Crossover
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Autore: Registe    21/06/2022    3 recensioni
Quarta storia della serie "Il Ramingo e lo Stregone".
La guerra tra l'Impero Galattico e la famiglia demoniaca si è conclusa, ma non senza un costo. Vi è una cicatrice profonda che attraversa mondi e persone, le cambia, rimane indelebile a marchiare i frammenti di tutti coloro che hanno la fortuna di essere ancora vivi. Qualcuno decide che è il momento giusto per partire, cercare di recuperare qualcuno che si è perso. Qualcuno decide di dimenticare tutto e lasciarsi il passato alle spalle.
Qualcun altro decide invece di raccogliere i frammenti di una vita intera e metterli di nuovo insieme, forse nella speranza che lo specchio rifletta qualcosa di diverso.
Genere: Avventura, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Film, Libri, Videogiochi
Note: Cross-over | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Il Ramingo e lo Stregone'
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Capitolo 20 - Danza con il diavolo







Darth Maul








Ventidue anni.
La cifra continuava a risuonare nella sua mente, scivolando contro il transparacciaio della navetta su cui l’iridoniano l’aveva fatta salire.
“Se tenti qualcosa di strano, io lo saprò”.
Darth Maul, questo era il suo nome, aveva fatto sibilare la minaccia da sotto il cappuccio, accompagnandola con uno strano tremito nella testa che Zam aveva riconosciuto immediatamente. Non era chiaramente un Jedi, ma qualcosa di affine.
Sprofondata nell’abitacolo della navetta da due posti, si sforzò di guardare oltre.
Coruscant non aveva assolutamente nulla di diverso dai suoi ultimi ricordi. I grattacieli continuavano a svettare, affamati di raggiungere l’atmosfera, e nemmeno una luce brillava dai bassifondi. Le aereonavi saettavano tra gli edifici con la medesima cadenza, anche se la maggior parte dei modelli avevano un disegno e delle forme che non le erano familiari. Creature di ogni razza si affacciavano di continuo dalle finestre della capitale dell’Impero, ed a parte un paio di droidi assolutamente sconosciuti che avevano preparato il loro velivolo sarebbe stata pronta a giurare che il tempo si fosse cristallizzato.
L’unica differenza era il Tempio Jedi: per quanto Jango avesse sempre cercato di tenersi ben lontano dalla giurisdizione degli Jedi, era sempre stato impossibile non notare le guglie altissime, bianche ed eleganti che da sempre risaltavano anche nel caleidoscopio di luci e colori di Coruscant. Ricordava benissimo le piattaforme di atterraggio di un materiale strano, simile all’oro, che cambiava colore non appena il tramonto artificiale della città vi poggiava le luci sopra, uno spettacolo incandescente che molte persone trovavano quasi romantico da ammirare, uno dei pochi luoghi a non essere immerso nel traffico quotidiano. Ma l’edificio dal quale Darth Maul la fece uscire, allontanando i curiosi con i suoi occhi gialli, non aveva assolutamente nulla di quel candore un po’ ipocrita che lei ricordava: dei cinque pinnacoli di cui aveva memoria soltanto un paio continuavano a svettare, e l’intero corpo centrale aveva assunto una nuova struttura, più squadrata, simile a molti altri palazzi che aveva incontrato sul pianeta. Una squadra di unità R2 saettava lungo delle impalcature, praticando degli ammodernamenti. Se l’iridoniano non le avesse rivelato di averla appena estratta dai livelli inferiori del vecchio Tempio lo avrebbe scambiato per un qualsivoglia edificio amministrativo, seppur di una foggia fin troppo elegante.
Salire sulla navetta ed andarsene non le diede l’effetto gradevole che desiderava.
“Hai detto che gli Jedi sono stati cancellati”.
La sua voce era secca, impastata, ma la vista le era tornata piuttosto rapidamente. Si sentiva le gambe ancora raggelate per la permanenza nella carbonite, ma l’altro non aveva mostrato cenni di impazienza.
Non che questo le rendesse meno chiari i ruoli. Lei era prigioniera, e lui dettava le regole. Non le aveva bloccato i polsi o piedi solo perché i suoi poteri gli conferivano sicurezza. E lei non era abbastanza stupida da aggredirlo e fuggire in un mondo che da ventidue anni era andato avanti senza di lei.
