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Autore: Corydona    06/09/2021    1 recensioni
Raccolta di extra di "Dai tuffi al cuore": piccoli spin-off e missing moments sui personaggi di Dtac.
Si possono leggere senza aver letto la storia principale!
Genere: Sentimentale, Slice of life, Sportivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: Missing Moments, Raccolta | Avvertimenti: nessuno
- Questa storia fa parte della serie 'Olimpiadi Romane'
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Londra 20*5, Europei giovanili.

Do le spalle ai trampolini e alla piscina, con la pelle sintetica posata sulla spalla. Sandro, davanti a me, osserva i tuffi delle altre ragazze con le braccia incrociate. Il fischio del giudice arbitro richiama il silenzio nell’impianto e io punto gli occhi sul pavimento chiaro: non voglio vedere nessuna reazione.

Ho sbagliato il rovesciato e l’uno e mezzo indietro e so che avrei potuto fare di meglio; ma nonostante i miei errori sono rimasta in corsa per l'oro fino all'ultimo tuffo, perché anche le altre non sono state impeccabili. Colette Bonnet si è già tuffata, e l'ho superata di qualche punto, ma ora tocca alla russa Anastasiia Smirnova, poi ad Ashley Morley e Lena Kunert. Può ancora succedere di tutto.

Quando pochi istanti dopo sento il suono impreciso dell'ingresso in acqua della Smirnova, alzo lo sguardo verso Sandro, speranzosa.

Lui abbassa appena la testa verso di me e mi sussurra all'orecchio: «Dietro».

Sorrido a malapena mentre ascolto i voti della russa, che non le permettono neanche di superare Coco Bonnet.

Ora è il turno della gallese Morley, per cui arrivano incoraggiamenti dagli spalti. Anche se Londra sia lontana dalla sua Cardiff, qualcuno dev'essere venuto qui apposta per lei. I genitori o qualche familiare.

Ashley chiude con il ritornato annunciato all’altoparlante. Trattengo il fiato a occhi chiusi, mordendomi l’interno della guancia. Speravo di non sperimentare mai questa tortura: è una sofferenza dover aspettare l’esito degli altri per sapere il mio risultato finale.

Dagli spalti esultano. O stanno solo facendo il tifo, o si è tuffata bene.

Apro gli occhi e li punto sul tabellone, dove sono già comparsi il punteggio di Ashley e la sua nuova posizione in classifica: prima, due punti davanti a me.

Non aspetto che si tuffi Lena, perché a questo punto non mi importa aver vinto l'argento o il bronzo. Io volevo soltanto la medaglia d'oro. Nonostante gli errori, ho fatto del mio meglio.

E sono incazzata nera perché, a quanto pare, non è bastato.

Sbatto la porta degli spogliatoi e mi trattengo dal dare un pugno al muro solo perché non voglio farmi male alla mano, ma mi conficco le  unghie nella carne stringendo il pugno.

Sono arrabbiata, tanto arrabbiata.

Con me stessa, prima che con chiunque altro. Non c'è modo di far venire questo rovesciato come vorrei, nonostante tutti gli sforzi, nonostante tutti gli esercizi e gli allenamenti a cui Sandro mi sottopone. Non c'è un cazzo di modo per aggiustare le mie rotazioni indietro… e odio non sapere come migliorare.

Da quando è finita la scuola ho passato in piscina e palestra la maggior parte del mio tempo; ero persino riuscita a saltare qualcuno degli ultimi giorni, visto che avevo finito sia i compiti in classe che le interrogazioni. E poi mi sono dedicata soltanto ai tuffi.
Per non svegliare presto i miei genitori, di domenica ho preso i mezzi pubblici e attraversato Roma all’alba per allenarmi... Per migliorare. Perché spero di poter entrare il prima possibile nella squadra senior e mi secca non aver dimostrato qui tutto il mio potenziale. Perché io so di valere l'oro, almeno nei contesti giovanili; in quelli europei, soprattutto, perché battere le cinesi è impossibile.

