Crossover
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Autore: Registe    13/07/2022    3 recensioni
Quarta storia della serie "Il Ramingo e lo Stregone".
La guerra tra l'Impero Galattico e la famiglia demoniaca si è conclusa, ma non senza un costo. Vi è una cicatrice profonda che attraversa mondi e persone, le cambia, rimane indelebile a marchiare i frammenti di tutti coloro che hanno la fortuna di essere ancora vivi. Qualcuno decide che è il momento giusto per partire, cercare di recuperare qualcuno che si è perso. Qualcuno decide di dimenticare tutto e lasciarsi il passato alle spalle.
Qualcun altro decide invece di raccogliere i frammenti di una vita intera e metterli di nuovo insieme, forse nella speranza che lo specchio rifletta qualcosa di diverso.
Genere: Avventura, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Film, Libri, Videogiochi
Note: Cross-over | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Il Ramingo e lo Stregone'
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Capitolo 21 - Vent'anni dopo







Lavok Corthala








Il droide protocollare servì loro il jurii in dei calici che Boba nemmeno ricordava di possedere. Per un attimo al cacciatore di taglie sembrò di notare uno strano scintillio sul fondo dei sensori ottici del vecchio R002N, quasi come se il droide stesse per chiedere cosa ci facesse quella donna negli appartamenti privati di uno dei Signori Oscuri dell’Impero. Specie quando -su consiglio di Tarkin- aveva adibito un appartamento specifico alla sporadica compagnia femminile ben lontano dai suoi alloggi personali.
Zam non aveva proferito alcuna parola da quando aveva chiesto a Maul di prenderla in custodia; il suo amico si era limitato ad una alzata di spalle ed una alzata di sopracciglio che avrebbe richiesto molte spiegazioni. Lei lo aveva seguito con cautela, e non gli erano sfuggiti i numerosi sguardi alla sua armatura; aveva quasi tirato un sospiro di sollievo quando avevano superato il blocco di sorveglianza che circondava il palazzo governativo. Sollievo che in quel momento, con gli occhi chiari di Zam puntati contro di lui come il mirino di un blaster di precisione, si era trasformato in un silenzio imbarazzante.
“Dei tanti futuri che avrei immaginato per te, la politica era all’ultimo posto. O al penultimo, se includiamo i banchieri”.
Secca, diretta.
Non aveva degnato la bevanda che le era stata servita nemmeno di uno sguardo.
“Non sono così importante come potrebbe sembrare. In realtà ho un ruolo soltanto …”
“Il droide ti ha chiamato governatore”.
“Sono attualmente il governatore di Kamino, il pianeta più umido, squallido e lontano dal centro di controllo dell’Impero. Ma sì, conto come governatore”.
Erano in piedi l’uno davanti all’altra, con R002N che teneva il vassoio con i calici di jurii in perfetto equilibrio nello spazio che li separava. Boba prese il proprio, sospirando tra sé, cercando con tutte le proprie forze di recuperare l’immagine della Zam Wesell che ricordava quando era bambino e di inserirla in quella figura dall’abito viola e consunto, quasi come una delle vecchie olografie su stampa che i collezionisti inserivano nelle cornici.
Quanti anni erano passati? Più di venti, quantomeno.
La donna davanti ai suoi occhi non era invecchiata di un giorno. Non sapeva se attribuire questo dettaglio disturbante alla longevità dei clawditi o alla conservazione in carbonite -il visore plineale dell’elmo gli aveva fornito i dati del recupero da parte di Maul che aveva letto durante il viaggio verso l’appartamento- ma gli occhi chiari che lo osservavano mentre cercava di catturare i rollerfish nelle acque di Kamino erano gli stessi che stavano osservando il rivestimento ausiliario in platino-iridio di R002N alla ricerca di armi non visibili proprio come lei stessa gli aveva insegnato, tantissimi anni prima.
Mandò giù il liquido color ambra e le fece cenno di accomodarsi sul divano. Ci si sedette lui stesso per primo, e ad un suo cenno il droide disabilitò la visione panoramica di Coruscant oltre il vetro, schermando le finestre in modo che le mille luci del Pianeta Che Non Dorme non disturbassero quello strano incontro.
