sua Madre in questo mondo travagliato e puzzolente …” [1]

“Chi se non Lei può intercedere per noi, prima che sia troppo tardi?”, fu la mesta domanda retorica di sier Alvixe da Canal. “Tuttavia mi trovate d’accordo: il tempo di questa notte mi pare assai strano. Il cielo è coperto, eppure non un accenno di pioggia … E quelle nubi non si muovono in accordo col vento … ”

“Siete fortunati”, commentò sier Zuam Badoer, “che potrete comodamente speculare in letto su tal meraviglioso fenomeno.”

“Sguaraguaito (ronda, ndr.) anche stasera?”, s’informò sier Alvixe, conoscendo però già la risposta affermativa.

“Alla custodia di Porta Altinia hanno collocato soltanto noi due”, sospirò il patrizio mentre indicava il suo collega sier Hironimo Bragadin, alludendo al fatto che al Castello presidiasse un maggior numero di gentiluomini, potendo quest’ultimi di conseguenza alternare più spesso i turni di ronda. “Per non dire che lì si sta piuttosto stretti, tra i capitani, connestabili, bombardieri, fanti, balestrieri e archibugieri …”

“… e le vivandiere …”

Sier Zuam roteò infelice gli occhi: magari ci fossero state delle donnine allegre ad allietare le ore tra una ronda e l’altra, così perlomeno quei masnadieri dei soldati avrebbero trovato una valvola di sfogo meno brutale e sanguinosa (ossia scannare ogni prigioniero su cui mettevano le zampe addosso, infischiandosene del rango) e più onorevole, finendola una volta per tutte d’insidiare le monachelle dei conventi attigui.

“Hé, guardate il lato positivo: almeno, nessuno a Porta Altinia s’ammala di febbre! Vi dovete solo preoccupare dei nemici”, esclamò perfido Alvixe da Canal, ridacchiando dinanzi all’espressione leggermente ansiosa di sier Zuam, intanto che sia Hironimo Bragadin sia Marco Miani ingoiavano le labbra onde soffocare le risate.

“Noi siamo arrivati”, annunciò sier Hironimo una volta davanti alla Porta. “Speriamo che, almeno per un po’, le uniche cannonate che sentiremo siano le urla di sier Zuam Paulo a domino Renzo.”

“Ben se lo merita: così impara a beccarsi con lui e a disobbedirgli.”

“Domino Renzo possiede molta esperienza tuttavia coi Francesi.”

“E sier Zuam Paulo ha sconfitto sulle montagne dell’Albania Veneta i Turchi, i quali non son certo più cortesi di quest’altri senzadio.”

“Sarà. In ogni caso, buonanotte e buona ronda!”

“Anche a voi, senza la ronda.”

“S-ciavo vuostro et voggieme ben!”

“No t’indubitare.”

Sier Alvixe e Marco proseguirono in silenzio fino al Castello, affidando una volta giuntovi ai loro scudieri i rispettivi cavalli, affinché li conducessero nelle stalle. Quand’ecco che da Canal, notando come il suo compagno si stesse recando in direzione opposta degli alloggi cioè verso la caminada, gli domandò perplesso:

“Non vi ritirate?”

“Non ho sonno.”

“Ve lo farete venire”, puntualizzò severo sier Alvixe, raggiungendo rapido Marco e, afferratolo per il braccio, lo costrinse a cambiar rotta, verso la sua camera. “Non potete continuare a strapazzarvi così, v’ammalerete!”, gli ricordò intransigente, in risposta alla testarda e stizzita resistenza mossagli dal Miani.

Marco si morse l’interno della guancia, cedendo momentaneamente alle pressioni dell’altro patrizio. Si ripromise, tuttavia, di levarsi presto al mattino per la ronda. Non si trattava soltanto di una questione di zelo marziale: in cuor suo, egli sperava di poter scorgere, tra i fuggitivi che giungevano alle porte cittadine, il volto di suo fratello …

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti”, s’inginocchiò l’uomo, segnandosi, dinanzi al semplice crocifisso accanto al letto. “Non guardare le nostre colpe, o Signore, ma alla nostra fede in Te … Liberaci da ogni male, preservaci dall’inferno e spezza le nostre catene …”, gracchiava sommessamente Marco, abbandonandosi ad un pianto discreto e liberatore.

 

***

 

A furia di fingere di dormire, alla fine Hironimo s’era addormentato sul serio, piombando in un sonno nero pece senza sogni come se gli abissi delle tenebre l’avessero inghiottito, ghermendolo saldamente ed impedendogli di riaffiorare nella superficie della veglia.

Il suoi arti doloranti s’erano abbastanza adattati alle catene e all’innaturale posizione, cessando di conseguenza ogni fastidio; le sue orecchie avevano assunto una conveniente sordità ad ogni rumore circostante e perfino la sua epidermide sembrava troppo stanca, per sollevarsi dalla pelle oca a causa degli spifferi provenienti da sotto la tenda o dall’umidità della terra bagnata. Quello del giovane patrizio corrispondeva al sonno del morto, che non ristora la mente bensì affligge un corpo sfinito.

Una violenta folata di vento scosse il padiglione e un improvviso frastuono metallico, seguito da una sorpresa imprecazione, destò di soprassalto Hironimo, il quale assaporò il gusto del suo cuore in gola, soffocandosi per poco col collare quando tentò di balzare in piedi, giacché dimentico per un istante d’indossarlo. Sballottato, aveva creduto esser giunto Mercurio Bua ad interrogarlo e che quel sinistro rumore di ferro corrispondesse alla preparazione degli strumenti di tortura. Invece, la tenda divisoria non si accennava a scostarsi e, stando allo sbuffare di Nicho lo scudiero, dovette trattarsi o dell’armatura del suo capitano o del rastrello con le spade, forse caduti per terra a causa di quell’impetuoso vento.

In effetti, constatò Hironimo mentre si massaggiava stancamente il polso, le tende non cessavano per un istante d’ingrossarsi e poi afflosciarsi, manco fossero le vele di una galea sorpresa in alto mare da una terribile burrasca. Le ombre prodotte da dietro la tenda divisoria oscillavano vertiginosamente, come di sicuro anche le lucerne appese, accompagnate da un’infinità di rumori sotterranei, quali lo scricchiolio delle corde, il fruscio delle fronde piegate, l’andirivieni dei soldati di ronda, il sommesso chiacchiericcio dei bivacchi e i rantoli dei bracieri messi alla dura prova da un elemento di solito complementare, ma ora più potente.

Eppure, il giovane Miani non udiva il sordo borbottio dei tuoni appropinquarsi, né lo scalpiccio o il nitrito dei cavalli o il guaito spaventato dei cani, sempre nervosi e inquieti dinanzi agli sfoghi più violenti della natura.

E tal impressione dovette condividerla anche Mercurio Bua, che infatti espresse i suoi dubbi al maresciallo La Palice: “Pensate ancora di trasferirvi stanotte a Breda di Piave? In fede mia non ho mai visto un simile vento: pare che il Padreterno voglia soffiarci via in un colpo solo!”

“I cavalli, tuttavia, non paiono risentirne …”

“Ed è innaturale: solitamente s’innervosiscono parecchio quando sta per scoppiare un temporale.”

L’ennesimo scossone di vento allungò le ombre ballerine, finché una d’essa s’ingigantì, oscurando parte della tenda. Mercurio borbottò snervato qualche improperio inintelligibile, premurandosi di riaccendere la lucerna spentasi bruscamente.

“Se volete partire, bisognerà sbrigarsi: sono quasi le otto di notte.”

Hironimo strabuzzò gli occhi: così a lungo aveva dormito? D’accordo, aveva notato l’assenza della luce diurna, però non immaginava di ritrovarsi sveglio nel cuore della notte. Almeno aveva riposato – si consolò amaramente – ben presto gli sarebbe toccata l’ennesima faticosa marcia. L’ennesimo giorno di prigionia.