Me lo meritavo, per il mazzo che mi sono fatta e che mi sto facendo, me lo meritavo questo cazzo di oro...

Butto fuori uno sbuffo pieno di cose non dette, e mi siedo su una delle panche vuote. Per fortuna qui non c'è nessuno, perché non ho voglia di dare spettacolo.

Poso le mani sul legno, con il sangue che mi pulsa nelle vene. Ora voglio proprio vedere quando, se e come mi calmo. Mi concentro sulla pozza bagnata davanti a me, sulle ciabatte blu e sulle dita dei piedi. Eppure non serve a niente, ho ancora il cuore in gola e un alveare molesto che mi frulla tra i pensieri. Ho perso, ho perso una gara che era alla mia portata. Dio, quanto sono incazzata.

«Che stai facendo qui?»

Sandro richiude la porta dello spogliatoio, e si avvicina anche se io non gli rispondo.

«Allora?» insiste.

«Secondo te?» sputo fuori, senza schiodare gli occhi dal pavimento umido. Le lacrime spingono per uscire ma non voglio, non voglio che lo facciano. Devo essere più forte dei miei stupidi difetti del cazzo.

«Torna dillà, Caroline Moreau mi ha chiesto dove fossi finita.»

Faccio una smorfia che non so neanche io cosa voglia significare. Tutto mi sembra in secondo piano e mi importa poco che l'allenatrice dei francesi si sia preoccupata per me.

«Hai comunque vinto l'argento» continua Sandro, come se ignorasse il mio obiettivo qui. Sa benissimo che per me meno dell’oro oggi era una sconfitta. E io mi sento sconfitta. «Devi metterti in testa che non puoi vincere sempre: a volte puoi arrivare prima, a volte puoi arrivare quarta. Quello che conta è dare il meglio di te, sempre.»

«Ma io ho dato il meglio di me? Mi sono fatta il culo per settimane e adesso... non è servito a niente!»

Sbatto le mani sulla panca, quasi a voler scatenare una sua reazione veemente. Vorrei litigare, ora ho proprio bisogno di tirare fuori quello che penso.

«Fiamma, ti ascolti?» Sandro mi scuote una spalla per rimproverarmi. «Hai appena vinto l'argento europeo! Pensa a quelle altre ragazze, come Becky, che non hanno neanche superato l'eliminatoria! Questo non è per niente un risultato da buttare via!»

Sospiro. Il suo ragionamento ha senso, ma proprio per questo non lo sopporto.
So benissimo che dovrei godermi il buon risultato, ma non sono per niente soddisfatta. Io volevo vincere e basta: non mi interessa del paragone con le altre, io non sono le altre. E la cosa peggiore è che mi odio al pensare questo anche di Rebecca.
Non vedo l’ora che arrivi l’anno prossimo, voglio superare le selezioni interne per le gare senior, perché sarà soltanto in quel caso che potrò accettare di non vincere. Anzi, pur di gareggiare con i grandi, accetterei di buon grado anche di non superare l'eliminatoria.

«Questo non è il mio risultato.»
«Devi farmi incazzare?»
Nonostante la domanda, il tono di Sandro è calmo. Sa che non ce l’ho con lui, ma con me.
«Ashley ha vinto e ha meritato di vincere. Tu ora vai dillà e ti congratuli con lei. Altrimenti non ti presentare in piscina quando torniamo a Roma.»

