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Autore: KaienPhantomhive    13/09/2021    0 recensioni
[Aggiornamenti Settimanali | -6 Capitoli alla fine | Seguito de: "EXARION - Parte I"]
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La battaglia di Varsavia ha mostrato al mondo la forza del Quarto Reich Lunare. Ma la sete di potere non conosce limiti, da parte di nessuno. Nuove Divinità Metalliche attendono di essere risvegliate, e nuovi Contratti aspettano le loro anime come pegno. Fino a che punto può spingersi il desiderio di distruzione reciproca degli uomini? Ha senso ostinarsi a concludere una guerra, se è destinata a ripetersi per sempre?
Genere: Azione, Drammatico, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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21.

Götterdämmerung

 

25 Settembre.

Mare Serenitatis. Lato chiaro della Luna.

 

“Pressione dei liquidi di raffreddamento stabile, nessuna interruzione nel sistema.”

“L’energia del motore ha raggiunto il livello 1.200. Procedere alla fase di attivazione manuale.”

Le voci degli ingegneri del Reich si accavallavano nella Camera di Flamel di Zeitland Dietrich. Fafner, il cui braccio sinistro era ricresciuto ma aveva richiesto la sostituzione dell’armatura originale con una versione nera di rimedio, era una virgola scarlatta contro la sterminata pianura di polvere bianca, mentre sorvolava lentamente l’enorme voragine aperta nella roccia lunare. Il sito di costruzione era un cratere artificiale largo mezzo chilometro e profondo quasi duecento metri, attorniato da gru, cavi di trasmissione e navette di sorveglianza. Qualcosa di scuro, immane, riposava sul suo letto, sostenuto da ponti di ancoraggio. Poche decine di metri più in alto di Fafner, il soffitto trasparente di una cupola geodetica copriva l’intera zona.

“Decollo imminente.” – annunciò ancora la voce di un operatore – “Sgomberare l’area.”

Zeitland, sospeso nel suo abitacolo, fissò prima la Terra, oltre il profilo dell’orizzonte lunare, e poi il cratere sotto di lui: “Ci siamo.”

 

*   *   *

 

Settore -3; Golgotha.

 

Era il giorno promesso.

Solo un’ora prima, cinquecento persone, ripartite ordinatamente in cinque file, presiedevano quel momento nella Sala Grande del Reich: un hangar dagli alti palchi sopraelevati, convertito nel luogo in cui la voce del Kaiser incarnava quella del Reich e diventava legge. Lunghi arazzi di Svastiche incombevano sui centoventi soldati, fucili in mano, delle prime file, seguiti da Ufficiali di rango minore e qualche civile. La trepidazione che, come mai prima d’ora, era nell’aria si fece venerazione quando, dal palco più alto, una figura ammantata di nero e oro emerse scortata dai Gruppenführer: l’uomo dal viso celato dietro una maschera, il Mond-Kaiser in persona, aveva benedetto il popolo di Golgotha con la sua presenza. A memoria d’uomo, si era mostrato solo altre due o tre volte negli ultimi decenni del Reich lunare. Se ora era lì, era perché tutti fossero consapevoli che quel giorno si scriveva la Storia.

“Popolo di Golgotha!” – la sua voce riecheggiò per la sala; era una sensazione surreale poterla sentire, quasi come se un dio della cui esistenza non si ha mai avuto certezza parlasse finalmente con voce umana – “L’attesa è finita! Il momento del nostro riscatto, la nostra vendetta, è alle porte! Per troppo tempo abbiamo patito l’umiliazione di strisciare nel buio e nella polvere! I nostri Gruppenführer hanno svolto un ottimo lavoro, negli ultimi mesi, e nuovi alleati sono entrati nei nostri ranghi. Ovunque, le coscienze dei terrestri si riscuotono dal torpore e dalla mediocrità in cui quel mondo, che ha preferito rifiutarci, li ha gettati e il momento in cui Reich dominerà su ogni mare, terra o cielo è sempre più prossimo!”