Breda di Piave, avevano detto? Quindi … quindi si stavano spostando sulla Callalta e significava che avrebbero puntato a Porta San Tomaso per l’attacco finale …

“No, forse avete ragione, capitaine. Il vento soffia troppo forte: anche se i cavalli non sembrano intimoriti, ugualmente ci rallenterebbe la marcia. Attendiamo ancora qualche ora, se non proprio la chiaria”, convenne meditabondo La Palice. “Alla fine non abbiamo fretta: i cannoni da Gradisca ancora non sono giunti, quindi non possiamo certo incominciare da domani l’assedio.”

“Quindi è confermato?”, s’inserì un’altra voce, probabilmente quella di Giulio Sanseverino. “Gradisca è sul serio caduta?”, non tratteneva l’entusiasmo nella sua voce.

Lo stomaco d’Hironimo s’attorcigliò dolorosamente alla notizia: Gradisca d’Isonzo era stata una delle loro fortezze di confine più importanti, non solo contro l’Impero ma anche contro i Turchi, pertanto fonte di continue spese di potenziamento delle mura e di stipendi per i soldati alla sua custodia. Perderla significava aprire la strada a nord-est, senza possibilità di impedire il riversamento delle truppe imperiali nella pianura friulana, fino alla Marca.

Alla fine era accaduto sul serio, insopportabile realtà: la Patria del Friuli era inesorabilmente perduta, un altro territorio conquistato da Maximilian e sottratto a Venezia, un’altra vittoria per l’ambizioso Imperatore che ora avrebbe arrogantemente sfogato la sua potenza contro la ribelle Treviso.

E se l’avesse espugnata … se l’avesse … Due anni di resistenza per cosa? Ora i nemici della Serenissima avrebbero rialzato la testa, ringalluzziti da questo successo e magari avrebbero attaccato a sud, puntando su Padova …

“Esatto”, rispose un quarto interlocutore, ad occhio e croce Teodoro Trivulzio. “Stando alla nostra staffetta, la fortezza era piagata dalla peste e la guarnigione a difesa s’è ammutinata al proprio governatore, il signor Baldassarre di Scipione. Una vittoria inaspettata, giacché Gradisca s’era fino a quel momento difesa bene e pareva imprendibile.”

“Come Treviso?”, ridacchiò sardonico uno dei comandanti, la cui voce però Hironimo non riconobbe. “Se non erro, i nostri informatori hanno sentito di una certa febbre mietere vittime in città. Chissà che la storia non si ripeta.”

“Non sottovalutate il provveditore Gian Paolo Gradenigo, signor marchese Galeazzo”, lo interruppe un serissimo Mercurio Bua. “Io ho combattuto al suo fianco e so per certo, che se anche a Treviso dovesse esserci la peste, piuttosto di cederla a noialtri egli di gran lunga preferirebbe riesumare le vecchie catapulte, per scagliarci addosso i cadaveri degli appestati!”

Il Pallavicino emise un indefinito verso ingolato, come se stesse per replicare a tal sferzante replica da parte del greco-albanese, sennonché La Palice seguitò ineffabile nell’esposizione delle ultime informazioni:

“Ho inviato un corriere al nostro comandante Achille Borromeo, istruendolo d’incominciare ad organizzare le zattere da Cividal di Belluno, acciocché le artiglierie dalla Patria del Friuli possano essere trasferite all’accampamento il prima possibile.”

“E gli zattieri bellunesi obbediranno?”, inquisì scettico Giulio Sanseverino. “Mi pare assai improbabile che costoro, di propria spontanea volontà, accettino di trasportare i cannoni utilizzati per combattere contro i loro stessi conterranei.”

“I Bellunesi non sono più sudditi della Serenissima, bensì dell’Empereur”, tagliò corto il maresciallo francese. “Così come lo saranno ben presto i Trevigiani. D’altronde, les Italiens sono fatti così: pronti a servire zelanti il vincitore; irriconoscenti verso chi li ha beneficiati e codardi, sfacciati trasformisti che pensano soltanto al proprio guadagno personale anche a scapito della collettività. A loro basta sopravvivere o - come si dice qui? - cavarsela e poco importa chi sarà il loro nuovo padrone. Basta mangiare e vivere tranquilli. Per loro libertà significa fare ciò che vogliono, gli altri possono andare a farsi impiccare.”

Hironimo, a tali sprezzanti parole, digrignò i denti e si conficcò le unghie nei palmi delle mani, ribollendo di rabbia e sperò che una simil scintilla d’indignazione colorisse le gote anche di Sanseverino e Pallavicino, presi indirettamente in causa, giacché comportatisi esattamente come descritto dal generalissimo francese, a seguito della caduta del Moro e del Ducato di Milano. Il giovane Miani poi sbuffò sardonico, ricredendosi: come voleva che reagissero quelle facce di bronzo? Possedevano più peli nello stomaco d’una scimmia, incapaci di ricordarsi l’antico significato di parole quali dignità, fedeltà e amor patrio.

Nella mente del patrizio veneziano riaffiorarono i volti della sua guarnigione trucidata; dei suoi servitori Menego, Trovaxo, Vico e Nadalin e dei capitano Paulo Doglioni, Christofal Colle e Vetor Pozzo: erano quelli gli sguardi di vigliacchi, irriconoscenti trasformisti? Di gente che si credeva libera di fare ciò che voleva? Liberamente erano rimasti a presidiare Castelnuovo pur consci di perire; avevano sacrificato la propria vita di modo che i loro conterranei potessero seguitare a vivere liberi.

Hironimo ripensò a Thomà, alla sua famiglia, ai Feltrini che pur sapendo della crudelissima rappresaglia dell’Imperatore, ugualmente avevano scelto di ribellarsi, preferendo una morte da uomini liberi che da sudditi dell’Impero.

Ripensò a Lussia e a Zanze, ai contadini del Montello, che tutto avevano perduto, tutto li era stato strappato via, perfino l’onore e ciononostante seguitavano indefessi a combattere, a reagire, senza mai sottomettersi, più eroici dei paladini carolingii. Hironimo si ricordò delle parole del suo piccoletto quando parlava di Lussia, del sacrificio d’abbandonare il suo uomo pur di dare la possibilità alla sua creatura di nascere libera.

Ripensò a suo fratello Lucha, che avrebbe potuto cedere la fortezza della Scala e invece, solo contro un esercito più possente, non aveva esitato a mettere a repentaglio la sua stessa vita, perdendo per quattro mesi la libertà e per sempre l’uso del braccio destro e malgrado ciò ancora disposto a servire vigorosamente la Signoria.

Ripensò a Marco, a Carlo, ai suoi amici Ferigo e Marco Contarini e a tutti gli altri suoi conoscenti che s’erano armati a proprie spese pur di vincere, pur di conservare libera e indipendente la Serenissima, offrendo chi la propria giovinezza chi l’esperienza di mille battaglie, così come tutti i patrizi stavano impiegando ogni risorsa accumulata dai loro avi onde pagare e rifornire adeguatamente l’esercito. Cittadini, villani, religiosi, nobili, giovani, vecchi, uomini e donne, nessuno reputava alcun sacrificio troppo oneroso se significava rimanere liberi, in piedi, a testa alta.

E se fossi libero, tornerei subito a combattere … Rimarrei a Treviso fin quando non avremo cacciato questi barbari dalle nostre terre … E non per gloria mia personale, no! Bensì per onorare chi è morto anche per me, per riconoscenza verso chi ha sofferto nel corpo e nello spirito e, soprattutto, per difendere coloro che non possono combattere.

Difendere gli innocenti contro cui i veri vigliacchi si scagliano.

Difendere chi ha soltanto Dio e la Vergine rimasti come ultimo scudo.

La mano di Dio colpisce forte, quando la guida quella dell’uomo; dunque, qualora riacquistassi la libertà, voglio essere la manifestazione in terra della Sua protezione verso i più indifesi. Fuori da questo padiglione io sono qualcuno, ho i mezzi e la forza e la volontà di farlo. Se soltanto mi fosse concessa questa possibilità, io …!

“Quanto al resto dell’esercito imperiale”, ritornò Hironimo ad ascoltare attentamente il resoconto di La Palice, “stanno puntando a Motta di Livenza e da lì ci raggiungeranno, per poi dividerci a Fiera.”

“Come?”