“L’Ordine dei Jedi era lo specchio del marcio che infestava la vecchia Repubblica. Durante la Guerra dei Cloni hanno mostrato il loro vero volto, e l’intera Galassia non ha trovato altro che benefici nel liberarsi della loro presenza una volta per tutte”.
“Gli Jedi erano dei figli di puttana”.
“L’esercito dei cloni del Senato ha avuto la meglio”.
Zam sussultò, voltandosi di nuovo verso il finestrino dell’abitacolo per non far trapelare la sua espressione.
I cloni, il retaggio di Jango.
Quegli esseri tutti uguali che le avevano messo sempre un’angoscia incredibile quando li fissava nelle vasche di crescita o seduti a mensa.
Lo Jedi che le aveva portato via l’uomo che amava e che l’aveva rinchiusa per tutto quel tempo.
Si concesse un sorriso amaro. Quelle creature che a malapena avrebbe considerato degli esseri viventi avevano ottenuto la vendetta al posto suo.
Darth Maul, non appena salito a bordo, si era liberato del cappuccio scuro che indossava. I suoi lineamenti erano marcati anche per un maschio di Iridonia, ed i tatuaggi rossi e neri che aveva intravisto soltanto lungo le guance in realtà lo ricoprivano per tutto il cranio -completamente rasato- ed era chiaro che scendessero anche lungo il collo. Le sei corna superiori superavano tutte le tre dita, mentre quelle inferiori, ai lati dell’orecchio, sarebbero state persino invisibili in quel dedalo di tatuaggi ad un occhio meno attento. Un iridoniano della genealogia zabrak, da quello che ricordava. Gente con cui era meglio avere a che fare il meno possibile, specie quando diventavano territoriali.
Guidava in maniera spigliata, con gesti naturali. Non si voltò per parlarle.
“Suppongo non fossi una simpatizzante dell’Ordine Jedi”.
“Credo che non sarei in grado di mentire su questo argomento nemmeno volendo”.
“Bene”.
Il silenzio che ne seguì fu sgradevole.
La costante sensazione che si trattasse in ogni caso di un manipolatore della Forza era sempre lì, nel retro del suo cervello, e si mescolava con i colori accesi dipinti sul viso dell’altro. Era chiaro che fosse in attesa, e sapeva bene di cosa. “Avevo una missione. Una di quelle poco … ufficiali”.
“Comprendo …”
“Come dire … gli Jedi non erano previsti. Credo che mi avessero rinchiusa lì dentro in attesa di qualche interrogatorio, ma non sono più tornati” mormorò “Ma adesso capisco il perché”.
“I Jedi avevano delle celle nei piani inferiori del loro Tempio. La conservazione in carbonite era una detenzione considerata immorale nei loro canoni. Ma per te hanno fatto un’eccezione”.
Di nuovo.
Il silenzio strano, rivestito da quella Forza che le galleggiava intorno, stavolta pronta a saltarle addosso al minimo errore.
Crede che io sia un’umana, realizzò.
Si sta chiedendo il perché della carbonite.
L’iridoniano aveva ancora lo sguardo fisso in avanti, verso la meta di Coruscant a lei ignota, ma l’interno della navetta era sempre più pregno di quella sensazione pressante, aggressiva. Si ricordò di quella sera con Jango, la cena in cui aveva incontrato quello Jedi per la prima volta, ed il bisogno impulsivo di voltare la testa in sua presenza, come se qualcuno toccasse la sua mente in punti in cui lei non potesse arrivare. Quel Darth Maul si sarebbe accorto che mentiva.
Ma, come Jango le aveva insegnato, nemmeno i migliori trucchi mentali erano infallibili. O meglio, occorreva sapere come gestirli. “Avevano ucciso il mio compagno” rispose, deglutendo.
Se l’iridoniano voleva sentire la sua rabbia … bene, l’avrebbe avuta. “Giuro che se mi avessero lasciata anche solo cosciente avrei trovato il modo di ammazzarli. Uno ad uno” ringhiò “Avrei preso le loro teste e quelle dei fottuti senatori nei loro palazzi. E, come avrai capito, io per lavoro mi sporcavo le mani”.
