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Autore: My Pride    21/10/2021    2 recensioni
~ Raccolta Curtain Fic di one-shot incentrate sulla coppia Damian/Jon + Bat&Super family ♥
» 44. Shamsi (My sun)
È l’odore pungente del fieno che sta seccando al sole, dei campi distanti appena arati e delle zolle di terra smosse dai contadini, ed è anche quello del carburante bruciato, proveniente forse da un trattore che si è spento da poco, mescolato al puzzo acre e penetrante del letame, coperto solo vagamente dal dolce profumo dei fiori.
[ Tu appartieni a quelle cose che meravigliano la vita – un sorriso in un campo di grano, un passaggio segreto, un fiore che ha il respiro di mille tramonti ~ Fabrizio Caramagna ]
Genere: Fluff, Hurt/Comfort, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: Bat Family, Damian Wayne, Jonathan Samuel Kent
Note: Missing Moments, Raccolta, What if? | Avvertimenti: Spoiler!
Capitoli:
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Happiness is made of gold and blue Titolo: Happiness is made of gold and blue
Autore: My Pride
Fandom: Super Sons
Tipologia: One-shot [ 2373 parole fiumidiparole ]
Personaggi: Jonathan Samuel Kent, Damian Bruce Wayne
Rating: Giallo
Genere: Generale, Slice of life, Malinconico
Avvertimenti: What if?, Slash, Hurt/Comfort
Just stop for a minute and smile: 45. "Ha un sapore orribile!"
Writeptember: 1. Una decisione difficile || 2. Te lo scordi!


SUPER SONS © 2016Peter J. Tomasi/DC. All Rights Reserved
.

    Jon si deterse il sudore dalla fronte, issandosi in spalla una balla di fieno mentre osservava la distesa di campi di grano dinanzi a sé.
    Era... strano essere tornato ad Hamilton dopo così tanti anni. Non avrebbe mai pensato che l'avrebbe fatto per restare e viverci, eppure era esattamente ciò che era successo. In verità era stata una decisione così rapida che aveva stupito persino se stesso, ma non si pentiva affatto di essere andato fin laggiù e di aver messo un punto fermo nella sua vita.
    «Jon?»
    La voce di Damian lo riscosse dai suoi pensieri, e si voltò verso la soglia di casa. Con addosso una camicia di flanella, un paio di calzoncini a metà coscia e una stampella sotto il braccio sinistro, lo stava osservando con attenzione, mantenendo una postura eretta per quanto concesso dalla sola gamba che sorreggeva tutto il suo peso. Un lato del pantaloncino era stato annodato come a voler nascondere il moncone, ma da quando si erano trasferiti ad Hamilton, Damian sembrava essere ormai sceso a patti con quella situazione che l'aveva tagliato fuori dai giochi.
    Era successo così in fretta che nessuno di loro se n'era reso conto, in un primo momento. L'attimo prima stavano combattendo contro i Parademoni e le Furie di Darkseid, e l'attimo dopo... l'attimo dopo Damian aveva urlato con tutto il fiato che aveva in gola ed era crollato a terra in una pozza di sangue, con entrambe le mani premute laddove c'era stata la sua gamba. Si erano congelati tutti per un momento: Jon aveva sentito un fischio continuo nelle orecchie e un potere mai avvertito prima soffocarlo dall'interno, bruciarlo come se fosse una supernova; era esploso letteralmente intorno a lui e aveva avvertito nelle narici il puzzo di carne e grasso che bruciava, finché la voce di Batman non aveva attraversato i suoi timpani e non gli aveva intimato di portare Damian il più lontano possibile da lì affinché ricevesse delle cure e non morisse dissanguato.
    A voler essere sincero, Jon non ricordava nemmeno di aver spezzato come un fuscello l'osso del collo di un Parademone che aveva provato ad attaccarlo e di aver preso Damian fra le braccia, prima di volare così in fretta da aver infranto più e più volte la barriera del suono. Aveva riacquistato parzialmente controllo di sé solo quando Alfred gli aveva chiesto di dargli una mano a tener fermo Damian, il cui corpo aveva cominciato ad agitarsi su quel lettino in preda ai deliri. Quando tutto era finito, e due giorni dopo la battaglia Damian si era svegliato, la consapevolezza di quanto accaduto era piombata come un macigno dinanzi agli occhi di tutti: la gamba di Damian ormai non c'era più.
