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Autore: TigerEyes    27/09/2021    17 recensioni
Studenti di giorno, apprendisti agenti segreti di notte, l'uno all'insaputa dell'altra.
Cosa accadrà quando scopriranno le rispettive doppie vite?
Sulla falsariga di Mr & Mrs Smith, penso l'abbiate già intuito...
Capitolo 6 revisionato (non mi piaceva!)
Genere: Commedia, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Akane Tendo, Ranma Saotome
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Nel ringraziare come sempre la beta Moira78 per aver editato questo capitolo e Tillyci per la consulenza, vi auguro buona lettura (spero)!





VI

CARTE SCOPERTE






Ranma si stava annoiando a morte.
A dar retta alla capoclan della famiglia Daimonji, quello doveva essere l’incontro epocale tra le due più importanti organizzazioni spionistiche di Nerima, invece lui – dall’alto del solito acero pluricentenario dove ormai avrebbe potuto piantare una tenda in perfetto stile Ryoga – vedeva attraverso il binocolo solo tre vecchiette rattrappite che nel mezzo del parco, sotto un ampio ombrellone, fronteggiavano altre tre vecchiette formato nano da giardino. E tutte e sei mandavano scariche elettriche dagli occhi cercando di fulminarsi a vicenda in un tripudio di scintille con cui rischiavano soltanto di incendiare la tovaglia. Dal modo idiota con cui gesticolavano o ridevano sguaiate, poi, era chiaro che si stavano anche deridendo a vicenda. Mancava tanto così che si tirassero addosso tutto l’occorrente della cerimonia del tè approntato per il grande evento. Che poi aveva scoperto essere in realtà il secondo incontro epocale, visto che il primo, da certe indiscrezioni, aveva quasi scatenato la Terza Guerra Mondiale fra le due famiglie. Non era sicuro di aver ben inteso i frammenti di conversazioni nella residenza dei Daimonji, eppure in qualche modo c’entravano a quanto sembrava quel rintronato di Sentaro e… una scimmia.
“Mi spieghi questa storia della scimmia?”, chiese Ranma a bruciapelo al collega anziano, non appena questi si sdraiò accanto a lui sul gigantesco ramo.
Kotaro tirò fuori il suo binocolo e si mise a studiare la situazione.
“Veramente sarei venuto a darti il cambio…”.
“Sì, ma non c’è fretta. Allora? Vuoi spiegarmi almeno tu cos’è accaduto fra questi due clan? Qui nessuno vuole dirmi niente”.
“Lo credo bene: l’incontro di un anno fa che avrebbe dovuto sancire l’unione tra i Miyakoji e i Daimonji fu un disastro, ma soprattutto un’onta per i Daimonji”, chiosò Kotaro.
“Unione?! Vuoi dire che i rispettivi eredi avrebbero dovuto convolare a nozze?”.
“Dovevano, esatto: la nonna di Sentaro e quella di Satsuki avevano combinato il matrimonio dei nipoti per ricucire lo scisma che si era creato fra le due scuole di lotta basate sulla cerimonia del tè, ma al banchetto organizzato dalle due famiglie per far incontrare gli eredi, Satsuki mandò al suo posto Sanae, un macaco ammaestrato travestito da geisha. Puoi immaginare l’ira funesta dei Daimonji che, visto l’oltraggio, non potevano che giurare vendetta: dietro loro ordine, ho rapito Sanae e l’ho venduta a un circo. Ma questo ha scatenato una serie di vendette e contro-vendette tra i due clan che proseguono ancora oggi…”.
Lentamente, Ranma si volse scioccato verso il collega.
“Quella ragazza ha osato tanto pur di evitare il matrimonio forzato?”.
Non avrebbe mai creduto che una giovane di una simile levatura sociale potesse escogitare un insulto così esilarante, soprattutto perché gli era parsa vivace come un barattolo di sottaceti. L’aveva sottovalutata, a quanto pareva.
“Ebbene sì, incredibile, vero? Ma non sei tu il fortunato che era stato scelto per sedurla? È carina come si vocifera?”.
Ranma tornò paonazzo a fissare il mondo attraverso il binocolo.
“E-ehm… sssssì, è caruccia, insomma, nulla di che…”.
Di colpo si sentì fortunato: Akane sarà stata pure una bisbetica, ma non si era mai permessa di offendere né lui, né la sua famiglia con un comportamento simile.
No, sono stato fortunato e basta, perché Akane e io alla fine ci siamo…
“Guarda, le tre rappresentanti della famiglia Miyakoji stanno mostrando alle Daimonji le foto che hai scattato quando sei andato a letto con Satsuki”, gli fece notare Kotaro.
Ranma deglutì e sudò freddo, sperando che Ume, Matsu e Take non scoprissero che aveva imbrogliato i Daimonji. Le tre mummiette, tuttavia, negarono energicamente il coinvolgimento del loro clan nello scandalo che aveva colpito Satsuki, mostrando a loro volta delle foto compromettenti di Sentaro mentre se la spassava con una ragazza e accusando i Miyakoji di averlo incastrato.
“A quanto pare le due famiglie hanno avuto la stessa idea per mandare a monte ancora una volta i matrimoni dei rispettivi rampolli”, ridacchiò Kotaro, ma Ranma non gli badò. Aveva poco a poco aggrottato la fronte perché qualcosa, in quelle foto, aveva attirato la sua attenzione, anche se il binocolo non era così potente da permettergli di distinguere i particolari.
No, i particolari no, ma i colori sì.
Un lampo arancione e nero lo spinse a cercare di mettere ancor più a fuoco le lenti, ma le immagini che Ume stringeva tra le piccole dita nodose rimanevano sfocate.
Non può essere...
“Ranma? Che ti prende? Se stringi un altro po’ quel binocolo, lo frantumi!”.
La voce di Kotaro si fece di colpo così distante da giungere alle sue orecchie solo come un brusio indistinto.
Lui l’aveva già vista, quella tonalità arancione e nera, ma era certo che fosse una coincidenza. Doveva essere una coincidenza, per forza. Anzi, lo era di sicuro, a dispetto dello stomaco che si torceva fino ad annodarsi. Se solo avesse potuto avvicinarsi o avesse avuto un binocolo più potente, si sarebbe tolto ogni dubbio.
Non è possibile! Non può e basta!
“Kotaro, passami il fucile di precisione, svelto!”, gli ordinò mentre le vecchiette sbattevano sul prato le rispettive foto e si alzavano in piedi urlando per mettersi in posa da combattimento.
“Vuoi già narcotizzare le Miyakoji?!”, chiese allarmato il collega obbedendo comunque alla sua richiesta. “Devono ancora iniziare a combattere!”.
Ranma puntò il mirino contro i sei rottweiler in kimono formale che sbavavano insulti e abbaiavano minacce, mentre una giovane cameriera si avvicinava a loro a passo svelto con un vassoio ricolmo di dolci tra le mani. Le bassotte rabbiose tornarono sedute guardandosi in cagnesco e cercando di fregarsi i pasticcini a vicenda a velocità smodata, intanto che la cameriera, inginocchiata, raccoglieva le foto volate ovunque.
Col mirino del fucile Ranma riuscì a distinguere meglio alcuni particolari di quelle istantanee, ma nulla che potesse essere davvero risolutivo. Il dubbio atroce rimaneva a mozzargli il respiro, doveva inventarsi qualcosa per poter vedere da vicino quelle dannate immagini.
È un’assurdità, non ci credo, non ci crederò mai!
Immagini diventate di colpo stranamente interessanti anche per la cameriera.