Zam si sedette dal lato opposto, e R002N appoggiò il calice mancante su un tavolino davanti a lei per poi ritirarsi lontano dai loro occhi. “Io e mio padre ti credevamo morta”.
“Fidati, lo avrei preferito. Lo avrei preferito … con tutto il cuore”.
Per la prima volta da quando avevano messo piede nell’appartamento, gli occhi di lei smisero di fissarlo e si poggiarono su un punto indistinto del bracciolo del divano.
“Puoi … dirmi come è morto?”
Un mormorio, ben diverso col tono vibrante come un coltello con cui aveva aperto quella discussione “Per favore”.
Quei pochi discorsi sensati che il suo cervello stava preparando si infransero come le onde contro il loro vecchio alloggio su Kamino.
Negli anni aveva cercato di soffermarsi sui ricordi di quel duello su Geonosis il meno possibile, e aveva spesso il sospetto che i ricordi immediatamente successivi alla battaglia fossero annodati in un groviglio così oscuro e fastidioso che non aveva mai avuto desiderio di dipanare. Era rimasto lì, nella polvere rossa dell’arena di quel giorno, insieme al rumore secco del casco di suo padre che rotolava a terra davanti agli stivali scuri dello Jedi. Nei primi tempi in cui aveva conosciuto Tarkin e Darth Maul aveva mostrato molta insofferenza nel ronzio della spada laser del secondo, ed aveva avuto bisogno di diversi mesi prima di resistere all’impulso di portare la mano al blaster ogni volta che il suo amico accendeva la lama quando si trovava nei paraggi.
“Lo Jedi che lo ha ucciso si chiamava Anakin Skywalker. Ci ha inseguiti fino a Geonosis, e credo che fosse legato ad una vostra missione recente, ma Pa’ non mi disse mai nulla a riguardo”.
Al semplice nominare suo padre con quel vecchio tono da bambino si ritrovò a mandare giù uno strano sorriso. “Ho cercato a lungo negli archivi degli Jedi negli anni. Dopo l’Ordine 66 l’intera lista dei Jedi è stata passata al setaccio dall’Impero, ed ho aiutato Maul in più di un’occasione nell’incrociare dati e sistemare gli ultimi relitti di quel covo di serpi. Ma di lui i dati sono andati perduti” mormorò “L’idea che sia morto come un cane su qualche pianeta sperduto non mi dispiace, ma avrei voluto l’occasione di vendicarvi”.
R002N comparve alle sue spalle e Boba si ritrovò un altro calice, stavolta pieno di avo’o, e mandò giù la bevanda verdastra senza pensarci due volte.
Forse era una sua impressione, ma la posizione di Zam sul divano sembrava meno … artificiale. Gli parve di scorgere un lieve scintillio nello sguardo di lei, ma quando si protese per venirle accanto qualunque segno di ciò che stava provando sparì in un battito di ciglia.
“Sono felice che tu sia vivo. Almeno tu”.
Una frase detta in maniera secca, che molti avrebbero scambiato per una frase di circostanza. Ma Boba sapeva bene che la donna davanti a lui si sarebbe tagliata una mano piuttosto che parlare come un droide.
Cercò di inquadrarla meglio, quasi approfittando di quel barlume di intimità che Zam stava già cercando di ritirare dentro di sé.
Era molto più minuta di quanto ricordasse. Certo, all’epoca chiunque potesse arrivare al ripostiglio del casco di suo padre senza doversi arrampicare su una sedia gli appariva come un gigante, ma l’accorgersi di superarla di oltre un palmo gli fece un effetto curioso. Le iridi che saettavano all’impazzata lo riportarono indietro nel tempo, quando suo padre aveva concesso a quella sconosciuta che aveva salvato loro la vita di entrare nella loro casa. Il ricordo di quel salvataggio sotto la pioggia di Kamino era ancora indelebile nella sua testa, così come la figura della donna in grado di trasformarsi in un attimo in un wookie e di prendere alla sprovvista persino gli avversari di suo padre. Quella scena, però, chiamò a sé un altro pensiero. “So che potresti immaginarlo da sola, ma … è bene che non usi i tuoi poteri in pubblico. Da quello che so potresti davvero essere una degli ultimi clawditi rimasti”.
