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Autore: Gaia Bessie    23/11/2021    1 recensioni
Ma, quando Márta Egervári tolse il bronzo all’uccellino sovietico come briciole dal becco, tutte noi volevamo essere Nadia – il Comăneci non mi è mai riuscito ma, qualche volta, mi dici ancora che sorrido come lei: non lo faccio mai.
[Storia di una ginnasta bulgara all'indomani dell'incidente che le ha stroncato la carriera].
Ho restituito alle parallele ciò che mi hanno dato e, la mia occasione, si è consumata tra queste stesse pareti (ormai ridipinte) dove insegni ginnastica limata, perfezionata, e il salto Korbut è storia dimenticata.
[OS | Storia partecipante al contest "Paradiso, Purgatorio, Inferno" indetto da mystery_koopa sul Forum di EFP]
Genere: Angst, Drammatico, Sportivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Hai tappezzato la parete di cartoline e fotografie ingiallite, con le immagini che mi guardano in posa tra gli angoli accartocciati: dici che forse così riuscirò a tenerti in mente, ma anche le figure riescono a scolar via dai pensieri come acqua in un tombino.
Dici che dimenticare è come cadere – il momento di vuoto tra lo staggio più alto e quello più basso, con le mani che scivolano e sembrano perdere la presa: a volte cadi per davvero, altre volte rimani su, incespichi e manchi il collegamento. Ti abituano a cadere, perché l’incertezza è quel che ti fa aver paura dell’impatto con il terreno e delle possibili conseguenze e, per questo, io non ho paura della dimenticanza.
E tu dici che nemmeno tu hai paura di dimenticare ma temi che sia io a farlo: e adesso che tutte le nostre promesse sono carta stracciata appesa su un muro, cosa rimane?
In bianco e nero, le ho tutte: uno stuolo di fantasmi che mi guardano in posa dalle loro cartoline, con gli anni che sono passati segnati a margine con un pennarello – mi chiedi i nomi, io le ricordo tutte.
Il passerotto di Minsk1 sciolto in lacrime a Monaco: mi chiedi sempre perché mi è rimasta così impressa, quella figurina che si lanciava da uno staggio all’altro come se non temesse la gravità – credo che sia perché, fra tutte, lei aveva avuto il coraggio di piangere.
Ma, quando Márta Egervári tolse il bronzo all’uccellino sovietico2 come briciole dal becco, tutte noi volevamo essere Nadia – il Comăneci3 non mi è mai riuscito ma, qualche volta, mi dici ancora che sorrido come lei: non lo faccio mai.
Dicono che avesse mille motivi per non sorridere – ma la vita toglie ciò che dà e, per essere il dieci perfetto, Nadia aveva dovuto sciogliersi l’anima come cera infuocata: è caduta anche lei e, alla fine, non si è rialzata più. L’America era un sogno ma, Mosca 1980, non gliel’ha restituita nessuno4 e lei ha imparato a sorridere, macchiando e stracciando quella sua aurea da divinità in frantumi.
Mi dici che sorrido troppo poco: che il comunismo è cocci rossi di ricordi e io dimentico senza saper dimenticare – ma, nello schermo della televisione, qualcosa di me la rivedo ancora: uscita dallo staggio alto, rotazione di 180°, salto raccolto5.
Non cadere mai, mi dicevo: basta che lo fai una volta sola e poi non ti rialzi più.
 
La piccolo comunista che non sorrideva mai
 
Just let it die with no goodbyes
Details don't matter, we both paid the price
Tears in my eyes
You know sometimes it'd be like that, baby, yeah
 
