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Autore: Nadine_Rose    31/05/2022    1 recensioni
Sarah ed Hermann sono rispettivamente due tra le tante vittime e i tanti carnefici nell’ora più buia della storia dell’umanità. Il campo di Fossoli, anticamera dell’inferno nazista, sarà la loro comune e perenne prigione d’amore malato.
Matteo, un giovane pescatore, sarà colui che proverà a sciogliere il cuore di Sarah dalle catene del tenente Hermann, nello speranzoso e disperato scenario del dopoguerra napoletano.
[Capitolo 57: Di svastiche, lustrini e vecchi valzer viennesi]
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Genere: Drammatico, Sentimentale, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate | Contesto: Olocausto, Dopoguerra
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Nella foto, come immagino Hermann nel 1947.

L’attore è Alexander Skarsgård, protagonista del film “La conseguenza”.

 

Capitolo 57

 

Di svastiche, lustrini e vecchi valzer viennesi

 

“La guerra è un terribile fatto di sempre: è deprecabile ma è in noi, ha una sua razionalità, la «comprendiamo». Ma nell’odio nazista non c’è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell’uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia.”

Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947 (in Appendice, 1976)

 

Berlino, 25 aprile 1947

 

Non ci sarebbe stato modo di sfuggire a ciò che i suoi avevano già pianificato. Accettando l’invito e coinvolgendolo a una festa segreta di ricchi, nostalgici nazisti, avrebbero giocato la loro ultima carta per convincerlo non tanto a restare, quanto piuttosto a riabbracciare l’ideologia, forse, pensando e sperando che qualcosa o qualcuno, o soltanto il ritrovarsi, riconoscendosi in quel mondo gli avrebbe fatto cambiare idea.

Aveva risposto subito con un diniego Hermann, giacché, in lui, v’era non solo il rigetto verso quella gente ma anche la paura di un’eventuale ronda da parte delle milizie occupanti e di finire nell’ennesimo guaio che avrebbe posticipato la sua partenza. Il pensiero di tale eventualità lo angosciava ancor più del ricordo delle violenze subite nel lager sovietico.

Da bravo persuasore qual era, merito anche di una carriera da poliziotto, suo padre non ci mise molto per convincerlo.

“Quella gente, come la chiami tu, mi ha aiutato a ritrovarti e a tirarti fuori da Sachsenhausen. Mi hanno prestato dei soldi”, incalzò Karl, sbattendo il pugno sul tavolo e, ansimante, quietò poi il tono della voce, “che molti di loro non rivogliono neanche indietro, perché sei sempre stato stimato e apprezzato.”

Se con tali parole suo padre si fosse fermato, Hermann avrebbe dato lì per lì il proprio assenso, rivestitosi per un lungo attimo stordente di quella tracotanza della quale nel lager sovietico, tra umiliazioni e percosse, era stato spogliato, invece continuò, infierendo su ciò che proprio non riusciva ad accettare: “Anche dopo che è venuta a galla quella merda.”

Un cipiglio irato gli incorniciò lo sguardo perso nel vuoto e, mentre si alzava, lasciando stridere la sedia contro il pavimento, pur egli rispose sbattendo il pugno sul tavolo, ma la profonda disperazione ne trattenne la forza che, di lì a poco, avrebbe espresso chiudendo con violenza la porta della sua stanza.

La gente di quel mondo cui anche Hermann aveva appartenuto, a differenza di suo padre, era stata capace di perdonargli la storia d’amore con Sarah, giacché essi non la ritenevano tale. Taluni lo avevano giustificato, definendola un ricordo distorto per sfuggire alla dura realtà del lager sovietico, altri una sbandata dovuta alla tensione per una guerra ormai persa, attribuendo a lei il ruolo di valvola di sfogo per irrefrenabili pulsioni maschili e di maliarda quale ritenevano fosse una donna ebrea, ma tutti, alla confidenza di Karl, ne avevano irriso l’esagerazione.

Neanche fosse stata l’ultima donna sulla faccia della terra, Karl non avrebbe violato, né allora né mai, e neppure col pensiero, uno dei capisaldi dell’ideologia nazionalsocialista, giacendo con un’appartenente alla razza impura, e si stupiva della leggerezza e dell’ironia, talvolta sfocianti in volgari battutine, con le quali i suoi amici affrontavano l’argomento.

Seppure fosse risorto dalle rovine, il nazismo avrebbe avuto connotati diversi e Karl viveva nella tacita e, a sua moglie, inconfessata malinconia, rimuginando dentro di sé tal pensiero, consapevole che anch’egli era cambiato, giacché un tempo non avrebbe mai e poi mai, e così schiettamente, confessato il reato di oltraggio razziale compiuto da suo figlio.

