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Autore: KaienPhantomhive    01/10/2021    0 recensioni
[Aggiornamenti Settimanali | -4 Capitoli alla fine | Seguito de: "EXARION - Parte I"]
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La battaglia di Varsavia ha mostrato al mondo la forza del Quarto Reich Lunare. Ma la sete di potere non conosce limiti, da parte di nessuno. Nuove Divinità Metalliche attendono di essere risvegliate, e nuovi Contratti aspettano le loro anime come pegno. Fino a che punto può spingersi il desiderio di distruzione reciproca degli uomini? Ha senso ostinarsi a concludere una guerra, se è destinata a ripetersi per sempre?
Genere: Azione, Drammatico, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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22.

Una richiesta da essere umano

 

Da qualche parte, nell’Oceano Pacifico Settentrionale.

 

Le prime luci del mattino, che penetravano dall’oblò graffiato dell’aero militare, trafissero gli occhi di Nat, interrompendo ancora una volta il sonno inquieto e zoppicante in cui si era rivoltata per tutta la notte. Dopo essere stata trasportata in elicottero all’aeroporto militare di Mosca, si era imbarcata su un secondo apparecchio, che si era messo in volo senza sosta dalla sera prima.

“Nat.” – una voce d’uomo, calda e gentile, la riaccompagnò alla realtà – “Nat, ci siamo quasi.”

Si rivoltò sotto la coperta di lana verde che aveva tanto faticato a tenersi su in quelle ore e si stiracchiò sul sedile imbottito, avvertendo le ossa chiedere pietà per la scomoda posizione in cui era stata per tutte quelle ore. Quando riuscì ad aprire gli occhi appiccicati dal sonno, il primo volto che vide fu quello di suo padre. Aveva l’aria stanca, i capelli brizzolati avevano perso la loro solita compostezza e qualche spillo di barba iniziava a ricrescere sul mento. La giacca, la cravatta e le scarpe del completo erano sul sedile a fianco e portava la camicia sbottonata. Le toccò un ginocchio, delicatamente: “Ben svegliata.”

Per un momento la speranza che fosse stato tutto un incubo attraversò la mente di Nataša, ma scomparse altrettanto in fretta non appena si accorse di quello che scorreva oltre il finestrino. Erano in mare. Acqua e cielo a perdita d’occhio, tanto azzurro da far perdere ogni netta distinzione tra sotto e sopra, con solo il Sole nascente a congiungere le due metà di orizzonte. Poi, dato che si faceva sempre più grande, si rese conto di stare volando in direzione di una macchia scura in mezzo all’Oceano. Non ci volle molto perché fossero abbastanza vicini da capirne la natura e accorgersi che di macchie ce ne erano ben più d’una.

Sospesi sull’acqua si stagliavano i ponti e le torrette di una piattaforma artificiale grande come non ne aveva mai viste. La superficie doveva essere almeno dieci volte quella di una normale piattaforma petrolifera, rinforzata da piloni e paratie in metallo che avrebbero fatto invidia a una corazzata; quattro eliporti erano posizionati agli angoli estremi – era l’Air Force One del Triumvirato austramericano quello che scorgeva? – e una torre di controllo, irta di antenne, sorgeva al centro della struttura. E come se non bastasse, tre portaerei militari, una strana nave dalla prua tri-puntuta e una mezza dozzina di navi da guerra di minori dimensioni erano ormeggiate intorno alla base marina. Le bandiere delle Nazioni Unite e dell’Alleanza del Pacifico sventolavano lungo tutto il perimetro.

Ma quello…? – notò un fighter rosso sulla portaerei contrassegnata da una bandiera della Russia.

“Chiedo scusa.” – un soldato in uniforme dell’aviazione si prese la briga di interrompere il loro slow-start mattutino – “Siamo arrivati.”