Dici che non so dire addio – le persone sono dimenticabili ma, il vuoto allo stomaco nel momento prima di un salto, quello non sbiadisce mai: e, per quanto tu possa provare a ridipingermi in mente il sorriso che mi ero incisa dentro il giorno in cui ho detto che lo volevo (lo volevo?), io ti risponderò sempre con dei ricordi un po’ squadrati e che lasciano tanti spazi vuoti. Mi dici che non so dire addio: a Olga, a Nadia, a Marta e a tutto quello che, in vita mia, avrei voluto essere – e che non so come pagare il prezzo: io ti dico che ho perso la mia occasione, tu rispondi che ho perso cose che nemmeno mi ricordo e, allora, sarebbe solamente così insensato piangere magnesia sullo spigolo della trave.
Il passato è tutto spigoli e, ogni urto, è un graffio che nella pelle lascia cicatrice: io, la dolcezza del presente e la luce singhiozzante del futuro, non so come ricomporle. E, quando mi domandi se ricordo, la risposta è sempre una soltanto – rondata, flic, rotazione di 180°6: c’è un momento in cui il mondo gira e tu sei ferma ma, quando stoppi il salto, il dolore dell’arrivo lo senti sempre tutto.
Tu sei così: un dolore che mi aspetto ma, quando finalmente sale dalle caviglie ai tendini, mastica comunque i nervi fino a logorarli.
Non si tratta di esercizio, di bravura o di costanza – la nostra era una promessa e, adesso che io non sono più, come pensi che ricuciremo la nostra fede? Il guaio è che c’erano i sogni, quello sì.
La Sofia del 1978 era possibilità: Nadia aveva fatto riscoprire il gusto della perfezione e, allora, tutto il blocco sovietico la stava inseguendo vestita con body rossi – URSS, Romania e, sul finire, anche la Bulgaria: hai sempre detto che sognavo troppo in grande ma, te lo ricordi, tutte noi volevamo essere il dieci perfetto e la medaglia che brillava battiti cardiaci.
Abbiamo sognato sempre, non abbiamo vinto mai: ricordo il giorno della caduta – è stato quando ho sentito rumore di vetri infranti e, il dolore, non sono riuscita a percepirlo: avevo i piedi sopra lo staggio superiore e mi sono domandata, in mezzo a una frantumaglia scomposta di sogni asimmetrici, se sarei riuscita a rimanere sull’attrezzo. Io lo staggio l’ho sfiorato, ma quello mi è scivolato via dalle mani come la memoria dalla mente e, allora, tutto ha saputo di rinuncia per tutti gli anni che sono seguiti: mi hanno detto che non avrei saltato mai più e, quando ci penso, comunque ti dico che ne è valsa la pena – il salto Korbut non lo farà più nessuno7 ma, in quel momento, io c’ero: ho sentito lo staggio sotto i piedi e ho visto il mondo rovesciato, per una frazione di secondo, prima della caduta. Quando fai ginnastica sai sempre a cosa vai incontro: me lo avevi detto quando, a cinque anni, mi hai messa per la prima volta sopra la trave – ma, quando non mi sono rialzata dal pavimento, non ci hai creduto più nemmeno tu e, la mia ala spezzata, non te la sei perdonata mai.
E, adesso che ti seguo come l’ombra sbiadita dei tuoi pensieri e il presente non lascia alcuna traccia tangibile, hai qualcosa negli occhi che sa di rimpianto: ti dico che avevo mille sogni tra i capelli e che, se le ginnaste non scadessero come yogurt inacidito tra la polvere degli scaffali del supermercato, sarei ancora appesa alle parallele o in equilibrio sulla trave. Mi dici che sognare non ha senso, adesso che è finito tutto, ma io lo so.
Io sono qui e mi vedo atterrare il Produnova8, eseguire un Chusovitina9 o un Komova10 – forse, perfino un Patterson11: tutte quelle imprese che ho visto compiere alle ginnaste che ci sono riuscite, a non cadere. Ma io il salto Korbut continuerei a provarlo: ed è vero che non so dire addio, alla Ekaterina di quel periodo. Sono rimasta lì, in piedi sullo staggio superiore e, di scendere, non scenderò mai più.
Mi dispiace, Petar – il prezzo l’ho pagato ma, i miei sogni, non li ho potuti restituire. E forse tu avresti voluto una moglie in grado di amarti, mentre io ancora riesco a sentire il legno della trave sotto i piedi e le mani – morire senza addii fa meno schifo di soffocare tra i rimpianti e, anche se tu non vuoi, sogno ancora Mosca, sogno ancora Los Angeles.
Ma siamo rimasti sepolti vivi a Sofia e, l’America come la Russia, io non l’ho mai vista: tra le mura della palestra, il bianco che nasconde il rosso frantumato di un’epoca finita, ancora mi dico che se avessi partecipato all’Olimpiade del 1984 adesso sarei la campionessa bulgara, la Nadia di Sofia e non saremmo qui ad insegnare alle bambine come camminare sulla trave o salire sulle parallele. Loro sono andate davvero lì, in America – Nadia, Olga e tutte le nuove campionesse che se le sono mangiate vive: il passerotto è stato stroncato dal gelo dell’Unione Sovietica (forse, non aveva abbastanza fuoco dentro di sé), Nadia ha dovuto imparare a sorridere almeno nelle foto. Ma loro i sogni li hanno ancora, mentre io ovunque vada sento sempre il rumore delle ruote della sedia a rotelle che mi segue.
E lo so: non atterrerò il Produnova, non eseguirò perfettamente la rotazione del Chusovitina, non volerò con il Komova e, sul finire, non stupirò nessuno con un Patterson – ho restituito alle parallele ciò che mi hanno dato e, la mia occasione, si è consumata tra queste stesse pareti (ormai ridipinte) dove insegni ginnastica limata, perfezionata, e il salto Korbut è storia dimenticata.
Ma io non so dire addio a quel momento: mi ricordi ogni giorno che la mia memoria si sgretola sui confini del possibile e io ti credo. Eppure, quando chiudo gli occhi, sento lo staggio che scivola tra le mani e la schiena che s’incrina sul vuoto duro, durissimo.
È dimenticanza, non saper dimenticare – e io non dimentico d’esser salita sul punto più alto del mio mondo ed essermi lanciata giù: ho sorriso, in quel momento, forse non avrei dovuto farlo.
 