I sensi del suo interlocutore le si poggiarono addosso. Non vi era assolutamente nulla intorno a lei, ma la coltre di pericolo si disegnò addosso alle sue parole, ai suoi pensieri, cercando di entrare nella maglia della sua risposta. Lo lasciò fare, ricordandosi di come Jango si fosse limitato ad osservare lo Jedi attraverso il riflesso del vetro, quando la sua mente sembrava impossibilitata a guardare nella direzione del nemico; gli espose la propria rabbia, ed il dolore che la carbonite non era riuscita a congelare.
Bastò.
Riprese a respirare ed a pensare normalmente dopo pochi istanti, ed in modo seppur impercettibile anche la presa di quel Darth Maul sulla plancia controllo della navetta tornò più rilassata.
Zam osservò che il velivolo stava puntando ad un edificio uguale a molti altri, ma decisamente invaso dal nugolo di navi di ogni taglia che atterrava e sbarcava figure che anche a quella distanza riconobbe come soldati di una qualsivoglia tipologia. E, per quanto i modelli fossero diversi da quelli che ricordava, sapeva riconoscere dei droidi da battaglia quando li vedeva.
L’altro ruppe il silenzio che si era creato mentre si introdusse nel canale di ingresso della struttura con una sterzata rapida e netta. “Allora sarai contenta di sapere che la Galassia si è liberata definitivamente anche del Senato. La Repubblica è stata riorganizzata nel Primo Impero Galattico”.
“Tsk. Per una società più salda e più sicura?”
Se Darth Maul aveva colto la sua ironia non lo diede a vedere. “L’Imperatore ha portato pace e stabilità dove prima vi era soltanto corruzione e caos”.
Ripensò alla sua gente, massacrata soltanto perché i senatori non avevano nulla da guadagnare nel supportare quelli come lei.
Ripensò di nuovo a Jango, che ascoltava i dibattiti politici all’ologiornale e le ripeteva che il Senato era solo un cartello criminale alla luce del giorno.
Guardò le figure armate ed i droidi che si ingrandivano sempre di più mentre la piattaforma d’atterraggio dedicata a loro emergeva dal pavimento dell’area d’attracco, e si accorse che in fondo le divise dei soldati ad una certa distanza non erano nemmeno cambiate troppo da ventidue anni prima. “Contento lui di governare su questa merda” rispose, muovendo ancora le dita per sentirne l’energia. “Secondo me non ne vale poi tanto la pena …”
Fu un’impressione, ma da sotto le labbra scure i denti affilati dell’iridoniano si esposero nella prima espressione quantomeno divertita che gli avesse visto da quando era emersa dalla carbonite.
Atterrarono in pochi istanti, e per quanto odiasse quella città fu contenta di uscire dall’abitacolo e levarsi la scomoda presenza mentale dell’altro, anche solo per respirare l’aria inquinata di Coruscant.
“Maul, amico mio. Ma quanto ci hai messo?”
La nuova voce la distolse immediatamente da tutti i suoi pensieri.
Si voltò verso il nuovo arrivato, una figura che era comparsa scortata da un manipolo di assaltatori.
Qualunque espressione lei avesse avuto, era certa di poterla vedere riflessa sul viso dell’uomo.
L’iridoniano camminò in mezzo a loro, ma fece un rapido passo verso di lui. “Boba … hai la faccia di chi ha appena visto un fantasma”.






Vexen si era ripromesso di non mangiare nulla nella dimora di un signore del crimine, ma la terza volta che il droide cameriere gli sventolò sotto il naso il vassoio con le tartine fu troppo anche per il suo autocontrollo notoriamente inossidabile. Accavallò le gambe mentre si sforzava di consumare lo spuntino a piccoli morsi, senza apparire troppo vorace. Perché finiva sempre per ricordarsi di mangiare solo quando il suo stomaco si approssimava al collasso? Iniziava a sospettare che la cosa fosse collegata all’assenza di Camus. Di solito era il suo assistente ad occuparsi dei pasti.
Lo stesso assistente che ora non rispondeva alle sue chiamate da più di ventiquattro ore.
“Ma vi prego, non c’è necessità di continuare con la messinscena degli inviati del Sindacato Pyke.”
Il principe Xizor agitò una mano dalle unghie lunghissime, distogliendo Vexen dalle sue preoccupazioni per la sorte del sacerdote.
“Ho contattato il loro quartier generale nel settore A040 e mi assicurano di non aver mandato nessuno alla celebrazione per il mio compleanno. Il che, detto tra noi, è anche oltremodo maleducato.”