 

I repulsori verticali accompagnarono l’atterraggio dell’Ilyushin II-96-650M militarizzato lungo la pista che si protendeva dal lato Ovest. Una scala d’imbarco semovente venne spinta fino al portellone dell’aereo, lasciando scendere il Presidente e Novikov e sua figlia, protetti da un drappello di soldati. Nel momento esatto in cui mise piede sul pavimento in metallo, Nat provò un lieve sbandamento – come se il suolo le oscillasse sotto – e una zaffata di vento che puzzava di salsedine e catrame la colpì in volto. Oltrepassarono una doppia fila di soldati impettiti in un saluto marziale e, con meno sorpresa ma non meno gioia di quanta ne avrebbe avuta fino a qualche mese prima, Nat incrociò tra quelli anche lo sguardo di Miša Vasyljev, accanto al Caposquadra Ivanovič e a quel poco che rimaneva della prima formazione della Krasnaya Zvezda, che le salutò con una fugace strizzata d’occhio. Un uomo sulla cinquantina, in abiti formali, si precipitò ad accoglierli. Con la tipica espressione compiacente dei diplomatici, tese una mano a Novikov e lo salutò in un Inglese dall’inconfondibile accento nordamericano: “Bene arrivato, Presidente Novikov. Benvenuti su Tartarus.

“Grazie, Jeremy. Ben ritrovato.”

Jeremy Hopkins, Supervisore Capo dell’Alleanza della Faglia del Pacifico. Questo diceva il cartellino identificativo che pendeva dal suo collo.

“Gli altri Presidenti e i Ministri alla Difesa sono tutti di là, la faccio scortare nella meeting room. La ragazza può raggiungere il resto della squadra, invece.”

“Mi raccomando, mi aspetto massima sicurezza sull’identità di mia figlia.” – rispose Edvard, finendo di aggiustarsi la cravatta che si era riannodato meno di cinque minuti prima.

“Senza dubbio.” – li invitò a superarlo – “Prego, vi faccio strada.”

 

Hopkins li guidò attraverso gli ampi terrazzamenti e livelli della base marina. Lungo il cammino Nat riuscì a scorgere almeno altri quattro gruppi armati, che intuì appartenere a Nazioni differenti sulla base dei colori delle uniformi e di qualche bandierina intessuta sopra. Austramerica del Nord, Regno Unito, Russia e Corea del Sud, più forse qualcun altro che non riuscì a identificare. Nel percorso che univa l’ala Ovest a quella Nord-Est, si ritrovarono anche a passare davanti alla prima delle molte sconcertanti novità che quel giorno li avrebbero attesi: su un palco a picco sul mare, quattro alte strutture portanti sostenevano in posizione eretta quella che a tutti gli effetti parve a Nat una sWARd Machine dall’armatura arancione e nera, tappezzata di marchi militari, con le braccia ancora separate dal tronco e sospese a mezz’aria da macchine industriali. Non ebbe il tempo di soffermarsi sui dettagli, ma riuscì comunque a registrare due loghi che, in mezzo a quelli delle Nazioni Unite, dell’Austramerica e chissà cos’altro, erano ripetuti più volte sulla corazza nuova di zecca: Seong-Wang Electronics e Reinfold Heavy Industries. Hopkins non mancò di magnificare la creazione che a detta sua era la “nostra neonata Irradiance”, ma riguardo a cui si astenne da ulteriori dettagli per “non rovinare la spiegazione” a cui gli ingegneri a capo del progetto li avrebbero inevitabilmente sottoposti. Raggiunta la torre centrale, Edvard Novikov avvertì sua figlia che avrebbe dovuto ora occuparsi delle questioni politiche che tenevano in bilico la collaborazione con le altre Nazioni alleate, promettendole poi di rivedersi più avanti in giornata. Jeremy Hopkins, da canto suo, si assicurò che la visibilmente spaesata Nataša, Miša Vasyljev (che fino a quel momento era riuscito a non rivolgerle nient’altro che qualche occhiata d’intesa) e pochi altri soldati russi fossero scortati all’interno del labirinto di porte automatiche e rampe di scale che si snodavano all’interno del corpo principale.

 

*   *   *

 

L’ambiente in cui Nat e Miša si ritrovarono era una stanza rettangolare che, tra sedie girevoli, computer d’analisi e un tavolo touch screen centrale, dava nel complesso l’idea di qualcosa a metà strada tra un ufficio militare e un laboratorio. Idea, questa, rafforzata dalla presenza di un finestrone lungo quanto tutta la parete sinistra, affacciato su una sala macchine di qualche tipo. Nella stanza era già presente un nutrito gruppo di persone che, con il loro arrivo, raggiunse la quindicina. L’unico volto familiare era quello di Ekaterina Asimov, nel suo immancabile camice bianco, dall’altra parte del tavolo digitale. Alla sua destra stava una bella donna, alta e snella, dalla carnagione bruna e dai capelli nerissimi, in uniforme decorata; a farle da altra ala, un secondo ricercatore – un uomo, stavolta – che per quanto ne sapeva poteva venire dall’India o dal Medio Oriente. Nat, Miša e la loro scorta trovarono posto in uno spazio lasciato libero proprio davanti a quel terzetto che la ragazza dedusse dover ricoprire un ruolo di spicco in quella stanza. In mezzo alla sfilza di sguardi induriti di soldati, uno stonava nettamente: il viso magro di un adolescente – non poteva essere altrimenti – dallo sguardo intimorito, che cascava dentro la giacca antivento palesemente prestatagli da qualcun altro.

