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Autore: Enchalott    10/01/2022    3 recensioni
Una bozza della storia è depositata presso lo Studio Legale che mi tutela. Sconsiglio "libere ispirazioni" e citazioni troppo lunghe, soprattutto se prive del mio consenso. Grazie e buona lettura a tutti! :)
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Dopo una guerra ventennale il popolo dei Salki viene sottomesso dai Khai, una misteriosa stirpe che presenta numerose analogie con i demoni delle leggende. Tra gli accordi di pace è presente una clausola matrimoniale, secondo la quale la primogenita del re sconfitto andrà in sposa a uno dei principi vincitori. La prescelta è tanto terrorizzata da pregare gli dei di morire, ma sua sorella minore non è dello stesso avviso. Pertanto propone un patto insolito a Rhenn, erede al trono del regno nemico, lanciandosi in un azzardo del quale non potrà che pentirsi.
"Nessuno stava pensando alle persone. Yozora non sapeva nulla di diplomazia o di trattative militari, le immaginava alla stregua di righe colorate e numeri tracciati su una mappa. Era invece sicura che nessun segno posto sulla carta avrebbe arginato i sentimenti e le speranze di chi ne veniva coinvolto. Ignorarle o frustrarle non avrebbe garantito nessun tipo di equilibrio. Yozora aveva un'unica certezza: voleva bene a sua sorella e non avrebbe consentito ad alcuno di farla soffrire."
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Nell’anima
 
Danyal bloccò la porta di pesante quercia con un catenaccio spesso come il suo polso e riprese a scendere in solitaria la scalinata umida che portava alle grotte.
Il segnale convenuto per gli incontri con gli hanran - la bandiera minkari con l’albero sacro appesa a una determinata finestra della torre sud - era stato esposto già da qualche giorno, ma le notti precedenti nessuno si era presentato nel luogo prescelto. Si augurò che quella fosse la volta buona: la regina era fuori di sé per l’angoscia e, nonostante la tempra, i suoi nervi stavano cedendo. Aveva bisogno di sapere se il principe era in vita, se i Khai erano propensi ad accettare lo scambio con il prigioniero o qualunque altra informazione confortante. Era disposta a pagare ogni sorta di riscatto, ma lui paventava che la sola posta in gioco fosse la resa incondizionata.
Quanto al demone che avevano catturato, non aveva aperto bocca: probabilmente si trattava di un guerriero qualsiasi o di un elemento scarsa importanza, magari di un condannato alla sua ultima possibilità. I suoi compagni non avrebbero barattato la vita di una pedina sacrificabile con quella di Shaeta, ma Danyal si era guardato dal condividere quel timore con Amshula.
Era riuscito a convincerla a non presenziare a quell’incontro, ma il suo fine non era stato quello di evitare che pronunciasse parole di troppo in preda alla collera. Desiderava solo che nessuno la vedesse in quello stato di prostrazione, meno che mai i ribelli, che restavano Khai nonostante i desideri di concordia e consideravano essenziale la forza d’animo.
Raggiunse il fondo buio e sdrucciolevole della gradinata e si strinse nel mantello di spessa lana. Il freddo polare che proveniva dall’esterno aveva congelato l’acqua immota del fiume e i barbagli aranciati della torcia si riflettevano sulla lastra di ghiaccio trasparente. Per precauzione abbassò la fiamma al suolo e attese.
Quello di proteggere la regina era il suo dovere di soldato, tuttavia lo sentiva più come un istinto naturale. Nessuno lo aveva mai fatto, non la sua famiglia d’origine né tantomeno il re.
Dèi, dovrei smettere di pensare alla sua morte come a una liberazione! Invece il desiderio di stringere la mano a quello che lo ha decapitato è più forte della fedeltà che gli dovevo!
Contenne il fremito di sdegno e si lasciò trasportare dai ricordi. Rammentava la prima volta che aveva visto Amshula: in occasione del fidanzamento della cugina, gioiosa nella freschezza dei suoi quindici anni, con le trecce brune appuntate sulla nuca e l’abito rosa da cerimonia drappeggiato sul fisico ancora acerbo.