Ma vaffanculo, .
Scuoto appena la testa e mi alzo dalla panca, lasciando il mio allenatore a chiedersi che cosa accidenti mi passi per la testa. Se dovessi provare a rispondere, non saprei neanche da che parte iniziare.
Ritorno al bordo piscina e trovo il solito viavai del post-gara. Molti sono intorno alla britannica che ha appena vinto il titolo e io mi avvicino. Ha ragione Sandro: Ashley lo ha meritato, perché è stata più brava di me, prima che di tutte le altre. E io devo solo stare zitta e farle i complimenti.
«Ash!» La chiamo con un gridolino acuto per essere certa che mi senta tra le voci di chi ha vicino, e lei scosta gli altri per venirmi incontro.
Ci abbracciamo, come facciamo da ormai qualche tempo a questa parte al termine di ogni gara internazionale a cui partecipiamo: una delle due finisce quasi sempre sul podio.
«You’ll win next time» sussurra lei al mio orecchio.
Sorrido, e con la coda dell’occhio sbircio Sandro riapparire a bordo piscina. Evito di incontrare il suo sguardo, perché ci leggerei la soddisfazione di aver avuto ragione; ma io con il cazzo che do ragione a lui. Ce l’ha, ma non glielo dirò mai.
Ashley mi lascia un bacio sulla guancia, prima di fare cenno alla Bonnet di avvicinarsi e di includerla nel nostro abbraccio. Colette è arrivata terza?

 

***


Pochi minuti più tardi sono nella sezione degli spalti dedicata a noi atleti, insieme ai miei compagni di squadra, già pronti per guardare il trampolino maschile e fare il tifo per Nicola, anche se mancano ancora diversi minuti.

Sospiro, guardando su Instagram il messaggio che mi è arrivato da Chiara Irsara, la nostra campionessa della piattaforma: “Pulcina, sei stata bravissima!
Mostro la schermata a Becky, seduta al mio fianco.
Scrolla le spalle e torna a torturarsi le doppie punte che sbucano fuori dalla sua treccia. «Si aspetta di vederti nelle competizioni senior già dal prossimo anno, sicuro.»
«Dal trampolino siamo in tante…» mormoro. «Non sarà facile né per me né per te superare le selezioni interne.»
«Ragazze, calma» dice Tommaso, al di là di Rebecca. «Non dovete avere fretta. Quando sarà il momento giusto, esordiremo.»
Lo fisso, ammaliata dal suo sangue freddo. Al suo posto, non riuscirei a essere distaccata, non sapendo che stiamo parlando di me e Becky! Ci conosciamo da anni e ci alleniamo tutti i giorni insieme!

«Sarà, ma penso che Angela mi metterà davvero tanta pressione.» Rebecca allude con un cenno alla sua allenatrice, di nuovo sul piano vasca al fianco anche se nessuno dei suoi atleti è in gara. «Già prima, durante la finale, continuava a dirmi: “Eh, vedi, tu con questo tuffo hai fatto così, con quest’altro hai fatto colà…”»
«Non era un po’ tardi per le correzioni?»

Becky annuisce, ma abbassa lo sguardo con le guance viola.

Non insisto: ho imparato a capire quando va lasciata in pace. E parlare di Angela le instilla più ansia di una gara olimpica…
Si volta verso Tommy e giocherella con la treccia castana; ora che mi dà le spalle, riprendo in mano il telefono e mi rendo conto di non aver ancora risposto alla Irsara. Digito un “grazie mille!” ma con una smorfia poco convinta che, per fortuna, la nostra campionessa non può vedere. Continuo a non essere per niente soddisfatta della mia gara.

«Guarda che, se devi passare, puoi chiedere permesso!» Sandro ridacchia dietro di me. Ora che io e Tommy non siamo in gara, è seduto insieme a noi.

Mi volto e vedo un imbarazzatissimo Jean-Marc Chevalier arrossito fino alla punta dei capelli, che già hanno quel colore di loro.

«Ehm, sì, scusi, vorrei passare...» dice, con marcatissimo accento francese.

Sorrido, perché stava venendo qui da me. Da quando ha ritrovato il mio cellulare, qualche giorno fa, viene a parlarmi ogni volta in cui ne ha l’occasione; e e faccio lo stesso anche io: il feeling con lui è stato immediato.

«Passa, Chevalier, passa» ride Sandro bonario, e il ragazzo si avvicina a me con il viso ancora paonazzo.

«Davvero, mi scusi…»

«Non mi sono mica offeso.»

Jean-Marc mi raggiunge e indica il posto vuoto alla mia destra. «Posso sedermi qui?»

Annuisco. «Ti ho detto almeno dieci volte che Sandro vuole che gli diamo del tu!»

«Non ci riesco. Posso?»