***
 
Now every time I see you
I pretend I'm fine
When I wanna reach out to you
But I turn and I walk and I let it ride
Baby, I must confess
We were bigger than anything
Remember us at our best
And don't forget about
 
C’è un’immagine nella mia testa che non so come cancellare – il giorno in cui ci siamo sposati: avevo vent’anni e un pensiero in testa, tu quarantacinque e troppi rimorsi.
Il mio pensiero, il tuo – ci siamo sposati il giorno della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Los Angeles, 1984: mi hai detto che volevi rendere meno amari i ricordi di quel giorno ma, il matrimonio, altro non è stato che un velo di carta velina su una spaccatura rossa sangue tra i miei pensieri. Romania e USA si sono spartiti il medagliere, l’unica cosa d’oro che ho ottenuto è stato un anello al dito e il tuo sorriso triste su delle promesse che ho dimenticato in corso d’opera.
Il resto, sono fotografie che ho dato in pasto al fuoco del caminetto, le sorelle di quelle con cui mi hai tappezzato le pareti di camera nostra.
Mi dici che ricordo il passato così bene perché la demenza sale e scendere come la marea, lasciando sotto il sole la battigia e preservando l’orizzonte: che è facile ricordare un passato luminoso, più che un presente che ha il sapore di ombre masticate e sputate via.
Eppure, quando si tratta di camminare sulla sabbia scottata dal sole, inciampo sempre nelle conchiglie e nei cocci spaiati della mia esistenza – affondano e tagliano, ma non mi lamento mai: ho qualcosa dentro che si agita e sputa pezzi di pensiero che non so collegare e, quando ti chiedo di darmi un filo rosso per comporre una collana, mi dici che non vale la pena. Che le occasioni non si rimodellano come fossero semplici desideri e, allora, non ci serve più specchiarci nei vetri di mare: l’immagine che rifletterebbero sarebbe sempre la stessa – il mio body rosso e giallo, i codini come quelli di Olga, le labbra serrate come Nadia. E tu che non volevi.
Mi hai sempre detto che innamorarsi di me era stata una camminata nel fango, con i dubbi che s’agitavano nelle tue impronte e io che mi ero rinchiusa nel rumore dell’atterraggio sul pavimento: come stai, mi domandi sempre, sei ancora lì?
A prendere la rincorsa per un volteggio, vorrei domandare, a spostarmi da un lato all’altro della trave – non mi credi, ma sto bene: le ferite non si rimarginano mai, ma è l’unico modo che ho per sapere che tra i ricordi io sono lì.
E mi pensi controvoglia, come un obbligo: la moglie parcheggiata in un angolo della palestra con i suoi sogni a occhi aperti.
Abbiamo avuto una figlia cui non hai permesso mai di salire sulla trave o di attaccarsi allo staggio più alto delle parallele asimmetriche, nemmeno per gioco, nemmeno per scherzo. Elena non rimpiange di non essere stata Nadia, di non esser stata Olga, perché non saprà mai cosa si prova in quel momento in cui il mondo ti guarda e s’aspetta un salto perfettamente stoppato, senza passi, senza incertezze.
Sua figlia, nostra nipote, non sei riuscito a renderla diversa da ciò che è – Aleksandra ha iniziato a saltare a due anni, ha teso al volteggio e al corpo libero come un’aspirazione naturale, una brutta abitudine o il primo amore: e, adesso che lei è tutte le mie speranze (sempre infrante, Petar, io non dimentico), tu non puoi impedirmi di dirle che l’accompagnerò a Rio.
Che saliremo su quel podio e avremo accanto, probabilmente sul gradino più alto, Simone Biles: ma io glielo dico e lei mi crede – faremo esercizi migliori di Alexandra Raisman e della Mustafina12. Aleksandra è nata per il volteggio e io glielo ripeto continuamente: sa fare un Amanar migliore di quello di McKayla Maroney13, basta per strappare una medaglia e guardare da vicino la campionessa americana.
Le dici sempre che non mi deve ascoltare e che i sogni sono belli, finché manteniamo i piedi sul terreno: la Bulgaria non produce da tempo grande ginnaste e, con l’America e la Russia, non possiamo competere. E forse la Romania ha perso colpi insieme al sorriso di Nadia, ma comunque non saremo mai all’altezza dell’Olimpo della ginnastica.
«Va bene così, nonna» commenta la piccola, ha a malapena diciassette anni, quando le distruggi i sogni come se valessero quanto carta straccia. «La ginnastica mi piace, ma non m’interessano le Olimpiadi».
Tu mi sorridi e mi dici che, a stringere i denti, mi cadranno tutti – come le mie speranze, quando vedo nostra nipote atterrare un Cheng14 quasi perfetto e mi domando perché non darle quella possibilità che il Korbut mi ha voluto togliere.
Scuoto il capo, faccio finta di stare bene, ti dico che non m’importa niente né di Rio 2016 né di Tokyo 2020, non m’importava di Londra e di Pechino e di tutte quelle che ci sono state mentre io guardavo il mondo dalla mia sedia a rotelle.
«Siamo più forti di tutto questo» mi sussurri, passandomi una mano tra i capelli. «Non te lo dimenticare mai».
Io rido – è un suono che fischia tra i denti, da quando ho perso un incisivo contro il nocciolo di un’oliva e non ho voluto rimpiazzarlo, come l’aria tra le braccia quando salti.
Io rido, tu non comprendi: è perché hai la presunzione che l’amore sia più grande di ogni cosa, sibilo, perché pensi per davvero che noi lo siamo (più grandi di tutto questo).
Mi dici di non dimenticare.
Perché sai che la vita scola via come acqua piovana nei tombini e come le mie mani dalle parallele quando ho saltato per l’ultima volta, che mi consumo come fil di cera spezzata e tu non puoi più (fermarmi).
«Il dottore ha detto che per vivere più a lungo, devi essere serena» balbetti scioccamente, con una dolcezza strana, malinconica. «Non ci pensare più: cerca di ricordare solamente il meglio di quel che è stato».
Non ti rispondo, lo faccio già – il meglio che ho avuto: piedi sullo staggio alto, Korbut flip collegato a un salto pak15.
 
