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Autore: __aris__    15/09/2021    0 recensioni
Sono trascorsi cinque secoli da quando la Faglia è stata distrutta. In questi secoli Alina Starkof ha esplorato il mondo in lungo e in largo imparando a fare i conti con la solitudine dell’eternità, almeno fino a quando visitando un museo dedicato ai Grisha non stravolgerà l’unica certezza che l’ha accompagna da molto tempo: la sua sarà una vita infinitamente solitaria.
You live in a single moment. I live in a thousand.
Cosa può significare per Alina e l'Oscuro rincontrarsi in un mondo dove la tecnologia ha reso possibile a molti cose che un tempo erano riservate ai Grisha? Un mondo dove la distinzione tra Grisha e persone comuni è molto più sfumata del passato.
Questa storia è ispirata alla canzone Somewhere Only We Know di Lilly Allen.
Potrei fare più riferimenti alla serie Netflix che ai libri, questo dettaglio è in fase di decisione.
I commenti e le impressioni dei lettori sono sempre molto graditi dalla presente autrice.
Genere: Angst, Fantasy, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Alina Starkov, Darkling
Note: Movieverse, OOC, What if? | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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È trascorsa una settimana dalla visita al museo e Alina non ha chiuso occhio nemmeno una delle ultime sette notti.
Alexander è vivo.
Non riesce a pensare ad altro. I suoi pensieri ormai le sembrano un disco rotto, li conosce a memoria, ma non riesce a interromperli e decidere come reagire o cosa provare. Sa di essere arrabbiata, forse è addirittura furibonda, ma non riesce a individuarne il motivo.
Il problema è che lui non è morto o che non l’abbia mai cercata?
Non che le avrebbe fatto piacere ritrovarselo davanti in un giorno qualsiasi degli ultimi cinquecento anni. Non è più la ragazzina ingenua che entra per la prima volta al Piccolo Palazzo ammaliata dal fascino dell’Oscuro; sa che se fosse tornato da lei sarebbe stato solo un altro tentativo di manipolarla e usarla per fare del male a qualcuno. Però … però … avrebbe comunque voluto saperlo.
 Sapere di non essere sola.
Dopotutto avere un avversario è sempre meglio che non avere nessuno, almeno avrebbe avuto uno scopo.
E poi ci sono le domande che le si rincorrono senza sosta nella mente.
Com’è possibile che sia sopravvissuto? Lei lo ha pugnalato e ha visto il suo corpo bruciare, aveva perfino pianto per lui e esaudito il suo ultimo desiderio. E invece lui era rimasto vivo tutti quei secoli! Com’era stato possibile? Cos’aveva fatto in tutto questo tempo? Perché non era tornato a essere il comandante del secondo esercito?
Alina si rigira nel letto sbuffando.
Se fosse tornato a comandare i Grisha la storia di Ravka sarebbe stata molto diversa.  
Invece dirige un museo in cui al massimo entravano solo le scolaresche e pochi appassionati di storia.
Forse anche lui era senza poteri come lei?
Alina sistema il cuscino e si mette a sedere nel letto. Sa che sta per fare qualcosa di inutile, se non pericoloso, ma deve fare un tentativo.
Dopo che è riuscita a chiudere la Faglia, ha provato innumerevoli volte a evocare il sole, ma al posto del brivido elettrico della sua magia ha sempre trovato il vuoto e la mancanza di una parte di sé, come se le avessero amputato un arto. Non è mai riuscita a creare nemmeno una scintilla di luce e ogni volta che provava e falliva si sentiva morire dentro.
Quello che vuole fare adesso è ancora più ridicolo.
Prova di concentrarsi chiudendo gli occhi e cercando la connessione che un tempo l’aveva legata a lui.
Era stupido! Se era senza poteri perché ci provava?
Alina scuote la testa per allontanare la voce della ragione e ricomincia a concentrarsi. Ma, proprio come la sua luce, anche quel legame ha lasciato posto al vuoto.
Solo adesso si concede un sospiro di sollievo mentre si stende di nuovo e prova a riaddormentarsi. Se non è rimasto nulla della loro connessione forse, solo forse, Alexander ha davvero perso i suoi poteri e non può fare del male a nessuno.