Lui non era che un giovane ufficiale ed era stato assegnato alla guardia reale, anche se avrebbe preferito mille volte essere spedito di pattuglia nella Foresta delle Brume.
Namta non gli aveva fornito una buona impressione e la corte era apparsa al suo sguardo irreprensibile come un covo di esecrabili leccapiedi. Aveva obbedito ai suoi superiori senza fiatare, limitandosi a vegliare sulla sicurezza del sovrano, conscio che dietro alla sua  facciata immacolata stagnasse il marcio. Un putridume nel quale molti sguazzavano e che nessuno si preoccupava di svergognare, prediligendo i vantaggi personali all’onestà.
Danyal era stato tentato di intervenire, ma anche con delle prove concrete, che comunque non possedeva, non avrebbe trovato appoggi. A conferma di ciò, alla prima rimostranza gli era stato raccomandato di guardare dove gli veniva indicato e non altrove.
Avete esagerato con il vino, vice capitano? O devo pensare a qualcosa di più forte? Per questa volta farò finta di niente e non vi assegnerò una nota di biasimo, un bicchiere di troppo è frequente tra le giovani leve. Vi comprendo, è un modo per scacciare la paura e supportare l’inesperienza. Tuttavia pensate a come i vostri genitori sarebbero addolorati se veniste condannato per lesa maestà. Avete anche una fidanzata se non sbaglio… si sentirebbe disonorata dal vostro comportamento dissennato e, se foste degradato, non riuscireste a sposarla come desiderate.
Lo avevano trattato alla stregua di un disertore: le parole indulgenti del suo comandante, accompagnate dallo sfiorare come per caso l’elsa della spada, erano state in realtà velate minacce. Forse gli avrebbero chiuso la bocca per sempre o i suoi cari ne avrebbero fatto le spese, eppure in quel momento aveva dubitato di se stesso, le certezze e i propositi erano crollati come un castello di carte. Era addirittura giunto a chiedersi se il tutto non fosse che il frutto di un’allucinazione.
Ma quel giorno, quando gli occhi biechi del re dell’Irravin si erano posati su Amshula durante il ballo, Danyal aveva tratto l’agghiacciante sicurezza di non aver frainteso affatto. E il riscontro sulla natura di quell’uomo sarebbe giunto implacabile qualche mese dopo, quando…
Un fruscio insolito interruppe il flusso delle rimembranze.
«Siete distratto, generale.»
Il demone apparve dall’oscurità gelida del passaggio sotterraneo, celato da una cappa scura appena spolverata di fiocchi di neve fresca.
Lui sollevò la fiaccola e la luce inondò le iridi blu cobalto che lo stavano fissando: la pupilla si ridusse a un taglio verticale, conferendo al nuovo venuto un aspetto inquietante. Tra le pesanti pieghe in cui era avvolto si intravedeva l’uniforme scarlatta dei cavalieri alati, le corna ricurve erano celate sotto il cappuccio e gli artigli erano tinti di nero. Quando aveva interrogato il prigioniero, Danyal aveva constatato non senza stupore che il colore rossastro della pelle dei demoni non era naturale, come altre loro caratteristiche peculiari.
«Pensieroso in realtà.»
«Ne avete ben donde. L’accaduto cambia i nostri piani.»
«Che ne è di Shaeta?»
«L’ordine è di tenerlo vivo fino al ritorno del Šarkumaar. Quanto alle condizioni in cui ciò avverrà, esse dipendono unicamente dalla sua resistenza.»
«Dannazione, è un ragazzino! Speravo che almeno voi ne aveste pietà!»
«I miei lo stanno sorvegliando, ma interverranno solo in extremis. Ogni altro tentativo sarebbe un inutile suicidio e implicherebbe gli hanran presenti tra le fila dell’armata. Non posso permetterlo.»
Danyal assentì suo malgrado, arginando la collera. Smascherare i ribelli per salvare un unico ostaggio era impensabile. Lui avrebbe fatto lo stesso per i Minkari, i sentimenti personali andavano soffocati.
«Per contro abbiamo catturato uno dei vostri» rivelò.