***
 
I'm just speaking from experience
Nothing can compare to your first true love
So I hope this will remind you
When it's for real, it's forever
So don't forget about us
 
«Nonna, guardami!».
Aleksandra ha diciassette anni e sogna in piccolo – è figlia di una ragazza madre e nipote di una nonna giovane ma, quando con le mani sfiora la pedana del corpo libero, tutto questo smette miracolosamente di contare: è tutto quello che avrei sperato d’essere, in un giorno che mi è sbiadito addosso senza lasciar traccia, è quel Chusovitina stoppato su due piedi senza alcuna esitazione. Ho provato a metterle in testa dei sogni, non è servito a niente: va a scuola ogni mattina alle sei e, sul bus, chiacchiera allegramente con le sue amiche.
Si mettono lo smalto rosso sulle unghie il sabato sera ma, il lunedì mattina, le madri lo tolgono con il solvente: mia nonna vorrebbe che io andassi a Rio, dice qualche volta con aria un po’ svagata, io non ci faccio caso, mamma dice che è sempre stata un po’ tocca.
Io la guardo – quando atterra su due piedi e sembra non fare fatica, quando nella rotazione del Cheng ha le gambe perfettamente unite e quando alza le braccia, segnando la fine dell’esercizio, e sorride.
Non le dico mai che è stata brava, non faccio mai quest’errore: sapere che sei brava è quel che ti fa sbagliare, Petar, è quel che mi dicevi tu. È il motivo per cui, quando ho avuto l’insensato coraggio di lasciarmi cadere, sono caduta per davvero: vivevo nella consapevolezza che sarei sempre atterrata sui miei piedi e, quando non l’ho fatto, la sorpresa è stata più grande del dolore. È tutto quel che mi rimane di quel giorno, se me lo chiedesse qualcuno, quel che direi.
Fa più male sapere d’aver terminato la mia carriera con una caduta, che sentire quel dolore che m’ha masticato la colonna vertebrale e, per poco, non mi ha lasciata morta sul pavimento.
Penso che sia il motivo per cui mi hai voluta sposare per forza, Petar, perché hai scelto d’innamorarti di me anche se, lo sai, il primo amore non si scorda quasi mai – mi dici che non so dimenticare, non lo so fare per davvero: Korbut flip collegato a un salto pak, un minuto di pausa con il fiato che esce dai denti come un sibilo (il mio primo amore).
Abbiamo cresciuto Elena perché, hai detto, era giusto così: la figlia di mia sorella uccisa nel suo letto, nel sonno, da chi non l’ho mai saputo. E ancora oggi, quando lei porta la piccola Aleksandra ad allenarsi nella nostra palestra, lo dici ancora: figlia mia.
Ma Elena, il cui nome è uno sfregio a ogni mio sogno come quel Produnova16 che non saprò mai s’ero in grado di atterrare, chiama te padre e me zia – sua madre non l’ha conosciuta se non nei primi sei mesi di vita e io, se ricorda di quella mamma che si chiamava come sua figlia, non glielo domando mai: ma ti chiama padre e ti dice che ce la farete insieme, come se io non fossi in grado di udirvi.
Sai, mia nonna è un po’ tocca: pensa che potrei davvero partecipare alle Olimpiadi, figurati! C’è Simone Biles che si sta mangiando il mondo e pensa che io potrei uscirne con una medaglia al collo!
«Hai visto nonna?» Aleksandra corre verso di me, tutta bianca di magnesia perfino in volto, dove l’impronta di un dito le ridisegna lo zigomo. «Ti piace il nuovo esercizio che il nonno ha fatto per me?».
Sorrido, non so fare altro – e non le dico mai che è un esercizio molto bello, il suo, ma non è quello che io avevo sognato per lei: prima diagonale, il Moors17.
Non importa troppo quel che viene dopo (a me sì), ma se inizi bene l’esercizio poi, portarlo a casa, è più semplice di quel che non si possa pensare.
«Molto bello» tossisco, con voce roca. «Sei stata brava».
Non avrei mai dovuto dirglielo, ma che importa? – mia nipote mi guarda come se potessi sciogliermi da un momento all’altro e, forse, è davvero così: mi hanno detto che gli anni passati a pregare di svegliarmi in un altro mondo, sulle mie gambe, hanno funzionato. C’è qualcosa dentro di me che mi divora e non vuole vivere mentre io, alla fine, forse lo voglio ancora disperatamente.
«Stai bene, cara?» mi domandi, nell’incontrare lo sguardo perplesso di nostra nipote. «Stai piangendo».
E io ci penso ancora, Petar, ti giuro che non so come fare a smettere: che non atterrerò un Produnova, non salterò tra gli staggi con il Komova, non farò un’uscita Patterson e non stopperò perfettamente il Chusovitina. Ho dato tutto quello che avevo – alla ginnastica e al mio paese – non ne ho ricevuto niente, se non brandelli di desideri infranti e bruciati nel fuoco del caminetto.
E, ancora di più, oggi è il giorno in cui capisco: che forse il primo amore non si scorda, ma c’è qualcosa di più eterno e per questo incancellabile ed è il fatto che.
«Io voglio vivere, Petar, lo voglio per davvero».
Mi sorridi e hai anche tu gli occhi tutti sporchi di lacrime, mentre Aleksandra ti abbraccia singhiozzando e io non vedo più niente – mi scola il pianto dagli occhi e, nella mia visione annebbiata, è come aprire gli occhi in una pozza di fango: non vi sento neppure, per un momento in cui mi convinco che forse sto annegando per davvero.
«Lo so che lo vuoi» sussurri, tendendomi la mano. «In fondo, l’hai voluto sempre anche quando non te ne riuscivi a rendere conto».
Ti guardo negli occhi, dura, te lo dico: non dimenticare – ch’eri sotto lo staggio basso a guardarmi cadere, il giorno in cui ho smesso di vivere tra l’aria e il soffitto.
Mi dici che non lo farai – d’altronde il coraggio è l’ultimo dei tuoi prestiti e, quando te ne rendi conto, mi guardi malinconico e non sai cosa dirmi.
 
***
 
Oh, they say that you're in a new relationship
But we both know, nothing comes close to
What we had, it perseveres
That we both can't forget it
How good we used to get it
 