Allargò le braccia: “Ma ora, miei fedeli incrollabili, siamo chiamati a un’ultima fatica!”

Ecco! Erwin Albrecht, Zeitland Dietrich, Adler Jung, Màrino Alto, Helena Heathfield e l’androide Zwei Stein. Tutti loro, in fila a fianco al loro leader supremo, seppero che non c’era più argine che potesse reggere contro l’onda che si ergeva all’orizzonte.

Solo una persona mancava all’appello…

 

*   *   *

 

Sala ‘Truman’; Nuova Sede Centrale dell’ONU – Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; Terra.

 

La croce uncinata del Quarto Reich campeggiava sul proiettore principale della sala.

“Queste pretese sono senza fondamento!”

“Smettetela di oltraggiare quest’aula con la vostra presenza!”

Giunti a una nuova riunione d’emergenza, convocata con preavviso di poche ore dalla portavoce in seconda del Quarto Reich, i rappresentanti della Terra avevano messo da parte la diplomazia e si erano lanciati in quella che poteva solo essere definita una cagnara scomposta di insulti e obiezioni. Più della metà erano assenti, tanto era stato breve il tempo loro concesso per recarsi a New York, ma la notizia che era in arrivo sarebbe presto passata di bocca in bocca, di testata in testata, attraverso tutto il globo, anche in loro assenza.

Katrina Winkler, ritta al centro della sala, affrontava quel pubblico con il ghigno della vittoria stampato in viso. Incurante del chiasso, declamò il suo messaggio al mondo: “Membri delle Nazioni Unite, ascoltate il proclama del Kaiser! Vi era stata offerta la pace e voi l’avete scartata! Vi era stata mostrata la via della convivenza…e il vostro egoismo l’ha bruciata!”

 

*   *   *

 

Golgotha.

 

“Si sono mostrati sordi ai nostri avvertimenti,” – il Kaiser continuava il suo monologo, certo che a migliaia di chilometri da lì, la sua Gruppenführer stesse riportando le sue esatte parole – “e hanno osato muovere un’altra Machine contro di noi! I popoli della Terra, gli stessi che ci hanno relegato qui, si sono fatti beffe di noi per l’ultima volta! Questo non può che condurre a una sola conclusione! Questa…”

 

*   *   *

 

ONU.

 

“Questa è una dichiarazione di guerra!” – l’annuncio di Undine trasformò lo sdegno in terrore e d’un tratto il mondo intero ebbe memoria di anni in cui nessuno era nato, ma che tutti avevano imparato a conoscere e rifuggire.

 

*   *   *

Golgotha.

 

“Adesso andate, figli della Luna scelti dal Nidhoggr! Che gli spiriti del Terzo Reich vi guidino!” – il Kaiser tese il braccio destro e la platea si divise in due, lasciando al centro un drappello di quindici soldati in armatura. Sollevò in alto la mano e la serrò in un pugno con veemenza: “Scenda su di loro il Crepuscolo degli Dèi! Si compia la sentenza della Storia!”

Centinaia di braccia si tesero in risposta e le pareti tremarono, all’inno di “Heil Kaiser! Heil Kaiser! Heil Kaiser!”

 

*   *   *

 

“Procedere con la sequenza manuale! Tutto il personale di secondo e terzo grado alle postazioni stabilite!”

Nel cratere di costruzione del Nidhoggr, i preparativi volgevano al termine. Qualunque fosse l’aspetto con cui esso si sarebbe mostrato, era troppo grande perché si potesse intuire nella sua interezza; tanto grande che perfino Hydraggsjl e Sigridúnn – la riesumata Machine dalla corazza viola ad ampie falde e dalle gambe sostituite con arti meccanici simili a quelli di un artropode – sembravano giocattoli, al suo cospetto. In mezzo alla frenesia di soldati e ingegneri che saltavano da un piano all’altro, nella Gravità ridotta, le gru e i bracci meccanici che sostenevano l’immenso apparecchio nero iniziavano a ritirarsi, e pulegge calavano con cautela un immenso cannone sulla sua sommità. Viti automatiche si serrarono da sole, bloccandolo in mezzo a equilibratori e sistemi elevatori di proporzioni gigantesche.