È ancora in piedi. Per me era scontato che potesse sedersi!

Prende posto e punta i suoi occhioni da cucciolo bastonato nei miei. Si gratta il sopracciglio, tradendo un po’ di nervosismo. «Ça va?» mi chiede, passando al francese.

In risposta, scrollo le spalle: non lo so neanche io.

«Coco mi ha detto che sembravi incazzata, quando sei sparita.»

Sospiro. A quanto pare la Bonnet si è accorta che a un certo punto non c’ero più; e forse non è stata neanche la sola a notarlo. «Lo ero. Ora… Boh, non lo so.»

«Ci tenevi proprio tanto...»

La sua voce è un sussurro appena percettibile, ma lui è a pochi centimetri da me: sarei sorda se non lo sentissi.
Mi appoggio allo schienale della sedia, come se mi ci stessi buttando con tutto il mio peso.
Davanti a noi, anche se distanti, i finalisti dal trampolino si stanno riscaldando con qualche tuffo e rimango per alcuni secondi a guardarli.
«Pensi che esageri, nel volere di più?»
Non so perché l’abbia detto ad alta voce. Fino a questo momento, nonostante la sintonia che abbiamo, non mi ero esposta sulle mie aspettative. Ma lui deve averle capite lo stesso.
«No, Fiamma, secondo me no.» Lo dice con semplicità, ma si gratta il collo come se ci stesse ancora riflettendo. «Va bene voler sempre fare di più, l’importante è non perdere la testa.»
«Ho perso la testa?» E lui che ne sa? Mica era con me e Sandro nello spogliatoio!
«Me lo devi dire tu, io non vivo lì dentro.»
Apro la bocca senza emettere un suono, spiazzata. Lui però è più disteso, ha smesso di grattarsi il viso come se fosse vittima di uno sciame di zanzare e persino le sue guance sono tornate del loro solito candore da latticino.
Mi chino verso di lui per poter sussurrare senza che nessuno possa ascoltare. «Mi sono incazzata. Ma ho fatto solo incazzare anche Sandro.»
«Questo non ti sarà d’aiuto per la prossima gara» commenta invece Jean-Marc, pacato.
Tra lui e Tommaso non so come facciano ad avere questa calma!
«Lo so.» Ha ragione, e il fatto che ce l’abbia non mi scoccia neanche alla lontana… È strano, penso che da lui potrei accettare qualsiasi critica e qualsiasi incoraggiamento, come se fosse un lato della mia coscienza a parlare. Sembra che mi legga nella mente.
«Non devi saperlo, devi ricordarlo.»
Mi sorride, con un altro velo di timidezza a imporporargli di nuovo le guance. Anche se vuole spronarmi, ha l’aria di uno che si vergogna delle proprie parole. Dev’essergli costato molto e credo che ci sia passato anche lui; altrimenti la sua calma non si spiegherebbe.
«Hai ragione.» Gli sorrido, e quel tiepido imbarazzo abbandona il suo viso. «È che… spesso mi arrabbio facilmente.»
«Ti infiammi facilmente!»
Scoppio a ridere, perché non me l’aspettavo, e anche lui ride con me.
Scambia un paio di parole di saluto con Tommaso; anche se avversari, vanno abbastanza d’accordo… per quanto possano andare d’accordo un introverso e un taciturno. Senza troppe parole, ma con gentilezza.
Jean-Marc si alza in piedi e fa per andarsene. «Comunque, puoi chiamarmi solo Jean.»
«D’accordo, ma devi dare del tu a Sandro!»
«Ci provo!»
Mi saluta e torna nella zona francese, vicino a Colette Bonnet che lo scruta dicendogli qualcosa che da qui non posso sentire. Lui le risponde e lei, non appena si accorge che li sto guardando, mi sorride da lontano.
«Non staranno insieme?» mi chiede Becky.
Scuoto la testa. «No, lui ha una cotta per la sua vicina di casa.»
Proprio ieri sera ci siamo raccontati le nostre situazioni sentimentali… Lì è una gara a chi sta messo peggio, tra lui che ha paura che le ragazze lo considerino solo perché è un atleta e io che mi sono innamorata di un’emerita testa di polipo; anche se chiamarlo così è un insulto per i polipi.
«Secondo me no, state tutto il tempo insieme.»
«Che intendi dire?»
«Che siete molto carini» mormora lei, atona.
Inspiro ed espiro, cercando di non arrabbiarmi con Rebecca. È stato solo un accenno che, tra l’altro, non ha neanche sentito nessuno. E, poi, non c’era alcuna malizia nel suo tono di voce. Uno dei pregi di Becky è non essere una pettegola.