“Ah, bene. Voi dovreste essere la compagine della Russia.” – disse la donna in uniforme; parlava con un accento americano.

Nat alzò una mano e si diede un’occhiata intorno, in un abbozzo imbarazzato di saluto. Il ragazzo a fianco a lei fu l’unico a ricambiare.

“Ora come ora il tempo è tiranno, quindi andrei rapida con la presentazioni.” – continuò la donna – “Piacere di conoscervi. Io sono Andrea McCoy, Primo Capitano della Divisione Mezzi Speciali sotto il controllo delle Nazioni Unite. Questi al mio fianco sono gli Ingegneri Capo del progetto per l’impiego e lo sviluppo militare delle Armi Bioniche note come sWARd Machines: la dottoressa Ekaterina Asimov, dall’Eurasia, e il dottor Rajesh Khurana in rappresentanza dell’Austramerica. In virtù del nulla osta concessoci, saremo noi a guidare l’operazione di risposta all’ultimatum lanciatoci dal nemico. Con alcuni di voi ci conosciamo già…” – le venne istintivo cercare con lo sguardo il ragazzo in cappotto antivento – “…con gli altri lo faremo presto. Nataša Novikov.”

“Sì?” – a sentir chiamare il suo nome, Nat ebbe un mini-attacco di panico, che provò a nascondere con la razionalità necessaria a parlare in un’altra lingua.

“Tu sei la pilota scelta per la guida della sWARd Machine posseduta dalla Russia, non è così?”

“S-sì.”

“Ti presento Aaron Alford, dall’Inghilterra.” – il suo sguardo cadde ancora sul ragazzo alla destra di Nat – “Come te, anche lui è un Meister.”

Aaron annuì: “Piacere.”

“Meister…” – quella parola suscitò in Nat un senso di colpa, di sporcizia e di paura che non provava da mesi.

 

Lei accasciata nel pavimento di cemento nudo, lurido e impolverato di uno scantinato. Mani guantate di nero che la tenevano ferma. Occhi duri e distanti come scaglie di ghiaccio che la fissavano. Sensazione di labbra premute contro le sue. E poi un nome, Zeitland Dietrich, e un segno, una Svastica. “Sei tu la Meister, giusto?”

 

“Sì.” – la voce della McCoy la tirò in salvo da quel gorgo di ricordi – “Questo è come chiamiamo i piloti delle Machines.”

“Ma…” – lo guardò meglio e le sembrò davvero troppo giovane – “…quanti anni hai?”

“Diciassette.”

“Come?!” – ed ecco lo spirito da attivista mancata di Nataša Novikov rifarsi vivo, cancellando le inibizioni iniziali – “Ma non è neanche maggiorenne!”

“Purtroppo non siamo noi a fare le regole.” – fu Khurana risponderle, inarcando le sopracciglia.

Questa frase se l’era sentita dire più volte da quando era iniziata tutta quella faccenda, come se niente fosse colpa di nessuno, e iniziava davvero a suonarle come una pessima scusa per lavarsi le mani: “E chi allora?”

Khurana e le altre due donne si guardarono per un momento, e poi ordinò a un soldato accanto a una porta automatica su uno dei lati corti della stanza: “Fatela entrare.”

La porta in metallo di divise in due e quattro militari in nero – Nat li riconobbe dal logo sulle uniformi, ECHELON, gli stessi che l’avevano recuperata a Varsavia – spinsero all’interno una strana sedia a rotelle: chiusure ermetiche coprivano completamente le gambe e le mani di una figura minuta, esile, seduta: una donna – o una bambina, viste le proporzioni – vestita di uno strano abito azzurro lucido, di un materiale semirigido plastificato di difficile identificazione, con una chiusura a doppiopetto vagamente maschile e una gonna squadrata ampia fino alle ginocchia. Gambe e braccia erano coperte da lunghi guanti bianchi dello stesso materiale, ma la cosa che più disturbava era la testa, chiusa in un casco metallico senza alcun foro apparente per la respirazione e che sembrava pesantissimo.