Elefter inarcò un sopracciglio con palese meraviglia.
«Non ne ero al corrente.»
«E nessuno ha tentato di recuperarlo. Che ne pensate?»
Il Khai eluse la domanda.
«Di chi si tratta?»
«Mi piacerebbe saperlo. Era vestito come i nostri, non abbiamo potuto verificare né il suo grado militare né la sua identità. Non ha neppure fornito un nome falso.»
Il reikan rifletté sull’affermazione: sulla sua fronte si delineò una ruga verticale.
«Non mi stupirei se si trattasse di un’insubordinazione volta a guadagnare prestigio. Ciò che ritengo gli abbiate fatto non eguaglierebbe mai quanto subirebbe se tornasse tra i Khai dopo aver disobbedito alle direttive del Kharnot. Tacere è un modo per non coinvolgere il suo clan nella punizione.»
«Quindi se la regina proponesse uno scambio tra costui e suo figlio, voi rifiutereste senza esitare?»
«Sì, a prescindere. Quell’uomo stesso si ucciderebbe per preservare il proprio onore. La mia gente non contempla il fallimento.»
«Fatico a comprendervi, Elefter.»
Il ribelle sorrise con amarezza sotto l’ombra del mantello.
«Qualche volta succede anche a me, generale.»
Danyal annuì grave, valutando lo sfumare dell’unica chance per liberare Shaeta. Interruppe il silenzio imbarazzante creato da quell’assurda condivisione: forse nell’anima degli uomini leali, indipendentemente dallo schieramento, si agitavano le medesime angosce.
«Suppongo che offrire un riscatto sia controproducente.»
«Allora non siete così lontano dal nostro modo di pensare. A un tentativo del genere conseguirebbe la dimostrazione di quanto i Khai disprezzino il mercanteggiare e il vostro principe verrebbe giustiziato come suo padre.»
Danyal si guardò dal rivelare che il declinare l’offerta si sarebbe ritorto contro i demoni: aveva ordinato a mastro Zobel di non partire con gli esperimenti sul prigioniero, per non vanificare l’estremo tentativo di svincolare il principe. Ma con la certezza che non ci sarebbe stato accordo, Amshula avrebbe espresso il suo consenso, l’arma sarebbe stata collaudata e perfezionata, Minkar avrebbe allungato i suoi giorni e forse vinto la guerra.
«Cosa devo riferire alla mia sovrana?»
«Di attendere. Si sono create troppe incognite, siamo costretti a rimandare di alcune settimane i nostri piani sia qui sia a Mardan.»
«È proprio quanto non gradirà sentire.»
«Pensavo non esistesse parità a Minkar e che fossero gli uomini a comandare. Non dubito vi saprete imporre, Danyal.»
«Tsk, la fate facile! Sono il generale delle armate, non suo marito! Anche inoltrando una richiesta da parte dell’erede al trono, essa non verrebbe presa in considerazione per via della sua giovane età!»
Elefter captò un’eccessiva inquietudine nel tono concitato dell’interlocutore: si domandò se fosse altrettanto in ansia per le sorti di Shaeta o se stesse invece occultando delle informazioni preziose. Aspettare lo svolgersi degli eventi era la soluzione migliore per tutti, perché tanta preoccupazione? Guadagnò tempo.
«L’idea della missiva è buona. Dirò a uno dei miei di avvicinare il principe e vi recapiterò il messaggio autografo. Voi confermerete che non si tratta di un falso per tranquillizzare sua madre e invogliarla a non mandare in fumo la nostra alleanza.»
Il generale aggrottò la fronte, meditabondo: se la nuova sostanza avesse avuto l’effetto sperato, anche gli hanran sarebbero stati decimati e la loro giusta lotta sarebbe finita nell’oblio. La cosa lo disturbò: aveva dato la sua parola e desiderava davvero perorare la loro causa, ma si impose di non informare la controparte per tutelare i suoi concittadini. Il cuore continuò a gridargli il contrario.
«C’è altro?»
Le iridi blu di Elefter scintillarono nella penombra fredda della caverna.
«Sì. L’uomo che avete preso potrebbe non essere un riottoso o un vanaglorioso.»
