Crossover
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Autore: Registe    19/10/2021    3 recensioni
Quarta storia della serie "Il Ramingo e lo Stregone".
La guerra tra l'Impero Galattico e la famiglia demoniaca si è conclusa, ma non senza un costo. Vi è una cicatrice profonda che attraversa mondi e persone, le cambia, rimane indelebile a marchiare i frammenti di tutti coloro che hanno la fortuna di essere ancora vivi. Qualcuno decide che è il momento giusto per partire, cercare di recuperare qualcuno che si è perso. Qualcuno decide di dimenticare tutto e lasciarsi il passato alle spalle.
Qualcun altro decide invece di raccogliere i frammenti di una vita intera e metterli di nuovo insieme, forse nella speranza che lo specchio rifletta qualcosa di diverso.
Genere: Avventura, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Film, Libri, Videogiochi
Note: Cross-over | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Il Ramingo e lo Stregone'
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Capitolo 17 - Preparativi per la festa







Baran








Zam si era sempre considerata piuttosto esperta di creature di ogni forma, soprattutto dopo l’addestramento forzato al seguito dell’Imperatore, ma nessuna delle due figure appena scese dai rispettivi draghi da combattimento rientrava tra le specie che avesse mai visto. I file sugli eserciti del Grande Satana avevano ogni tanto portato alla sua attenzione alcune creature animalesche con tendenza all’andatura bipede -un certo Crocodyne, sebbene non fosse sicura del nome- ma era stata costretta a seguire con maggior attenzione i ranghi demoniaci veri ed ovviamente tutti i dati riguardanti il pericoloso Ryumajin.
Il fatto che gli occhi di entrambi fossero puntati nella sua direzione non migliorava affatto la situazione.
Scese dal dislivello con la massima lentezza, ascoltando i propri piedi mentre sfioravano i ciottoli; era la prima discesa che affrontava senza aggrapparsi al braccio del Generale Baran, e non aveva alcuna intenzione di inciampare davanti alle due figure in attesa, sulle cui tuniche scintillavano degli stemmi dorati a forma di teste di drago.
Il signore del Choryugudan scese per primo, ed entrambi chinarono il ginocchio.
“È mio piacere farti conoscere due dei miei comandanti. Suppongo che tu li abbia sentiti fin troppo durante la tua guarigione, ma credo sia il momento di presentarvi di persona come si conviene” sussurrò.
Se Zam non fosse stata concentrata fino allo spasmo di non mostrarsi troppo debole sarebbe stata pronta a scommettere di aver sentito un tono … divertito … uscire dalla bocca dell’uomo.
Alle sue parole si alzò la prima delle due creature, compiendo un passo verso di lei. In piedi su entrambe le zampe superava di un paio di teste l’umano più alto che avesse mai visto, e l’ombra che proiettò la sua figura coprì sia il suo corpo che quello del generale Baran. L’intera forma era coperta di scaglie azzurre che non riuscivano a nascondere la muscolatura enorme, innaturale e lontana da qualsiasi essere umano; le mani ed i piedi sfoggiavano degli artigli corti che ne denotavano l’appartenenza al ramo animale della famiglia demoniaca. Il muso era allungato, e quando si chinò nella sua direzione fu l’essere stesso a indietreggiare per evitare che le due lunghe zanne che emergevano dalla forma della sua bocca le sfiorassero i capelli. Gli occhi, seppure molto più grandi dei suoi, a tratti sembravano addirittura sparire al di sotto degli spessi strati di pelle e squame che li circondavano, così come uno strano diadema che indossava a livello della fronte che catturò immediatamente la sua attenzione.
La voce era profonda, come se fosse pensata per risuonare al di sotto degli abissi del mare. “Generale Borahorn, divisione marina del Choryugudan. Al vostro servizio, mia signora”.