“Liberatela.” – disse ancora la McCoy e un soldato toccò dei pulsanti nascosti sul casco, sui braccioli e sulla pedana della sedia. Si sbloccarono uno dopo l’altro e, quando anche la maschera di ferro fu aperta e sollevata via, capelli azzurri le ricaddero morbidi sulle spalle e dei fiori spiegarono i loro petali cianotici da sopra bende che le coprivano metà del viso. Due dei quattro soldati la aiutarono a mettersi in piedi, mentre gli altri le tenevano puntate addosso le canne dei fulminatori.

“Ora puoi parlare, per favore.”

“Vi porgo i miei saluti.” – la ragazza dai capelli blu parlò con voce delicata come vetro, le mani giunte in grembo, e sollevò lentamente la testa – “Voi potete chiamarmi Na-El.”

E aprì l’unico occhio scoperto, in tutta la sua vuota opalescenza.

Ekaterina Asimov si aggiustò l’asta degli occhiali sull’orecchio: “Questa che vedete davanti a voi…è una Siren.”

Siren?” – fece eco Miša

“La custode di una sWARd Machine. È molto tempo che i nostri Paesi ne sono alla ricerca, ma dopo la battaglia di Venezia siamo riusciti finalmente a catturarne una.”

“Ed è anche merito del nostro Aaron.” – aggiunse Khurana – “Non è così?”

Aaron abbassò lo sguardo, trafitto da un senso di rimorso che gli rendeva impossibile guardare direttamente la ragazzina: “Sì. Vedete…Na-El è la Siren della mia Unità. Di Bragjantyr.”

Miša si piegò appena verso l’orecchio di Nat, nella speranza di non farsi capire dal resto dei presenti: “О чем они говорят, Нат? Вы что-нибудь знаете об этом?[1]

“Io non…credo di capire.” – ma lei rispose nella lingua nota a tutti – “Che vuol dire che è una custode?”

“Io” – parlò ancora Na-El, come un soffio di vento – “sono la sacerdotessa devota al Drago delle Maree e al Monarca Bianco. Il compito della mia esistenza è trovare i Meister designati da essi e permettere il loro Risveglio.”

“Significa attivare l’Unità.” – precisò ancora Rajesh Khurana.

Nat cercò conferma almeno nell’unica persona a lei nota: “Ma dottoressa! Io non ho idea di chi siano queste Siren, allora com’è possibile che sia riuscita ad attivare la mia?”

“Se esiste una Machine, allora deve esistere anche una Siren preposta ad essa, da qualche parte.” – le rispose – “Semplicemente non abbiamo ancora trovata la tua.”

“C’è un’altra cosa che abbiamo scoperto.” – la McCoy diede il La alla collega per passare a quello che ritenevano l’informazione più importante.

La dottoressa squadrò Na-El duramente: “Non lasciatevi confondere dal suo aspetto. Questa ragazza…non è umana.”

Un parlottio sommesso e sgomento si impossessò dei presenti.

“Analizzando il suo DNA siamo finalmente riusciti a trovare conferma di ciò che sospettavamo da tempo, e cioè che lei e le sWARd Machines discendono da una razza comune. Una razza che non appartiene a questo pianeta.”

“Ha detto ‘razza’?” – Miša sperò che il suo Inglese fosse abbastanza arrugginito da aver frainteso – “Come degli animali?”

“Novikov.” – la McCoy guardò oltre il finestrone che dava sulla sala macchine, indirizzando l’attenzione della ragazza – “Osserva.”

Nat si avvicinò al vetro, che iniziava a vibrare sotto clangori metallici provenienti dai recessi della base: sul fondo della sala, una sezione di pavimento metallico recante il logo delle Nazioni Unite si aprì, mentre bracci meccanici sollevarono dal fondo del Tartarus una gigantesca umanoide nera, immobile come una mummia tra i blocchi di sicurezza.

Fredya!” – Nat avrebbe forse dovuto aspettarsi di ricontrarla, ma rivederla dopo mesi fece comunque un certo effetto.

“Nataša.” – proseguì la Asimov – “Queste Machines non sono semplici armi. Non le abbiamo costruite noi, ma solo rinvenute. Quella che vedi non è altro che una forma di vita extraterrestre semi-quiescente, caduta sul suolo russo nel 2013 insieme a un meteorite. Il suo sarcofago era all’interno della roccia. Anche l’Unità di Alford è stata ritrovata per puro caso, scavando sotto la piana di Cerne Abbas in Inghilterra.”