“Attaccheremo su due lati”, spiegò meglio Mercurio Bua, il cui tono vibrava di grande eccitazione. “Una volta superata Melma, ci divideremo presso il borgo di Fiera: da lì, la parte dell’esercito guidata da monseigneur il maresciallo attaccherà a Porta San Tomaso; quella invece dei reparti tedeschi, a Porta Altinia.”

“A sud?”

“Corretto. Ho sempre trovato assai sospetta quella massiccia presenza di burchi e di stradioti sul Terraglio. All’inizio pensavo volessero semplicemente proteggere la strada per Mestre e Venezia; invece, sono giunto alla conclusione che Porta Altinia sia la parte meno fortificata della città, in quanto da quelle bande si trova il porto e il Castello, i quali innanzitutto creano ben due potenziali aperture per accedere a Treviso; in secondo luogo, l’antica fortezza scaligera sicuramente avrà conservato parte delle sue antiche mura, è impossibile modificarle completamente in neanche due anni.”

“Ma perché non concentrarci a Porta Santi Quaranta? È più veloce da raggiungere senza essere notati”, puntualizzò il marchese Galeazzo Pallavicino. “Inoltre, abbiamo visto come il monastero lì davanti non sia stato demolito: potremmo sfruttarlo come riparo per piazzare uomini e artiglieria.”

“Giusta osservazione”, gli concesse sincero il Bua. “Il problema è che Porta Santi Quaranta giace sullo stesso versante di Porta San Tomaso. Così facendo, otterremmo tutta Treviso schierata in un unico blocco compatto sull’intera fascia. Invece, attaccando a sud, dalla parte opposta, spaccheremo in due la città e rallenteremo le comunicazioni tra di loro. Mentre i Veneziani perderanno tempo preziosissimo - affrontando in sostanza non uno bensì due eserciti - noi al contrario guadagneremo terreno, impedendo alle loro forze di congiungersi e di far fronte unico.”

“Tuttavia, dovete considerare che anche noi saremo divisi, rischiando, di conseguenza, di finire nella medesima situazione del nemico”, obiettò Teodoro Trivulzio. “E se i Tedeschi dovessero venir sconfitti? I Veneziani si riconcentrerebbero tutti su di noi e saremmo daccapo.”

“Appunto per questo, non appena gli Imperiali avranno espugnato Motta di Livenza e ci avranno raggiunti a Breda di Piave, che prepareremo questo assedio nei minimi particolari, onde coordinarci alla perfezione! Signori miei, abbiamo appena conquistato la Patria del Friuli, restringendo ulteriormente i territori della Serenissima Signoria. Francia, Impero, i nostri alleati Gonzaga ed Este, quale chance credete che abbia una città di provincia quale Treviso contro siffatta coalizione? Niente e nessuno può salvarla, neppure la sua preziosissima Madonna dei Miracoli. Guardate Motta di Livenza: lì è apparsa la Vergine e vi pare che la stia proteggendo?”

Sentendo di nuovo quel nome – Motta di Livenza – Hironimo si sovvenne d’un tratto che laggiù, l’anno addietro, v’era effettivamente stata un’apparizione della Vergine Maria, tosto seguita dal prodigio del sole color del sangue. Un meraviglioso avvenimento ch’aveva suscitato un gran scalpore a Venezia, confermando quella mai sopita speranza che, forse, la Signoria non era stata completamente abbandonata al suo destino. Già la presenza della Madonna s’era manifestata prima ancora della riconquista di Padova, promettendo alla veggente la vittoria contro la Lega di Cambrai, se si fosse fatta per quattro giorni una processione in suo onore[2] e questo dopo la scomunica e l’interdizione papale, dopo la rotta di Agnadello, dopo la costruzione da parte di Re Louis di una chiesa votiva dedicata alla Madonna delle Vittorie, lì sul luogo della battaglia.

I peccati della Serenissima e dei suoi abitanti apparivano sì in gran numero, però instancabile l’Avvocata seguitava ad intercedere, a far sentire la Sua voce e a rendere nota la Sua presenza perfino nelle ore buie del periglio.

In partenza per Castelnuovo di Quero, Hironimo s’era attardato appena qualche giorno a Treviso, ma abbastanza per assistere alla folla di pellegrini che s’appropinquava a festeggiare l’Annunciazione a fine marzo. Gente ammalata, o bisognosa, o in cerca di conforto, o piena di riconoscenza riempiva il Santuario, accalcandosi davanti alla cappella onde ammirare e pregare davanti alla miracolosa immagine della Devotissima.

Hironimo realizzò che mai una volta s’era recato a Santa Maria Maggiore, neanche per curiosità - figurarsi per fede! -  malgrado a Treviso vi avesse risieduto in più occasioni. A Madre, che lo invitava ad accompagnarla anche solo per un rosario o una breve orazione, rispondeva scocciato quanto trovasse sciocco fare la fila per inginocchiarsi davanti ad un vecchio affresco; similmente, aveva liquidato il miracolo della puttina come una coincidenza, sostenendo impietoso come i suoi sprovveduti genitori si fossero sbagliati nel crederla sul serio morta [3]. Nel suo intimo, in verità, si era roso d’un invidia nera nei confronti di quei patrizi veneziani, poiché a loro era stata restituita la figlia dopo una sola preghiera, mentre il giovane Miani da fantolino giorno e notte aveva supplicato Dio e la Madonna di resuscitare Padre e nulla era accaduto.

Sentendosi tradito e abbandonato, Li aveva ripagati tramite anni di caparbia indifferenza e ostilità, voltandoLi le spalle, anche dinanzi alle chiare e manifeste prove dell’operato della Madre di Dio, sia in tempo di pace sia in tempo di guerra.

Sì, Lei era sempre lì, presente, a vegliare, ad ascoltare. E ora che Hironimo si stava avvicinando a Treviso, la città che L’aveva scelta a sua unica signora proprietaria [4], là dove risiedeva la Sua gloriosa immagine, ecco, forse, meditava speranzoso, forse la Sua presenza sarebbe stata più forte, forse stavolta Lei l’avrebbe ascoltato.

La mia promessa non cambia – chiuse il giovane gli occhi, stringendo forte le catene al petto – visiterò il Tuo santuario che da anni ho sdegnato; ci verrò scalzo e in camicia; farò dire Messe; userò la mia ritrovata libertà per il bene della mia gente e non per soddisfare la mia vanità …

E mentre ripeteva pieno di rocciosa convinzione questo suo sacro giuramento, il vento più non fischiava attraverso gli spifferi del padiglione, né il brusio dell’accampamento animava la notte dei suoi schiamazzi. Perfino la fitta discussione tra i comandanti franco-imperiali s’era affievolita, fino a zittirsi completamente. Una quiete solenne l’avvolse, come se gli elementi della natura non osassero disturbare la sua preghiera. Un silenzio paradisiaco, soave e ristoratore lo cullava e dopo tanti anni, Hironimo si sentì veramente contento, godendo la sua anima di una letizia mai conosciuta prima d’allora, una letizia che gli infondeva un coraggio e una forza al limite del preternaturale. Credeva, no, sapeva di poter superare qualsiasi ostacolo; avvertiva come un enorme macigno sollevatosi dal petto e finalmente riusciva a respirare, ma non con la bocca, bensì col cuore.

La paura era svanita: qualsiasi cosa gli fosse capitata, mai più si sarebbe lasciato catturare dagli spettri del dubbio e dello sconforto. Le sue catene gli divenivano sempre più leggere, impercettibili quasi …

Improvvisamente una fulgida luce accecò i suoi occhi a malapena socchiusi, portando il giovane Miani a coprirseli rapido, mentre balzava seduto e si rannicchiava nell’angolo, sopraffatto da tale violento biancore e chiedendosi se non fosse giunta l’ora della sua morte, giacché aveva udito di come i moribondi, prima di render l’anima, contemplassero una gran luce.

Ma no, di tutto si sentiva tranne che prossimo alla morte, per quanto i suoi cappelli si drizzassero dietro la nuca e il suo cuore martellasse violentemente. Circospetto, Hironimo osò sbirciare tra le sue dita, notando come la luce fosse scomparsa tanto velocemente quanto apparsagli. Che l’avesse sognata?