Questi, intanto, sciolse l’intreccio di dita e sollevò dal pavimento lo sguardo corrucciato. Si alzò dal letto sul cui bordo era seduto e s’arrese al volere dei suoi, sentendo il richiamo di quel mondo che pensò potesse corrispondere al proprio cambiamento e dal quale, inconsciamente, desiderava ricevere ancora gli onori.

Intenzionato ad annunciare la sua decisione, si avvicinò in fretta alla porta della stanza e impugnò la maniglia.

 

Un maggiordomo in giacca bianca aprì loro la porta della sontuosa casa, una villa fuori città che sembrava esser stata immune dalla furia della guerra e dove i suoi abitanti, anch’essi rimasti incolumi dal conflitto, poi ignorati dalla giustizia del dopoguerra, vivevano un tempo sospeso, in attesa della seconda vita del nazismo, fra nostalgia del passato e palpitante aspirazione di fondare un nuovo movimento politico che ne rianimasse l’ideologia.

In smoking nero lucido con papillon, bretelle e fusciacca ad enfatizzare un fisico asciutto e, adesso, con muscoli appena accennati, Hermann posò lo sguardo incredulo sull’enorme drappo rosso con la svastica che sovrastava il camino di una sala già gremita di persone eleganti e gaudenti e il suo cuore fremette, scosso dal timore del passato che tornava e, al contempo, da un tremore di nostalgia.

Incrociò gli occhi di suo padre, due pozzi verdi, un tempo più rassomiglianti ai suoi, ora velati dall’età in una mescidanza di malinconia e severità, il quale, alla sua espressione interrogativa, rispose, ammonendolo come se fosse un bambino: “Non dire nulla che ti faccia vergognare.”

Seppur per motivazioni diverse, Sarah era il chiodo fisso di entrambi.

Consegnarono i soprabiti e, procedendo nel sontuoso e immenso spazio della sala in stile ottocentesco, sebbene fosse rimasto qualche passo indietro, Hermann poté notare l’espressione corrugata di suo padre rilassarsi in un cordiale sorriso, mentre s’avvicinava ai padroni di casa in primis, e all’altra gente poi, seguito da sua madre che, anche lei sorridente, con indosso una gonna lunga fino al ginocchio e coi capelli biondi tinti per l’occasione, pareva ringiovanire in quel mondo.

Rimasto indietro e distanziatosi dai suoi, Hermann si confuse fra la gente alla ricerca di un angolo dove poter fare da tappezzeria e, con in mano una coppa di champagne offertagli da un cameriere di passaggio, lo trovò nel più angusto spazio della sala, tra la parete e il tendaggio di velluto color rosso bordeaux.

Le persone eran per lui come ombre sfocate, i loro discorsi filonazisti gli arrivavano alle orecchie come un trambusto ovattato che s’elevava al vecchio valzer viennese suonato dal grammofono.

In una seconda coppa di champagne, affondò l’angoscia e il desiderio di un ritorno al passato, suscitatigli da quel mondo e, sebbene la mente fosse in confusione e l’animo in lotta, prevalse in lui la consapevolezza.

E comprese Hermann l’impossibilità di sperimentare l’ebrezza dell’egocentrismo, della superiorità e del potere, senza dover considerare un altro essere umano inferiore e sopraffarlo. La scelta era tra il riabbracciare quel mondo in toto o non farlo per niente e tornare a Sarah da uomo libero, liberato completamente dal veleno del nazismo che, subdolo, s’insinuava ancora nelle sue vene, ma lui non aveva alcun dubbio.

Al di là dei pensieri che gli affollavano la mente, dinanzi al vuoto che i suoi occhi fissavano, prese forma un’immagine di donna a lui familiare, di spalle, in abito lungo color oro con lustrini e orlo a sirena stile charleston che le aveva già visto indosso, nella consueta posizione asimmetrica e sensuale con una mano sul fianco e il gomito proteso leggermente all’indietro, coi capelli biondi raccolti in uno chignon impreziosito da un fermaglio gioiello, regalo suo.

Conversava con le altre donne che l’accerchiavano e che, quasi subito, avendolo riconosciuto, con simultanei cenni del capo, la esortarono a voltarsi. Lo fece e, fermatasi di lato, già gli mostrò un paio d’occhi azzurri, quelli che un tempo Karl e Birgit sognarono per i loro nipotini, spalancati in greve stupore.

Era Else, la sua fidanzata storica.

 

“Ciao tu, animale stanco,

sei rimasto da solo, non segui il branco,

balli il tango, mentre tutto il mondo

muove il fianco sopra un tempo che fa

tikibombombom.

[…] Mai più, è meglio soli che accompagnati

da anime senza sogni pronte a portarti con sé, giù con sé.”

 

Levante, Tikibombom

   
 
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