«Una spia con un incarico ad hoc?»
«È una possibilità che non voglio trascurare. In tal caso il principe Mahati ne sarebbe al corrente e la situazione andrebbe osservata da un’altra prospettiva. Ma necessito di qualche giorno per indagare, forte del fatto che lui non sia al campo. Pensate di riuscire a persuadere Amshula?»
«Con una lettera di Shaeta e un forse? Me li farò bastare, ma non vi assicuro nulla.»
«Provateci. Se è come sospetto, il prigioniero deve sopravvivere. Mettete di sentinella un vostro uomo alla torre sud, vi manderò un segnale con le fiamme: cambieranno colore da arancio a verde, così saprete che abbiamo una carta vincente. Dopodiché ci incontreremo per discutere le mosse più opportune.»
«Va bene, informerò la regina.»
Elefter assentì e abbassò il cappuccio, pronto a dileguarsi.
«Un’altra cosa, generale. La prossima volta portate anche Amshula. Non esiste nulla di più convincente dell’ascolto diretto e noi Khai siamo terribilmente schietti.»
 
 
Le colonne del tempio di Valarde cambiarono gradazione, scivolando dall’azzurro notturno al rosa chiaro e poi a un bianco sfumato di pagliuzze dorate.
Le tre albe sul deserto erano un tripudio di tinte calde, che si rubavano la scena in un acquerello dai toni energici ma impossibili da ignorare: Yozora smise di pensare alla sveglia poco ortodossa di poco prima e dimenticò il faticoso cammino che avrebbe dovuto affrontare, soffermandosi rapita ad ammirarle. La sua ombra si allungò lenta e leggera sulle lastre di pietra ocra del crepidoma.
Rhenn strinse i finimenti dei due purosangue con una certa fretta, controllando che tutto fosse in ordine. Fece per sollecitare la compagna di viaggio, però si soffermò sul suo viso, contemplandone l’espressione incantata. Sogghignò senza farsi notare: soltanto la sua anima candida poteva trovare qualcosa di bello nell’Haiflamur, persino nella miseria di quel luogo dimenticato e in un fenomeno che si ripeteva ogni giorno.
Eppure oggi mi pare più interessante del solito…
«Finitela di fissare il cielo imbambolata o le ore utili al viaggio si ridurranno!» borbottò «A casa vostra il sole non sorge?»
«Dalle finestre di Mahati non si gode dello stesso spettacolo mozzafiato.»
Lui sbuffò seccato, ma il fatto che la ragazza avesse alluso alla reggia come alla propria casa lo toccò in modo inaspettato.
Si tratta di una lezione appresa, sono soddisfatto della mia allieva, nient’altro.
«Dipende da quale lato del davanzale siete solita affacciarvi» ribatté sagace.
«Preferite scorgere il riflesso del sole Trigemino sul muro?»
«No. Prediligo vederlo sorgere dai fianchi di una donna.»
Yozora arrossì, ma celò l’imbarazzo sotto il velo che le sacerdotesse le avevano procurato: gli eventi si erano susseguiti a precipizio, così non aveva considerato che avrebbe trascorso le notti successive da sola con lui in mezzo al nulla. Sarebbe stata alla mercé di un uomo più forte e più scaltro di lei, anche se la fiducia nei suoi riguardi era intatta. L’idea di aver insistito per i cavalli perse ulteriori punti, ma l’ostinazione vinse e non lo pregò di tornare alla reggia.
«Allora, siete pronta?» la incalzò il principe.
«Ho promesso a vostra madre che l’avrei salutata prima di partire.»
«Ne ho abbastanza del vostro sodalizio, non mi trascinerete di nuovo là dentro!»
«Ne sono conscia, per questo ho chiesto a lei di raggiungerci.»
Rhenn sbarrò gli occhi e fece per ribattere, ma lo scalpiccio alle sue spalle lo frenò.
Maledizione!
Hamari uscì dall’edificio senza il corteo delle adepte, vestita con un semplice abito nocciola che metteva in risalto la chioma slegata lungo la schiena. Il vento capriccioso del mattino agitava i suoi riccioli ramati, mutandoli in fiamme divampanti.