Oppure … oppure …

Hironimo, cercando di comprendere la natura di quel bizzarro fenomeno, prese a guardarsi spaesato attorno, studiando attento il famigliare ambiente: la tenda divisoria, il giaciglio di paglia, la ciotola, il palo con l’anello dove era stato legato e sulla sua destra … Oh?

Oh …

Davanti a sé, ritta in piedi, una giovane donna lo osservava, stringendo tra lunghe dita un pasciuto mazzo di chiavi, le stesse sventolategli beffardamente sotto il naso da Mercurio Bua.

Il labbro inferiore del veneziano prese a tremare dall’angoscia di quel ricordo, ingobbendosi egli e avvicinando quanto più possibile le ginocchia al petto, vergognandosi a morte d’apparire così brutto, sporco e in mutande, come se con la sua indecorosa presenza stesse offendendo la misteriosa visitatrice. La quale, oltre a possedere una bellezza che Hironimo in un nessun volto mortale aveva mai contemplato (e che, giudicò, nessuna donna del passato, del presente e del futuro avrebbe mai potuto eguagliare) indossava un lungo, ampio e pesante mantello bianco come se non più della neve, sfavillante, adorno di una fibbia dorata al collo e il cui cappuccio conteneva a stento dei morbidi e vaporosi capelli sciolti. Da sotto il mantello s’intravedeva una semplice camorra color verde-acqua, del medesimo color del Sile. Attorno alla giovane donna vorticava un’aura di leggiadra autorevolezza, da stimarla una gran dama, macché, una regina, ma neanche, un’imperatrice!

E ciononostante, quei suoi occhi grandi e benigni risplendevano d’immensa umiltà e carità, virtù troppo aliene a coloro ai vertici della gerarchia sociale. Quelle iridi vivacissime lo guardavano tanto amorevoli quanto una carezza, come se l’avessero conosciuto da una vita. E tale gioia la dimostrava anche quel soave sorriso, la stessa di chi aveva incontrato un carissimo amico da cui era stato crudelmente separato e che non vedeva più da lungo tempo. Eccoci dunque – parevano dire – tu ed io, uno di fronte all’altro, liberi di poterci parlare senza maschere, senza formalità. Ho tanto atteso quest’istante, d’averti qui meco, sin dal tuo primo vagito, poiché io ti osservavo e ti chiamavo per nome ancora nel grembo di tua madre.

Il Miani abbassò timido gli occhi e fece per chinare il capo in deferenza, sentendosi piccolo e indegno dinanzi alla bellissima sconosciuta; ma ecco che le dita di lei gli accarezzarono consolatrici la guancia (lui però giurò di percepire quel tocco fin nel profondo del suo cuore) per scivolare poi delicatissime sotto il suo mento, invitandolo paziente a guardarla.

Vi amo! Vi amo! Ed Hironimo si chiese perché la sua mente stesse elaborando queste illogiche parole e perché stesse piangendo peggio d’un infante e perché, senza apparente motivo, aveva afferrato adorante la mano della giovane donna, ricoprendone il palmo e il dorso di baci. Singhiozzava, rideva, stava per scoppiare di felicità, sebbene seguitasse ad ignorare l’identità di quella misteriosa dama, che tuttavia possedeva l’inspiegabile dono di sconvolgergli l’anima.

“Tolli queste chiave”, disse ella infine, porgendogli il mazzo di chiavi, la sua voce più avvolgente del primo bacio del sole ad aprile. Hironimo si mise di riflesso bene in ginocchio, sull’attenti, bevendo ogni sua parola. “Apri li cepi et fuge via.”

Non stava sognando. La mano morbidissima e profumata di rose della giovane donna; il fruscio del suo candido mantello; il peso delle chiavi tra le sue mani e il loro ferroso tintinnare, non potevano appartenere né al mondo onirico né ad un’allucinazione. Non dubito della fisicità di tale visione, neanche quando la sua soccorritrice scomparve nel momento in cui Hironimo distoglieva per la prima volta lo sguardo, onde studiare incredulo le chiavi cedutegli.

Dov’è andata? Perché non mi ha aspettato?

Non stava sognando e non si trattava dell’ennesimo giochetto di Mercurio Bua, anzi, il sospetto che il condottiero gli avesse teso una trappola non lo sfiorò minimamente. Il veneziano non possedeva alcune argomentazioni a riguardo, lo sapeva e basta. Si fidava della sua benefattrice, ciecamente.

Devo sbrigarmi, forse mi aspetta fuori dal padiglione. Non voglio che corra alcun pericolo per causa mia.

Sicché, deglutendo e infondendosi coraggio, Hironimo infilò una delle chiavi nel lucchetto che serrava il primo giro di catene e che lo costringeva piegato a metà.

Prendi queste chiavi. Apri i ceppi e fuggi via.

Un ordine semplice, diretto, senza ambiguità e facile da eseguire (Deo volente). Le energie avevano ripreso a scorrergli vivaci nelle vene, la malattia, la denutrizione e i maltrattamenti un lontano ricordo. Era da Castelnuovo di Quero che il giovane Miani non si sentiva così in forze.

Prendi queste chiavi. Apri i ceppi e fuggi via.

 

All’improvviso la serratura scattò e l’anello del lucchetto s’alzò, sfilandosi subito quelli delle catene, che caddero molli ai suoi piedi.  

Prendi queste chiavi. Apri i ceppi e fuggi via.

Hironimo obbedì, da bravo cavaliere.

 

***

 

 

Come tutti coloro appena morti da qualche ora, il viso di Andrea Pera riluceva marmoreo e perfetto alla luce arancione delle candele, infondendogli una preternaturale vitalità. I suoi medesimi stradioti l’avevano ripulito dal sangue, dalla polvere e dal fango e rivestito di una semplice tunica, utilizzando il suo gonfalone a mo’ di sudario e lasciandogli il capo scoperto. Una volta sistemata la bara sul semplice catafalco al centro della chiesetta dell’Ospedale di Santa Maria dei Battuti, Teodoro Madalo aveva insistito per calzarlo dei suoi stivali, secondo l’uso verso coloro deceduti o di parto o di morte violenta. In questo modo, si credeva, il capitano Pera avrebbe completato la sua vita terrena nell’Aldilà e non sarebbero rimasto sospeso, perseguitando i vivi così da sfogare su di essi la propria frustrazione.

A giudicare dalla faccia devastata della sua compagnia, rimasta ora orfana di comandante, Helena Spandolina Miani giudicò che la prospettiva di ritrovarsi accanto lo spirito del kyr Andrea non avrebbe spaventato affatto quegli stradioti, semmai avrebbero accolto il morto a braccia aperte e invitato a bivaccare assieme. In particolare Teodoro Madalo, con la casacca ancora sporca del sangue del capitano, fissava al limite del trasognato i lineamenti gelidi di Andrea Pera, quasi alla ricerca del benché minimo movimento su quel bozzolo di carne. Giorgio gli sussurrava frasi d’incoraggiamento, ricordandogli che più di così non aveva umanamente potuto fare: anche se avesse posseduto i cavalli del dio Febo, non sarebbe mai giunto a Treviso in tempo per salvarlo. Mercurio Bua l’aveva ferito troppo a fondo.

“E ti prego, non prendertela con nostro fratello: non è colpa sua, bensì del suo capitano”, non gli era infatti sfuggito lo sguardo fosco di Teodoro, mitigato appena dalla dolce sorpresa di stringere nuovamente il minore tra le braccia, vivo e vegeto anche se con una spalla dislocata.