Con la pelle che sudava copiosa dietro l’ennesima maschera di lattice, Akane fu mandata con uno spintone a servire i dolci a quelle sei invasate prima che si azzuffassero, rischiando di inciampare negli odiosi zori che era stata costretta a indossare, come se il pesante kimono non fosse già di per sé un intralcio. Ma come previsto, le vecchiette si quietarono subito iniziando a litigarsi i dolcetti piuttosto che gli strumenti per la cerimonia del tè.
Approfittando della loro distrazione, iniziò a raccogliere il più in fretta possibile le foto, sparse dappertutto, di lei a cavalcioni su un Sentaro svenuto. Erano così oscene che a stento trattenne un conato, doveva farle sparire, nessun altro doveva vederle e comunque, ora che erano servite allo scopo, poteva anche distruggerle e già sapeva come: ne avrebbe fatto un bel falò. Le radunò in una pila e stava per infilarle nella scollatura del kimono quando l’occhio le cadde sulle foto di Satsuki a letto con un ragazzo dagli assurdi capelli rosso fuoco. Concedendo a quegli scatti qualche secondo in più di attenzione, Akane notò che persino gli occhi del bell’imbusto erano scarlatti. Che razza di travestimento ridicolo, era chiaro che il tipo stava indossando una parrucca e lenti colora…
Akane lasciò cadere le proprie foto in grembo per raccogliere con un lieve tremolio della mano una delle immagini incriminate e studiare meglio il sorrisetto soddisfatto sulla faccia da schiaffi del ragazzo, tracciando con l’indice i contorni del suo viso, la propria bocca che via via si spalancava sempre più.
Questi lineamenti... Non è possibile…
Improvvisamente dimenticò tutto: la missione, le vecchiette che si uccidevano a vicenda a colpi di fulmini dalle orbite, il giardino, il parasole, qualunque cosa.

(Cos’è questo profumo?)

Perché, tutt’a un tratto, il mondo aveva iniziato a vorticare intorno a lei.

(Ah, ehm… de-dev’essere della tizia ubriaca che ho soccorso per strada, sì, ecco, me la sono accollata fino alla stazione di polizia più vicina!)