Vexen incrociò gli sguardi dei suoi tre compagni. I due Corthala gli sedevano di fronte su un divanetto basso foderato di viola, mentre Freki aveva ricevuto il discutibile onore di condividere una sorta di triclinio sontuoso con il principe Xizor in persona, che non perdeva l’occasione di scoccare occhiate lascive nella sua direzione. Era già la quarta volta che la donna doveva schivare i tentativi di lui di poggiarle una mano sul ginocchio o sfiorarle i capelli, il tutto cercando di far apparire i propri movimenti assolutamente spontanei e casuali. Ad ogni mossa caduta nel vuoto del principe, Freki gli rivolgeva un sorriso adorabile che celava appena il bianco dei denti, lampeggianti come la punta di un coltello d’osso.
Anche stavolta fu lei a rispondere per prima al capo del Sole Nero, la voce impastata di miele: “Suvvia, principe. Scommetto che non è la prima volta che ha a che fare con operatori indipendenti.”
“Naturalmente.” Il sorriso di Xizor era acuminato almeno quanto quello di Freki. Vexen si sorprese a stringere i braccioli della sua sedia in stile antico, trattenendo il fiato di fronte a quel sottile duello di sguardi e sottesi. Era certo che, al posto della ex Jedi, avrebbe perso le staffe e sarebbe finito per saltare alla gola del falleen arrogante.
La diplomazia non era mai stata il suo forte.
A giudicare dalle sopracciglia aggrottate e la mandibola contratta, anche Valygar doveva provare il suo stesso disagio. Il piede del ranger si muoveva nervosamente su e giù, picchiettando con il tacco dello stivale sulla gamba del divanetto. Solo quando Lavok gli posò una mano sull‘avambraccio e lo strinse con delicatezza il giovane sembrò rilassarsi leggermente.
Indossavano ancora tutti e quattro gli abiti della festa, sebbene fosse stata concessa loro una mezz'ora per rinfrescarsi prima dell’incontro. Il principe Xizor non aveva voluto perdere tempo, convocandoli nel suo salottino personale non appena rimessosi in piedi dalla brutta avventura del medaglione.
“In situazioni normali sarei, come dire… più insistente. Ma mi avete salvato la vita, e scoprirete che so mostrare la mia gratitudine in molti modi differenti. Presumo che da bravi ‘operatori indipendenti’ vi siate infiltrati alla mia festa alla ricerca di qualcosa. Beh, ora avete l’occasione per porre la vostra domanda in modo diretto. Chissà, potrei essere addirittura in grado di aiutarvi.”
Compiaciuto della sua stessa magnanimità, Xizor accavallò le gambe e prese un lungo sorso di succo di jurii dal suo calice cesellato. Non aveva affatto l’aria di un uomo appena scampato per un soffio a un tentativo di omicidio. I suoi servitori lo avevano abbigliato e truccato alla perfezione, e solo osservando con estrema attenzione si riusciva notare il livido violaceo che affiorava sullo zigomo destro sotto il pesante strato di fondotinta verde. Per il resto, era come se il principe fosse appena uscito da una giornata al centro benessere.
La sua offerta era interessante, non c’erano dubbi. La verità, tuttavia, era che i quattro avevano già reperito l’informazione per cui erano stati costretti a partecipare a quella maledetta festa. Al loro ingresso nel salottino Lavok aveva pronunciato il codice di riconoscimento ribelle ad alta voce, ottenendo soltanto un’occhiata interrogativa e una scrollata di spalle da parte di Xizor.
Il Sole Nero non era il Sindacato criminale che stavano cercando.
No, si corresse mentalmente Vexen. Che Lavok e Valygar stavano cercando.
Si chiese se non potesse approfittare della situazione per ottenere una ricompensa di tipo diverso.
“La nostra ricerca è di natura privata” si intromise, prima che Freki o uno dei Corthala potessero rubargli la battuta. “Stiamo cercando delle persone. Questioni di famiglia, per così dire.”
Sentì all’istante gli sguardi degli altri tre convergere su di lui come mirini infuocati.
Poveri ingenui. Cosa si aspettavano? Che abbracciasse la loro causa dall’alto della generosità del suo cuore? Freki gli aveva promesso indizi sull’ubicazione di Zexion, ma tutto ciò che aveva ottenuto seguendola erano stati una collezione di lividi e numerosi faccia a faccia con la morte. Era il momento di prendere la situazione nelle proprie mani.