«Ho detto qualcosa che non va?» bisbiglia, preoccupata.
«No, no.» Mi guardo intorno, per accertarmi che nessuno stia facendo caso a noi. Sono quasi tutti a chiacchierare tra loro o a fissare lo schermo del telefono scorrendo i social. «Non voglio relazioni con altri tuffatori. Sarebbe solo un altro pensiero quando sono in gara.»
«Allora mettilo bene in chiaro» sussurra lei. «Altrimenti sarete riempiti di battutine stupide.»
Annuisco. Lo farò.
Giocherello un po’ con il cellulare, mentre i finalisti si preparano alla gara, con il tedesco Julian Greisser già pronto a iniziare.
Apro il primo social che mi capita sottomano e, neanche volendo, finisco sulla chat con Jean-Marc Chevalier. Anzi, ora posso chiamarlo solo con il primo nome.
“Jean” gli scrivo e subito ricevo un punto interrogativo come risposta.
Mi volto senza preoccuparmi della finale e incrocio il suo sguardo perplesso. Trattengo una risata e digito una serie di cifre da inviargli.
“È il mio numero di telefono.” Gli ho detto che per me è un aspetto personale e che non lo do a nessuno. Anche se con lui mi trovo bene, lo conosco da vicino solo da poco… però anche lui non permette a tutti di chiamarlo solo “Jean”.
Pochi istanti dopo mi arriva un messaggio da parte sua: “Guarda che tocca a Nicola!”
Sorrido, poi guardo il buon tuffo indietro del mio compagno di squadra e applaudo facendo il tifo.

 


Roma, 20*8, qualche giorno prima dei Giochi olimpici.

Fa un caldo asfissiante, e noi abbiamo avuto solo questo pomeriggio di pausa, prima che inizino le gare... perché da domani tutte le nostre mezze giornate saranno in piscina. E anche le giornate intere. Ci riposeremo solo di notte.

Sospiro, guardando il panorama di fronte a me e picchiettando le dita sul muretto.

«Nervosa?»

«Un po'.»

Butto fuori altra aria dai polmoni, come se così facendo potessi alleggerirli. Mi sento addosso una grandissima responsabilità: la prima gara dei tuffi sarà proprio la mia. O meglio, quella a cui parteciperò insieme a Becky, visto che si tratta del sincro femminile. Non faccio che pensarci da quando abbiamo preso residenza al villaggio olimpico, ormai da un paio di settimane.

Jean si passa una mano sulla guancia rasata. «Pensavo che uscire un po' ti avrebbe aiutato a distrarti.»

Guardo ancora i tetti del centro storico davanti a me, con il Cuppolone che svetta sulla sinistra, come sorvegliando tutti noi. Mi sistemo gli occhiali da sole sul naso e poi mi volto verso il mio migliore amico.

«Fiamma, andrai bene.» Prova a rincuorarmi con una pacca sulla spalla. «Se ti tuffi come sai fare, andrai sicuramente bene.»

«Spero di non farmi prendere dal panico» sussurro. «Già c'è Becky che è con l'ansia a mille… Sandro può calmarne solo una per volta.»

Sbuffa come se trattenesse una risata, ma non dice nulla.

«Sì, lo so che per calmare me ci sei tu!»

«Ci sei arrivata da sola!»

Salgo sul muricciolo che costeggia la via fino a Trinità dei Monti e mi ci siedo, con lo sguardo rivolto all'Altare della Patria. Sollevo gli occhiali da sole sulla testa, mentre Jean prende posto di fronte a me.