“Cannone Dainsleif collegato.” – annunciò qualcuno dai megafoni sparsi per il cantiere.

Hydraggsjl, su una piattaforma ai livelli più alti del cratere, sorreggeva con ambo le braccia un cilindro metallico lungo il suo doppio, collegato con un sistema a scorrimento fino alla camera di scoppio del cannone. Sul letto del cratere, tra serbatoi di liquido refrigerante, tubi di alimentazione e propulsori in fase di riscaldamento, Sigridúnn puntava una lancia, connessa al suo corpo tramite cavi elettrici, verso una profonda apertura nella parte inferiore del corpo dell’Arma Finale, in fondo alla quale s’intravedeva un frammento di pietra spaziale, spaccato a metà a rivelare un nucleo semifuso.

Arachne,” – era la voce di Herr Doktor, all’interno dell’abitacolo di Helena – “innesca l’ignizione del motore con il VRIL!”

“Lo so da me! Ti dimentichi che l’abbiamo progettato insieme, pezzo di ferraglia?!” – rispose Helena; il suo corpo nudo bloccato fino alla cintola da una guaina sintetica ancorata alle pareti della Flam-ber, accerchiato da rune che sfrigolavano instabili e disordinate: un abitacolo di guida ibrido, costruito per sottomettere la Machine semi-distrutta al volere di una Meister che ancora non aveva conosciuto la sua Siren. Senza il sarcofago a impedirlo, la procedura di Elettroconduzione forzata di Sigridúnn era potuta avvenire direttamente sul corpo della gigantessa e, grazie alle protesi meccaniche a sostituzione delle membra mancanti, la Machine aveva dimostrato molta meno resistenza al contatto con la Meister anche senza necessità di un rituale di Risveglio. Ma ora che vi si trovava a bordo e avrebbe dovuto far ricorso all’energia VRIL concessale dal Contratto, in Helena viveva il dubbio che qualcosa potesse punirla per la sua brama di potere che l’aveva portata a violare la sacralità di quel rito.

Senza distogliere lo sguardo dal nucleo del motore, la ragazza si rivolse alla finestra di dialogo aperta sul volto di Màrino, alla sua destra: “Blau Nixe, pronto a chiudere il circuito al mio comando!”

“Sì!”

“Procedo al contatto!” – la ragazza ordinò mentalmente a Sigridúnn di premere l’interruttore sulla lancia, accese il fusibile agganciato sulla punta e vi trafisse il nucleo, irradiandolo di energia – “Adesso!”

Con uno sforzo disumano, Màrino mimò il movimento all’interno della sua cabina e Hydraggsjl lo copiò: facendo leva sulle maniglie del fusibile, lo spinse con forza fin dentro la camera di scoppio del cannone. Su un megaschermo, il diagramma di un circuito a due generatori apparve completo. Le voci degli operatori si fecero più tese, mentre l’intero sito iniziava franare: “Motore in funzione! Arma Finale pronta al decollo! Abbandonare l’area!”

 