Elena dice che hai avuto un’altra.
Non sa dirmi quando o come, né io potrei mai comprenderlo – nella mia testa sei sempre stato qui, accanto a me, a tenermi la mano quando mi svegliavo nella notte e sognavo di cadere nel buio: non fa nemmeno male, non come una brutta caduta, quando scopro che non sono mai stata l’unica. Ma soprattutto non nelle ore in cui sparivi a cena con gli amici, o per fare una spesa che dura troppo, quando ti perdevi in pensieri che non sapevo decifrare.
Hai sempre detto che non ero interpretabile, Petar, che in me non c’era niente di netto e definito come un salto teso o raccolto, ma forse eri tu quello che non ho mai saputo comprendere pienamente – e adesso mi guardi e non so se hai più parole, quando ti dico che so che avevi un’altra.
Ma tu mi correggi: avevi, hai – la tragedia è che il passato conta sempre più di un presente che non  so come decifrare, che è come quel salto che mi ha tolto l’aria dai polmoni e la possibilità di usare le gambe: mi dici che la ami ancora e, anche se lei adesso ha una casa e una famiglia che non ti comprendono, tu sai che non è finita.
Mi dici che mi hai amata per davvero ma, quando mi guardi negli occhi e sussurri che sono ancora tua moglie (e lo sarò sempre) hai un’incrinatura che non so come decifrare – e io forse avrò il sorriso di Nadia (non l’ho mai), ma tu mi guardi e hai gli occhi arrossati di Olga a Monaco.
«Non importa, Pet» commento, atona. «Non ho mai preteso che fossi solamente per me, lo so perché mi hai sposata».
Perché il senso di colpa ti stava divorando: quando hai allungato le mani per prendermi e ti sono scivolata troppo lontano dalle braccia, rompendomi sul pavimento in una marea di frammenti. Sei stata fortunata, mi hanno detto quando ho aperto gli occhi, avresti potuto non rialzarti mai più: ancora non mi avevano detto che mi sarei dovuta muovere su quattro ruote per tutto il resto della mia vita e, ingenuamente, ho sorriso. Non avrei dovuto farlo, non per davvero.
Sei stata fortunata, mi hanno ripetuto. Pochi mesi dopo, a due settimane dalla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Mosca, Elena Mukhina sarebbe caduta eseguendo il salto Thomas18 – come me, anche lei non si sarebbe rialzata mai più.
Sei stata fortunata, mi ripeti anche tu: forse non potrò rialzarmi mai ma, quando penso a com’è morta la Mukhina, me lo dico anche io. Non è stata una benedizione cadere, ma lo è stata trovare braccia che mi aiutassero a rialzarmi.
«Vorrei che mi dicessi chi è» mormoro, come se conoscere un nome potrebbe aiutarmi ad accettare la cosa in sé. «Come l’hai conosciuta».
Si chiama Zsofia, mi dici, ha la tua età – e io so chi è: la ragazzina che s’allenava di fianco a me quando avevamo otto anni e ha lasciato la ginnastica (ingrata, ingrata, ingrata) per un buon matrimonio e una bella famiglia. Tutte cose che avrei potuto avere e che ho rifiutato per seguire la chimera di Mosca 1980, Los Angeles 1984 e una vita in America, una vita come Nadia, come Olga.