“Ed immagino che questo tuo nuovo Impero Galattico abbia messo delle taglie sulle nostre teste esattamente come la vecchia Repubblica”.
“Non sbagli”.
“Quanti ne hai uccisi?”
Boba impiegò qualche secondo a processare la domanda. Una manciata di istanti che vennero riempiti da un silenzio freddo, uno di quelli che negli anni spesso venivano seguiti dal bisogno istintivo di mettere una mano sul calcio del blaster. La donna dovette notare qualcosa, perché puntò i piedi contro il margine del divano come se volesse un metodo rapido per saltargli alla gola. “Quanti ne hai uccisi di quelli come me?”
“Nessuno”.
I sensori uditivi di R002N dovevano aver notato la variazione di timbro nella voce di entrambi ed il droide entrò nella stanza con la pulsantiera delle armi pronta a scattare.
Ma Boba non gliene diede modo.
“Quando ho iniziato a lavorare in proprio, erano stati già quasi tutti soppressi. Dopo le Guerre dei Cloni e la crisi galattica per i cacciatori di taglie è stato un periodo … fertile. Non ne ho mai incontrato uno vivo, a parte te”. Mosse le dita con un gesto concordato, ed il droide si ritirò. “Oltretutto … non ero mio padre. Non credo che sarei mai riuscito a tenere testa da solo contro uno di voi. Credo sia per questo motivo che in fondo sono ancora vivo. Questo, e perché ho dei buoni amici che mi guardano le spalle”.
“Uno di questi amici è il l’iridoniano che mi ha tirata fuori di lì?”
“Maul è uno dei miei pochissimi amici” fece, tirando tra sé un sospiro di sollievo mentre vide Zam tornare in posizione di riposo. “Uno su cui ho imparato a contare. E di poche parole, il che non guasta”.
Nonostante il loro primo incontro non fosse stato dei migliori, il cacciatore di taglie era abbastanza convinto che Maul e Zam sarebbero potuti andare molto d’accordo; un pensiero quasi infantile, ragionò subito dopo, considerando che la donna era ritornata nella sua vita dopo oltre vent’anni di assenza.
Aveva dato per scontato che sarebbe rimasta con lui.
Fissò di nuovo quei capelli rossi in totale disordine. Non aveva mai saputo nulla di lei, oltre al fatto che fosse una clawdita. Non ricordava di averle mai sentito nominare una famiglia o anche dei conoscenti lontani, e su certe cose Boba vantava una discreta memoria. Certo, lui e suo padre non avevano mai frequentato nessuno in maniera assidua, ma talvolta con alcuni mastri clonatori come Taun We avevano accettato degli inviti a cena lontani dalle questioni lavorative, e suo padre si vedeva talvolta con altri cacciatori mandaloriani, pur non invitandoli mai su Kamino.
Di Zam, invece …
“Se hai bisogno di un alloggio, di una identità … me ne occuperò io, non temere. Essere un governatore …” disse, ponendo un po’ di ilarità nella parola “… ha i suoi vantaggi. Non hai che da chiedere. Farò tutto il possibile per aiutarti”.
“Grazie”.
Si alzò, avvicinandosi alla finestra. Boba aveva disattivato la visione del panorama, ma sapeva benissimo che la donna non aveva alcuna necessità di osservare grattacieli, luci ed aereonavi. Faceva sempre così quando doveva ragionare su qualcosa, un dettaglio che suo padre gli faceva sempre notare quando lei non poteva sentirli. Un gesto così automatico che lo riportò di nuovo indietro di oltre vent’anni, con suo padre sprofondato sul divano, il pad acceso per fargli vedere le olografie del posto dove avrebbero compiuto le loro missioni per spiegargli come infiltrarsi senza farsi notare, e Zam che si alzava e perdeva lo sguardo nella pioggia, per poi elencare invariabilmente tutte le possibilità che qualcosa andasse storto. Solo che in quel momento Jango non c’era, e Boba non aveva alcuna idea di come rassicurare una clawdita che aveva perso qualunque punto di riferimento per tutti quegli anni. “Ci devo riflettere, Boba. Non … non ho in realtà un luogo ben preciso in mente. Il mio posto era al fianco di Jango. Senza di lui … credo che fosse come prima” mormorò “Un posto vale l’altro”.
