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Autore: Alarnis    13/01/2022    2 recensioni
"Quel giorno fu lei a restare ferita, solo ora se ne rendeva conto."
Genere: Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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A buon rendere!

 
Chi sono io? Un principe vigliacco? si chiese Ludovico. Gli veniva quasi da ridere Sono stato salvato da un contadino…
“Fuggite, penserò io a loro!”  aveva stabilito Moros. La forza di un re; a cui lui aveva rimproverato “Non essere presuntuoso.”
Certo, avrebbe potuto combattere, ma il diversivo creato da Moros, gli aveva impedito di perdere tempo inutilmente, in una schermaglia che non avrebbe mutato le sorti di una decisiva battaglia, da combattere solo a Rocca Lisia.
“Quindi oggi, dobbiamo la nostra buona sorte ai contadini?” rise ironico Alberico. Proprio nelle vicinanze dell’ingresso del passaggio segreto, i soldati nemici in pattuglia erano stati provvidenzialmente distratti da un combattimento tra galli per cui avevano iniziato a scommettere.
Così Ludovico e i suoi compagni si erano velocemente intrufolati in una breccia del terrapieno ossidionale che proteggeva la rocca e, che a ridosso del bosco celava l’ingresso al passaggio: tanto di ausilio contro i nemici, quel bastione avrebbe servito anche dall’esterno al suo compito di lealtà ai Chiarofosco.
Tra le rudi lastre di pietra infisse a terra come un sostegno, crepate dal tempo, simboli astrali e solari a curve concentriche, una celava quella che poteva sembrare una comunissima tana, un grossolano buco da cui sarebbero potuti sbucare solo grossi topi. Facendola slittare di poco, tuttavia, il buco sarebbe aumentato di dimensione tanto da far passare un uomo di lato.
Intrufolati, Federico schermò nuovamente l’apertura dietro di loro.
Dopo la conta di tre passi, la parete di quella tana finiva tastandola con le mani, ma con i piedi quel terzo passo finiva sopra del legno. Nascosta dalle ombre c’era una botola.
Si calarono ancor più nel buio.
Là, un corridoio.
La prudenza, anche ora, non era mai troppa.
 “Procediamo cauti.” suggerì guardingo Ludovico in un bisbiglio.
Trattennero il respiro. Il silenzio fu’ loro di conforto perché significava fossero soli.
Il buio era totale.
“Prendo una fiaccola!” informò i compagni. Fortunatamente per il fumo era stato realizzato un condotto d’aria corrente che l’avrebbe trasportato lontano.
Tolse i guanti.
A tentoni sul muro, ne cercò una. La mancò diverse volte, lisciando la parete col palmo, ma alla fine la raggiunse facendosi guidare dall’olfatto; percependo l’odore pungente e sgradevole di un olio ossidato e degradato.
La trattenne tra le gambe e con le mani libere, presa la piccola piastra di acciaio temprato, la batté su di una altrettanto piccola pietra focaia, che portava sempre con sé. Ne ricavò qualche scintilla che illuminò di piccole scariche rossastre il buio, fino ad una soffiata che divampò dal cotone impregnato di salnitro.
Rischiarò il percorso di fronte a sé. Puntò la poca luce ovattata dall’umidità verso il pavimento. Alcune pietre sbeccate avevano una precisa collocazione, tanto da informare i compagni con sicurezza “Non c’è stato calpestio.”. Non erano state spostate da un passo frenetico e distratto come poteva essere quello di un inseguitore.
“Meglio essere ugualmente prudenti!” suggerì Federico che accordò “Vi precedo!” sembrando potesse essere più sicuro lasciare Ludovico nel mezzo della fila che avrebbero costituito.
Non protestò: era troppo importante per Rocca Lisia e non avrebbe potuto offendere l’onore del cavaliere che si era proposto di cautelarne la vita.
“Facciamo presto!” accordò, disprezzando tentennamenti: era pericoloso restare fermi troppo a lungo, quanto proseguire o ripiegare.
Passò la fiaccola a Federico.