«Non è mai stata la stessa cosa, Ekaterina» commenti, senza nemmeno riuscire a guardarmi negli occhi. «Non poteva esserlo mai».
Mi ricordo com’eravamo – nella Bulgaria che si ricostruiva tra i brandelli del comunismo che collassava su sé stesso, nella Sofia ch’era cumulo di macerie e speranze, ci siamo ritrovati: io non ti avevo visto mai, con le braccia tese quando tentavo un salto troppo difficile, pronto a prendermelo. Tu ricorderai sempre che, l’unica volta in cui avresti dovuto prendermi, mi hai lasciata scivolare via.
Mi ricordo come siamo – quando ci guardiamo negli occhi e vi intravedo tutte le nostre promesse (infrante, ricomposte, infrante) e quel momento in cui mi hai visto mancare il collegamento, perdere la presa. Cadere.
Quando mi hanno detto che non mi rimaneva molto da vivere e io ho risposto: avevate detto che ero fortunata, forse la fortuna non l’ho conosciuta mai per davvero.
Non ho pianto – sono ancora sottile come una linea di matita, ma fatta in fil di ferro e ho il sorriso di Nadia (che vuol dire che non sorrido mai) – e ti ho guardato. Me lo hai detto così che, fortunata, forse lo ero stata per davvero.
«Sei stata fortunata» mi ripeti, quando ti chiedo di spiegarmi il perché. «Io ti ho vista cadere».
Io scuoto il capo, capelli striati di bianco che svolazzano in giro senza criterio, e ti dico che non ci credo: sono caduta perché ho mancato il collegamento con il salto pak, insisto, sono caduta perché non sono riuscita a mantenere la presa sullo staggio alto.
«Smettila» sussurri tu, passandomi una mano sullo zigomo (io non piangevo mai, da bambina, quando non riuscivo a mantenere l’equilibrio sulla trave) e scoprendola umida. «Lo sappiamo entrambi, cosa è successo».
Li chiamano twisties19 – quei momenti in cui sei in aria e perdi ogni controllo, il senso dell’orientamento e, allora, puoi solamente lasciarti cadere.
Li chiamano twisties – quei momenti in cui perdi di vista il terreno e, allora, vaghi nell’aria finché non tocchi terra: con i piedi, con la schiena o con il collo, importa poco. Alcuni sono più fortunati di altri, mi ripeti, tu sei stata fortunata.
È che sei abituata, commenti dolcemente, a essere una sopravvissuta, ad essere amata, ad essere: è facile perdere di vista il fatto che, nonostante tutto, sei ancora qui.
Io ci ripenso: il momento in cui mi sono issata sullo staggio più alto, con i piedi e le mani che tremavano solamente fino all’istante prima di lanciarmi – non è vero, che sono abituata: è che non avevo paura di cadere e, per questo, so ancora dimenticare.
Il momento in cui ho capito che non sarei riuscita a riafferrare lo staggio e, senza sapere dove stesse la terra sotto i miei salti, sarei caduta: di testa, di schiena, di collo – sui piedi mai più, l’ho capito in quella frazione di secondo.
Non ti ho visto correre verso di me, l’aria mi è uscita in un colpo dai polmoni e non ricordo di avere urlato: mi confermi che non l’ho fatto.
Non cambia il fatto che ero fil di ferro spezzato e, quando mi segue il rumore della sedia a rotelle al posto di quello dei miei passi, adesso non sono più.
 