““No…”, mormorò con un filo di voce. “Non è vero… No, kamisama, non è possibile!”, gridò facendo calare un silenzio tombale tra le presenti.
“Come osi levare la voce e interromperci, maleducata!”, la sgridò una delle rappresentanti della famiglia Daimonji.
“Che razza di gente assume la famiglia Miyakoji, è davvero caduta in basso!”, rise un’altra dietro il ventaglio aperto.
“Credete forse che la vostra servitù sia migliore?”, le interruppe Shika. “Meglio tacere sull’accoglienza che i vostri sottoposti hanno riservato al nostro messaggero!”.
“Cosa pretendi? Chissà quali armi poteva nascondere, dovevamo denudarlo!”.
“Volevate solo rifarvi gli occhi, ammettetelo, zittelle acide che non siete altro!”, la schernì Cho.
“Ha parlato la palpeggiatrice! Credi non sappiamo cos’hai fatto tu al nostro messaggero incaricato di portarvi la risposta?”.
Cho si alzò in piedi furente tirando fuori dal nulla un gigantesco frullino di bambù.
“Ritira quello che hai detto, gatta morta!”.
“Ma stai zitta, che non sai neanche mantenerti in equilibrio!”, ribatté l’avversaria facendola volare in aria con un semplice tovagliolo ripiegato.
Prima che Ino o Shika potessero contrattaccare, qualcosa colpì quest’ultima al collo facendola cadere all’indietro e Akane si ridestò dal suo torpore: sfilandosi lesta il kimono per restare in tenuta da combattimento, si frappose fra le Miyakoji e le Daimonji, pur sapendo di rischiare di diventare lei stessa un bersaglio per colui che stava evidentemente appostato su uno degli alberi oltre il muro di cinta.
Non avrebbe mai immaginato che nella densa nube di putiferio che si scatenò, il cecchino – fasciato di nero dalla testa ai piedi – si sarebbe manifestato in mezzo a sbuffi di tè matcha e mazzate a colpi di mestolo gigante di bambù, anziché rimanere nell’ombra. Ma sembrava anche lui interessato a quelle maledette foto, mentre lei cercava di mettere pace tra le litiganti, perché afferrò un’istantanea che riguardava Sentaro e rimase a fissarla per istanti interminabili.
Possibile che…?
Akane approfittò del fatto che le vecchiette si fossero messe ko a vicenda per tentare di colpire l’intruso distratto con un calcio mirato al collo, invece quello… evitò il suo attacco scansando la testa di lato.
Senza nemmeno guardarla.
Ad Akane sembrò per un istante di precipitare nel proprio dojo, dove un Ranma in sembianze femminili evitava i suoi attacchi con una facilità imbarazzante e saltava con l’agilità di un gatto oltre la sua testa, posandole per giunta pollice e indice sul capo. Cosa che fece anche il suo avversario per oltrepassarla, recuperare le Daimonji e saltare con loro tre sottobraccio oltre il muro che circondava la proprietà.
Non posso crederci… dèi del cielo, non può essere…
Se aveva ancora un briciolo di dubbio, era appena stato fugato.
No… no, no, no, noooo! Questo è un incubo!
No, non era lui, non poteva essere davvero lui, era inconcepibile!
Eppure le movenze erano le stesse e la fotografia di lei a cavalcioni su un Sentaro svenuto era lì, ai suoi piedi, strappata in due metà.
La realtà iniziò a deformarsi e a vorticare di nuovo, le gambe a farsi di gelatina, il respiro a diventare sempre più concitato, mentre realizzava l'inconcepibile.
Ranma era una spia.
Falso… ipocrita…
Peggio.
Era una spia che lavorava per il nemico.
…bugiardo…
Ed era andato a letto con Miyakoji Satsuki.
E pure traditore!
Senza più un briciolo di fiato, Akane cadde sulle ginocchia all’unisono col mondo che le crollava addosso e una lacrima che abbandonava le ciglia.
Ora sapeva cosa lei rappresentava davvero per Ranma: solo una copertura.
Nient’altro.
Ranma non l’aveva mai amata.
Chiuse lentamente le dita a pugno fino a farle scrocchiare una a una.
Ranma era un uomo morto.