Quasi ad eco delle parole dell’enorme figura marina, il suo compagno scattò sulle zampe e si portò con un solo salto davanti a lui. Era di poco più alto di lei, ma nulla tradiva la stessa appartenenza al ramo animale della famiglia demoniaca di Borahorn; sebbene la postura e la presenza di arti potessero ricordare lontanamente un sembiante umano simile a quello degli s’kytri, l’enorme becco ed il piumaggio dorato che lo rivestiva dal capo alle zampe lo rendeva di fatto un appartenente al ramo dei volatili. Un robusto paio d’ali era chiuso alle sue spalle, ma quando Zam fece un passo avanti per immaginarne la possibile estensione quello accennò ad un secondo inchino, meno fluido di quello rivolto al suo signore ma allo stesso tempo più elegante di molti che avesse visto nelle corti di Coruscant e Naboo; il gesto rivelò una doppia fila di penne bianche e rosse che partivano dalla fronte e scendevano dietro al collo, in una foggia che poteva ricordare da vicino i capelli degli umani. A dispetto della sua figura, il tono che uscì dal becco non era affatto gracchiante o stridulo, bensì di numerosi toni più alto di quello del suo compagno. “Generale Gurdandy, divisione aerea del Choryugudan. È stato un piacere ed un onore vegliare sul vostro riposo, mia signora”.
“Il piacere è soprattutto mio. Ed il poter conoscere di persona coloro che guidano gli eserciti del Cavaliere del Drago è prima di ogni altra cosa un onore”.
“Visto, Gurdandy? Lo ha detto guardando nella mia direzione!”
“Un po’ difficile il contrario” borbottò il soldato dalle enormi ali “Occupi praticamente tutto il suo campo visivo”.
“Non dare a me la colpa della tua stazza infima”.
“Sei solo tutto grasso e niente …”
Un colpo di tosse del Cavaliere del Drago polverizzò il battibecco dei due Generali. “Credevo di essere stato chiaro su come rivolgersi ad un’ospite”.
I due si scambiarono delle occhiate rapide, ma immediatamente si rimisero in riga. Zam si limitò ad osservarli, curiosa di quell’improvviso scambio di battute. Il signore dei draghi aveva lo sguardo puntato sui suoi sottoposti, ma le sopracciglia non erano aggrottate come lo aveva spesso visto fare quando era rinchiuso nei suoi strani silenzi fatti di lava e cenere.
La figura dalle lunghe zanne si chinò ancora più verso di lei, finché le loro fronti non furono distanti un paio di palmi; nel parlare le sue zanne non ne sfioravano mai il collo, anche se la bocca era così larga che avrebbe potuto tranquillamente inghiottire tutta la sua testa. “Non c’è legione che non racconti della vostra vittoria sul Generale Hadler, mia signora. E di come abbiate duellato sui cieli del Baan Palace rivelando la forma del Ryumajin. Potervi vedere in carne e ossa in questo posto è un evento che tramanderò con onore alla mia discendenza”.
“Borahorn, tu non hai una discendenza. Nessuno ti vorrebbe a far uova, brutto come sei!”
Il volatile si piazzò con insistenza proprio davanti a lei, salendo di proposito sulla zampa azzurra del compagno. A quella distanza Zam si accorse di quanto il becco potesse essere tagliente, domandandosi se potesse riuscire ad imitare una figura simile nel corso di sue trasformazioni future. “E comunque la mia battaglia preferita è quella sul vostro pianeta Kamino. Ho visto una volta la trasformazione del signor Hyunkel in quell’angelo assolutamente poco adatto al volo, ma combattere contro lui, il Generale Baran ed il Generale Hadler …”
“Brutta palla di piume, la signora ci è morta in quella battaglia! Il Generale Baran ci ha detto di essere educati!”
“Non è niente, sul serio …” fece Zam, cercando di abbassare i toni.
I due ripresero a fissarsi con un’espressione battagliera in faccia, seguita da un paio di battute in una lingua che non riuscì ad afferrare.
Il Cavaliere del Drago scosse la testa, ma le venne vicino. “Cerca di scusarli. Le buone maniere non sono il punto di forza del ramo animale della famiglia demoniaca. Li ho tenuti lontani per un po’, ma da quando ti abbiamo portata qui non c’è giorno che non mi abbiano scritto per sapere se potessero venire a parlarti di persona”.
Rimase anche lui ad osservarli, stavolta senza nemmeno sforzarsi a richiamare la loro attenzione. Zam cercò di dire qualcosa di sensato, ma quei due esseri erano così fuori posto nella Caverna del Drago che qualunque affermazione intelligente o presunta tale sarebbe risultata irrispettosa verso quei due esseri che nonostante tutto sembravano godere del benestare del suo salvatore. Provò a sbirciare al di sotto del diadema, ma l’occhio del Generale Baran sembrava incredibilmente placido. “Preparati ad un assedio di domande. Ma fammi sapere se dovessero risultare invadenti”.