***
 
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So I hope this will remind you
When it's for real, it's forever
 
C’è qualcosa di immensamente buffo, nello scorrere placido delle giornate – io che ti giro attorno, per la palestra, ma non domando mai: tu che mi guardi e scuoti il capo, come se volessi rispondermi a quella domanda che sai (lo sai) che mi sta ronzando in testa.
«Goditi questi mesi, Ekaterina» commenti, calmo, quando ti domando se posso assistere alle prove di Aleksandra alle parallele. «Non logorarti».
«Non l’ho dimenticato, che è per sempre» rispondo, gli occhi puntati sulle parallele asimmetriche. «O finché te lo consentono».
Il primo amore – lo chiamo così, nei lidi pacati e opachi della mia testa – quando mi hai messa su una trave per la prima volta e ti ho detto: stai tranquillo, io non ho paura.
E io non lo dimentico, che è per sempre per davvero: un esercizio che dura poco più di un minuto, compresa l’uscita.
Giant 1 ½ collegato a uno Straddle Jaeger20, poi l’uscita: controluce, so che dovrebbe essere un Double Layout21 ma non riesco a vederlo.
Aleksandra sorride, durante l’esercizio e vorrei urlare che non deve farlo mai, soprattutto prima dell’uscita.
Chiudo gli occhi, la ripercorro a memoria – non cadere mai, altrimenti potresti non sapere come fare a rialzarti.
Stai bene?
Sto benema penso che se chiudo gli occhi non li riaprirò mai più.
Ho detto che era per sempre e non lo so dimenticare: uscita dallo staggio alto, rotazione di 180°, salto raccolto.
Chiudo gli occhi.
Applausi, un dieci perfetto.
 
So don't forget about us
(Mariah Carey – Don’t Forget about us)
 
 