L’uomo sospirò, immaginando che quella sarebbe in realtà stata la risposta.
Poi, in realtà, una minuscola soluzione gli balenò nella testa. Una piccola soluzione che lo avrebbe aiutato a risolvere un problema piuttosto spiacevole, uno di quelli che purtroppo erano collegati al suo ruolo dentro l’Impero. “Se un posto vale l’altro, potresti lavorare per me per un po’?”
Lei si voltò, stavolta curiosa.
I suoi occhi erano chiari, taglienti, e incredibilmente belli.
“Sto per partire per una missione di lavoro. Ed ho giusto bisogno di organizzare una scorta. Qualcuno di cui possa fidarmi” disse. “Ti andrebbe di venire con me?”
 
 
 
 
“Stai pensando a Zam, giusto?”
“No, tranquillo …”
“Guarda che ti si legge in faccia”.
Boba sospirò. Si era levato l’elmo per respirare meglio, ma lo sguardo del suo amico gli fece riconsiderare l’idea di metterlo su. Maul non aveva di certo bisogno dei suoi poteri di Sith per capire quando gli stava sparando una cazzata.
Faceva schifo persino quando bluffava a sabacc.
“Potrei …”
Un paio di ragazzette uscirono da un vicolo, le mani nelle tasche di cappotti molto più grandi di loro. Boba le vide guardare proprio nella loro direzione e scambiarsi cenni d’assenso, ma un lieve movimento della mano di Maul bastò. Mossero di scatto la testa, come spinte da chissà quale altro pensiero, e si ritirarono contro il muro da cui erano venute, lo sguardo un po’ assente e rivolto verso le punte dei loro stivaletti. “Ci manca solo che ci vendano degli spaccacervelli” disse l’iridoniano con un tono divertito.
Passarono avanti, praticamente indisturbati, e Boba si ricordò per quale motivo detestava muoversi nei bassifondi di Coruscant. Sebbene la battaglia contro la legione non morta fosse avvenuta in un settore molto lontano da quello in cui si trovavano al momento, l’eco del disastro si avvertiva anche tra quei palazzi anneriti. La luce dell’atmosfera artificiale della sommità dei grattacieli non scendeva tra quelle strade nemmeno per errore, e l’intera illuminazione era garantita da un sistema che probabilmente sfruttava sistemi arcaici a base di elettricità e cavi di rame, col risultato che interi quartieri sprofondavano nel buio non appena qualcuno di agganciava alla rete per ricaricare un droide o qualche rigattiere cercava del materiale conduttore per truccare uno speeder. Negli anni Boba aveva visitato numerosi pianeti conosciuti per i quartieri abbandonati e pericolosi, come Jabiim o Falleen, ma nulla riusciva a fargli torcere lo stomaco come la puzza dei bassifondi della capitale imperiale.
Quante taglie aveva riscosso cercando ricercati in quei settori? Più di quante sapesse contare, poco ma sicuro.
Se avesse voluto far perdere le proprie tracce, probabilmente anche lui avrebbe preso in considerazione l’idea di svanire lì sotto. Perché la gente, tra quelle strade, svaniva davvero.
I sistemi di geolocalizzazione lì sotto erano del tutto inutili, perché la gente costruiva baracche e chiudeva strade senza certo l’autorizzazione dei geometri imperiali; Maul si muoveva seguendo le indicazioni dettagliate che l’agente 447 gli aveva inviato, altrimenti sarebbe stato piuttosto complicato persino per loro muoversi in quei percorsi. Boba non aveva mai attraversato quel settore, e il suo sguardo andava nervosamente dal pad del suo amico agli incroci apparentemente tutti uguali, ignorando gli odori di strani fumi -di cui molti ben oltre il limite della legalità- che venivano emanati dalle figure appoggiate ai muri o abbattute tra i cumuli di immondizia. I poteri di Maul aiutavano a tenere i curiosi lontani, ma di certo un mandaloriano ed un iridoniano non erano la cosa più strana che si aggirava lì sotto, sebbene i tatuaggi di Maul fossero facilmente riconoscibili.