- § -


Akane che piangeva davanti allo specchio.
Bugiarda!
Akane che si voltava a guardarlo inorridita e mezza nuda gli chiedeva di non giudicarla male.
Falsa!
Akane che gli aveva mentito quella sera e chissà quante altre.
Ipocrita!
Akane che non era ciò che sembrava.
E aveva pure il coraggio di definire Shampoo una gatta morta!
Akane che lo tradiva.
Ranma scivolò su una tegola e perse per un attimo l’equilibrio, prima di spiccare il salto che lo avrebbe portato oltre il muro di cinta della residenza dei Daimonji, nel cui giardino depositò le tre mummie ancora svenute.
Lei non mi ha mai… mai…
Scappò prima di essere sorpreso dalla capoclan tornando a saltare di tetto in tetto, senza meta. Una parte di lui continuava ostinata a sperare che la ragazza della foto non fosse lei, il volto e i capelli erano diversi, dopotutto, come poteva essere davvero lei? Eppure sapeva bene che un volto si può nascondere dietro una maschera e i capelli sotto una parrucca. E solo Akane, del resto, possedeva quelle braccia muscolose. E anche se quella nella foto non fosse stata lei, sua moglie aveva indossato comunque lo stesso costume provocante, quindi quella sera era dove non avrebbe dovuto essere.
Peggio ancora.
Era in un night club a intrattenere
(Sentaro)
dei pervertiti.
No, la verità era che la casta e pudica Akane non era né casta, né pudica. Era una bugiarda e lavorava per il nemico, per giunta.
Ma sopra ogni cosa, lo aveva tradito.
Decisamente non avrebbe aspettato i ventun’anni per chiedere il divorzio. Non avrebbe aspettato nemmeno ventiquattr’ore.
Col cuore in gola e il fiato corto, Ranma atterrò quasi senza rendersene conto sul tetto dei Tendo. Alla fine di quell’interminabile giornata le gambe lo avevano riportato a casa. Come se quella fosse mai stata casa sua… Per un istante si sentì come Ryoga, che girovagava a casaccio eppure immancabilmente i piedi lo riportavano sempre dalla donna amata, quasi avesse una bussola interna puntata su Akane anziché sul Nord. Solo adesso cominciava a capire quel suino in miniatura.
Si sedette sulle tegole prendendosi la testa tra le mani, ancora incredulo, ma chiudere gli occhi e darsi dell’imbecille non avrebbe cancellato quello che aveva visto. Come aveva potuto essere così idiota? Come aveva fatto a cascarci? Era stato forse il bisogno disperato di credere che lei fosse davvero diversa dalle altre? Aveva recitato veramente bene la parte dell’ingenua, non c’era che dire, un’autentica attrice… E ora che la vedeva con occhi diversi, tutt’altro che innocente e pura, Ranma non poté fare a meno di pensare che Akane poteva avergli mentito praticamente su tutto.
Due anni di bugie, ecco cos’era stato il loro fidanzamento.
Solo una menzogna.
Invece lui… lui…
Lui non sapeva nemmeno cosa diavolo ci facesse ancora lì. Perché non se n’era andato? L’ultima cosa che voleva era ritrovarsi faccia a faccia con lei, non avrebbe sopportato le sue lacrime bugiarde, né un’altra menzogna dalla sua bocca. Tutto, tranne che affrontare... sua moglie.
Eppure, nonostante il cuore sanguinante continuasse a martellare nelle orecchie, scivolò infine nella propria stanza più silenzioso di un ninja, si spogliò per indossare la solita casacca cinese e dopo aver preso un bel respiro scese le scale, pronto ad accogliere ‘a braccia aperte’ la futura ex signora Saotome. No, non se ne sarebbe andato per sempre da quella casa senza prima sbatterle in faccia tutto ciò che pensava di lei.
La luce accesa in cucina, l’unica stranamente in tutta una casa altrimenti al buio, lo inchiodò in corridoio arrestando perfino il suo respiro, anche perché nessun rumore proveniva da lì. Cosa avrebbe mai dovuto temere lo ignorava, non aveva alcun senso la tensione che lo stava pervadendo, eppure non osò mettere piede in quello che era stato il regno di Kasumi: la sensazione di essere in pericolo si tramutò in un brivido alla base della nuca che gli fece rizzare il codino.
Il rumore di una corda che veniva tesa.
Un sibilo.
E solo all’ultimo istante Ranma schivò la freccia che passò davanti al suo naso e si conficcò sulla parete di fianco.
Una trappola, lo sapevo!
Si gettò rapido a terra rotolando fino all’angolo con la cucina.
“Sei tornato, finalmente, traditore!”, lo salutò rabbiosa sua moglie.
Aveva cercato di ucciderlo?
Akane aveva tentato sul serio di farlo fuori?!
Non ci credo, impossibile!
La luce che illuminava le scale e l’ingresso si accese e Ranma realizzò che Akane era sempre stata al piano di sopra, come aveva fatto a celargli la sua presenza? Di cosa era davvero capace quell’imbranata che forse imbranata non era?
“Ma che ti prende, sei impazzita?!".
“Non sono mai stata tanto lucida come oggi: finalmente ho aperto gli occhi!”.
Ranma aggrottò la fronte: Akane aveva a sua volta scoperto che lui conduceva una doppia vita?
La cameriera nella residenza dei Miyakoji… Stava osservando le mie foto, prima che io intervenissi, e mi ha pure attaccato! Possibile che fosse lei?!
Akane, nel frattempo, si era avvicinata alla ringhiera e stava di nuovo tendendo l’arco.
“Allora hai preso un abbaglio e comunque se c’è una traditrice qui sei soltanto tu!”, le gridò senza osare sporgere nemmeno un capello.
“Bugiardo! Ammettilo che hai accettato di sposarmi solo perché volevi la palestra! Ti serviva una copertura per il tuo vero lavoro!”.
Passi felpati che scendevano i gradini.
“No, aspetta, posso spiegarti! All’inizio era così, però poi…”.
“Non voglio sentire le tue bugie pietose!”.
Una freccia si conficcò sulla parete di fronte a lui. Ranma deglutì cercando di mantenere i nervi saldi. Si trattava pur sempre di Akane, non aveva nulla da temere.
“Se volevi davvero farmi fuori, ti bastava cucinare un piatto a caso!”, la derise scivolando lungo il muro contro il quale aveva aderito per entrare in cucina e spegnere la luce.
“Perché, lo avresti assaggiato?”, chiese lei ironica mentre la sentiva scendere gli ultimi gradini.
“Viste le tue prodezze di ieri, no, non avrei rischiato di nuovo la vita!”.
“Lo immaginavo, tesoro, ecco perché ho impugnato un arco!”.
Ranma si acquattò dietro l’isola al centro della cucina e sollevò un braccio per aprire il cassetto delle posate, rovistando fino a trovare quello che cercava. Non voleva farle del male, ma in qualche modo doveva spaventarla per indurla a indietreggiare quel tanto da avere l’occasione per scappare.
“Spero almeno che nel kyudo tu sia migliorata, dall’ultima volta!”.
Una freccia trapassò il bancone da parte a parte proprio sopra la sua testa facendo scaraventare il cassetto aperto per terra in un frastuono di posate che si sparsero ovunque.
“Che ne dici, maritino, sono migliorata abbastanza?!”.
Anche troppo…
“Tanto rimarrai sempre una pippetta, Akane, sei senza speranza!”.
Un’altra freccia stavolta gli sfiorò i capelli.
Ma porc…!
“Ti do la possibilità di andartene sulle tue gambe, maiale che non sei altro, ma non azzardarti a tornare mai più!”.
Allora non voleva davvero ammazzarlo? Finora lo aveva mancato apposta?!
“Ti credevo diversa da tutte le altre, Akane, invece…”.
“Non dirlo… non ti azzardare!”.
“...sei la peggiore!”.
La sentì risucchiare il respiro, prima della deflagrazione.
“Come osi proprio tu?! Due anni e mezzo di menzogne e tradimenti, sei tu a non essere ciò che credevo!”.
“Parla quella che è andata in un night club a strusciarsi addosso ai peggiori pervertiti! In confronto a te Shampoo è vestita in modo decente!”.
Stavolta la freccia penetrò l’isola a destra della sua faccia. Una goccia di sudore scivolò rapida lungo una tempia.
“Non paragonarmi a quella gatta morta!”.
“Almeno lei non fa finta di essere ciò che non è! E comunque non ti ho tradito, io, tu invece…”.
Un’altra freccia trapassò il mobile a sinistra della sua testa.
“So perfettamente dove sei, Ranma, ti conviene smetterla di mentire! Io piuttosto non mi sono strusciata addosso a nessuno, sono loro che…”.
La frase rimase sospesa nell’aria a pesare come un sudario.
“Allora è vero… ti sei lasciata toccare…”.
“No…”, ansimò lei. “Nooo! Sei tu che ti sei portato a letto Miyakoji Satsuki, schifoso!”.
Nel momento stesso in cui Akane scoccò l’ennesima freccia, Ranma uscì dal suo nascondiglio rotolando sul pavimento e lanciando la mannaia in modo da farla roteare fino a conficcarsi nello stipite della porta. Tanto bastò perché Akane si scansasse credendo fosse rivolta contro di lei e lui ne approfittò per lanciarsi nella stanza di Happosai, per poi demolire il muro fra questa e l’ingresso con un pugno. Un’altra freccia sibilò proprio dietro la sua schiena, costringendolo a sfondare anche la porta di casa, saltare sul muro di recinzione e da lì sul tetto della casa di fronte.
L’ultima cosa che vide, gettandosi un’occhiata alle spalle, fu Akane al limite del laghetto illuminata dalla fredda luce dei lampioni: lo sguardo omicida nei suoi occhi diede a Ranma la terribile impressione che sua moglie fosse caduta di nuovo preda della bambola maledetta del ryokan Ningyokan.