1Olga Korbut, quinta classificata nella finale di parallele asimmetriche alle Olimpiadi di Montréal 1976.
2La ginnasta bulgara vinse il bronzo alle parallele asimmetriche con un 19.775, dietro le due ginnaste rumene Comăneci e Ungureanu, e davanti a Kische (Germania Est), Korbut e Kim (URSS).
3Il salto Comăneci è una manovra relativa alle parallele asimmetriche, praticata sullo staggio più alto: consiste in un rilascio sullo staggio in posizione frontale, motivo che lo rende difficilmente collegabile con altri movimenti e, per questo, poco praticato nella ginnastica attuale. Ha valore E nell’attuale Code of Points (2021-2024).
4Nadia Comăneci non si classificò nella finale di specialità delle parallele asimmetriche a Mosca 1980, cosa sorprendente se si pensa che si trattava del suo attrezzo di punta.
5Si tratta di una delle uscite dell’esercizio delle parallele, nota generalmente come Comăneci dismount o ½ turn to back tuck: attualmente ha valore C nell’attuale Code of Points (2021-2024) e per questo non la si vede più, ma ai tempi della sua ideatrice (la Comăneci, appunto) era un’uscita complicata da eseguire.
6Si tratta della preparazione a un volteggio con entrata frontale: nello specifico, io pensavo al Cheng, ma comunque non è legato a quel salto nello specifico.
7Il salto Korbut consiste in un salto mortale compiuto dallo staggio più alto delle parallele asimmetriche per poi riafferrare il medesimo staggio: presentato alle olimpiadi di Monaco del 1972, fu in seguito modificato dalla russa Mukhina nel 1977. Attualmente non è eseguibile in gara, in quanto il Code of Point ha reso illegale salire con i piedi sullo staggio.
8Il volteggio Produnova, conosciuto anche come il “vault of the death” è, a pari merito con il Biles, il volteggio più difficile da eseguire nella ginnastica femminile: si tratta di un attacco frontale all’attrezzo con doppio salto mortale. Atterrarlo è estremamente difficile, nonché pericoloso, motivo per cui nell’attuale Code of Points (2021-2024) ha attualmente un D-Score pari a 6.2 e sono pochissime le ginnaste che lo portano in gare ufficiali.
9Il Chusovitina o Double Layout 1/1 è un elemento acrobatico del corpo libero e si tratta di un doppio salto con rotazione di 360°. Eseguito per la prima volta dalla ginnasta Uzbeka Oksana Chusovitina, ha valore H nell’attuale Code of Points (2021-2024).
10Il Komova è una transizione da staggio basso a staggio alto delle parallele asimmetriche, con o senza torsione. Nell’attuale Code of Points (2021-2024) ha valore E.
11Il Patterson, conosciuto anche come Double Arabian, è un’uscita di trave consistente, come dice il nome, in un double arabian. Allo stato attuale è una delle uscite più complesse da eseguire, con valore G nell’attuale Code of Points (2021-2024).
12Rispettivamente seconda (USA) e terza classificata (RSS) nel circuito All Around delle Olimpiadi di Rio 2016.
13L’Amanar di McKayla Maroney è entrato nella storia a Londra 2012, in quanto si tratta, ad oggi, del salto con la nota d’esecuzione (E-Score) più alta in una competizione FIG da quando è stato abolito il sistema del 10 perfetto. L’E-Score, per chi se lo stesse chiedendo, fu di 9.733.
14Il salto Cheng, uno dei salti al volteggio con D-Score più elevato (5.8 nell’attuale CoP, 2021-2024), consiste in: rondata, flic, rotazione di 180° (attacco frontale) e poi un giro di 540°in posizione tesa.
15Combinazione eseguita da Olga Korbut a Monaco 1972. Il salto pak è una transizione da staggio alto a staggio basso, con la ginnasta rivolta frontalmente verso quest’ultimo.
16Questo è un gioco di parole un po’ scemo, dato che colei che per prima atterrò il Produnova si chiamava, appunto Elena Produnova.
17Il Moors, o Doppio teso doppio avvitamento, è un elemento acrobatico relativo al corpo libero. Nell’attuale CoP (2021-2024), ha valore I.
18Elena Mukhina fu una ginnasta russa. Reduce da un infortunio non ancora guarito, nel 1980 si stava allenando per le Olimpiadi di Mosca 1980, quando cadde rovinosamente sul salto Thomas (movimento del corpo libero, vietato immediatamente dopo l’incidente della Mukhina: consisteva in un salto con rotazione di 540°) a causa della caviglia non ancora guarita. Si schiantò quindi sul pavimento rompendosi il collo e fu trasportata a Minsk per essere operata; non trovando medici pronti a operarla, fu poi trasportata a Mosca, dove la operarono dopo ben tre giorni dall’incidente: la diagnosi fu terribile – frattura del rachide cervicale e paralisi totale di arti superiori e inferiori.
19I twisties, conosciuti anche come “lost move syndrome”, sono una condizione fisica in cui avviene la “sudden loss of a gymnast's ability to maintain body control during aerial maneuvers, with the gymnast feeling something akin to an out-of-body experience in mid-air. Many gymnasts also reference a feeling of disorientation or unawareness of where the ground is”. Si tratta della condizione sperimentata da Simone Biles durante le Olimpiadi di Tokyo 2020.
20Si tratta di una combinazione relativa alle parallele asimmetriche, entrambe relative allo staggio alto: il Giant 1 ½ è una rotazione di 360° sul proprio asse in posizione verticale (Elemento D), mentre invece lo Straddle Jaeger è un rilascio sullo staggio alto (Elemento D).
21Un’uscita dalle parallele asimmetriche. Consiste in una rotazione completa più doppio salto teso. Ha valore D nell’attuale CoP (2021-2024).
 
 
Il titolo è preso in presto dall’omonimo libro di Lola Lafon, dedicato a Nadia Comaneci.
Specifico inoltre che la canzone di Mariah Carey è riferita non tanto a Petar, quanto alla ginnastica in sé.
Grazie a mystery per avermi dato la possibilità di scrivere questa storia, per me così importante, in quanto parla del mio sport preferito.
Un bacio e a presto con la programmazione di Natale.
Gaia
   
 
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