 
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La mattina seguente è fredda e luminosa. Alina cammina tra i grandi viali di Os Alta ammirando i rami degli alberi intrappolati in luccicanti cristalli di ghiaccio. Al termine del viale le cupole dorate del Gran Palazzo brillano nel cielo azzurro.  
Os Alta è ancora una delle città più belle del mondo, o almeno lo è la parte oltre il fossato. Oggi automobili di lusso hanno sostituito le carrozze e in molti degli antichi palazzi della nobiltà si trovano uffici di importanti aziende, banche internazionali e perfino studi legali. Altri ancora sono diventati appartamenti, più o meno grandi, per le persone che vi lavorano.
Continua a camminare fino a quando non vede le mura del Piccolo Palazzo.
Solo adesso nota in cinque secoli nessuno lo ha modificato. Nessuno ha mai osato spostare una sola delle pietre che il generale Kirigan aveva fatto posare. Chissà se anche gli interni sono ancora come li ricordava?
Per la prima volta dopo mesi che percorre quella strada tutte le mattine prova il desiderio di tornare al Piccolo Palazzo e circondarsi da Grisha. Se potesse evocare ancora il sole forse lo farebbe, forse potrebbe perfino chiamare quel luogo casa. Ma non può evocare il sole e nessuno può entrare al Piccolo Palazzo senza invito, quindi non le resta altro da fare se non ricominciare a camminare verso la scuola dove insegna.
Le piace insegnare, soprattutto ai bambini. Le riporta alla mente gli anni a Keramzin, i giochi con Mal e le strigliate di Ana Kuya. E poi prova una gioia infinita nel vedere bambini Ghrisha continuare a stare con i loro amici fino a quando non avranno l’età per decidere se o meno al Piccolo Palazzo. Perché se i secoli hanno insegnato qualcosa ad Alina è che quelle alte mura sono una lama a doppio taglio che proteggono i Grisha ma consentono anche a superstizioni e maldicenze di diffondersi tra la gente comune. Crescere assieme agli otkazat'sya è l’unico modo che i Grisha hanno per dimostrare di essere persone come le altre e non creature innaturali, scherzi dei Santi o figli dei demoni.
Alina si ferma all’improvviso quando si rende conto che i suoi passi l’hanno portata davanti al Musei delle Arti Grisha senza che se ne accorgesse.
L’idea di entrare la tenta, ma se lo facesse finirebbe nell’ufficio del direttore e non crede di essere pronta a incontrarlo.
Cosa si può dire a un uomo che non si vede da cinque secoli?
Come si saluta qualcuno che si ha ucciso?
Perché Alexander potrà anche essere resuscitato in qualche modo che lei non conosce, ma lei lo ha visto morire.
Riprende a camminare con passo spedito verso il collegio di Sankt Gabriel, coprendosi meglio con la sciarpa.
I passi di Alina sono veloci sui marciapiedi puliti dalla neve. Immagina che il direttore del collego la richiamerà per il ritardo e che Misha non avrà completato i compiti, mentre quelli di Evgeny saranno perfetti; ma nulla di tutto questo le sembra importante davanti alla consapevolezza che, prima o poi, deve trovare il coraggio per incontrare Alexander.
 
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Dimitriy Kalinin era solo un’altra identità vuota con cui passare da un’epoca all’altra. Un guscio sterile, come i molti altri che lo avevano preceduto.
C’erano state delle volte in cui un nome gli aveva permesso di compiere grandi cose, ma erano state rare. E comunque dopo la sua resurrezione non c’era molto che potesse fare se non nascondersi come un topo nell’oscurità. Privo di ogni potere, se non dell’immortalità, aveva visto come i miracoli che un tempo erano possibili solo ai Grisha venivano replicati dalla scienza degli otkazat’sya con facilità sempre maggiore.
A scuola si insegnava ai bambini che i miracoli moderni erano frutto della collaborazione di tutti, che la scienza degli otkazat’sya aveva scoperto nuove malattie e che le cure erano state trovate solo grazie ai Guaritori Grisha, che nuove leghe di metallo erano state rese indistruttibili grazie alla cooperazione di chimici e Fabrikator.
Ma per quanto tempo sarebbe potuto durare? Ormai era la Piccola Scienza che doveva rincorrere la scienza degli otkazat’sya nella medicina, nella chimica o nell’ingegneria. C’era perfino chi sosteneva che l’unica scienza fosse quella degli otkazat’sya, declassando le arti Grisha a poco più che fenomeni da circo.