In lontananza sentì il rumore di un paio -o forse di più- speeder che acceleravano, poi una raffica di blaster, poi i velivoli allontanarsi.
“La Discarica dovrebbe essere da queste parti” fece Darth Maul, quasi per rassicurarlo. “Secondo l’agente 447, il membro dell’Organizzazione dovrebbe alloggiare qui”.
Settò un codice nel tracciatore, ed il puntino dell’olografia si spostò sulla loro destra. “Pare che abbia avuto qualche contatto col Sole Nero”.
“Credi che ci daranno grane?”
L’iridoniano scrollò le spalle, fissò torvo un toydariano che ronzava lungo la loro traiettoria e puntò il tracciatore sempre davanti a loro. “Siamo pur sempre l’Impero. E il vigo Xizor non è un imbecille”.
Boba non se la sentì di controbattere.
Talvolta aveva ancora il brutto vizio di ragionare come un cacciatore di taglie indipendente.
E forse fu quel brutto vizio a fargli suonare un campanello d’allarme nel momento in cui mossero un paio di passi in quella che doveva essere la strada che li avrebbe condotti alla Discarica.
“Maul … non ti muovere”.
Uno strano scintillio per terra.
Uno che avrebbe scambiato per una batteria di qwar buttata via perché mezza scarica, ma troppo intenso. Troppo veloce. Troppo vivo.
I sensori dell’armatura identificarono una reazione energetica di fonte ignota, il che voleva dire una sola cosa. “Magia…”
I deflettori automatici della cotta mandaloriana ressero l’urto.
La deflagrazione lo assordò per una manciata di secondi, il tempo necessario per riprendersi e mettere su l’elmo prima che una seconda, più intensa scarica di scintille gli portasse via mezzo volto. Gli scudi assorbirono l’energia in maniera disordinata ma efficace, e giusto perché all’epoca Tarkin aveva insistito nel fargli innestare addosso qualcosa che potesse quantomeno dissipare la magia di gente come Kaspar. La sagoma di Maul riapparve nel campo visivo non appena le scariche esplosive scomparvero, in piedi sulla carcassa di un vecchio droide da riparazione ormai arrugginito, la spada laser accesa e bene in vista. Usò il Lato Oscuro per staccare rapidamente parti del droide e farle fluttuare di fronte a lui, e quelle esplosero subito dopo quando altri glifi incantati si accesero a poca distanza dai piedi del cacciatore di taglie.
“Non credo fossero queste le persone che stavamo cercando” mormorò qualcuno, probabilmente verso la metà del vicolo.
Boba accese lo scan interno, e nel percorso che portava in direzione della Discarica notò quattro figure.
Maul si voltò alle loro spalle, e la luce rossa della sua arma individuò altre tre figure, avvolte in quelli che sembravano crepitanti barriere magiche.
“Non credo che siano questi gli incantatori che hanno mandato il fumo il piano del nostro capo” fece una voce alta, marcata, appartenente ad una delle figure di fronte a loro.
Il cacciatore di taglie individuò soltanto un blaster e delle granate termiche nei loro aggressori, ma anche a quella distanza, con le luci elettriche praticamente andate, era in grado di riconoscere degli scettri e delle verghe quando li vedeva. L’uomo che aveva parlato, chiaramente il capo, fece un passo avanti, puntando il suo bastone dalle estremità cariche di strane saette nella loro direzione: indossava una lunga tunica verde come usavano sui pianeti meno evoluti della Galassia, e Boba avrebbe volentieri imprecato contro chiunque avesse inviato dei maghi nei bassifondi di Coruscant quando i suoi occhi notarono un dettaglio.
Tutti i loro assalitori indossavano un pendente.
Un pendente luminoso anche nel buio più serrato, l’immagine stilizzata di un sole nascente intagliato in dei rubini.
Uno dei maghi aprì i palmi, ed i glifi sul terreno tornarono ad emettere dei sinistri bagliori. “Nobile Tolgerias, quali sono gli ordini?”