    Damian aveva passato un intero giorno a fissare il vuoto al di sotto delle lenzuola, tastandolo di tanto in tanto come per volersi assicurare che non stesse sognando. Per uno come lui, abituato a combattere sin dalla tenera età e a cavarsela da solo, era stato un duro colpo. Barbara era stata l'unica che aveva capito come si era sentito, ed era stata l'unica a cui Damian aveva concesso di entrare in camera. Nessuno sapeva cosa si fossero detti per ore, e nessuno aveva comunque osato provare a chiederlo, ma Barbara aveva scosso il capo quand'era uscita e aveva detto a tutti di lasciarlo stare ancora per un po'.
    Era stato Damian stesso, dopo ben cinque giorni di solitudine - solitudine in cui Jon aveva solo potuto concentrarsi sul suo pianto e sul battito del suo cuore, sentendo il peso di quel dolore comprimergli il petto -, a convocare tutti. Per quanto Pennyworth gli avesse proposto una protesi, Damian aveva preso la sua decisione: i suoi giorni come Redbird erano finiti. Il suo stile aereo si era sempre basato sulla fluidità dei suoi movimenti, sull'agilità che essi avevano, e una protesi l'aveva vista come un peso che l'avrebbe costretto a cambiare il suo modo di combattere. Così, capendolo, era stato Bruce il primo ad abbracciarlo. Proprio lui, proprio l'uomo che solitamente non si lasciava andare in nessun modo alle emozioni, aveva stretto a sé suo figlio e nascosto il suo viso nel proprio petto, sussurrandogli parole incomprensibili mentre entrambi si stringevano l'un l'altro. Damian era vivo, ed era ciò che contava.
    Le prime settimane era stato difficile convivere con quella nuova situazione. Erano tornati al loro appartamento a Metropolis e, soprattutto durante la notte, Damian tendeva ad alzarsi su entrambe le gambe senza pensarci e finiva col cadere per terra, imprecando e colpendo il pavimento con un pugno, frustrato; Jon si svegliava di soprassalto e si accovacciava accanto a lui, senza però offrirsi di aiutarlo ad alzarsi. Ci aveva provato una sola volta, spinto dalla sua solita buona fede, ma l'esperienza era stata tutt'altro che gratificante per tutti e due. Damian gli aveva urlato che non aveva bisogno di compassione, che poteva rimettersi in piedi da solo e che non sarebbe stata una gamba mancante a costringerlo a chiedere aiuto, salvo poi tremare sotto i suoi occhi e crollare su se stesso; in lacrime, si era aggrappato con forza alle maniche del corto pigiama di Jon e gli aveva mormorato delle scuse, stringendo le dita fino a conficcargli le unghie nella carne con una tale forza che, se fosse stato umano, gli avrebbe scorticato la pelle.
    Il fatto di non essere riuscito a sentire niente, però, aveva distrutto Jon. Con Damian sofferente fra le sue braccia, l'odore delle lacrime che gli solcavano il viso e il dolore che aveva sentito scorrergli in tutto il corpo a causa di quell'arto mancante, aveva sentito tutto il peso di quel corpo d'acciaio che possedeva e la sofferenza di non poter fare niente per Damian. E ancora più difficile era il dover andare quando i suoi doveri da Super lo chiamavano, costringendolo a lasciare Damian nel silenzio di quell'appartamento con la sola compagnia di Tito e Alfred. Damian lo tranquillizzava e gli diceva di poter stare qualche ora da solo, che il mondo aveva bisogno di Superman e che era consapevole del peso che portava sulle sue spalle... ma Jon si sentiva solo male quando lo faceva. Perché il mondo aveva altri Super su cui contare... Damian no.
    Era stato proprio a quel pensiero che era giunto ad una decisione difficile. Lasciando Damian in compagnia di Tim, il quale era andato a trovarli per portare a Damian qualche nuova attrezzatura hi-tech delle Wayne Enterprises, aveva dato appuntamento a suo padre e l'aveva aspettato alla Fortezza della Solitudine, esponendogli la sua decisione con voce chiara e ferma. Seppur in un primo momento Clark l'avesse guardato stranito, l'aveva abbracciato stretto e gli aveva detto che lo capiva, che aveva pensato lui stesso ad una soluzione così drastica ma che non aveva mai potuto farlo a causa del simbolo che portava sul petto. Avevano tergiversato ancora per un momento, ma alla fine Clark aveva aperto la porta pressurizzata dietro cui conservava la kryptonite dorata.