“Ma respirava ancora … io … lui … lui mi parlava e … e … Forse, se l’avessi afferrato in tempo, se gli avessi impedito di porsi in prima fila  … ”

Ma sapeva ch’era inutile attaccarsi alle chimere della possibilità: l’uomo, già parecchio indebolito, era spirato stringendo la mano di Helena, ritornata al suo capezzale quando lo aveva sentito rantolare ed invocare disperato un prete. Purtroppo, non essendoci ortodossi nelle vicinanze, la gentildonna greca aveva richiesto ad un monaco infermiere un’immagine sacra e poi, ponendola di fronte al moribondo, dopo averla baciata i due s’erano messi a pregare incessantemente Dio e la Vergine Maria. E mentre la giovane Spandolina recitava energicamente O Panagia Despoina, me to Monogeni sou, ela tziai si voitha mas, tziai dws’ mas tin eftzin sou [5], ecco che Andrea Pera, in un ultimo guizzo d’energia, l’aveva ringraziata tramite un tremulo sorriso insanguinato. “Nelle … nelle tue mani …”, aveva ansimato in grandissimo affanno, per poi chetarsi bruscamente. La sua presa perse vigore, facendosi lasca, fino a scivolare dalle dita di lei per non muoversi mai più. 

Nella chiesetta dell’ospedale , gli occhi incollati sulla bara scoperta, Helena notò che qualcuno doveva aver messo accanto al catafalco un piatto di koliva [6] e una piccola croce di legno tra le dita intrecciate del morto. Se il prete cattolico, che stava officiando la messa da requiem, disapprovava tal pratica, di certo stava dissimulando alla perfezione il suo dispiacere. Sospirando profondamente, la patrizia avanzò verso il defunto Andrea Pera, onde salutarlo e baciare la croce tra le sue mani. “Addio, kyr Andreas”, mormorò e, uno alla volta, anche il resto degli stradioti la imitò.

“Buon viaggio, capitano”, si congedarono uno ad uno, rimpiangendo di non poter rimanere lì tutta la notte a vegliare sul defunto, in quanto la guerra li obbligava a rientrare nei loro alloggi e riposare. Già il Provveditore e il Podestà erano stati così gentili d’accordare loro di restare fino ad un’ora così tarda; giudicavano quindi irriconoscente approfittare di tanta cortese comprensione. Nondimeno, gli stradioti si ripromisero di ritornare alla chiesetta alle prime luci mattutine per accompagnare Andrea Pera alla sua ultima dimora terrena.

La giovane greca reclinò il capo, acciocché lo zendale coprisse il suo sorriso amaro: ora, fratello, viaggerai in una patria laddove nessun conquistatore potrà mai scacciarti.

“Si è fatto tardi, madona Helena”, le s’avvicinò Fra’ Anselmo, provocandole un piccolo sussulto colpevole. “Dovreste rincasare e riposarvi. L’esperienza d’oggi vi deve aver notevolmente provata: siete molto pallida, mi preoccupate.”

La nobildonna si voltò verso il monaco, arcuando il sopracciglio. “Come posso aiutare i feriti durante l’assedio, se mi stanco per uno solo? Inoltre, ormai è notte fonda e non ho nessuno che m’accompagni né che mi aspetti a casa”, troncò brusca il discorso, rientrando all’ospedale mentre si nettava via le lacrime che le offuscavano la vista. Si segnò sovrappensiero, a guisa ortodossa, particolare che non sfuggì al benedettino, che rimarcò appunto:

“Ma egli era un vostro conterraneo, nonché fratello in Cristo e ciò vi ha doppiamente sconvolta, turbandovi e allontanandovi dai giusti precetti” e dinanzi all’espressione interdetta della giovane, Fra’ Anselmo proseguì, senza però alcuna nota di biasimo: “Voi orate con la bocca da cattolica, ma seguitate a rimanere ortodossa nel cuore. Piangevate mentre pregavate col signor Andrea, perché vi ha ricordato chi siete e cosa avete dovuto abbandonare.”

“Siamo tutti servi del medesimo Padrone, non vedo perché dobbiate sorprendervi che io da cristiana abbia dato conforto ad un altro cristiano”, replicò aspra lei, sulla difensiva, allontanandosi via in fretta.

Sì, vero, per sposare Marco s’era necessariamente convertita al cattolicesimo, tuttavia non aveva abiurato quella che i Greci consideravano la “Vera Fede”, rispetto alla sua versione imperfetta ch’era quella latina. Per non sentirsi né traditrice dell’una né bugiarda nell’altra, Helena aveva mischiato le due ed era giunta alla conclusione che, in fin dei conti, erano davvero come i due servi litigiosi e miopi della lettera di San Paolo ai Romani.

La patrizia si morse la lingua, conscia di aver incautamente sparlato, proferendo riflessioni sue personali e assai pericolose se udite da orecchie intransigenti o ignoranti.

Asciugandosi le ultime lacrime, Helena ritornò alla sua postazione nella speranza di divenire invisibile e di sfuggire da ogni sguardo accusatore. Controllò che le bende e gli unguenti fossero al loro posto, in ordine e pronti per l’uso; i letti preparati e le cortine di lino pulite, gli ancora pochi pazienti nutriti e confortati, cercando nel lavoro consiglio e forza morale. La giovane greca aveva dormito malissimo la notte precedente e soltanto aiutando madona Maria Malipiero Gradenigo e i monaci infermieri, ella sentiva di trovare la distrazione necessaria per dimenticare che oramai l’assedio era un fatto certo e inevitabile e che pertanto suo marito Marco non avrebbe più potuto assentarsi dal Castello, come invece aveva potuto fare prima, rientrando a turno finito.

Neppure il tempo di congedarsi le era stato concesso, essendo giunto uno dei provvisionati del suo consorte a ritirare rapidamente le sue cose. La perdonança, patrona – fu l’unica spiegazione che la nobildonna aveva ricevuto – ma da stanotte il vostro sior marido alloggerà del quartiere del Castello, assieme a tutti gli altri gentiluomini e soldati. Ordini del magnifico sier Provveditore.

Helena s’era ripromessa di non piangere nel suo letto vuoto; ciononostante la tentazione l’aveva sopraffatta e qualche lacrima l’aveva spenta, più che altro perché, senza il marito lì accanto, lo spettro funesto della guerra e dei suoi orrori le appariva adesso più concreto, minaccioso e soffocante. Forse per quest’ansia ultimamente soffriva di crampi allo stomaco e di lievi capogiri. Quella mattina aveva avuto perfino un po’ di nausea.

Anche madona Felicita aveva sofferto una semi-separazione dal suo Donado, il quale instancabile era corso di qua e di là ad aiutare lo sgombero dei mulini e a controllare che nessuno s’avvicinasse ai magazzini, dove si depositavano le farine. Contrariamente ad Helena, però, la giovane trevigiana poteva contare sulla presenza del suocero, della madre, della fantesca, del suo Jacopino nonché del pargolo in ventre per tenersi focalizzata sul presente e non rimuginare sul passato e sul futuro. La greca rimaneva al contrario sola coi suoi pensieri e, per non impazzire, aveva deciso che tra sofferenze peggiori poteva esorcizzare la sua. S’era consolata poi ripensando a sua sorella Chiara, privata prima del suo consorte sier Nicolò Trivixan a qualche mese dalle nozze, per poi riaverlo indietro divorato dalla febbre.

Ma la morte di Andrea Pera le aveva sbattuto in faccia la durissima realtà, abbattendo le sue fragili difese; lui era soltanto il primo, chissà quanti ne sarebbero seguiti. Dio e la Vergine non volessero che anche suo marito passasse per quel tavolo chirurgico, agonizzante e mutilato …

“Nessuno è migliore del proprio Maestro né il servo è più importante del proprio Padrone, è vero”, raccolse Fra’ Anselmo un telo che le era inavvertitamente caduto. Helena strabuzzò gli occhi, impaurita, accelerando il passo d’istinto sicché il benedettino dovette a momenti rincorrerla. “E appunto per questo, per servire al meglio, che dobbiamo riposare. Per favore, rincasate: domani ogni cosa vi apparirà migliore. Il signor Andrea è con Dio, ma noi siamo ancora in questa valle di lacrime e dobbiamo farci forza e vivere anche per loro.”

La patrizia abbassò il capo, un poco vergognosa. “Mi dispiace d’avervi aggredito così.”