L’uomo dalla tunica verde schioccò le dita, e tutto intorno a loro una strana cupola energetica apparve fino ad oltre un metro oltre le loro teste, mandando in cortocircuito tutti i lettori energetici della cotta del cacciatore di taglie.
“Direi che il capo sarà comunque molto contento del ricedere due governatori imperiali nelle sue segrete”






L’esperto informatico del Sole Nero era una sullustana dal viso rugoso e i grandi occhi neri privi di pupille. Si era presentata sbrigativamente come Katjaa e aveva ascoltato le loro richieste senza fare commenti, appollaiata su uno sgabello girevole su cui si rifletteva la luce bluastra di una serie di schermi piatti alti come pareti.
La stanza - o piuttosto lo scantinato - odorava pesantemente di una qualche sostanza speziata e non sembrava dotata di finestre. Faceva troppo caldo per i gusti di Vexen.
Il mago e l’alchimista attesero in piedi mentre Katjaa lavorava, ciascuno immerso nei propri pensieri.
Le piccole mani della sullustana danzavano a velocità incredibile lungo tre tastiere olografiche contemporaneamente mentre gli schermi rigurgitavano stringhe su stringhe di dati a cui né Vexen né Lavok sapevano dare un significato.
“Sono dentro” disse Katjaa dopo qualche minuto, e Vexen attese invano ulteriori spiegazioni. Lui e Lavok si scambiarono uno sguardo silenzioso e decisamente confuso. Anche se olografici, i tasti premuti da Katjaa emettevano uno sgradevole ticchettio ogni volta che venivano toccati, e Vexen ben presto si ritrovò a muovere su e giù la gamba seguendo quel ritmo infernale.
A quanto pareva si era finalmente imbattuto in una scienza per cui non era affatto portato.
“Dentro cosa?” domandò Lavok, altrettanto impaziente. “I database imperiali?”
Con un grugnito, Katjaa premette un ultimo tasto e una serie di ritratti in riquadri rettangolari invase i tre schermi.
“Ecco a voi” la sullustana ruotò sul proprio sgabello, fissandoli dal basso verso l’alto con un’espressione da rapace. Vexen non avrebbe saputo darle un’età: quelli della sua specie non erano più alti di uno hobbit della Terra II, ma potevano vivere molto più a lungo degli umani. “Elenco di tutti i ribelli arrestati dalle forze imperiali nell’ultimo mese. Date pure un’occhiata.”
“E l’altra richiesta?” domandò Vexen, mentre Lavok prendeva il posto di Katjaa davanti agli schermi.
Impiegò una buona manciata di secondi a rendersi conto che quel suono simile al risucchio di un lavandino sturato all’improvviso era la risata della donna.
“Quella? Oh, quella ti costerà un bel po’ di più, bello mio!” Katjaa si era adagiata su una poltroncina reclinabile della sua taglia e aveva estratto un involto da una tasca della cintura multiuso, a cui adesso dedicava tutta la sua attenzione. Non appena lo aprì, le narici di Vexen furono invase da una nuova zaffata dello stesso odore che permeava la stanza.
“Una cosa è hackerare i database dell’esercito imperiale o delle forze dell’ordine, ma i Servizi Segreti… per quelli ci vogliono pazienza, e soprattutto tempo. Tu hai qualcosa per pagare il mio tempo, bellezza?”
“Ma il principe Xizor…”
“Vexen! Vieni qui! L’ho trovato!”
L’urgenza nella voce di Lavok fece squillare decine di campanelli d’allarme nella testa di Vexen. Si precipitò subito al fianco del mago mentre Katjaa alzava le spalle e reclinava la testa all’indietro, infilando in bocca la sostanza odorosa che aveva estratto poco prima.
Lavok stava puntando l’indice su uno dei ritratti. No, ritratto non era la parola corretta. I riquadri colorati che si susseguivano a decine lungo gli schermi erano foto segnaletiche.
“Dèi ladri.”
Persino con un livido intorno all’occhio e i polsi bloccati da un paio di manette magnetiche Camus era riuscito ad abbozzare un tenue sorriso davanti al droide che doveva aver catturato la sua immagine a beneficio degli archivi giudiziari imperiali.