- § -


Appena Ranma svanì oltre i tetti, Akane cadde in ginocchio sul prato. Mani affondate tra i fili d’erba, si lasciò andare a un nuovo pianto dirotto, maledicendo se stessa, non lui. Perché, nonostante tutto, non aveva avuto nemmeno il coraggio di pestarlo fino a ridurlo in fin di vita. La verità era che non voleva neppure vederla quella faccia da schiaffi, cacciarlo di casa costringendolo a scappare a gambe levate da vigliacco quale era le era sembrata l’unica soluzione per non affrontarlo.
Perché se l’avesse guardato anche una volta sola negli occhi…
Concentrati, maledizione! Basta piangere, è a te che devi pensare, non a quell'idiota!
Si passò il dorso della mano sotto il naso, tornò eretta e si mise a osservare le prime stelle.
Non poteva restare a dormire lì e non solo perché rischiava grosso, ora che la sua identità era stata scoperta. Non riusciva proprio a concepire di rimanere un minuto di più nello stesso luogo in cui aveva condiviso tanti bei momenti con lui, non adesso, almeno. Aveva bisogno di parole di conforto e c’era un solo posto dove poteva trovarle.
Si alzò in piedi e rientrò in casa. Alla vista delle frecce conficcate sulla parete di fianco alla cucina tentò di arginare un nuovo fiume di lacrime premendo con forza le ciglia sugli occhi e solo quando fu sicura che la voce non tremasse, scavalcò i detriti lasciati da Ranma all’ingresso, andò al telefono e compose un numero.
Pronto?”.
Ma poi non riuscì nemmeno a rispondere: scoppiò a piangere e si accasciò sul pavimento.
Akane, sei tu? Che succede?”.
“Ra… Ra… mi ha scoperto!”, singhiozzò prima di premere una mano sulla bocca.
Cosa? Non ho capito!”.
“Ranma… Ranma ha scoperto tutto!”, esplose. “E mi ha detto delle cose orribili!”.
Per tutti i kami… dov’è lui adesso?”.
“È… è scappato… l’ho fatto scappare! Non voglio più vederlo!”, urlò con voce stridula.
Va bene, calmati, ora, vuoi che veniamo lì?”.
“No! Non è sicuro!”.
Perché? Temi possa tornare stanotte? Anche fosse, cosa potrebbe fare?”.
“Lui… è come me! È una spia! E lavora per la Tigre Nera!”.
La cornetta gli restituì solo un silenzio glaciale.
Dèi del cielo… Ma sei sicura? Le probabilità che anche lui sia…”.
“Lo so! Eppure è così, fidatevi!”.
Ma lui sa che noi sappiamo?”.
“N-no, non credo… è stato tutto così improvviso… comunque non penso sospetti di voi…”.
Non si può mai dire… In ogni caso è più sicuro che tu venga da noi, non puoi rimanere lì”.
“G-grazie, arrivo subito!”.
Akane riagganciò, si asciugò le lacrime con il rotolo di carta che trovò in cucina e corse poi su in camera a prendere il minimo indispensabile da infilare in uno zaino. Si precipitò giù per le scale e uscì all’aperto, guardandosi le spalle in continuazione.
Non si era mai sentita tanto vulnerabile, nemmeno quando passava il tempo a schivare gli attacchi improvvisi di Shampoo o Kodachi. Era bruciata. E come tale aveva un’intera organizzazione contro, non solo Ranma.
E Ranma già bastava e avanzava, anche se dubitava le avrebbe mai fatto del male.

(Non si può mai dire…)

E se la Tigre Nera glielo avesse ordinato? Non voleva nemmeno pensarci…
Chiuse il portone osservando con apprensione la strada deserta e appena rischiarata dai lampioni, prima di iniziare a correre col cuore in gola.