Grattandosi la fronte, il monaco ridacchiò a sua volta a disagio: si era, in effetti, lasciato trasportare dall’ognora insidioso peccato di superbia, considerandosi all’apice della saggezza e della conoscenza. Proprio lui era andato a fare un velato predicozzo alla giovane su cosa fosse o non fosse da degni cristiani, quando lui aveva mentito e disobbedito al suo Priore, drogato i suoi assistenti e pazienti e progettato una fuga? I lunghi anni all’Abbazia di Sant’Eustachio lo avevano insuperbito, dimenticando egli di essere un piccolo tassello del grande e variegato mosaico del mondo e Dio, mettendolo costantemente alla prova nelle ultime settimane, glielo aveva pazientemente ricordato.

“Figliola mia, non angustiatevi per me: vostro cognato sier Hironimo m’ha assai ben fortificato, quando si trattava di cantarmele. E se non nutro rancori verso di lui - ch’era lucido e cosciente delle sue parole -  debbo averne nei vostri confronti, che siete chiaramente affranta?”

“Hieronymos possiede un buon cuore”, obiettò la greca, accennando col capo a quel contadino ammalato, che le aveva raccontato di come Hironimo non soltanto lo avesse salvato da morte certa, ponendosi tra lui e il lanzichenecco, ma anche come gli avesse donato la sua coperta e lo avesse aiutato a proseguire nella marcia forzata. Mi ha dato la forza di reagire, di poter scappare! , aveva aggiunto, mostrando quel panno a mo’ di prova, manco corrispondesse ad una reliquia. 

“Sì lo so, per questo l’ho perdonato!”, scherzò debolmente Fra’ Anselmo. Le campane avevano preso a suonare mezzora dopo le sette e il frate si rassegnò a far da scorta all’ostinata gentildonna, non tanto perché temesse birbonate da parte dei pazienti, bensì per controllare che lei non collassasse a causa o della stanchezza o di un malore. 

“Bene, giovanotto!”, si rivolse il benedettino a Giorgio Madalo, indicandogli il muro. “Levati la camicia e appoggiati lì con la schiena …”, lo istruì e una volta avutolo tra le mani, Fra’ Anselmo in un’unica mossa secca e decisa gli rimise la spalla al suo posto, strappando allo stradiota un acuto, brevissimo e intenso urlo che svegliò chiunque si fosse addormentato in quella stanza, dai pazienti agli altri infermieri.

“Ti duole molto?”, domandò timidamente Zilio al fratello, sistematosi borbottante sul lettuccio accanto al suo. Teodoro aveva fatto ritorno ai suoi alloggi in contrada San Martino, mentre a Giorgio era stato consigliato, almeno per il resto di quella notte, di rimanere in ospedale, specie dopo aver ingollato una bevanda agli oppiacei onde attutire il dolore alla spalla. Libero inoltre dell’ingombrante presenza del monaco benedettino e spostatasi madona Helena in un’altra ala dell’ospedale (non sia mai che, scoperta la sua identità, lei andasse a riferire al marito e allora sì, che Zilio sarebbe arrivato baccalà dal boia), lo stradiota s’era infine risolto d’affrontare il maggiore, il quale s’era spesso dimostrato più aperto al dialogo rispetto a Teodoro.

“No, guarda … sto godendo come un riccio …”, biascicò Giorgio sia per l’intruglio sia per la naturale stanchezza, massaggiandosi di riflesso l’arto offeso. “E ora serra quella fogna, ché voglio dormire”, si girò sul fianco sano, sbadigliando sonoramente.

Zilio deglutì a disagio, tuttavia insistendo: “Come te la sei procurata?”

Suo fratello aprì un occhio, per poi sospirare pesantemente. Grugnendo infastidito, si portò supino e volse il capo in direzione del minore, rendendosi conto come in effetti egli ancora non sapesse ogni dettaglio di quanto accaduto il giorno prima. “Il tuo capitano”, esordì atono, “aveva disarmato il capitano Theodoros Ralli … e lo stava per strangolare col braccio ... Così gli sono saltato addosso e … e siamo caduti tutti e tre da cavallo …”,  sbadigliò di nuovo, le palpebre pesanti. Quand’ecco, che Giorgio indicò lo zigomo gonfio e spellato e già tendente al blu e giallo. “Ah, dimenticavo … anche questo è cortesia del tuo comandante …”, e rise, manco si fosse trattato di una zuffa tra amici, invece di uno scontro all’ultimo sangue.

“Non ti avrebbe mai ucciso”, gli confessò sincero Zilio, appoggiando una mano sull’addome e fissando infelice il soffitto, dilaniato da quei due fortissimi affetti, verso il suo capitano e l’unica famiglia rimastagli.

“Bah, gli dai troppo credito”.

“Credimi, ti avrebbe solo fatto prigioniero.”

“Grato di avergli rotto le uova nel paniere, allora”, commentò soddisfatto Giorgio, grattandosi la barba sul mento.

“Smettila, non sto scherzando!”, protestò Zilio.

“Manco io”, ribatté secco suo fratello. “Ho promesso alla mia donna e ai nostri pulcini di ritornare vivo e ho ogni intenzione di farlo. Quando finirà questa guerra, accenderò un cero grosso così a questa Madonna di Treviso, dopodiché invierò alla Signoria una petizione per qualche campo da coltivare e vivremo felici. Tutto questo”, e indicò vagamente l’ospedale con un rapido svolazzo della mano, “rimarrà soltanto un brutto ricordo e nulla più.”

Zilio annuì pensoso, realizzando d’un tratto come avesse trascorso gli ultimi sedici anni a combattere su questo o quel fronte, senza tuttavia preoccuparsi di costruire una propria vita al di fuori del campo di battaglia. Era diverso per Giorgio, che s’era sposato giovanissimo e che a Venezia lo attendevano la moglie e una nidiata di figli: la guerra per lui corrispondeva ad una mera parentesi, mica lo scopo principale della sua esistenza. Per questo Zilio e Teodoro s’intendevano meglio (quando non litigavano): nel bene e nel male, avevano in fin dei conti intrapreso le medesime strade.

“Tzé, contadino di nome e di fatto!”, lo sfotté giocosamente Zilio in un arguto calembour. [7]

“Taci e dormi, o ti do un pugno in testa che ti svegli l’anno prossimo”, borbottò Giorgio, fingendosi offeso. D’un tratto assunse però un’espressione grave. “Torna a casa da noi, Zilio. Ti prego”, lo scongiurò apprensivo. “Non devi nulla all’Imperatore, né al Re di Francia. Loro non c’erano quando i Turchi hanno conquistato le nostre città, rendendoci esuli e raminghi. Non ci hanno accolto, non ci hanno aiutato. Solo la Signoria ed è per riconoscenza verso di essa, ch’io combatto.”

“Siamo stradioti, mercenari. Non è nostro uso servire il miglior offerente?”

“Tu e Theodoros, forse. Io no”, sentenziò altero Giorgio, sistemandosi meglio il cuscino sotto il capo e chiudendo caparbiamente gli occhi, segno che la conversazione sul serio terminava lì, senza possibilità d’appello.

Zilio, al contrario, pareva di tutt’altro avviso e non demorse. Sforzandosi onde porsi seduto, provò ad attirare l’attenzione del maggiore, sennonché la porta dello stanzone s’aprì piuttosto rumorosamente, annunciando il concitato arrivo di due soldati. Madalo percepì del sudore freddo colargli lungo la schiena: che fossero venuti per condurlo alle prigioni e lì interrogarlo? Anche suo fratello s’era posto sull’attenti, rigido e immobile, temendo la cattiva notizia.

Invece, i due uomini li ignorarono completamente, passando oltre i loro letti. Sbuffavano ed imprecavano, o meglio, il milite dietro al primo non cessava di lagnarsi con quello che apriva la fila, asserendo come lo avesse inguaiato. Allungando il collo, i fratelli scoprirono che stavano trasportando qualcosa – o qualcuno? – usando un mantello a mo’ di lettiga improvvisata.

“Che accade?”, ruppe Giorgio ogni indugio, preferendo conoscere le cose direttamente dall’altrui bocca, al posto di dedurle.

Adagiato su di un letto vuoto il pesante fardello, uno dei due soldati gli andò incontro, mentre il secondo correva alla ricerca di un monaco infermiere. “Che accade?”, ripeté snervato quegli, stringendo la bocca in una linea dura. “Accade che se lo sanno, ci impiccano!”

“Ma chi?”, insistette lo stradiota, al limite dello sconcerto.