“Ma certo. La famiglia è la base di una società ordinata ed efficiente, dopotutto” annuì Xizor, con un sorriso finto come la propaganda dell’Imperatore. “Se si tratta di una semplice ricerca di persone scomparse, i miei archivi informatici sono a vostra completa disposizione.”
A sorpresa, Freki rivolse lo sguardo nella sua direzione e annuì leggermente. La sua espressione, tuttavia, rimaneva indecifrabile.
“Le voci sulla generosità del capo del Sole Nero non sono solo leggende metropolitane, vedo” la donna sollevò a sua volta il proprio calice, intercettando quello del principe in un brindisi e sottraendosi allo stesso tempo al tentativo di lui di sfiorarle i capelli con le labbra. Quei gesti plateali da predatore non lasciavano adito a dubbi: Xizor marcava il territorio, rendendo noto a tutti a chi apparteneva il potere in quella stanza. Aveva deciso di concedere loro dei benefici, ma questo status poteva cambiare in qualsiasi momento a seconda del suo insindacabile capriccio.
Vexen ammirò Freki per lo stoicismo con il quale si destreggiava tra le viscide avances del principe; allo stesso tempo provava il desiderio irrefrenabile di trasformare tutti i liquidi corporei del boss criminale in un superacido che gli corrodesse ossa e vasi sanguigni dall’interno.
“Tuttavia, penso che sarebbe un peccato se la nostra collaborazione si esaurisse così presto” proseguì lei, scoccando un’occhiata maliziosa a Xizor da sopra il bordo del proprio calice. “Sbaglio o la consulenza di esperti di magia potrebbe farle comodo in un momento come questo?”
“Mia cara, vedo che ci troviamo perfettamente sulla stessa pagina.” Xizor regalò loro un altro di quei sorrisi che facevano apparire il suo viso sottile simile al muso di un serpente. “In effetti l’attacco diretto contro la mia persona ha presentato delle modalità decisamente… inusuali. Non è certo il primo attentato a cui sopravvivo, e la mia sicurezza è impenetrabile contro ordigni, veleni, cecchini e il solito, patetico arsenale di cui i miei nemici dispongono. L’uso di mezzi magici di tale potenza, tuttavia, non è qualcosa di comune tra i Sindacati dei Bassifondi. Qualcuno deve essere entrato in possesso di un nuovo tipo di risorsa. Ciò potrebbe cambiare i rapporti di potere in maniera repentina e totale. Pertanto è di vitale importanza capire da dove sia arrivato quel medaglione maledetto.”
“Immagino sia entrato nel palazzo spacciato per uno dei suoi regali di compleanno” ragionò Freki. Stavolta, quando il principe le sfiorò il mento con il pollice e l’indice, lei non mosse un muscolo.
“Da parte di chi era?”
“Di un luogotenente dei Crymorah convenientemente morto durante il ridente massacro di poco fa. Ma su questo i miei uomini stanno già indagando. Quanto a voi, la vostra competenza magica sarebbe invece utile per analizzare i resti di quel medaglione.”
“In cambio di cosa?” sbottò Valygar, sul punto di saltare in piedi come una molla impazzita. Era chiaro che l’idea di prolungare la collaborazione con il principe faceva a pugni con il suo senso morale. Durante l’intero colloquio aveva assistito all’assalto subito da Freki ribollendo come una pentola a pressione, e più volte le sue mani erano corse a stringere il vuoto dietro le sue spalle, alla vana ricerca di un’arma che al momento non portava con sé. Probabilmente il suo istinto di ribelle paladino della giustizia gli gridava di correre in aiuto della damigella in pericolo.
Vexen era sicuro che se il giovane Corthala avesse tentato una qualsiasi mossa contro il principe sarebbe stato freddato all’istante. Gli arazzi raffinati alle spalle dei loro sedili erano troppo ampi e voluminosi per non nascondere cecchini o guardie del corpo, senza contare i due muscolosi gamorreani dal muso porcino appostati davanti alla porta del salotto e armati di imponenti vibroasce.