Mentre procedevano, si sentì aggredire le ossa come sfiorato da mano spettrali. Com’era differente la sensazione che provava nel rientrare a casa. Se scappando aveva solo pensato a correre per allontanarsi, ora era diverso: sentiva di dover calcolare ogni singolo passo, come se pessimista credesse in un insuccesso che l’avrebbe portato alla morte.  Il tempo sembrava dilatato, come se invece di avvicinarsi, si allontanassero dalla meta.
“Credo non si aspettino il nostro ingresso dalla stanza di re Iorio.” azzardò Alberico, incalzato da Federico “Piuttosto, sei davvero sicuro di usare il veleno di Malia?”. Federico, da buon amico, voleva persuaderlo a suo modo, nonostante rispettasse la sua decisione.
Ludovico si morse le labbra.
Lo so’! E’ un mezzo vile, avrebbe voluto dire, ma erano troppo pochi per ribaltare la situazione senza un simile espediente.
Malia, pensò. Se la immaginò dinanzi in tutta la sua conturbante bellezza. Le due tormaline nere, le labbra voluttuose, quella nuvola di capelli corvini che ondeggiavano durante i loro amplessi.
Malia, perché non mi hai fermato? rifletté pensando a come lei gli aveva chiuso tra le mani la boccetta precisando “Non c’è filtro più potente.”. Tanta era l’incertezza che si era impadronita di lui che, sarebbe bastato un solo suo commento, al loro tremolio, per farlo indietreggiare. Invece lei era rimasta muta, arginando il loro tremore.
Ti credevo diversa… Diversa da chi? Da Baltasar che l’aveva guidata nella sua follia fino a perdere se stessa?
Quel veleno dimostrava appieno cos’era diventata. E lui che l’avrebbe usato?
Non seppe il motivo , ma gli uscì di labbra “Volevo usarlo nella cisterna dell’acqua...”. La verità che aveva negato a Moros e a quella povera parte di mondo che il ragazzo rappresentava. Che sentisse un sentimento di gratitudine nei suoi confronti? Lui, un Chiarofosco verso un, né più né meno, contadino?
Però ha rinunciato al suo intento per salvarmi.
“Ma non lo farai.” azzardò Alberico: la voce assunse irrimediabilmente un tono lugubre. Era saltato il loro espediente?
“L’avrei resa fatale.” ammise le proprie remore. “So’ che vi ho deluso.” si fermò su due piedi. Lo sguardo abbassato, mentre Alberico lo confortò sulla spalla “E’ qui il nostro posto!”. Seguirlo. Ritornare a casa con lui o morire con lui nel tentare di farlo.
“Non siamo fatti per la fuga.” li sostenne Federico: continuò a dare loro le spalle, senza sentimentalismi.
“E infatti combatteremo!” si ridestò in quel momento. “Lo userò! Nelle nostre spade.” si fece risoluto. “Bagnate di veleno, uno striscio sarà sufficiente per sbaragliare un nemico senza dispendio di energia, rendendoci in grado di competere con un esercito intero, ma di soli soldati!”. Il suo avversario non era un inerme villico.
“Renderci rivali all’apparenza temibili potrebbe far capitolare l’intera guarnigione.” ragionò Alberico che gli era prossimo. Non bastasse, vederli in vantaggio avrebbe spronato i contadini alla rivolta contro Gregorio, in riscatto del passato tradimento.
“Basterebbe venire alle spade con Gregorio!”  rifletté più pragmatico Federico. Giungendo dalla stanza del re, avrebbero potuto avvicinarlo e…
“Non dimentichiamo quel vile di Zelio.” intervenne Alberico, ritenendolo l’obbiettivo principe della propria vendetta sulla meschinità.
“Non sarà comunque così facile!” ipotizzò concreto, ma catturare Gregorio poteva essere la loro carta vincente. I Montetardo dovevano morire! Perciò sì, contro di loro avrebbe usato quel potente filtro, come aveva precisato Malia, sperando fosse potente come diceva, anche se il suo ego di cavaliere ne avrebbe subito la macchia per sempre!
Contro i Montetardo!
Rifletté: Anche contro quella donna? Moros era intervenuto contro di lei oppure era l’esatto contrario? Qualcosa li legava. Non il cugino o servo che fosse, qualcosa di più grande. L’odio o…
 
   
 
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