Madre, i vostri capelli sciolti assomigliano al thyr sul mio petto. Non raccoglieteli, così saprò che siete fiera di me anche quando mio padre sosterrà il contrario.
L’Ojikumaar scacciò la reminiscenza e strinse le redini nel pugno, impassibile.
La regina sorrise con una vena di tristezza e si avvicinò.
«Sei davvero deciso a trascinare la principessa in quella fornace?»
«Perché, hai già avvisato gli hanran? Sono pronti all’emergenza?»
La donna scosse la testa, ignorando il tono aspro del figlio e le sue accuse implicite.
«No, Eirhenn. Ti sto chiedendo se sei pronto a salvaguardare una vita che ti viene affidata. I Khai sono addestrati a combattere e ad aggredire, non a proteggere.»
«Ah, giusto! Tu non l’hai fatto, dunque temi che io abbia ereditato la tua attitudine alla fuga. Rasserenati, madre, nessuno ha mai visto la mia schiena e non sarà questo deserto a portarmi alla rinuncia. Puoi dire ai tuoi amici che l’erede al trono è pronto ad affrontarli e a preservare la moglie di suo fratello, persino dal loro aiuto.»
«Siete ingiusto, Rhenn, la regina si sta solo preoccupando…»
«Per voi, forse. Sbrigatevi con il drammatico commiato.»
Yozora sospirò, ma preferì non forzare le difese erette dal principe. Nell’animo di lui c’era tanta rabbia, ma il dispiacere che lei avvertiva per quel rapporto compromesso non poteva essere usato come costrizione nei suoi confronti. Il rancore non si sanava con i rimproveri, soprattutto se non si conosceva appieno il passato che lo nutriva.
Strinse le mani di Hamari tra le sue con affetto e accettò l’abbraccio informale che questa le riservò. Poi raccolse tutto il suo coraggio e infilò le dita nella cintura di seta, traendone un foglio piegato in quattro.
«Desideravo che leggeste questo» mormorò in preda all’emozione «L’ha scritto mia madre per voi molto tempo fa, sarebbe felice di sapere che finalmente è in vostro possesso.»
Rhenn trasecolò e s’interpose furente.
«Cosa!? Avete condotto la lettera di Kelya fuori dagli archivi!?»
Yozora sussultò e non riuscì a replicare. Lui la strattonò afferrandole il polso con violenza e obbligandola a lasciare la presa sullo scritto.
«Vi ho ordinato di lasciarlo dove lo abbiamo trovato! Credete di potervi permettere simili trasgressioni!?»
«Non vi ho disobbedito!»
«Avete la scusa pronta, eh!? Non crediate che il consenso di Mahati sia sufficiente a risparmiarvi le frustate! Sono stanco della vostra mancanza di rispetto! Rientreremo subito a Mardan! Vi attende una lezione memorabile!»
La scaraventò a terra e spiegò il documento, indeciso se stracciarlo in mille pezzi o riportarlo alla biblioteca. Poi spalancò gli occhi, incredulo.
Yozora, compresa nell’abbraccio della regina, che si era precipitata a confortarla e lo stava scrutando con estremo biasimo, si asciugò le lacrime e ricambiò con dolore il suo sguardo esterrefatto. Rhenn abbassò il braccio e la collera sfumò, sostituita da sensazioni alquanto diverse.
«Che… che sarebbe questo? Non è…»
«L’ho scritto io stanotte» sussurrò la principessa.
«C-cosa?»
«Mi avete proibito di portare via la missiva, non di impararla a memoria. Ho fatto in modo che fosse sempre con me senza violare le vostre disposizioni.»
Lui si sentì come se lo avesse schiaffeggiato davanti a tutto il popolo. Avrebbe dovuto scusarsi con lei, autodefinirsi l’imbecille più grande del regno per non aver prima verificato i fatti ed essersi lasciato scavalcare dall’irritazione. Ma l’orgoglio lo bloccò e le sue labbra rimasero serrate.
Un ottimo esempio di sovrano, tanto presuntuoso da sentirsi migliore dell’attuale.