“La mia protezione è una garanzia sufficiente, signor Corthala?” Xizor fissò i suoi occhi da rettile in quelli del ranger. “La vita indipendente ha i suoi vantaggi, certo, ma persino il lupo più solitario ogni tanto ha bisogno di una tana sicura a cui tornare. Medicinali, equipaggiamento, pezzi di ricambio, supporto informatico… tutte cose molto più semplici da procurare quando si fa parte di un branco.”
“E il piacere della reciproca compagnia” aggiunse Freki, in una voce che Vexen non le aveva mai sentito: una sorta di falsetto condito di risatine da adolescente alla prima cotta. Stavolta fu lei a protendersi verso il principe, solo per ritirarsi di scatto poco prima che le labbra di Xizor le sfiorassero la spalla nuda, nascondendosi di nuovo dietro il calice e l’ennesima risatina scomposta.
Stava fingendo di cedere all'ebbrezza dell’alcool? Era una strategia per attirare l’ignaro principe al centro della sua ragnatela? Comunque fosse, un altro minuto di quella scena disgustosa e a Vexen sarebbe venuto da vomitare.
“Abbiamo un accordo, dunque?” Xizor fece segno al droide cameriere di riempirgli ancora una volta il calice e lo sollevò nell’ampio gesto di un sacerdote benedicente, facendo correre lo sguardo tra i suoi ospiti.
Nessuno proferì parola, ma tutti levarono a loro volta i propri calici e inclinarono il capo in cenni più o meno entusiasti di assenso. Per un attimo Vexen temette che il giovane Corthala avrebbe scagliato a terra il proprio bicchiere come un guanto di sfida, ma il ranger si limitò a scoccare uno sguardo omicida prima di tracannare il suo succo di jurii in una serie di lunghi sorsi rabbiosi.
“A una duratura e proficua collaborazione, allora” proclamò Xizor. “E benvenuti tra gli amici del Sole Nero.”
 
 
Subito dopo la fine dell’incontro Freki si era ritirata insieme a Xizor nelle stanze personali del principe, lasciando a loro tre l’incombenza di recarsi alla Discarica per recuperare il resto dell’equipaggiamento e trasferirlo nei loro nuovi alloggi al palazzo del Sole Nero.
Il primo privilegio del loro nuovo status di “amici” del Sindacato li aspettava già sulla porta d’ingresso: un piccolo speeder coperto, dotato di droide pilota, che li condusse all’ostello della zia Layla in meno di cinque minuti.
Dopo più di ventiquattro ore di assenza, la loro piccola stanza sembrava ancora più soffocante e invasa di polvere.
“Non ci credo. Non posso crederci. Stiamo sbagliando, stiamo sbagliando tutto!”
Vexen aveva pregustato il momento in cui si sarebbe liberato del mantello verde per scivolare di nuovo nei suoi comodi abiti anonimi, ma le lamentele di Valygar gli impedirono di goderselo come avrebbe voluto. Il giovane Corthala e suo zio avevano battibeccato durante tutto il tragitto verso la Discarica.
“Collaboratori di un Sindacato, complici di criminali! Così in basso siamo caduti!”
“Nipote, ti ricordo che il motivo per cui siamo venuti su Coruscant è precisamente quello di allearci con un Sindacato…”
“Ma non con il Sole Nero! Non sono loro il contatto della Ribellione, ormai è accertato! E poi… come abbiamo potuto permettere a Freki di restare da sola con quel lucertolone maniaco? Che razza di uomini siamo?”
“Fossi in te mi preoccuperei di più per la salute del principe, Valygar. Freki è più che in grado di badare a se stessa. Sono certo che faccia tutto parte di un suo piano.” Lavok strinse con affetto la spalla del nipote. “Fidiamoci di lei. Anche perché non abbiamo molta scelta. Ammettiamolo, né io né te dureremmo a lungo nei Bassifondi senza il suo aiuto…”
Il ranger sbuffò, ma dopo qualche attimo posò a sua volta la mano sul braccio dello zio e chinò la testa, avvicinando la fronte a quella del Corthala più anziano.
Quando riprese a parlare la sua voce suonò incredibilmente sottile. Stanca.
“Scusami, zio. È che… è come hai detto tu, questa missione è… troppo per noi. Non abbiamo gli strumenti per affrontarla. Mi sento totalmente in balia degli eventi.”
Seduto su uno dei letti, Vexen diede le spalle alla scenetta edificante e si finse interessatissimo al contenuto del proprio zaino. Ci mancava solo il quadretto familiare piagnucoloso.