“Farò del mio meglio. Sono i vostri sottoposti” disse “Sarà un mio piacere assecondare la loro curiosità”.
“Sta bene, ma fai attenzione” mormorò l’altro, rivolgendo i propri passi verso un’area carica di pozze sulfuree. “Hadler potrebbe aver aggiunto un dettaglio o due”.
 





Per uno scienziato che aveva creato almeno sei nuovi elementi della tavola periodica e ambiva a realizzare una perfetta trasmutazione umana, ammettere di aver bisogno di aiuto per indossare un mantello da gala rappresentava un inconveniente alquanto imbarazzante.
L’infido parallelepipedo di stoffa non sembrava obbedire a nessun assioma della logica: continuava ad afflosciarsi sghembo e informe sulla spalla sinistra, finendo per ricadere in avanti e andarsi a cacciare tra le ginocchia in una promessa sicura di farlo inciampare alla prima occasione.
Inaspettatamente, fu Lavok a venirgli in aiuto.
“È un modello asimmetrico. Non combinerai nulla continuando a buttarlo all’indietro.”
“Ah.”
Il ribelle adesso si intendeva anche di moda. Fantastico.
Fosse stato altrettanto informato sugli scopi della sua stessa missione non si sarebbero trovati in quella situazione spiacevole. Vexen aveva dovuto esercitare un forte dominio su se stesso per non prorompere in una sequela di bestemmie quando i due Corthala avevano ammesso di non conoscere tutti i particolari del loro lavoro su Coruscant.
“Sappiamo che l’obiettivo è incontrare un leader della malavita locale che ha contattato l’Alleanza per proporre una… collaborazione” aveva rivelato Valygar dopo il loro ritorno dal Castello Elettrico. Seduto sul bordo del letto, il giovane Corthala aveva abbassato lo sguardo, stringendo le dita attorno alle ginocchia per tenere a bada la frustrazione. “Ma purtroppo l’identità del leader e del suo Sindacato erano noti solo a Glorfindel, l’elfo a capo della missione. Ragioni di sicurezza, presumo. Decisioni dei capi.”
“Siamo in un vicolo cieco, allora” era giunta acida la replica di Freki. “Avete idea di quanti Sindacati siano attivi soltanto in questo settore dei Bassifondi?”
“Abbiamo una password, però” Lavok si era sollevato puntellando un gomito sul cuscino. Non si era ancora rimesso completamente, ma il riposo e le cure mediche iniziavano a mostrare i loro frutti: non doveva più fermarsi ogni tre frasi per riprendere fiato e il suo colorito appariva decisamente più sano. “Una frase in codice che possiamo usare per farci riconoscere dai membri del Sindacato in questione. Non funzionerà con i pesci piccoli, tuttavia: solo gli esponenti di un certo livello sono a conoscenza della trattativa con l’Alleanza. Se ci fosse un modo per avvicinare qualcuno…”
Il modo a quanto pareva, esisteva. L’idea ovviamente era stata di Freki, che tramite la mediazione della zia Layla era riuscita a procurarsi quattro inviti per un ricevimento di gala indetto dal principe Xizor, capo del Sindacato del Sole Nero. Il pretesto della festa era celebrare il quarantottesimo compleanno del principe; il vero obiettivo, com’era prevedibile, era radunare membri potenti di diversi Sindacati per intavolare trattative, carpirsi informazioni a vicenda e pugnalarsi amabilmente alle spalle.
Da lì l’incresciosa necessità di indossare abiti eleganti.
Davanti allo specchio, Vexen scrutò con aria critica l’infame mantello asimmetrico. Abituato a vestirsi sempre di scuro si sentiva un faro nella notte con indosso tutti quei chiassosi toni del verde: non gli piaceva l’idea di attrarre troppa attenzione, specie dentro al covo di serpi in cui stavano per andarsi a cacciare. L’abito, oltretutto, era tremendamente stretto e si sarebbe trasformato in una spina nel fianco in caso di una fuga precipitosa o peggio di uno scontro. Gli sembrava che le cuciture fossero condannate a saltare via al primo movimento più ampio di una banale stretta di mano.