Lo sguardo di sua madre lo ustionò: aveva appena dimostrato la sua teoria.
I Khai sono addestrati a combattere e ad aggredire, non a proteggere.
Che lei avesse ragione era più intollerabile dell’eventuale ammenda. Inalò l’aria e le tese lo scritto senza proferire verbo, ma il silenzio fu eloquente.
«Mahati ha solo autorizzato la consultazione. Non sono ammessa nella biblioteca senza lasciapassare e ho preferito non importunarvi una seconda volta.»
Gli occhi bruni di Yozora non portavano né rabbia né rancore. Erano lucidi di tristezza o, peggio, di timore.
Era un pezzo che non ne provava al mio cospetto, ricordarle con chi si trova a interagire è buona norma!
Lo pensò per darsi un tono, senza convinzione. La sensazione di essersi comportato come un animale privo di raziocinio non sfumò.
Hamari aiutò la ragazza a rimettersi in piedi e le sfiorò una guancia con una carezza.
«Leggerò le parole di vostra madre con il cuore spalancato. Anche se sono trascorsi anni, vi prometto che non cadranno nel vuoto. Tornate a visitarmi, Yozora, e portate il vostro promesso sposo. Vi accoglierò con gioia immensa.»
Rhenn alzò gli occhi al cielo, ma avvertì una fitta al petto. I suoi congedi erano molto freddi, improntati sul cerimoniale o in base alla semplice educazione: scorgere la regina che salutava la principessa straniera come se fosse sua figlia lo spiazzò. Suo malgrado si domandò come sarebbe stato ricevere il medesimo trattamento.
Eppure io lo ricordo. Ricordo il calore del suo abbraccio, il dolore penetrante dell’ultimo che ho sopportato…
«Eirhenn.»
Il principe mosse un passo indietro, sottraendosi a un eventuale contatto.
«Addio, madre.»
Hamari abbassò il viso con profonda mestizia, sferzata da quei termini asettici. Rispettò la distanza fisica che lui aveva stabilito, ma quella emozionale le risultò insostenibile. Si inchinò con arrendevolezza per non mostrare la vergogna delle lacrime proprio a suo figlio. La giovane Salki la trattenne con dolcezza, sussurrandole poche parole all’orecchio. Nell’udirle la sua disperazione svanì.
 
«Avevate ragione voi» gettò fuori Yozora, prima di cambiare idea e riprecipitare nel puntiglio «I cavalli sono una pessima trovata, non avrei dovuto insistere. Vi domando scusa.»
L’Ojikumaar inarcò un sopracciglio: l’ammissione inattesa del torto lo sorprese e insieme lo incastrò a forza nelle sue responsabilità. Mantenne l’espressione altera e le inchiodò addosso gli occhi viola.
«A cosa devo tale retromarcia?»
«Al fatto che io desideri imparare dai miei sbagli.»
«Quindi non è merito del caldo, della sabbia e dell’arcione scomodo?»
Lei arrossì e abbassò lo sguardo.
«Non solo.»
«Mio? Sono lusingato… e poi vedervi profusa in un’ammenda non ha prezzo. Quasi quasi vi perdono per avermi coinvolto in questa detestabile sosta.»
«Non scherzate, ditemi come rimediare.»
«Mh, non potete. Inoltre ho come l’impressione che vi aspettiate qualcosa da me.»
«I Khai sono concreti, non percettivi.»
«Già, ma io sono il sommo officiante di Belker. Ascolto i Superiori e interpreto persino il taciuto, soprattutto quando esso mi infastidisce.»
«Se cogliete le intenzioni degli dei, allora siete in grado di percepire ciò che vi suggerisce la vostra voce interiore.»
«Quella che mi sta consigliando di rispedirvi a piedi a Mardan?»
«No di certo.»
Rhenn ringhiò un’imprecazione tra i denti e legò le briglie dei destrieri al recinto del tempio, deciso a lasciarli lì.
«Se pensate che sia portato a cospargermi il capo di cenere, state incappando nell’ennesimo abbaglio. Dalla mia bocca non uscirà nessun “mi dispiace”! Né per voi né per mia madre.»