“Era il mio turno di ronda a Porta San Tomaso, d’accordo?”, ringhiò la sentinella, cambiando peso nervosamente da una gamba all’altra. “Era passata … che so … al massimo mezzora dopo le otto e me ne stavo lì tranquillo, quando …” e aspirò violentemente l’aria, indicando il compagno che ritornava con appresso Fra’ Mauro, uno dei canonici regolari di Santa Maria Maggiore trasferitosi all’ospedale assieme ai suoi confratelli. “Quando vedo ‘sto sempio che si dirige alla portella. Io ovviamente lo fermo e gli chiedo: Zò, Marchiò, razza de bauco, cossa fastu? E st’altro: Mi vago a verzer ea portela. Al che gli ricordo gli ordini del sior Provedador: non si apre a nessuno di notte, specie a ‘sta ora, senza speciale autorizzazione.  Ma la patrona a me g’ha dito de verzer ea portela!, insiste e tanto ha detto e tanto ha fatto, che l’ho dovuto seguire fin giù alla portella. E una volta apertala …”, si passò una mano sulla bocca, cangiando la sua espressione da indignata a confusa, quasi intimorita. “Abbiamo trovato ‘sto desgrasià, mezzo morto, lì per terra … Io … io allora gli domando: Ma ‘sta siora patrona, chi xéla? Indove tea g’ha vista?

“Co’elo!”, s’intromise Marchiò, indicando spazientito il fagotto sul letto. “Gelmo, te l’ho ripetuto mille volte: ho visto in due avvicinarsi alla Porta! E uno di questi era una donna, che m’ha ordinato d’aprire la portella!”

Giorgio, Zilio e Fra’ Mauro si guardarono l’uno l’altro sconvolti, neanche stessero assistendo alle farneticazioni di un pazzo. E medesimo parere lo condivideva Gelmo, il quale esplose frustrato: “E tu spiegami com’accidenti sei riuscito a sentire una donna dalla caminada! Dall’alto! Ancora-ancora se si fosse messa a gridare, ma allora l’avrebbe sentita l’intera nostra guarnigione! E invece l’hai sentita solo tu! Ti rendi conto, testa- da-bigoli, che abbiamo disobbedito al sior Provedador? Io non voglio, per colpa tua e delle tue idiozie, andare a fare compagnia al caporale di Mathio da Zara!”

“Te lo giuro sulla tomba di mia madre, che non ti sto mentendo! L’ho udita come sto ascoltando te in questo momento!”, divenne Marchiò rosso in volto, stringendo il pugno. “E se lo spieghiamo al sior Provedador, sono sicuro che capirà e …”

“… e forse sarebbe meglio, se voi due tornaste a Porta San Tomaso?”, tentò Fra’ Mauro di calmare gli animi, interponendosi tra i due litiganti, anche per evitare che svegliassero e coinvolgessero il resto dei pazienti, creando più confusione del necessario. “Il connestabile sa che siete qui?”

Gelmo confermò: “Sier Ludovico Querini ci ha dato il permesso di venire: ha pensato probabilmente trattarsi di un nostro commilitone svenuto per via di questa febbre …”, glissò abile sui dettagli. Resosi infatti conto del pasticcio combinato, lui e il suo complice avevano prontamente coperto quel poveretto con un mantello, in modo da nasconderlo dalle occhiate curiose ed evitare di rispondere a domande compromettenti. La semioscurità della porta d’ingresso aveva poi provveduto al resto.

“Perfetto!”, batté le mani il canonico regolare, un poco rincuorato. “Adesso però filate via, prima che s’insospettisca. A lui baderò io”, li esortò bonariamente, accompagnando Marchiò e Gelmo fino alla porta. Dopodiché ritornò al letto di colui ch’aveva inconsapevolmente creato tutto quello scompiglio. “Vediamo un po’ …”, mormorò tra sé e sé Fra’ Mauro, scostando delicatamente il mantello. Subito un pungente odore di rose gli invase le nari, stordendolo lievemente e costringendolo a strabuzzare gli occhi, incapace di conciliare quanto vedeva e quanto annusava.

“Che storia bislacca!”, confidava nel frattanto Zilio a suo fratello, il quale si ritrovava d’accordissimo. “Forse si salveranno dalla forca, ma non di certo da una solenne lavata di capo!”

“Fra’ Mauro, chi è?”

Il frate sobbalzò impercettibilmente dalla sorpresa, voltandosi poi verso i due fratelli Madalo. “E’ un giovane uomo … bruno … poareto, è ridotto davvero male …”, sospirò mestamente, scorrendo le dita sui piedi ricoperti di piaghe sanguinanti e risalendo lungo le caviglie spellate, le gambe piene di graffi, di croste, di punture d’insetto, nonché d’aloni di fango secco e fresco.

Fra’ Mauro tastò l’addome incavato e giallognolo, le costole sporgenti, storcendo la bocca dinanzi ai lividi sparsi, alla tenera cicatrice di una ferita recente, fino a giungere al volto lasco del paziente, pallidissimo, sudato, dalla barba incolta, ricoperto anch’esso d’escoriazioni ed ecchimosi. Colto da una grande pena nei suoi confronti, il canonico regolare gli accarezzò teneramente il capo, infischiandosene dei capelli aggrovigliati e sporchi. Ad averlo commosso, infatti, non erano state solo le condizioni fisiche di quel poveretto, bensì quegli orridi strumenti a prova di quanto doveva aver sofferto.

“Penso sia un prigioniero … di sicuro scappato, ma … ma da dove?”, cogitò ad alta voce, sollevando perplesso le catene ch’avvolgevano quel corpo sfinito e martoriato, sciolte abbastanza da permettergli maggiore libertà di movimento, ma in ogni caso pesanti ed ingombranti. “Da qualche posto vicino, perché con questi ceppi … con questa palla ... non può aver camminato a lungo né giungere da lontano …”

“Volete che vada a informare il Provveditore?”, s’offrì volontario Giorgio, alzandosi dal letto. Dalla finestra s’udiva intanto il coro delle campane annunciare le dieci del mattino (4 di mattina, ndr.)

“Che differenza vuoi che faccia? Fra due ore si sveglierà e lo verrà a sapere comunque”, scosse il capo Fra’ Mauro, arrotolandosi le maniche del saio. “Piuttosto, vieni qui ad aiutarmi a distrigare questa matassa di catene. Il ragazzo ha più bisogno delle nostre cure, che il sior Provedador d’apprendere del suo arrivo.”

Indossando la casacca e il sonno ormai volato per lidi oscuri, Giorgio ben volentieri accettò l’incarico del monaco infermiere. “O Panagia Despoina!”, fischiò impressionato, spalancando gli occhi. “Mai visto uno incatenato così, che diavolo stava pensando il suo carceriere?! E poi cos’è quest’odore di rose?”

“Mi vuoi aiutare o preferisci filosofeggiare sul senso del mondo?”

Lo stradiota si chetò all’istante alla stregua d’un fanciullino rimproverato dal proprio magister, comprendendo infine perché il canonico regolare e Fra’ Anselmo avessero stretto una pronta amicizia.

Con delicata discrezione, i due uomini sfilarono via uno ad uno gli strumenti di prigionia dal corpo del fuggitivo, appoggiandoli pianissimo per terra onde non destarlo. E sempre usando la massima accortezza, Fra’ Mauro lo coprì di una calda coperta di lana fino sotto il mento. Nel sonno il ragazzo si rannicchiò in posizione fetale sul fianco, cacciando fuori un grosso sospiro. “Lasciamolo dormire tranquillo”, sussurrò compiaciuto il frate, ponendo una mano sulla spalla di Giorgio a mo’ di ringraziamento. “Più tardi avremo tempo e modo d’apprendere la sua storia.”