E ciò che vide Zeitland Dietrich, appena emerso nello Spazio esterno oltre la cupola geodetica, fu l’orizzonte lunare – apparentemente deserto – riempirsi di scintille e lampi, mentre porzioni di nulla sfrigolavano e schizzavano ovunque sotto la spinta di qualcosa di ciclopico: il camuffamento ottico della cupola geodetica era saltato e ora, come da un uovo prima invisibile, emergeva…esso. Un corpo circolare nero, di oltre trecento metri di diametro, cosparso di propulsori a Vuoto Perpetuo spiraliformi e antenne simili a spine, al centro del quale si ergeva un torso meccanico, dalla cintola in su, alto almeno più del doppio di Fafner, all’aspetto esile e precario ma ricurvo e mostruoso come un demone degli abissi cosmici. Braccia di pistoni idraulici terminavano in lame al posto delle dita e una spina dorsale innaturalmente lunga sosteneva una testa robotica, dai quattro occhi rossi e asimmetrici, come una parodia grottesca delle eleganti maschere delle sWARd Machines. Sorreggeva sulla schiena un cannone spropositato, su cui la parola Dainsleif era stata vergata a caratteri gotici. Fafner dovette scansarsi, e in gran fretta, per evitare di essere travolto da quella montagna in movimento che si levava dal lato chiaro della Luna. Era una mostruosità meccanica senza precedenti: il Leviatano di cui monaci e adepti di ogni religione annunciavano la venuta alla fine dei Tempi, la prima e più potente Machine artificiale costruita da Golgotha, l’ultima eredità lasciata loro dal Terzo Reich.

Già alto nello Spazio, puntava al pianeta azzurro all’orizzonte.

 

*   *   *

 

Osservatorio Astronomico del Pacifico; Isola di Mauna Kea; Hawaii.

 

Alle dodici del mattino, l’allarme che risuonò all’interno della stanzetta d’osservazione fu talmente imprevisto che l’ometto stempiato alla plancia di controllo lasciò cadere di colpo la tazza di thè che stava sorseggiando, inzuppandosi la camicia. Inveì per la scottatura ma le imprecazioni migliori le avrebbe riservate per dopo. Un suo collega scivolò fino a lui sulla sedia girevole dall’altro capo della stanza: “Che succede?”

Il computer dedicato al sistema Terra-Luna mostrava una notifica di allarme a caratteri cubitali. Il tizio stempiato passò la visuale alle telecamere satellitari puntate sulla Luna e un moto di terrore lo invase.

“E quello…” – si piegarono entrambi sulla scrivania, a bocconi – “…che cazzo è?”

Una serie di fotogrammi sempre più ravvicinati inquadrò la spaventosa macchia nera del Nidhoggr, i cui quattro occhi trapassavano il buio come spilli di luce rossa.

L’ometto stempiato batté rapidamente qualche comando sulla tastiera, generando una previsione di traiettoria.

 

OBJECT: unknown

CURRENT POSITION: 8°30′N 31°24′E (Moon)

PREVISIONAL POSITION: 37°47'13.5"N 122°50'57.1"W (Earth)

ETA: 62h – 13m – 43s – 09ms

 

I 43 secondi passarono a 42, 41, 40…

“Cristo santo, è velocissimo! Entrerà in atmosfera tra meno di tre giorni!”

“Sarà una nuova arma dei Nazisti?!” – chiese l’altro, alzandosi già in piedi – “E ora che facciamo?”

“E io che ne so!” – il collega stempiato deglutì l’ultimo sorso di thè residuo in uno scatto di nervi e si passò una mano sulla pelata sudata – “Chiama l’esercito, o il Governo! Chiama chi ti pare, ma avvertiamo chiunque sia su quell’elenco telefonico per le emergenze!”

 

*   *   *

 

Casa Novikov; Mosca; Russia.

 

“No, è fuori discussione!” – fu la prima reazione di Arina Novikov davanti all’ennesima novità portatale in casa da suo marito – “Non posso credere che tu lo stia proponendo ancora!”

Suo marito era rincasato intorno alle quindici del pomeriggio, dopo che la notizia della dichiarazione di guerra era arrivata al suo gabinetto ed era stato incastrato in un fiume di telefonate da ogni Ministero e dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ora era chiamato ad affrontare l’ennesima decisione sul futuro del proprio Paese in veste di massima autorità e, cosa per lui forse più difficile, anche ricoprire il suo ruolo di marito e padre. Dall’esterno proveniva il rumore di pale di un elicottero in lenta rotazione. Un drappello di soldati – la sua scorta privata – attendeva fuori dalla porta d’ingresso, tentando di ignorare per quanto possibile i commenti che si udivano in casa.