- § -


C’era solo un posto dove Ranma poteva trovare asilo, anche se questo significava dover rivelare il motivo per cui era stato cacciato di casa.
Casa…
Quella non era più casa sua, ormai, doveva ficcarselo in testa. E dal momento che era fuggito con solo ciò che aveva indosso, a chi altri poteva chiedere ospitalità? Non ai suoi amici senza dare improbabili spiegazioni che avrebbero alimentato la speranza nelle sue ex spasimanti. Fu quindi nella dimora dei Daimonji che le gambe lo portarono. Non aveva dubbi che lo avrebbero accolto, ma doveva prepararsi all’interrogatorio cui lo avrebbero sottoposto inventandosi una scusa plausibile. Nonostante ciò che Akane gli aveva fatto, non voleva metterla in pericolo. Voleva solo dimenticarla.
Come se fosse facile…
No, non sarebbe stato facile cancellare dalla mente gli ultimi due anni della sua vita con lei, soprattutto gli ultimi giorni con lei, considerò mentre varcava l’ingresso secondario della villa, ma doveva sforzarsi in ogni modo, non aveva altra scelta.
Si era… sì, ora poteva anche ammetterlo almeno con se stesso.
Si era innamorato di un’illusione.
E tuttavia almeno un dubbio doveva toglierselo. Per questo, quando fu accolto dai Daimonji, chiese innanzitutto di poter parlare con Sentaro, questione di vita o di morte, ne andava della sua incolumità. Incolumità che il babbeo rischiava proprio per mano sua, in realtà, ma si astenne dal dirlo.
“Che cosa c’è di tanto urgente a quest’ora, Saotome?”, lo accolse solenne quel legnoso manichino con un ventaglio aperto davanti agli occhi chiusi. “I Miyakoji stanno pianificando di attentare alla mia vita? Devo trasferirmi con urgenza in un luogo più sicuro?”.
Non c’è luogo sulla terra dove potrai nasconderti, se scopro che l’hai toccata…
“Sei del tutto fuori strada. Ho bisogno di sapere esattamente cos’è accaduto la sera del tuo addio al celibato in quel night club”.
“Oh!”, sbottò Sentaro sbattendo sorpreso le ciglia. “E come mai? State cercando di scoprire chi è la spia che mi ha sedotto?”.
S… s… s… ssssssedotto?!
Se non si era tramutato un jizo pietra, c’era andato molto vicino.
Che i Miyakoji avessero ordinato ad Akane di fare la stessa cosa che i Daimoji avevano ordinato a lui di fare con Satsuki ormai era chiaro, ma fin dove si era spinta Akane? In cuor suo sperò che anche lei avesse finto come aveva fatto lui ingannando la propria organizzazione, ma la faccia compiaciuta di quell’idiota non lasciava presagire nulla di buono e Ranma sentì gelide gocce di sudore scendere giù per la schiena per la prima volta, forse, in vita sua.
Ranma strinse i pugni fino a sbiancare le nocche, pur di impedirsi di colpire Sentaro prima che potesse spiegarsi.
“Vuoi dire che voi avete…”.
“Avevo bevuto molto, ma non potevo certo tirarmi indietro quando quella ragazza mi ha trascinato in un separé e buttato su un letto…”, confessò avvampando e coprendo quasi del tutto la faccia da imbecille col ventaglio, per lasciar intravedere solo le mezzelune degli occhi rivolti all’insù nel ricordare come se l’era, evidentemente, spassata quella sera. E come se non bastasse, si lasciò sfuggire anche una risatina compiaciuta.
“Sei. Morto. Deficiente".
La propria aura divampava ormai a tal punto che Ranma si chiese per un istante come fosse possibile che Sentaro non fosse ancora bruciato vivo.
“C-come…?".
"Molto. Molto. Morto”.
"In... in che senso…?”.
“Per mano mia!”.
Ranma gli strappò il ventaglio di mano e afferrò Sentaro per il collo, lo sollevò da terra con un braccio solo e lo sbatté con tale forza contro la parete alle sue spalle da incastrarlo tra le assi di legno.
“Ma… ma… ma che fai?”, piagnucolò l’idiota scalciando disperato le gambe nell’aria mentre la sua faccia da fesso virava verso il porpora. “Guardieeeehhh!”, riuscì a urlare pur annaspando e cercando di allentare le dita che affondavano sempre più nella sua gola.
“La spia con cui sei stato a letto era mia moglie!”, gli urlò in faccia in preda ormai all’ira.
“Che… co…”, mormorò Sentato paonazzo. “N-no…asp…”.
Quattro braccia afferrarono Ranma per le spalle e sotto le ascelle e lo strapparono dal morto che camminava per trascinarlo fuori dalla stanza, mentre Sentaro piombava a terra tenendosi la gola e riprendendo fiato.
“Lasciatemi o ammazzo anche voi!”.
Fu l’ultima cosa che disse prima di essere colpito dietro la nuca e precipitare nell’oblio.