“Dèi ladri! Cos’hai da sorridere, idiota?!”
Sullo sgabello, Lavok sussultò e si voltò a guardarlo con stupore.
Vexen non gli diede tempo di ribattere: “Dovete avvertire i vostri leader. La Ribellione può mandare una missione di salvataggio, no?”
Gli ingranaggi del suo cervello avevano già iniziato a ruotare in maniera frenetica. L’arresto era avvenuto su Onoam, una luna del sistema di Naboo, nell’Orlo Intermedio. Sicuramente qualcuno nel Sole Nero avrebbe potuto procurargli dei documenti nuovi e più sicuri. Inoltre poteva tingere i capelli, camuffarsi. Vendendo il ridicolo abito verde si sarebbe potuto pagare un blaster e qualche razione di emergenza. Avrebbe raggiunto lo spazioporto e si sarebbe imbarcato ingannando i controlli imperiali. Con un volo diretto non potevano volerci più di due o tre giorni. E poi, una volta su Onoam…
Già, e poi che cosa? Si sarebbe fatto strada tra orde di assaltatori imperiali con un blaster in una mano e un gessetto nell’altra?
“Vexen.”
Lavok comparve improvvisamente nel suo campo visivo e Vexen si bloccò prima di finirgli addosso. Non si era neanche accorto di aver iniziato a camminare.
“Devi contattare la tua principessa” lo incalzò nuovamente. “O Aragorn e Gandalf. Ci sarà pure qualcuno che…”
“Già fatto” sorrise il mago. “Ho inoltrato un messaggio sul canale di emergenza dell’Alleanza. Ma temo che per ora nessuno di noi possa fare più di questo.”
“Manderanno una missione di soccorso, giusto?”
Le spalle di Lavok si afflosciarono e il mago sembrò quasi rinsecchirsi dentro la tunica ormai consunta, che lo avvolgeva come il sacco di uno spaventapasseri. Le vicissitudini su Coruscant dovevano aver fatto sentire il loro peso sul suo fisico ormai non più giovane. Vexen si chiese se anche lui apparisse altrettanto logorato.
“Non posso garantirlo, purtroppo. Aragorn e Gandalf faranno tutto il possibile, ma… già non è facile infiltrare i nostri in territorio imperiale, ma due volte di seguito nello stesso posto? La sicurezza sarà in stato di allerta massima.”
“Ma il file dice che sono condannati a morte! Voi non siete quelli che ‘non lasciamo indietro nessuno’ e altre sciocchezze simili? O è soltanto l’ennesima ipocrisia buonista?”
Nel frattempo i loro passi li avevano portati fuori dallo scantinato soffocante, in uno dei giardini interni del palazzo di Xizor. Lavok si lasciò andare su una panchina di marmo, ma Vexen era troppo teso anche solo per prendere in considerazione l’idea di fermarsi. Continuò a camminare avanti e indietro, sfogando la frustrazione sui ciottoli del sentiero.
Le guardie del Sole Nero appostate agli ingressi gettarono loro un paio di occhiate sospettose, probabilmente allertate dai toni di voce elevati, ma rimasero ai propri posti. Xizor doveva averle istruite di lasciare campo libero ai suoi nuovi “ospiti”.
“Tu hai ragione, ma…” Lavok affondò la fronte tra le mani. Rimase così per qualche secondo, immobile come le statue di falleen in pose eroiche che costeggiavano i vialetti e troneggiavano lungo il bordo della fontana centrale. Poi sollevò la testa e cercò il suo sguardo: “Camus è un amico anche per me, sai?”
Vexen sbuffò, alzando gli occhi al cielo: “Camus è amico di tutti.”
“Ma è di te che parla in continuazione” il mago abbozzò un sorriso, i gomiti ancora poggiati sulle ginocchia. “L’ho conosciuto lavorando a un mio progetto. La Sfera Planare. Lo so, mio nipote dice che è un nome ambizioso. ‘Egocentrico’, credo sia questa la parola precisa che ha usato” rise. “Camus però ha creduto in me, e si è offerto di dare una mano con calcoli e progetti. È stato l’unico in tutta l’Alleanza. Diceva che nessun esperimento è troppo ambizioso, e che questo glielo ha insegnato lo scienziato più brillante della galassia.”