“Arina, ti prego.” – l’ansia che assaliva Novikov in quel momento non facilitava il dialogo, ma le lancette dell’orologio non avrebbero smesso di ticchettare – “Non possiamo discuterne come se fosse una decisione solo nostra. C’è mezzo pianeta che si è mobilitato per questa situazione!”

Suo figlio Luka, in un angolo del disimpegno, chiese in preda allo stesso panico che dai suoi genitori fluiva e decuplicava in lui: “Papà che succede? Stanno venendo qui?”

“Non qui, ma cambierà poco se non ci muoviamo.” – lo disse con un tono talmente perentorio e freddo da risultare inumano.

“Guardalo!” – Arina indicò Luka, spiazzata dalla mancanza di tatto del marito – “Guarda quanto è spaventato tuo figlio! Edvard, c’è un maledetto elicottero militare parcheggiato in giardino!”

“Io non capisco.” – Nat, che fino ad ora era rimasta compressa contro una parete con la fronte una mano, in preda a un nauseante mal di testa che le era salito appena era stato fatto il suo nome, si decise a intervenire – “Come…come farei a combattere? Non avevano portato via la mia Unità?”

“Hanno già rimosso il blocco gravante su di essa.” – ancora una volta Edvard rispose più come un giornalista suscettibile, che come un padre.

“Questo non cambia niente, amore, stai tranquilla. Tu non vai da nessuna parte.” – sua madre si voltò verso Nat e poi ancora verso di lui, fulminandolo.

“Oh, ma per piacere!” – adesso la pazienza del Presidente Novikov stava giungendo al limite – “Non parlarne come se stessimo discutendo se mandarla in vacanza con gli amici o comprarle un’auto nuova! C’è una guerra in corso, per Dio!”

“È proprio perché c’è una guerra che dovremo restare uniti, come una famiglia!” – Arina era sul punto di una crisi di nervi, premendosi il petto con le mani, neanche avesse paura che il cuore le cadesse in terra.

“Ma lo saremo! Domani sera tornerò da voi!”

Quest’ultima informazione fece scattare sull’attenti Nat: le aveva accennato di stare via di casa per tre giorni, ma se lui aveva in programma di rientrare il giorno dopo…

“Aspetta, quindi non resterai con me?!” – ora si sentiva non solo spaventata, ma anche improvvisamente sola.

La riserva di calma e diplomazia di Edvard Novikov toccarono il fondo e diede loro le spalle bruscamente, per afferrare la maniglia del portone: “Non posso perdere tempo in questo modo. Tra meno di tre giorni saremo attaccati dai Nazisti e noi stiamo qui a discutere come dei cretini. Nat, va’ a prenderti un cambio!”

E abbassò la maniglia.

“No!” – gridò Arina, mentre lui apriva già il portone, fingendo di non sentirla.

“Ti aspetto sull’elico-”

Con un “NO!” straziante sua moglie gli si gettò addosso, lo scansò e si schiacciò con la schiena contro la porta, richiudendola. Atterrita, rossa in volto e scapigliata: sembrava un animale messo al muro.

“Non ti permetterò di distruggere questa famiglia! Non stavolta!”

Quella scena era qualcosa a cui Nat non si sarebbe mai sognata di dover assistere, nemmeno nei suoi incubi più tristi, e tentò con voce flebile di arginare i danni: “Mamma, aspetta…”

Ma Edvard Novikov era di tutt’altra idea.

“Levati da questa porta!” – e la strattonò via sua moglie, con violenza.

Nel barcollare all’indietro Arina si lasciò sfuggire un gridolino, più per lo stupore che per il dolore, ma fu abbastanza da farle correre suo figlio in contro, gli occhi gonfi di lacrime. Era davvero loro padre quello che aveva davanti? Quello che li aveva cresciuti per una vita? Quello che gli aveva insegnato a giocare a calcio? Quello che baciava sua moglie di soppiatto quando si incrociavano per casa, e poi si ritraeva subito per sottrarsi ai commenti sarcastici dei suoi ragazzi? Era lui, quello adesso con il viso paonazzo e il pugno sollevato, in una smorfia estrema di nervi: “Non posso credere che tu ti stia comportando in modo così…Dio, Arina, c’è in ballo tutto!”