- § -


Avvolta in un plaid davanti a una tazza fumante, Akane fissava il vapore che si levava sinuoso dalla superficie bollente del tè, senza riuscire a impedire alle lacrime di solcare di tanto in tanto le guance. Quella maledetta foto sembrava essersi stampata sulla retina, nient’altro riusciva a vedere, a nient’altro riusciva a pensare. Solo a Ranma che abbracciava Satsuki, lo sguardo di entrambi fisso sull’obiettivo, lui che sorrideva compiaciuto.
Le veniva da vomitare.
“Sono così dispiaciuta, sorellina…”, proferì Kasumi che, seduta accanto a lei, le circondò le spalle con un braccio per stringerla a sé. “Se avessimo intuito o scoperto prima una cosa del genere, non ti avremmo mai convinta a sposarlo”.
Akane chiuse per un momento gli occhi e li riaprì.
“Tranquilla, oneechan”, rispose lei con voce atona senza smettere di osservare il nulla. “Se non avessi voluto davvero sposarlo, non sareste mai riusciti a convincermi a fare un passo del genere”.
“Sono addolorato anch’io”, aggiunse mesto il dottor Tofu mentre lei prendeva infine un sorso di tè. “È veramente incredibile, stento ancora a crederci”.
“Quello a cui io non posso credere, più di tutto, è la facilità con cui mi ha ingannata, come sia riuscito a convincermi di essere ben diverso da ciò che è. Se solo io… io non lo…”.
…amassi!
Come aveva potuto essere così stupida da cascarci? E soprattutto come avrebbe fatto adesso, in nome dei kami, a estirparlo dal cuore?
“Pensi davvero che lui abbia… ehm… fatto ciò che pensi con quella Satsuki? Non potrebbe aver finto come hai fatto tu con Sentaro?”.
Akane sbatté la tazza sul tavolo e un po’ di liquido si sparse sulla superficie.
“Oh andiamo, oneechan! L’ho vista bene quella foto! Satsuki aveva gli occhi aperti, era cosciente, non svenuta come Sentaro! E sorrideva, perfino!”.
Si morse quasi a sangue il labbro inferiore pur di non scoppiare di nuovo in un pianto irrefrenabile, ma dovette alla fine premere tutt’e due le mani sulla bocca pur di impedirselo. Le lacrime, tuttavia, scesero ugualmente.
“Ehm, ecco… In realtà c’è la possibilità che Ranma abbia premuto dei punti sul viso di quella ragazza per farla sorridere e farle aprire gli occhi, anche se svenuta…”, azzardò Ono.
Per un istante fugace Akane sperò. Ma poi furibonda riaprì i suoi, di occhi, per guardare il dottore dritto in faccia.
“Mi dispiace ma non credo che un pervertito come lui si sia lasciato scappare un’occasione del genere!”.
“Beh, però potresti chiedere a Satsuki come sono andate le cose, non credi? Così ti toglieresti ogni dubbio”, le suggerì Kasumi.
Sì, era vero, in effetti, perché non ci aveva pensato prima? Ma se poi l’erede dei Miyakoji confermava i suoi timori? E a lei, comunque, cosa cavolo importava se lui era andato o meno a letto con un’altra?! Ormai era finita, tra loro, dopo ciò che aveva osato pensare della sua stessa moglie!
Dei colpetti contro il vetro di una finestra attirarono la loro attenzione. Ono si alzò lesto per andare a controllare e aprì un’anta per afferrare un piccione.
“Ha qualcosa legato a una zampetta!”.
Akane si alzò di slancio lasciando cadere la coperta e lo raggiunse, srotolò il messaggio e lesse ad alta voce il contenuto: la Fenice Bianca la convocava con urgenza nella sua sede, doveva raggiungerla seduta stante.
“Ti accompagno”, si offrì il dottore.
“Grazie, ma non ce n’è bisogno”, rispose Akane infilandosi il giacchetto. “Me la caverò da sola come ho sempre fatto”.


- § -


“Sappiamo già ogni cosa, Ranma”, disse con solenne gravità quella ragnatela di rughe che era la nonna di Sentaro quando, una volta ripresosi, era stato condotto di fronte a lei e costretto a inginocchiarsi, le braccia legate dietro la schiena. “Solo mio nipote ne era all’oscuro”.
Lui non aveva opposto resistenza, né al risveglio, né mentre lo trascinavano nella sala da ricevimento. Di colpo, nel ricordare perché si fosse recato nella residenza dei Daimonji, si era ritrovato del tutto privo di forze. Davanti all’evidenza che quella dannata foto non era una messinscena, il suo cuore era andato in frantumi e così la sua volontà.
La vecchietta lo scrutava dall’alto della sua pedana neanche fosse un signore della guerra. Il che avrebbe dovuto fargli comprendere quanto grave fosse la situazione, invece non gli importava più di nulla: l’unico pensiero che martellava contro le pareti della sua testa era che Akane si fosse concessa a un perfetto sconosciuto, mentre con lui aveva sempre fatto la ritrosa. Tutta finzione, chiaramente, affinché nessuno sospettasse quale fosse il suo lavoro, men che meno il suo fidanz… marito, che più di tutti doveva crederla un’ingenua.
Che razza di patetico idiota era stato a cascare in una recita simile.
A innamorarmi di qualcuno che non esiste…
“E sai come lo sappiamo?”, continuò la nonna glaciale. “Tua moglie ha fatto una scenata pietosa, piangendo e urlando davanti al clan Miyakoji, prima di lasciare la loro residenza in tutta fretta. Scenata alla quale Kotaro ha assistito correndo subito dopo a riferirci l’accaduto”.
Ranma chiuse gli occhi e chinò il capo, mentre il cuore batteva forsennato in gola.
Maledizione… era davvero lei, allora. Ma perché avrà pianto? Per le mie foto?
Non aveva importanza, ormai. L’unica cosa che contava era che il clan Daimonji aveva scoperto tutto e ciò significava una cosa sola.
“Hai sposato una spia, per di più al soldo dei nostri nemici, sai questo cosa comporta, quindi sai cosa devi fare. Se vuoi guadagnarti di nuovo la nostra fiducia, devi sbarazzarti di lei”.
Ranma spalancò gli occhi e rialzò poco a poco il capo, come se non avesse bene inteso, la bocca improvvisamente secca.
Eliminare… Akane?! Davvero gli stavano chiedendo una cosa simile?
Cercò per la prima volta di strappare le corde che tenevano uniti i gomiti dietro la schiena, ma senza riuscirci.
No. Mai .
Era fuori discussione, non l’avrebbe fatto nemmeno in un milione di anni, non importava quanto lei lo avesse ingannato. Non poteva.
Non voleva.
“E se mi sfuggisse?”, chiese col fiato corto neanche avesse corso.
“Hai quarantotto ore. Ti conviene avere successo, altrimenti daremo la caccia anche a te, oltre che a lei. Senza considerare che abbiamo trovato tua madre”.
Ranma balzò in piedi, attonito e col cuore che stavolta minacciava di sfondargli il petto.
“Che cosa…?!”.
“Ci avevi chiesto di rintracciarla come ricompensa per una delle tue missioni e lo abbiamo fatto. Ora è sotto la nostra custodia e vorrebbe riabbracciarti, ma se non esegui gli ordini, stai pur certo che non la rivedrai mai più”.
Inorridito, Ranma iniziò a respirare come un toro infuriato e strinse i pugni fino a farsi dolere le nocche. Non poteva credere che lo stessero minacciando dopo tutto quello che aveva fatto per loro! Sua madre non dovevano sfiorarla con un dito, maledetti, non dovevano azzardarsi! La cercava da una vita, non gli avrebbero impedito proprio ora di rivederla!
E tuttavia…
No, non avrebbe mai avuto il coraggio di far del male ad Akane, non importava quanto lo avesse fatto soffrire. Non gli restava che un’unica possibilità.
“E va bene. Sarà fatto”, mentì chinando il capo e piegandosi su un ginocchio.
La vecchia sorrise soddisfatta e diede ordine di liberarlo.