«Non ve l’ho chiesto.»
No, dannazione! Tutto il discorso gira su quel perno! Domandare perdono per ottenere la stessa supplica! Non da me, per gli dei!
Il principe soffocò la punta irritante che lo affliggeva e cambiò argomento.
«La rinuncia ai cavalli implica che siete disposta a montare un vradak
«Solo se avete la medesima disposizione a non strapazzarmi durante il volo. Ho paura dell’altezza e della velocità, per non parlare di quei terribili predatori.»
«Tsk! Questione di abitudine, ma vi prometto che sarò moderato. Venite con me.»
La condusse fuori dal cortile esterno di un centinaio di metri, sulla sabbia rossa. Si portò le dita alla bocca ed emise un fischio acuto, che si perse tra le dune.
Delzhar spuntò dal nulla, una sagoma nera stagliata contro il cielo zafferano: colmò la distanza in un battibaleno e planò a pochi passi da loro. Scosse le piume d’ebano, stridendo un omaggio al suo padrone e fissandolo con gli occhi scarlatti. Sul suo dorso possente era già fissata la sella e le redini pendevano dal becco ricurvo.
Yozora si strinse d’istinto al braccio dell’erede al trono, ma non indietreggiò: l’animale non poteva essere giunto tanto rapidamente dalla capitale.
«Che significa? Come fa a trovarsi già qui?» domandò incupendosi.
«Un piano alternativo. Il mio amico alato aveva l’ordine di seguirci a distanza in attesa del momento opportuno. Non avrete creduto di riuscire a raggiungere Shamdar con quegli stupidi quadrupedi?»
L’espressione sarcastica dell’Ojikumaar non lasciò dubbi: aveva accettato di perdere la battaglia per vincere la guerra e ora le stava impartendo un’ulteriore dimostrazione di forza. Anzi, aveva fatto in modo che fosse lei a implorarla. Si incollerì.
«Voi! Voi siete… siete…»
«Previdente» ultimò lui «Inflessibile. È così che agisce un Khai che ha il mio ruolo. La perfezione non esiste nemmeno presso gli Immortali, ma Mahati sposerà una donna che si avvicinerà ad essa il più possibile.»
«Intendete ammaestrarmi come Delzhar?»
Lui rise spontaneo.
«È un rapporto di rispetto e fiducia vicendevole. I vradak non si lasciano educare come scolaretti. Le ragazzine salki… chissà!»
«Avete altri dardi umilianti da scagliare? Volete che indossi un bersaglio?»
Rhenn scosse la testa e i suoi occhi d’ametista scintillarono tra le ciglia scure.
«Nelle mie intenzioni, il paragone tra voi e Delzhar voleva essere un complimento.»
«Ah sì? Parlate una lingua ardua da comprendere!»
Rhenn si godette la sua disfatta per qualche istante, poi si approssimò. La principessa pensò che volesse aiutarla a issarsi in sella, ma lui la attirò a sé le sfiorò il dorso della mano con un bacio. Nell’atto si inchinò, non nella misura richiesta dalla differenza d’altezza. Era un omaggio vero, espresso in un modo non travisabile.
Cosa sta…?
Alla contiguità inattesa Yozora avvampò come mai prima d’allora. Durò un infinitesimo, ma quel calore le rimase impresso come un marchio.
«Chla, Delzhar!»
Il vradak si abbassò docile e il principe la fece salire in arcione. Quando spiegò le ali e spiccò il volo, ebbe l’impressione che la testa le stesse girando già da tempo.
 
Hamari osservò la scena dalla terrazza superiore del santuario. Si schermò gli occhi, seguendo l’enorme volatile che si allontanava nella luce dorata del primo mattino.
Suo figlio non si era mai piegato davanti a nessuno, a costo di subire castighi memorabili da parte del re. Era puro orgoglio, fiero e inavvicinabile. Ripensò alle parole che la principessa le aveva mormorato all’orecchio: ha tenuto il flauto.
Lei è una medicina… l’unico farmaco in grado di guarire la sua pena. Divina Valarde, fate che gli resti accanto…
La sua anima si librò con pari leggerezza.
   
 
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