Che cosa…a bordo di cosa sono salita?! – fissare quella gigantessa all’apparenza senza vita le sembrò ancor più orrido del solito e si rese conto di come perfino le sue proporzioni anatomiche, così magre e longilinee, ora le sembrassero fuori posto. Senza vita…eppure, a pensarci bene, quella spiegazione le sembrava più sensata che un pezzo di metallo inerte in grado di agire di propria volontà. Quell’elmo senza lineamenti, quella corazza di piastre decorate e sigillata ermeticamente…cosa nascondevano, davvero, lì sotto?

“Aspettate,” – si intromise Miša – “volete dire che quei robot…che quella ragazza…sono alieni?!”

“Esattamente. Non ci sono dubbi. La loro stessa armatura è composta da una lega che non può essere ottenuta sulla Terra.”

“Che cos’è il VRIL?” – la voce di Nat, che ancora fissava attonita la sua Unità, giunse senza preavviso, piatta e atona.

“Prego?”

“Ho chiesto,” – si voltò di nuovo verso gli altri, lo sguardo perso nel vuoto, come se cercasse di ricostruire un ricordo lontano – “che cos’è…il VRIL? L’ho sentito nominare una volta.”

Rajesh Khurana si aggiustò i pantaloni e si sedette sul tavolo: “Beh, speravo di arrivare a questa parte della spiegazione con un po’ più di enfasi, ma tanto vale. Vedi, il VRIL…è la chiave per la comprensione delle sWARd Machines. Un’energia cosmica che pervade lo Spazio e attraversa ogni cosa, studiata da scienziati ed esoteristi fin dalla Seconda Guerra Mondiale. Facendo vibrare atomi, colore e temperatura della materia, le Machines possono attingere a poteri inarrivabili e creare armi dal vuoto apparente!”

“Quello che è successo al lago di Baksheevo” – aggiunge Ekaterina – “è frutto della risposta della Machine ai tuoi istinti vitali più primitivi. Una manifestazione del potere del VRIL.”

Facendosi coraggio, anche Aaron prese parola: “È la stessa cosa che è successa anche durante la mia battaglia contro l’Unità azzurra, vero?”

“Tu sapevi queste cose?” – chiese Nat stupefatta; ora anche un ragazzino ne capiva di più di lei?

“Diciamo che…sospettavo qualcosa.” – abbassò di nuovo lo sguardo, sfregandosi un gomito con la mano opposta.

Nat si sentì improvvisamente sola in mezzo a tanti, come se al posto di persone ci fossero solo dei manichini: “Volete dirmi che ero l’unica a non sapere niente di tutto questo? E come pensavate che potessi esservi d’aiuto? Perché non avete scelto qualcun altro?!”

Ancora una volta, Khurana provò a offrirle una spiegazione con la migliore scelta di parole che riuscì a formulare in quel momento: “Perché purtroppo non è possibile. Per anni abbiamo tentato di trovare dei sostituti, ma sembra che le Machine originali rispondano solo ai vostri ordini. Anche Irradiance, l’Unità che avete visto qui fuori, non è altro che un’imitazione, una versione artificiale senza alcun potere. Il tentativo di unire la scienza umana a quella aliena, per compiere un miracolo.”

Andrea McCoy si schiarì la voce, interrompendo per un momento quella corte marziale che la figlia di Novikov aveva messo in piedi: “A questo proposito, vorrei presentarvi la risorsa scelta per pilotare la nostra nuova arma.”

Indicò una ragazza di colore in canottiera e shorts militari, con la giacca mimetica annodata alla cintola, che fino ad allora se ne era rimasta in disparte e in silenzio. Senza staccare la schiena dal muro, si diede una sistemata alla ciocca non rasata dei suoi capelli tinti di rosso, e riservò ai suoi interlocutori un’espressione piuttosto seccata: “Pensavo che ti fossi dimentica di me! Sono Amber McCoy, e – prima che possiate chiederlo – sì, io e lei siamo sorelle. Detto questo, piacere di conoscervi.”

“Io non avrei chiesto.” – Miša si guardò la punta dei piedi, mugugnando tra sé.