Nat aveva portato le mani al viso, premendosi in cima al setto nasale nel gesto istintivo che le veniva sempre quando iniziava a farle male perfino il lobo frontale: “Vi prego…per favore, potete smet-”

“È mia figlia, Edvard!”

Ora stavano urlando veramente forte.

“Lo so benissimo!” – Novikov mosse un passo in avanti, imponendosi su sua moglie – “È anche mia figlia! O no?!”

Quel punto di domanda fu in grado di paralizzare la moglie più che se le avesse tirato uno schiaffo. Cos’era? Ora giocava anche la carta del dubbio d’infedeltà? A questo era arrivato? A questo lo aveva portato quel periodo?

“Non posso crederci.” – scosse la testa, disgustata, quasi sputandogli addosso le parole – “Così in basso ti riduci?”

Le ingiurie reciproche impiegarono poco a scatenarsi – le parole a quel punto erano solo un fiume confuso – e nella grettezza umana che aveva ormai preso possesso di loro, la voce di Nat riuscì finalmente e farsi udire chiara: “Insomma, a qualcuno frega qualcosa di me?!”

Si tacquero.

La videro in piedi, con quel poco di trucco sugli occhi aveva iniziato a sciogliersi, sotto lacrime trattenute con ostinazione. Le venne da parlare a scatti, nella difficoltà di mantenere il controllo di sé: “Non posso sentirvi litigare così! Parlate di me come se fossi un oggetto! Un interruttore da accendere o spegnere!”

Non vedendo alcuna reazione da parte loro – li aveva mandati in cortocircuito – fece lo sforzo di addolcire lo sguardo e il tono: “Mamma. Lasciami andare.”

“No.” – una reazione l’aveva suscitata, in sua madre, ed era senso di impotenza. Le si avvicinò in un soffio, prendendo il viso di sua figlia tra le mani, singhiozzando, nella consapevolezza che tutte le urla sprecate fino a quel punto non erano valse a nulla: “No, no, no no!”

Nat le prese le accarezzò e se le sfregò sulle guance rigate dalle lacrime che ora uscivano a dispetto dei suoi sforzi: “Ti prego, mamma. Ti prego.”

“No, Nat, no. Non puoi lasciarmi, io non potrei vivere se…”

“Andrà bene. Me lo sento.” – annuì molte volte cercando di convincere in primo luogo sé stessa.

A poco servono le suppliche di sua madre, perché le si sfilò di torno e si volse verso suo padre.

“Verrò.” – aveva assunto un’aria di sfida, la stessa di quando le aveva proposto per la prima volta di prendere parte a quella guerra. – “Ma non lo faccio per te. Se questa è l’occasione per mettere una pietra su questa faccenda…allora voglio finirla con le mie mani.”

Lui restò un momento in silenzio, squadrandola dall’alto in basso e deglutendo un groppo di saliva che per troppi minuti gli era rimasta in bocca. Poi annuì e si fece da parte, lasciandola uscire di casa, sotto gli occhi ancora increduli di sua madre e suo fratello.

Con una minima calma rinnovata, Edvard sentì crescere in lui il desiderio di abbracciarli, di baciarli, di rassicurarli che sarebbe tornato a casa il giorno dopo, ma ebbe anche l’impressine che non sarebbe ricambiato. Concesse solo un rapido saluto a suo figlio e mise un piede oltre la soglia di casa.

“Edvard.” – sua moglie lo richiamò ancora; l’ira delirante di prima l’aveva abbandonata e ora se ne stava stretta nelle braccia, rigida e fredda come una statua di sale, gli occhi vacui – “Se Nataša prende quell’elicottero tra noi è finita.”

Lui le riservò un ultimo sguardo e si richiuse dietro la porta.

   
 
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