«Quando ero piccola mi sembrava una macchina da scrivere bianca.»

«Che cosa?»

Con un cenno del mento gli indico il Vittoriano. Non so perché ho sentito il bisogno di dirglielo: è la prima cosa che mi è passata per la testa.

Mi sorride, con la pelle arsa dal sole e la fronte umida di sudore. «Avevi una bella fantasia.»

«Tu non sei nervoso?»

Al suo posto lo sarei eccome, perché fa solo la gara individuale. La tensione è da gestire in solitaria, mentre io almeno la condivido con Becky!

«No, Fiamma, no.» Si sistema il bordo della maglietta, sereno. Nulla riesce a scalfirlo. «So quello che posso fare e ho intenzione di tuffarmi al meglio. Dovresti stare calma anche tu, prima di combinare danni. Agitarti non ti fa per niente bene.»
Un gruppetto di turisti ci passa vicino, chiassoso, seguendo la guida che sbandiera un ombrello chiuso come i capifila delle elementari.

Carpisco qualche suono in una lingua dell'est Europa, forse russo. Sospiro, ripensando a quello sguardo davvero poco amichevole della Sokolova stamattina in allenamento. Chissà con chi ce l'aveva...

«Sono qui quasi per sbaglio. Se Giada non avesse avuto quell'incidente in motorino…»

«Non dire stupidaggini» mi interrompe Jean, scuotendo la testa. «Se non avessi avuto il posto assicurato con il sincro, probabilmente avresti dato il tutto per tutto nelle qualificazioni interne.»

«E così una tra Becky e Stefania non avrebbe gareggiato. Ma perché si possono portare solo due tuffatori per nazione?»

«Perché altrimenti i cinesi non lascerebbero neanche una medaglia agli altri!» ride lui, con la battuta pronta.

Scoppio a ridere anche io. Ha dannatamente ragione: la Cina vincerebbe tutto, oro argento e bronzo in ogni specialità!

«Eppure pare che Blake sia parecchio convinto» spettegolo un po'. Essere a bordo piscina insieme a tuffatori con una carriera più consolidata della mia e con i più forti al mondo mi dà una grandissima carica, insieme alle chiacchiere che circolano alla velocità della luce: mi sembra di essere in un gruppo di ragazze e ragazzi come tanti altri e non in mezzo a campioni mondiali. «Ha detto Valentina che le ha detto la Easton che lui si sente di poterli battere.»

«Andy è sempre molto sicuro di sé.» Jean ha avuto modo di confrontarsi con il fenomeno britannico non appena salito tra i senior. «Ma secondo me sono messi meglio Oliver e Daniel nel sincro.»

Annuisco: a Budapest, pochi mesi fa, Durrant e Laxton hanno vinto l'oro con un buon distacco dai russi… Qui rischiano di essere favoriti più dei cinesi!
E io e Becky? A quale posizione possiamo aspirare? Delle otto coppie partecipanti, siamo la più giovane… Agli Europei siamo arrivate quinte, ma qui il discorso è diverso. Rischiamo di finire ultime, le altre sono più esperte di noi!

Sospiro, abbassando gli occhiali sul naso. «Non mi rilassa parlare degli altri.»

«Torniamo al villaggio?»

«Non lo so… Se torno lì non ho niente da fare, a meno di non cazzeggiare in giro. Stasera abbiamo un incontro con il presidente del Coni che deve fare un discorso agli atleti. Non entriamo nemmeno tutti nella sala conferenze di Casa Italia!»

Lui guarda l'orologio al polso. «Credo che sia ancora presto. C'è qualche posto in cui vuoi andare?»

«No, Jean, no… Qui va benissimo.»

«Ne sei sicura?»