Quando sarebbe arrivato il giorno in cui gli otkazat’sya non avrebbero più avuto bisogno dei Grisha?
E cosa sarebbe successo quel giorno?
Nuove e persecuzioni, rese ancora più efficienti dallo sviluppo tecnologico degli ultimi secoli.
Se avesse avuto ancora le sue ombre avrebbe dimostrato anche ai più scettici che non tutto era replicabile con l’aiuto di qualche voluminoso macchinario e della fisica.
Se avesse ancora avuto i suoi poteri il mondo sarebbe stato un posto molto diverso.
Ma Alexander Morozova non poteva più invocare le ombre da cinque secoli e il posto di direttore del museo dell’arte Grisha era ciò che lo aveva portato più vicino al Piccolo Palazzo dalla distruzione della faglia, con i suoi archivi di manufatti che gli otkazat’sya non dovevano sapere esistessero e la sua sterminata biblioteca. Ma, nonostante tutti i suoi sforzi, non era riuscito ad avvicinarsi nemmeno alle porte di quelle stanze.
Per Natalya Kovaleva, la spaccacuori a capo del Piccolo Palazzo, lui era solo un otkazat’sya che conosceva la storia meglio di altri, ma che occupava il posto di un Grisha. La legge gli aveva concesso l’opportunità di ricoprire quell’incarico, ma per Natalya solo un Grisha poteva raccontare cosa voleva dire essere un Grisha prima e dopo la Faglia. Per lei un otkazat’sya non avrebbe mai potuto capire, e a nulla era servito aver guadagnato il rispetto dei dipendenti del museo.
Doveva ammettere che una parte di lui era fiera della scrupolosità con cui i Grisha difendevano ancora sé stessi, anche se la verità era molto più complicata di quanto Natalya potesse immaginare.
Alexander sospira guardando oltre la finestra del suo ufficio.
Detesta la modernità, con la sa aria inquinata e il rumore incessante delle automobili. Ma soprattutto detesta il pericolo che rappresenta: se la scienza degli otkazat’sya superasse la piccola scienza, cosa potrebbe proteggere i Grisha da nuove persecuzioni?
Lui ricorda, meglio di quanto possa fare Natalya Kovaleva, i tempi in cui i Grisha erano considerati più simili a demoni che a uomini; soprattutto ricorda il dolore di vedere ogni persona amata uccisa da un esercito di zotici.
Ci ha riflettuto a lungo, mano a mano che il tempo scorreva, ed è giunto alla conclusione che la sua memoria sia una condanna peggiore dell’aver perso i propri poteri. Perché se non ricordasse di essere stato l’Eretico Nero o il Generale Kirigan, non si sentirebbe cosi impotente e riuscirebbe a dormire la notte.
Ma Alexander ricorda tutto, ogni istante degli ultimi mille anni come se fosse accaduto ieri, e proprio per questo ha deciso di lavorare al Museo dell’Arte Grisha perché può solo insegnare alle nuove generazioni che per perdere ogni diritto faticosamente acquisito basta un pezzo di carta firmato dalle persone giuste. Solo perché la memoria del passato è più importante di ogni altra cosa sopporta un ministro della cultura idiota e il sarcasmo di Natalya Kovaleva.
Il telefono interno suona poco prima che l’orologio a pendola rintocchi le sei.
Direttore, mi scusi se la disturbo, ma c’è una persona per lei.” La voce di Klara sembra cortesemente irritata. Chiunque sia la persona davanti a lei deve essere stata molto insistente.
Alexander si massaggia la fronte, l’ultima cosa che vuole a quest’ora è l’ennesima seccatura della giornata. “Ha un appuntamento?
No, ma sostiene di essere una sua vecchia amica.”
Dimitriy Kalinin non ha amici: non ha mai ricevuto una visita personale da quando è direttore del museo, e le uniche persone con cui ha rapporti sono in qualche modo legate al suo lavoro. Non gli viene in mente nessuno che possa dire di conoscerlo da molto tempo. “Come si chiama?
Alina Ostereva.”
Ostereva è qualcosa che fa più male della pugnalata che Alina gli inferse secoli prima, eppure si scopre a sorridere per la prima volta dopo molto tempo. “Falla entrare Klara e, per favore, facci portare del tè.”





 
   
 
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