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Autore: Fiore di Giada    06/05/2022    2 recensioni
Dedicata a Italia Donati, una giovane maestra che, il 31 giugno 1886, a ventitré anni, scelse di suicidarsi per salvare l'onore, compromesso dalle calunnie di una cultura maschilista, a cui, purtroppo, si sono prestate delle donne. (non ancora eradicata, ahimé)
Qui, come sempre, ho voluto evidenziare la sua disperazione e la sua rabbia. Spero di non avere esagerato con le idiozie.
Genere: Angst, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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La debole luce della luna vela d'argento il paesaggio, mentre lo sciabordio delle acque del fiume interrompe il silenzio.
Italia cammina, si ferma, lanciando sguardi inquieti a destra e a sinistra. E' una quieta notte di fine maggio, nessuno si aggira nella campagna, ma non può rischiare.
Nessuno deve fermare il suo cammino.
Le lacrime bagnano le sue guance, ma, con un gesto deciso, risoluto, le allontana. Non può concedersi una simile debolezza.
La sua famiglia rischia il disonore, a causa di una crudele infamia ai suoi danni.
Il battito del suo cuore accelera e la rabbia avvampa le sue guance. La sua morte può mondare il nome dei suoi cari.
Ma questo non lenisce il suo senso di frustrazione.
L'innocenza nulla ha potuto contro il denaro e il potere!
Quell’infame di Torregiani ha manipolato la comunità e ha scaricato su di lei il peso della sua infamia.
Non ha accettato il suo rifiuto di sottostare alla sua depravazione.
Ne è sicura, l’infame lettera anonima, giunta ad un magistrato Pistoia, è stata costruita da lui.
Si è sentito sminuito, nel suo orgoglio di uomo ricco e potente, e ha voluto dipingere la sua persona coi colori della turpitudine.
Agli occhi dei suoi concittadini, è diventata una svergognata, che ha preferito soffocare coi ferri o col prezzemolo i frutti dei suoi amori illegittimi.
Stringe i pugni e ferma le sue gonne con spille da balia. No, non è solo Torregiani il colpevole della sua caduta.
Anche il paese di Porciano, nel quale ha cercato protezione, ha preferito credere alle infamie, senza porsi alcuna domanda.
Hanno veduto in lei una donna istruita e bella e, per questo, immeritevole di rispetto e aiuto.
Come ha osato lei seguire i suoi interessi e ambire ad una istruzione superiore?
Ai loro occhi, lei deve pagare la ribellione alla sua natura e a Dio.
Non merita rispetto la sua scelta, nonostante l’impegno da lei profuso nell’insegnamento e la sua condotta virtuosa.
E molte accuse sono state lanciate da donne.
Pur di compiacere i loro uomini, si sono unite al flusso ininterrotto delle risate crudeli.
Hanno cercato un riscatto alla loro mediocrità nell’insulto ai suoi danni.
Non hanno combattuto per i loro sogni e hanno scaricato su di lei le loro frustrazioni.
Cammina fino alla gora del mulino e, per alcuni istanti, fissa il paesaggio. Sembra quasi un quadro, immerso nella quiete della sera di fine primavera.
Le pare un sacrilegio che un posto tanto ameno sia abitato da individui così infami.
La loro presenza insozza e deturpa una tale bellezza.
E’ un morbo crudele, come il flagello della peste nel tredicesimo secolo.
Un triste sorriso solleva le sue labbra. Ne è ben cosciente, la verità esige la vita.
Le fa male una tale consapevolezza, ma non può sfuggire alla realtà.
La sua scomparsa libererà la sua famiglia da un’onta immeritata e consentirà a suo fratello Italiano di agire per ridare onore al suo nome macchiato.
E, ne è sicura, lui non si sottrarrà alla sua richiesta, contenuta in uno dei suoi biglietti d’addio.
Certo, ha invidiato la sua istruzione, ma il suo senso di giustizia ha sempre prevalso su tutto.
E questo gli darà la forza necessaria.
Chi ha goduto delle sue disgrazie deve sopportare il peso del rimorso.
E’ poco cristiano un simile pensiero, ma non le importa.
Se c’è giustizia, anche loro devono conoscere l’angoscia da lei patita nei suoi ultimi, dolorosi tempi.
E, con un sospiro, si lascia cadere nelle nere acque del fiume.

P.S.: bene, che dire di quest’altra storia?
Questa è dedicata ad una maestra italiana, Italia Donati (1863-1886), che venne coinvolta in una vicenda terribile, che mostra il pesante grado di maschilismo della cultura ottocentesca.
Secondo la legge Coppino del 1877, l’istruzione era affidata ai Comuni e i sindaci potevano scegliere le maestre, che dovevano avere una sorta di “patente di moralità” per insegnare. E il loro stipendio era più basso di quello dei colleghi uomini, già esiguo di suo.
Alcuni sindaci furono corretti, altri… un po’ meno. E la povera Italia finì nelle grinfie di un sindaco scorretto (per essere fine), Raffaello Torreggiani, che la ospitò nella sua residenza, ma la sottopose a pesanti molestie, forte del suo potere economico.
Infatti, le maestre all’epoca (specie quelle che insegnavano nelle aree rurali) dovevano provvedere all’alloggio da sole, insegnare in ambienti lontani dalle loro famiglie e non avevano materiale didattico.
Nonostante tutto, fu considerata una donna immorale, accusata di aborto illegale e, malgrado avesse chiesto il trasferimento, le voci di infamia la seguirono.
E l’hanno portata al suicidio non solo per disperazione, ma per tentare di ristabilire la sua innocenza. L’autopsia, infatti, svelerà che è morta vergine.
Io, di mio, ci ho solo messo la scena di lei che guarda il paesaggio illuminato dalla luna (in quel momento, infatti, era buio), ma l’ira da lei provata verso le donne non è mia invenzione, perché emerge in alcune lettere da lei lasciate.
Infatti, lei non voleva al suo funerale le donne che l’avevano “odiata e biasimata”. Si può darle torto?
Ho pensato che il fratello Italiano fosse un po’ meno idiota degli altri, perché lei si è rivolta a lui in un’altra sua lettera. Un motivo ci sarà.



   
 
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