Lo sguardo di Andrea cambiò; non era diminuito di fermezza, ma le si poteva leggere dentro un sentimento più umile del comando che avrebbe anche potuto sentirsi autorizzata a esercitare: “In ogni caso, la verità è che noi non abbiamo alcun controllo sulle Machines, né su di voi. Vi diciamo tutto questo solo nella speranza che voi possiate capire e scegliere da che parte stare. Siamo chiamati a prendere parte a una battaglia che nessuno di noi ha mai affrontato in vita sua. Per questo vi chiedo, non come vostro Capitano, ma come essere umano: per favore…combattete al nostro fianco!”

E nel pieno di quel tumulto di consapevolezza, senso del dovere, paura e insieme speranza che batteva nel cuore di tutti, Amber McCoy proruppe con il più ferino dei sorrisi: “Beh? Finito di chiacchierare? Passiamo al piano?”

 

*   *   *

 

A metà mattinata, l’aereo militare russo stava già scaldando di nuovo i motori e il Presidente Edvard Novikov aveva finito di stringere mani e firmare documenti davanti ai quali aveva rischiato di farsi cadere la penna di mano. Nataša e suo padre erano sulla pista di decollo e il vento scompigliava loro i capelli.

“Io…ora vado. Torno a casa.” – disse Edvard, cercando parole che non trovava.

“Sì.” – Nat ringraziò il rumore dei motori che attutiva quello del suo animo che andava in pezzi – “Buon viaggio. Sarà lungo.”

“Già.” – gli venne da grattarsi la nuca – “Berrò molti caffè.”

“Sì, anche io.”

Si morsero a turno le labbra, aride come terra desertica.

“Bene. Allora…buona fortuna, tesoro.”

“Grazie”.

Mosse qualche passo verso l’areo ma una corda invisibile lo costrinse a girarsi ancora verso sua figlia. Rimasero a fissarsi così, in silenzio, per qualche secondo che sembrò l’eternità. Che cosa si poteva dire ad una figlia, prima di lasciarla andare? Prima di non vederla per i successivi due giorni e forse mai più? Cosa dovrebbe dire, o fare, un padre in un momento come quello? Per fortuna o per disgrazia, furono i loro corpi a rispondere al posto loro. Senza quasi volerlo, si ritrovarono stretti nel più vigoroso abbraccio che si erano potuti riservare, o almeno il più forte che potessero ricordare. Le lacrime scorrevano dagli occhi di Nat, bagnandogli la camicia in cui affossava la faccia quasi fino a fondersi con essa: “Ti voglio bene, papà. Ti voglio bene.”

“Anche io. Sei tutta la mia vita.” – nemmeno lui poté trattenerle più, mentre le accarezzava la testa.

“Ho paura!” – ripeteva tra i singhiozzi – “Ho tanta paura!”

“Lo so.” – la strinse ancora più forte – “Lo so, ma non devi! Non averne!”

“Per favore,” – la voce le si ridusse a un pigolio – “se non torno a casa…”

“Non dirlo nemmeno!”

“…se non torno a casa devi promettermi che non ti lascerai con la mamma! Se non è per me, fallo per Luka!”

Lui la scostò appena e le sistemò una ciocca di capelli porporini che le si era appiccicata sul viso: “Ascoltami, Nat. È normale avere paura. Ma io ti giuro – su Dio, se ne esiste uno, lo giuro! – che andrà tutto bene! Devi avere forza, adesso.”

Ma visto che queste parole non sembravano rincuorarla neanche un po’, provò la mossa dell’effetto sorpresa: “Altrimenti come faccio a darti il regalo di laurea?”

Stavolta riuscì strapparle una risata, singhiozzata e tremula, ma ci riuscì: “Ma perché, mica l’avrai già comprato?”

“No, è per questo che devi tornare a dirmi cosa vuoi!”

Si lasciarono benedire ancora da uno strascico di risata, prima che Edvard afferrasse le mani di sua figlia. Se le portò alle labbra e le baciò forte, premendosele sulla bocca e strizzando le palpebre, neanche potessero evaporare via.

“Amore mio. La mia principessa, la mia ballerina.”

La guardò diritta negli occhi e in quelle due pozze umide Nat riconobbe, finalmente e ancora una volta, l’uomo che le aveva dato la vita e che l’aveva cresciuta.

“Adesso fatti coraggio…e falli pentire di essere tornati al mondo!”

 

 

 

[1] Dal Russo; pron. “O chem oni govoryat, Nat? Vy chto-nibud' znayete ob etom?”; lett.: “Ma di cosa stanno parlando, Nat? Ne sai qualcosa?”

   
 
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