“Solo della galassia?” sbuffò Vexen. Ormai però stava sorridendo. “Riduttivo. Dovrò dirgliene quattro quando lo rivedrò.”
“Questo è lo spirito giusto. So che per te non è semplice, ma ti chiedo di avere fiducia nei miei amici ribelli. Ti assicuro che faranno tutto il possibile per tirarlo fuori di lì.”
Vexen sospirò, le braccia abbandonate lungo i fianchi. La sua andatura rallentò quasi automaticamente, facendolo fermare a pochi passi dalla fontana. Il gorgoglio sommesso dell’acqua sembrò in qualche modo cullare i suoi pensieri in uno stato di calma, e Vexen apprezzò gli spruzzi che gli rinfrescavano il viso. Dopo qualche attimo allungò una mano e si bagnò la fronte con un’abbondante manciata d’acqua.
“Credo che l’abbia menzionata qualche volta, ora che ci penso.” Si voltò verso Lavok, incrociando le braccia. “Questa Sfera Planare. Non ha avuto modo di raccontarmi i dettagli, però.”
Sulla Terra II Vexen era stato troppo preso dai suoi piani di fuga per occuparsi dei progetti del suo assistente, ma ora si rese conto di essere curioso. Lo sguardo di Lavok si era acceso di un bagliore inconfondibile quando aveva parlato del suo lavoro: una fiamma che Vexen conosceva meglio di ogni altra cosa, lo stesso motore che animava e dava senso ad ogni istante della sua vita.
Non poteva fare a meno di porre la domanda. “Di cosa si tratta?”
Il sorriso di Lavok gli dimostrò che parlavano la stessa lingua.
“Un mezzo in grado di trasportare istantaneamente un largo gruppo di persone da un lato all’altro dell’universo conosciuto. E perché no, anche per esplorare quello sconosciuto. Esistono artefatti in grado di teletrasportare chi li usa in punti a lui noti, giusto? Beh, perché non dovrebbe essere possibile applicare lo stesso principio a un mezzo di trasporto, magari dotandolo di un sistema di navigazione basato su coordinate?”
“In linea teorica non vedo perché no…” Vexen si accarezzò il mento, pensieroso. “Sarebbe indubbiamente molto utile. A che punto siete con lo sviluppo?”
Lavok allargò le braccia: “Ahimè, ancora alla fase progettuale. La vita del ribelle non lascia molto tempo per la ricerca, temo. Ma non mi dispero. Piuttosto… in realtà ci sarebbe un altro progetto per il quale invece avrei bisogno del tuo aiuto. E lo ammetto, non ho nessun altro a cui rivolgermi. Perciò spero davvero che potrai dirmi di sì.”
Vexen soffocò una risatina. Si accomodò sul bordo della fontana, sfruttando lo scudo sollevato di un falleen scolpito nel bronzo per farsi ombra dalla calura del primo pomeriggio. La luce del sole giungeva sempre molto debole nei Bassifondi, ma Vexen sospettava che i giardini di Xizor disponessero di qualche sistema interno per la regolazione del clima e dell’illuminazione.
“Ho capito. Vuoi imparare l’alchimia.”
Il magò esibì un sorrisetto imbarazzato che lo fece sembrare di colpo molto più giovane. Quasi un bambino colto sul fatto a rubare la marmellata.
“Colpevole. Sono stato così ovvio?”
“Quanti alchimisti conosci? Dubito tu possa chiedere a molti altri.”
Vexen inclinò il collo all’indietro, cercando lo spicchio di cielo che faceva capolino oltre le cime dei grattacieli, a chilometri e chilometri di distanza. Zexion, Camus, erano tutti lì da qualche parte, oltre le stelle, mentre lui aveva finito per imprigionarsi da solo sul fondo buio e sporco della galassia. Le sue dita trovarono il bordo morbido della sciarpa azzurra, e lo scienziato sospirò.
“A una condizione però. Dovrai aggiornarmi di qualsiasi notizia proveniente dall’Alleanza riguardo la missione di Camus.”
  
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