Gli sorrido. Sotto gli occhiali da sole, so perfettamente com'è il suo sguardo premuroso. Mi volto verso i tetti del centro storico, tra parabole e monumenti. Un terrazzo è pieno di piante verdeggianti, penso che sia ormai parte integrante del panorama: sin dalla prima volta in cui ho fatto la passeggiata tra il Pincio e Trinità dei Monti è sempre stato lì. Forse chi ci abita ha il pollice verde, o forse Roma si rifiuta di far morire un dettaglio tanto particolare e gli ha dato l’immortalità eternandolo nella mia memoria e nelle fotografie dei turisti.

«Qui mi sento a casa. Non so spiegartelo, ma quando ci vengo, mi sembra di essere proprio dove dovrei essere.»

Jean si passa una mano il braccio sulla fronte per asciugarsi il sudore. «Forse perché in mezzo a tutti i turisti, puoi scomparire e sentirti te stessa senza avere paura degli altri.»

«Può darsi, non ci ho mai riflettuto. È che... essere qualcuno di conosciuto, anche se non sono una vera celebrità, mi fa desiderare di sparire e di nascondermi dove nessuno potrebbe trovarmi. E chi mi cercherebbe qui?»

Jean sta sorridendo. Sappiamo entrambi che la risposta è che lui qui mi cercherebbe.

«Non mi nasconderei mai da te.»

«Sì, Fiamma, lo so. Anche io a volte ho bisogno di avere del tempo solo per me. Soprattutto dopo Sophie…»

Non riesco a credergli, non del tutto. Quando gli scrivo e nessuno dei due è in allenamento, mi risponde subito. Io a volte stacco con tutto e tutti, persino con lui; spengo anche il telefono quando voglio essere irraggiungibile. Jean invece c'è sempre: mi sembra difficile pensare che esistano dei momenti in cui si isola. O forse io sono la sua eccezione.

«Ti ricordi tre anni fa? Sono cambiate un sacco di cose…» Non voglio che lui mi parli di Sophie, di quello che di come l’ha fatto sentire… Lui che è un ragazzo così adorabile.

Non riesco davvero a capirla, quella stronza.

«Be’, ora siamo tutti e due alle Olimpiadi.» Jean mi guarda con un sorriso canzonatorio. «E tu che non mi credevi, quando ti ho detto che ci saremmo stati entrambi!»

Scrollo le spalle. «Non per merito mio.»

«La fortuna aiuta chi merita» ribatte il mio migliore amico, facendomi l'occhiolino. «L'anno prossimo fai le gare individuali e ti qualifichi per la finale sia all'Europeo sia al Mondiale!»

«Certo che le faccio! Se Giada ancora non è rientrata dall'infortunio, chi è che dovrebbe gareggiare? Stefania smette e rimaniamo solo io e Becky! Tu hai una fortuna pazzesca a non avere altri piattaformisti, almeno non devi superare le selezioni interne…»

Mi sistemo una bretellina della canottiera, evitando di guardarlo. Non volevo sminuire i suoi risultati: si è qualificato per Roma centrando la finale mondiale lo scorso anno; e lì è arrivato quinto, davanti ai russi e a un cinese! A diciotto anni, poi!

«Tranquilla, Fiamma, non mi hai offeso.»

Sorrido, con gli occhi puntati sui tetti davanti a noi: ha la stramaledettissima capacità di leggermi nel pensiero. Non so se esserne felice o risentita.
«Sarà...»

«Mon Dieu, non...» mormora invece lui, guardando dietro di me.

Mi volto quanto mi basta per vedere la faccia da schiaffi di Émilien Toussaint, compagno di nazionale di Jean, insieme a una ragazza. Sbatto le palpebre, infastidita, perché riconosco l'australiana Janice Munro al suo fianco. Come al solito, il rimorchiatore seriale non perde tempo neanche alla vigilia di una manifestazione importante.

Entrambi ci salutano da lontano, Émilien agitando la mano come se fosse un personaggio di un film comico che ne ha appena combinata una delle sue. Non capisco se ci sta prendendo in giro o se è serio.

«L'unica cosa che ha di positivo è che non ha mai fatto battute su noi due» commento a bassa voce, e Jean scoppia a ridere. In realtà ha anche il pregio di essere un buon amico, come lo è stato proprio per Jean; almeno questo glielo devo riconoscere.