    Con un gruppo in gola, Jon aveva visto quella pietra luccicare davanti ai suoi occhi, aspettando fuori mentre suo padre, indossando una tuta specifica per proteggersi da quelle radiazioni, entrava con una scatoletta di piombo e ne prendeva un pezzo, chiudendola in esso. Quando gliel'aveva consegnata, si era premurato di ricordargli di usarla solo se era completamente sicuro di quella scelta, poiché la kryptonite dorata avrebbe fatto scomparire per sempre i suoi poteri. Ma Jon lo sapeva. Ed era stato assolutamente sicuro di ciò che aveva pensato di voler fare.
    Non l'aveva usata subito, però. Dopo aver abbracciato un'ultima volta suo padre, si era ficcato quella scatoletta di piombo in tasca ed era volato nuovamente verso Metropolis, trovando Damian addormentato sul divano in compagnia dei suoi animali domestici. Tim aveva lasciato un biglietto per dirgli che aveva preparato la cena per entrambi, e quando Damian si era svegliato, biascicandogli un «Bentornato» per chiedergli poi dove fosse stato, Jon gli aveva spiegato tutto e gli occhi verdi di Damian si erano ingigantiti dalla confusione.
    L'ira di Damian si era poi abbattuta su di lui come la terrificante e bellissima furia di una tempesta. Con una voce alta e cavernosa degna di suo padre, gli aveva urlato che era una stronzata, che non avrebbe dovuto fare una scelta del genere e che era il maledettissimo figlio di Superman, e abbandonare tutto solo per starsene insieme a lui era da completi idioti. Ma Jon, sorridendo, gli aveva preso le mani fra le proprie e se l'era portate alle labbra, baciandone il dorso prima di premere la fronte contro di esse e sussurrargli che l'avrebbe fatto altre dieci, cento, mille volte pur di vivere il resto della sua vita insieme a lui.
    Il silenzio li aveva avvolti pochi secondi dopo e Jon aveva sentito il battito del cuore di Damian accelerare come non mai, il tremolio delle sue membra e il suo respiro pesante, finché non si era morso il labbro inferiore e gli aveva dato una testata sul petto, sussurrandogli che era uno stupido, che usare la kryptonite dorata era un gesto estremo e che non sarebbe potuto tornare sui suoi passi, ma Jon, per l'ennesima volta, aveva ripetuto che lo sapeva. E Damian l'aveva biasimato per averlo fatto piangere come un idiota.
    Diana aveva giocato un ruolo fondamentale nella loro nuova vita. Dopo aver comprato la fattoria in cui aveva vissuto da bambino, con la ferma intenzione di trasferirsi lì insieme a Damian, Jon era volato da Wonder Woman con quella scatoletta in mano e gliel'aveva consegnata, incontrando lo sguardo interrogativo della donna quando le aveva spiegato cosa avrebbe voluto fare. Ed era stato con un sorriso stranamente dolce che Diana aveva ricambiato il suo sguardo, afferrando lei stessa la kryptonite dorata per rimodellarla nella sua fucina sotto lo sguardo di Jon; tra il crepitio delle fiamme e il rumore assordante del martello, un cerchio perfetto era emerso alla fine dall'acqua e Diana glielo aveva dato con i suoi migliori auguri, baciandogli entrambe le guance prima di lasciarlo andare con quella scatoletta di piombo contenente la promessa di una vita serena.
    Quando era tornato a casa, lo sguardo di Damian alla vista di quell'anello non aveva avuto prezzo. Sussurrandogli con voce rotta che era stato un folle, seppur con l'ombra di un sorriso sulle sue labbra, Damian gliel'aveva infilato al dito con mani tremanti, e Jon aveva cominciato a sentire i suoi poteri affievolirsi fino a non sentire più niente. Niente suoni provenienti dagli appartamenti vicini, nessun rumore in lontananza, nessun gorgoglio a chilometri di distanza né le voci delle persone che popolavano il mondo, solo... solo il battito del proprio cuore e il respiro di Damian contro la sua bocca.