“Ti sta d’incanto.”
Il riflesso di Freki era comparso improvvisamente accanto al suo, la mano di lei sul suo braccio, poco al di sotto della spalla. Vexen sbuffò vistosamente.
“Ti prego. Risparmiami la tua pietà.”
“Sono serissima.”
Se c’era qualcosa dentro la cornice di quello specchio ossidato da due soldi che valesse la pena di essere definito con il termine “incanto”, di certo non era il suo patetico travestimento da albero della foresta. Al contrario, Freki aveva avuto la fortuna di riuscire a procurarsi un abito scuro, anche se Vexen non le invidiava affatto i tacchi alti e il tubino lungo che le fasciava strettamente il corpo per poi sfociare in uno scomodo strascico che prometteva di catturare tutta la polvere sui pavimenti del Sole Nero. Il vestito le lasciava le spalle scoperte, appena sfiorate dai pendenti dorati di orecchini dalla forma di una coppia di pianeti circondati da anelli.
“Mi rimarranno impigliati a qualche droide cameriere, ne sono certa” commentò lei con una risatina. Quando mosse la testa, gli orecchini le fecero eco tintinnando delicatamente. “Ma dove stiamo andando questa roba eccessiva fa furore. Vedrai che saremo i più sobri, là dentro.”
“Se prima non vedevo l’ora, adesso sto scalpitando.”
“Cerca di mettere su un’espressione meno truce” lo rimproverò lei bonariamente. “Ricorda la nostra copertura. Siamo membri del Sindacato Pyke in cerca di una sana serata di svago, alcol e gioco d’azzardo.”
Vexen annuì con scarsa convinzione. La scelta del Sindacato non era casuale: i Pyke non erano attivi in quel settore, dunque il rischio di venire riconosciuti come impostori e smascherati da qualcuno era notevolmente ridotto. Avrebbero recitato la parte degli “ospiti” in visita di piacere.
“Se avete finito sarebbe ora di muoversi” dalle loro spalle giunse il borbottio sofferente di Valygar.
“Arriviamo.”
L’unica buona notizia della serata era che il ranger sembrava ancora più a disagio di lui avvolto nel suo completo color vinaccia, con tanto di giacca a due code e foulard rosa chiaro annodato al collo come la coccarda di un pacco regalo. Vexen lo compatì, ma solo per un istante.
“La vostra principessa è pazza da legare” sibilò soltanto, mentre superava l’uomo più giovane.
Confessava di aver sperato che i due Corthala venissero richiamati sulla Terra II una volta fatto rapporto riguardo l’esito catastrofico della loro missione. E invece no. Avevano contattato l’Alleanza mentre lui e Freki erano al Castello Elettrico, e a quanto pareva la leader suprema dei ribelli era convinta che potessero ancora farcela, in due, con una conoscenza a dir poco sommaria delle più basilari nozioni tecnologiche e un’idea vagamente abbozzata delle specifiche della loro missione. Aveva dato loro l’autorizzazione a proseguire.
Nessuna meraviglia che i ribelli fossero noti in tutta la Galassia per le tattiche rocambolesche e l’assenza di un qualsivoglia istinto di conservazione.
Non lo stupiva che Camus avesse deciso di unirsi a loro.
Valygar replicò rapido e pungente, letale come l’arciere che era: “Probabile, visto che non ha ritenuto opportuno farti condannare a morte.”
Voltandogli le spalle, il ranger aprì la porta della piccola stanza al piano superiore della Discarica e si fece da parte per lasciarli uscire uno alla volta. Chiuse la fila porgendo premurosamente il braccio allo zio, che ancora zoppicava e a cui Freki aveva procurato un elegante bastone dall’impugnatura in avorio che gli dava un’aria da gentiluomo d’altri tempi.
Mentre si avviavano nella notte dei Bassifondi, Vexen lanciò un’ultima occhiata all’olopad annidato nella tasca interna del mantello e scosse la testa. Nessun messaggio, nessuna chiamata da parte di Camus. Erano già passate sei ore.
Sarà notte sul suo pianeta, pensò, poi richiuse l’olopad e si lasciò accarezzare il viso dall’aria frizzante della sera.
  
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