«Ciao!» esclama il rimorchiatore d'oltralpe appena ci raggiunge. Forse è l’unica parola che conosce in italiano.

«Hi, guys» gli fa eco la Munro, con un sorriso sul viso da elfo.

«Ciao, ragazzi» li saluto, mentre Jean non dice nulla.

Sorride, ricevendo il bacio sulla guancia di Janice, che poi ne stampa uno anche sulla mia. Mi è sembrato di vederlo arrossire, possibile? Si imbarazza per tutto!

Forse sarà solo rosso per il sole…

«Ça va?» mi chiede Émilien in un sussurro, mentre la trampolinista australiana chiacchiera con il mio migliore amico.

«Sono solo un po' agitata» rispondo, in francese.

Il deficiente mi fa l'occhiolino. «È normale. Una volta che sei in gara, fidati che non senti più nulla.»

«Per aver fatto uno schifo agli Europei, sei molto fiducioso.» A Budapest neanche ha centrato la finale!

«Ho un ottimo motivo per far bene» ridacchia lui, spavaldo. Certo, come se la motivazione bastasse…

«Immagino che abbia un nome e un cognome, il motivo…»

Conoscendolo, avrà già puntato qualche altra ragazza, oltre all'australiana che è qui con noi. Il suo modo di fare non mi piace granché, a essere sincera.

Émilien si gratta la barba corta sulla guancia. «Sì, ma non è Janice. E no, tranquilla, non ci sto provando con te.»

«Anche perché non ci metto niente a mandarti a battere sulla Togliatti!» Scoppio a ridere da sola, e anche lui ride insieme a me. Ormai si è abituato ai miei modi pittoreschi di mandare a quel paese la gente.

Il mio migliore amico chiacchiera con la Munro a suo agio; perché io invece mi sembro una cretina quando i tuffatori più grandi di altre nazionalità mi dicono mezza parola? In Ungheria ho quasi fatto una figuraccia con il russo Komarov… Per fortuna ero insieme a Jean e lui mi ha salvata dal chiamarlo con il soprannome che Sandro gli ha affibbiato!

Mi perdo con lo sguardo a osservare di nuovo i tetti tinti di sole, ma non li vedo: sto ripensando agli occhi verdi di Ivan Komarov, che sono il motivo per cui il mio allenatore l'ha rinominato "Occhi di lince", oppure direttamente "Lince". Lui e Kulik sono davvero forti… Non è possibile, c'è un modo per non pensare alle gare? Neanche concentrarmi su tutt'altro aiuta, perché torno sempre lì con la testa!

«Noi stavamo andando a raggiungere Andy e Alicia, vi unite a noi?» propone Janice, interrompendo il mio flusso mentale.

Scambio uno sguardo con Jean, come cercando da lui un suggerimento su cosa rispondere. Mi annuisce con un sorriso.

«Sì» risponde lui.
Gli altri due si incamminano, lasciando me e il mio migliore amico un paio di passi più indietro.
«L’unico modo che hai di affrontare l’ansia per la gara è attraversarla» sussurra Jean, al mio fianco. «Non puoi fare nulla, se non aspettare che sabato arrivi.»
«E nel frattempo mi alleno e basta?» gli chiedo, sperando di ricevere una conferma.
«Sì, senza pensieri.»
«La tua vita sarà…» canticchio, senza riuscire a controllarmi. Ma tanto Jean ha dovuto sopportare ben altro! «Hai ragione, sono qui per godermi l’Olimpiade, non per vincere una medaglia.»

Per quella è impossibile e ora me la posso solo sognare.
«Esatto, Fiamma.»
Gli sorrido mentre ci avviciniamo alla scalinata di Trinità dei Monti, dove da lontano scorgo il biondissimo Andy Blake con Alicia Easton. Magari per un pomeriggio riesco a svagarmi e a non pensare alle Olimpiadi; e soprattutto, a non pensare che tra due giorni saremo proprio io e Becky a dare il via alla manifestazione sportiva più importante del pianeta.

   
 
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