    Aveva pianto, lo ammetteva. Se per gioia o chissà cos'altro, non lo sapeva. Sapeva solo che, con le lacrime agli occhi e un sorriso stampato in faccia, aveva infilato le mani fra i capelli di Damian e l'aveva baciato appassionatamente, sentendolo dargli bonariamente dell'idiota quando era stato il suo turno di infilargli un anello al dito. E quando avevano impacchettato le loro cose, affittando un camion per traslochi e guidato fino alla contea di Hamilton, avevano assaporato davvero cosa significasse vivere al di fuori dalle enormi ombre che li avevano avvolti per la totalità della loro vita.
    Jon scacciò quei pensieri, guardando Damian con un ampio sorriso. I raggi del sole illuminavano la sua pelle scura e il viso ancora un po' assonnato. «Ehi», lo salutò, issandosi meglio in spalla la balla di fieno per fare qualche passo verso di lui. «Dovresti riposare. Torna dentro».
    «Te lo scordi, è già snervante non poterti aiutare. Resto qui finché non hai finito».
    Jon roteò gli occhi e sbuffò ilare. «Quanto sei testardo... almeno prendi la medicina che ti ha prescritto il signor Pennyworth», provò, vedendo Damian storcere il naso al solo pensiero.
    «Gh. Ha un sapore orribile».
    «Beh, è una medicina. Non deve essere per forza buona», ridacchiò Jon, e Damian gli gettò un'occhiata con i suoi profondi occhi verdi. Era difficile capire che cosa pensasse in alcuni momenti, ma ben presto lo vide distogliere lo sguardo solo per fare qualche passo malfermo con la stampella e accomodarsi sul dondolo che avevano sistemato sul portico.
    «Vieni qui», ordinò Damian in tono imperativo. Per quanto avesse smesso di essere Redbird da mesi, il tono di comando non l'aveva abbandonato, e Jon ridacchiò tra sé e sé nel vedere che, nonostante tutto, Damian si stava riprendendo e stava tornando ad essere quello di un tempo.
    «Cerchi di sabotare il mio lavoro?» domandò divertito, e Damian sollevò un angolo della bocca in un ghignetto che la diceva lunga.
    «Non lo farei mai, signor Kent».
    «Che fine ha fatto il “signor Wayne”?»
    «Lo riguadagnerai quando ti sarai seduto accanto a me».
    Ridendo genuino, Jon scosse il capo e poggiò a terra la balla di fieno che stava cominciando a pesare un po', non possedendo più la sua super-forza, prima di gettare un'ultima occhiata verso i campi di grano e raggiungere il compagno; gli passò un braccio dietro alle spalle quando si accomodò al suo fianco, soffocando ogni sua replica in gola quando chinò il capo verso di lui per baciarlo. Sentì ben presto la lingua di Damian intrecciarsi con la sua e un suo braccio cingergli i fianchi, finché il fiato non venne meno ad entrambi e Damian si leccò le labbra, sollevando lo sguardo verso di lui. 
    «Mhn. Un inizio accettabile», lo schernì, e Jon sbuffò sarcastico.
    «Ti odio».
    «Felice di sentirlo», canticchiò Damian, facendolo ridere ancora una volta prima di stringerlo maggiormente a sé.
    Jon abbassò lo sguardo sul suo volto rilassato e sull'anello che portava al dito, vedendo la kryptonite dorata di cui era composto luccicare quasi beffardamente alla luce del sole, come a volergli ricordare ciò a cui aveva rinunciato. Lui, però, sorrise dolcemente. Perdere deliberatamente i propri poteri era stata una decisione difficile, certo... ma non avrebbe cambiato quella nuova vita con Damian con niente al mondo
.





_Note inconcludenti dell'autrice
Questa storia era stata scritta per il diciottesimo giorno del #writeptember sul gruppo facebook Hurt/comfort Italia, ed ero molto indecisa se cominciare o meno a postare questa raccolta qui su EFP
Era partita come una scusa per scrivere le cosiddette curtain fic, e per citare
Shun di Andromeda «tutto sto casino per "Te lo scordi"», ma ammetto che la cosa mi è sfuggita di mano e alla fine è diventata una vera e propria saga. Una saga così grande che tuttora continua e da cui non riesco a separarmi per determinati motivi. Ho cercato di dare una motivazione sensata a tutto, dal modo in cui Damian decide di ritirarsi al perché Jon fa ciò che fa e prende quella decisione, e in mio aiuto è venuta proprio la cosiddetta kryptonite dorata. Le persone fanno sempre cose pazze quando sono innamorate (cit)
Commenti e critiche, ovviamente, son sempre accetti
A presto! ♥



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