- § -


“Bentornata”, la accolse con freddezza la nonna di Satsuki nel suo salotto privato, mentre sorseggiava del tè che aveva fatto portare per sé soltanto.
Inginocchiata di fronte a lei, Akane si prostrò fino a sfiorare il tatami con la fronte, gli occhi chiusi.
“Vi chiedo perdono per la mia sfuriata di oggi pomeriggio. Sono stata una sciocca imprudente. Accetterò qualsiasi punizione mi infliggerete”.
La vecchia capoclan rilasciò un sospiro spazientito e posò la tazza di fine porcellana sul piccolo tavolino davanti a lei.
“Alzati. La tua ira è più che comprensibile, ragazza mia, tuttavia non posso tollerare un simile comportamento".
Akane tornò eretta, ma tenne lo sguardo fisso sul tatami.
“Sono davvero mortificata, io…”.
“Ancora meno, però, posso tollerare la tua unione con una spia che, oltretutto, lavora proprio per i nostri nemici".
Akane trattenne il fiato. Era stata così stupida da compromettere Ranma con la sua scenata e adesso lui ne avrebbe pagato le conseguenze.
"Ma cosa ancora più grave, che ha recato disonore alla mia Satsuki”.
Akane risucchiò il respiro e nel petto il respiro si fece di ghiaccio.
Quindi lui… lui davvero…
La stanza prese a ondeggiare così forte attorno a lei che le parve di essere caduta in un mulinello.
…davvero…
E che un esercito di mosconi stesse ronzando impazzito nelle orecchie fino ad assordarla.
…è andato a letto con lei!
“Sarà difficile per mia nipote riabilitarsi agli occhi della famiglia del suo fidanzato, solo un certificato medico potrà attestare la sua innocenza, ma nel frattempo… Ragazza, che ti succede? Stai bene? Ragazza, mi ascolti?!”.
Akane sbatté più volte le ciglia, mentre teneva una mano premuta sul petto e l’altra poggiata sul tatami nel tentativo di riacquistare un respiro regolare senza perdere l’equilibrio.
“Come?! Io… sì… sì, tutto bene”.
“Dicevo… nel frattempo, se vuoi che io torni a riporre fiducia in te e nelle tue capacità, dovrai sbarazzarti di tuo marito”.
Akane artigliò la stoffa della gonna e iniziò a tremare, di rabbia e di dolore.
Ranma non si era fatto scrupoli a portarsi a letto una sconosciuta, anziché fingere come aveva fatto lei. Dannato traditore bugiardo! Ormai non aveva più dubbi: quel maledetto non aveva fatto altro che prenderla in giro per due anni e mezzo! E lei stupida era cascata nella sua messinscena! Come aveva potuto innamorarsi di un essere così falso e ipocrita, che faceva credere di essere timido e impacciato, quando invece… Sì, era lei la baka, non lui!
Ma sarebbe riuscita davvero a fargli del male? Tante volte lo aveva preso a ceffoni, persino spedito in orbita a calci, ma non aveva mai combattuto seriamente contro di lui. Il problema non era se ne fosse in grado, ma se sarebbe stata capace di arrivare sino in fondo e sapeva già quale fosse la risposta.
Poteva anche pestarlo a sangue fino a ridurlo in fin di vita, ma ucciderlo no.
Né ora, né mai.
“Leggo sul tuo viso la riluttanza, ragazza mia, ma non hai altra scelta, soprattutto se ci tieni alla tua famiglia…”.
Akane rialzò di colpo il viso, convinta di aver inteso male.
“Di cosa state…?”.
“Intendo dire che Kasumi e suo marito, in questo momento, sono nelle nostre mani”.
“Che… cosa?!”, scattò Akane balzando in piedi.
“È solo per precauzione, mia cara, giusto per essere sicuri che tu porti a compimento questa… missione”, la ammonì la nonna di Satsuki versandosi tranquilla dell’altro tè. "Nessuno torcerà loro un capello, se eseguirai gli ordini”.
“Non potete farmi questo!”.
“Già fatto, ragazza. Prendilo come uno stimolo, se mai dovessero venirti degli scrupoli all’ultimo momento: abbiamo visto in casa tua tante frecce conficcate ovunque, ma nemmeno una goccia di sangue. Ciò significa che ti sei limitata a cacciare via tuo marito, invece sai bene come funziona: hai quarantotto ore, non sprecarle”.
Akane non s’inchinò nemmeno quando si congedò. Corse fuori dalla dimora dei Miyakoji tra mille imprecazioni, corse disperata per le strade deserte e semibuie fino a perdere il fiato, solo per ritrovarsi davanti a una casa avvolta nelle tenebre.
“Kasumi! Kasumiiiii!”.
Ma soprattutto, vuota.
Oh no… No!
Inutile cercare disperatamente in ogni singola stanza.
I Miyakoji l’avevano messa con le spalle al muro.

   
 
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