“Scusami, zio. C’era troppa gente. Mi dispiace, ti sono svenuto addosso come un sacco vuoto…”
“Non preoccuparti. Vedila dal punto di vista del ricercatore: abbiamo raccolto nuovi dati sul tuo potere e adesso sappiamo quali situazioni evitare la prossima volta.”
“Ti capisco, Valygar. Mi sento sopraffatto anche io. Ma abbiamo scelto noi di combattere l’Impero… prima o poi dobbiamo imparare a muoverci nel suo territorio, per quanto alieno possa sembrarci. Prendiamolo come un allenamento utile per il futuro.”
Impegnati nelle loro effusioni, i due Corthala non sentirono il suo lungo, rassegnato sospiro.
Una volta verificato che tutte le sue cose nello zaino fossero al proprio posto, l’attenzione di Vexen tornò per l'ennesima volta allo schermo dell’olopad.
Nessuna chiamata. Nemmeno l’ombra di un messaggio.
Il suo: “Sei ancora vivo?” di cinque ore prima risultava ancora non visualizzato dal ricevente.
Inutile nasconderselo: la situazione ormai era preoccupante.
Vexen sospirò di nuovo e si schiarì la voce. Non si curò di intromettersi a gamba tesa nel momento familiare dei due Corthala.
“Sapete su che pianeta doveva svolgersi la missione di Camus?”
Zio e nipote si voltarono all’unisono nella sua direzione, e Valygar impiegò meno di cinque secondi a riprendere l’espressione accigliata e il tono velenoso che riservava ad ogni scambio di parole con lui: “Perché ti interessa Camus, adesso?”
Vexen sbuffò, mostrando loro lo schermo neutro dell’olopad: “Perché non so che tipo di comunicazioni abbiate con la vostra preziosa Alleanza, ma Camus non risponde alle comunicazioni da più di un giorno. Il che vuol dire che probabilmente la vostra missione non è l’unica ad essere andata tremendamente storta.”
Valygar non si sforzò di trattenere una sonora risata: “L’ho imparato persino io che si possono bloccare i contatti per non ricevere più nessuna comunicazione da loro. Che c’è, ti secca di aver perso il tuo schiavetto? Probabilmente ha solo deciso di liberarsi di te. E alla buon’ora, dico io.”
Vexen e Lavok replicarono nello stesso, esatto momento: “Si vede che non conosci Camus.”
Valygar strabuzzò gli occhi, a corto di parole per qualche secondo. Poi sbuffò e scrollò le spalle: “Fantastico, zio. Adesso tu e il medico della morte vi completate le frasi a vicenda. E io che pensavo che il Sole Nero fosse il maggiore dei nostri problemi!”
Senza smettere di borbottare, Valygar afferrò il proprio blaster dal letto, si gettò lo zaino su una spalla e uscì dalla stanza strascicando i passi. Lo sentirono continuare a lamentarsi lungo tutte le scale e fino al banco della reception della zia Layla.
Lavok lo seguì per un tratto con lo sguardo per poi rivolgere a Vexen un timido sorriso di scuse.
“Mi dispiace. Non sappiamo dove si svolgeva la missione di Camus. Il motivo probabilmente è lo stesso per cui lui non lo aveva detto a te: sicurezza.”
“Valeva la pena provarci” sospirò Vexen, iniziando a sua volta a raccogliere le proprie cose.
“Ma hai ragione ad essere in pensiero. Lo sono anch’io, anche se immagino che la cosa non ti consoli molto.”
“Deduzione corretta.”
Si avviarono entrambi per le scale. Lavok non aveva più bisogno del bastone - l’ospitalità del principe aveva incluso anche un trattamento nel bacta - ma Vexen non poté fare a meno di notare che ancora doveva appoggiarsi alla ringhiera di tanto in tanto.
“Però Xizor ha menzionato degli archivi informatici” proseguì il mago. “Potrebbe valere la pena cercare se ci sono notizie recenti su ribelli catturati o cose del genere. Se me lo permetti, vorrei accompagnarti.”
Lavok gli sorrise e accennò con la testa alla figura di Valygar che li aspettava oltre le porte a vetri della Discarica: “C’è anche un’altra cosa di cui vorrei parlarti, in effetti. Possibilmente lontano da mio nipote.”
  
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