Madalo reclinò il capo, seguitando a studiare incuriosito i lineamenti del giovane, i quali gli apparivano vagamente familiari: era certo infatti d’averli già scorti da qualche parte, peccato che al momento gli sfuggisse il raffronto esatto …

“Oggi è domenica, Fra’ Mauro”, si sovvenne all’improvviso Giorgio e all’occhiata interdetta del religioso, si spiegò meglio: “Riacquistare la libertà, dopo la prigionia, è come risorgere. Si torna a vivere. Me l’ha confessato mio fratello Teodoro, quand’è scappato dal campo nemico …” e ridacchiò impacciato, grattandosi il collo. “Di conseguenza stavo pensando; di domenica c’è stata la Resurrezione, no?  Allora dev’esser così, nascere una seconda volta … Bah! Non fateci caso! Pensieri miei”, si ricompose lo stradiota dalle sue cogitazioni a voce alta, tossicchiando imbarazzato. Farfugliò in fretta una scusa per congedarsi, ritornandosene assai porporino al proprio giaciglio ed ignorando perfino le domande rivoltegli dal fratello Zilio.

Fra’ Mauro lo seguì con lo sguardo, gli angoli della bocca piegati all’insù in un sorriso indulgente. Non avendo null’altro da fare, si portò uno sgabello al capezzale del suo giovane paziente ed estrasse il rosario, così da spendere in preghiera quelle poche ore rimastegli prima dell’alba.

Eppure, la mente del frate non riusciva ad astrarsi, seguitando egli a fissare la figuretta sotto le coperte e a chiedersi chi fosse costui, da dove fuggisse nonché chi lo avesse aiutato, accompagnandolo fino a Porta San Tomaso e addirittura persuadendo una sentinella a farsi aprire nel cuore della notte. Dove si trovava, ora, questa misteriosa compagna di viaggio? Nessuna delle guardie aveva più accennato alla sua presenza, dopo l’apertura della portella.

E soprattutto, il canonico regolare non capiva perché mai questo ragazzo olezzasse più d’un giardino di rose a maggio, quando neppure gli accattoni si presentavano tanto lerci quanto lui.

“Invero oggi è domenica”, asserì piano Fra’ Mauro, riponendo il rosario alla cintola non appena i primi timidi raggi mattutini s’infiltrarono in punta dei piedi dalle finestre, punzecchiando dispettosi le ciglia degli ostinati dormienti. Colto da un subitaneo impulso, il religioso accettò quella carezza di luce sul volto e, congiunte le mani, recitò un passo del Salmo 29, ritenendolo il più adeguato a quella straordinaria situazione: “Signore, a te ho gridato e mi hai guarito. Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi,  mi hai dato vita perché  non scendessi nella tomba. Alla sera sopraggiunge il pianto e al mattino, ecco la gioia. Ascolta, Signore, abbi misericordia, Signore, vieni in mio aiuto. Hai mutato il mio lamento in danza, Signore, mio Dio, ti loderò per sempre.

Terminata la sua orazione, il canonico regolare incominciò ad elencare mentalmente le mansioni della giornata, in primis la colazione da distribuire. Una morbida quiete indugiava nello stanzone, mentre il sonno ancora avvolgeva ciascuno degli astanti, pellegrini in quel mondo inaccessibile e personale, laddove traevano quel necessario attimo di respiro, prima d’immergersi nuovamente nell’oceano delle vicissitudini umane.

A Fra’ Mauro fece assai peccato doverli svegliare, sicché non s’affrettò a scendere nelle cucine, rimanendo lì a vegliare i suoi pazienti per un’altra mezzoretta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

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I come, perché e quando nel prossimo capitolo! ;-)

Infinite grazie a Sagitta72 e a Semperinfelix per i loro consigli!

Alla prossima!

 

Un po’ di noticine:

 

[1] Il 9 marzo del 1510 vi fu un’apparizione della Madonna a Motta di Livenza, dove venne puntualmente costruito un santuario a Lei dedicato, a seguito anche dei prodigi che confermarono la veridicità della sopracitata apparizione e tutt’oggi fiorente meta di pellegrinaggi.

Il veggente era un contadino di nome Giovanni Cigana, il quale riferì di aver visto quella mattina, dinanzi  al capitello (cappella) della Madonna col Bambino dove lui soleva pregare, una bellissima giovinetta biancovestita. Rivelatasi come la Madre di Dio, Ella gli chiese di digiunare con la famiglia per  tre sabati consecutivi e di predicare il digiuno e la penitenza a tutta la gente di Motta e delle città e paesi di tutta la Marca Trevisana.  Coloro che avessero digiunato con vero pentimento, avrebbero ottenuto misericordia e perdono dal Signore, “sdegnato per i troppi peccati del popolo”, come gli disse la Madonna stessa.

Quanto al “mondo travagliato e puzzolente”, l’ho ripreso dal testamento dello stesso Marco Miani, quando questi suggerì alla figlia Cristina di farsi monaca o di vivere da pizzocchera, rifiutando il mondo. Poi dopo cambiò idea e le diede la dote per sposarsi.

[2] Narra il Sanudo (20.06.1509): “È da saper, eri sera achadete, cossa notanda, che nel borgo di San Trovaxo sta una povera dona, vedoa, con 3 fioli, dorme sulla paja, et filla lanna et nulla ha al mondo, par che a hore 1½ di note batesse a la sua porta una femena; et questa, meravegliata chi bateva a quella horra, dimandato chi fosse, disse: Apri. Et aperta, intrò in caxa, non havia luse, ma li paresse fusse una dona, vestita di biancho, la qual li disse: Va dal piovan et dili, che ’l faza precession fin el dì di San Zuanne (San Giovanni Battista, cioè il 24 giugno) con la madona di Ogni Santi, che questa terra haverà vitoria contra i soi inimici, dicendo: Cussì ho fato far a la Madona di San Zuane Pollo. La qual femena disse: Chome volè vu, che vada, che i non me crederà, e non si vede? E lei disse: Va pur via; e paresse la fosse spenta fuora, et che fosse torze accese. Andò dal piovan, e la dona rimase in caxa, et li disse la cossa. Lo qual ordinò la venisse la matina; et tornata a caxa, la dona era partita. Et fo fato la precession, comenzata questa matina.

[3] Dal Quarto Libro dei Miracoli di Santa Maria Maggiore: (1511) Come una putina morta resuscitò. Stendo morta una putina di uno patricio veneto, de anni quatro, havendo fede, et gran devotione in questa gloriosa immagine, viene de Venetia qui, co’ la sua consorte, et presentato la putina, sula altare, com lacrime pregano la Madonna che la facesse revivere. Et subito la putina resuscitò già molti giorni morta, et domandò da mangiare, li fu dato dele solete, et sul’altar mangiò: et cussì come piangendo veneno a Treviso co’ gaudio ritornorno alla patria sua Veneta, co’ la putina viva.

[4] A seguito della cacciata dei Caminesi e della restaurazione del libero comune, Treviso, oltre ad aggiungere nel 1313 l’immagine della Madonna al proprio gonfalone, negli statuti del 1314 aveva ribadito l’atto di vassallaggio alla Madonna, che il Podestà ripeteva pubblicamente a Santa Maria Maggiore il giorno dell’Assunta.

In questo modo, essendo la Vergine la Signora di Treviso, nessuna famiglia nobile poteva più aspirare ad instaurare una signoria, poiché sarebbe stata un’usurpazione sacrilega. Ciò non impedì purtroppo a Treviso di finire sotto il dominio dei Conti di Gorizia, dei Tempesta, degli Scaligeri, del Duca d’Austria e dei Carraresi: tuttavia, tali signorie ebbero vita assai breve (quasi a monito?) e di fatti la Repubblica di Venezia, cui Treviso s’era dedicata spontaneamente, ben si guardò dal contestare questo vassallaggio, anzi, conservò la tradizione di far recitare al Podestà in carica il dì dell’Assunta l’atto di sottomissione alla Madonna, donandoLe il pallio di seta e molte candele a mo’ d’offerta.

[5] (traduzione approssimativa) Oh Vergine Maria Despina, assieme al tuo Figlio Unigenito, vienici in soccorso e benedicici.

[6] Koliva = un piatto di grano e miele con una candela accesa al centro, per riprendere la parabola del chicco di grano dal Vangelo di San Giovanni (riferimento anche alla ciclicità della vita.)

[7] Giorgio (Georgios in greco) significa appunto “lavoratore della terra”, cioè contadino o agricoltore.



  
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