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Autore: elenatmnt    02/08/2022    0 recensioni
Giorni uguali, un diario da scrivere e... un uomo dal cuore di pietra. Una mattina, delle macchie di sangue cambieranno la sua realtà.
Genere: Angst, Hurt/Comfort, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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Note dell'Autrice:

Ciao a tutti! Inizio col dire che è la prima volta che scrivo un'originale, ho provato a uscire dall mia comfort zone delle fanfiction... ed eccomi qui!! Spero vi piaccia :)
Questa storia partecipa alla challenge "A summer of secrets" del gruppo FB Hurt/Comfort Italia.


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DIARIO DI CHI NON SA PARLARE

Parte 1


 
Moonville, 19 Settembre 2045

Caro diario,
io sono Oliver Seymour e qui nella mia fattoria va tutto bene, una meraviglia.
Ti saluto.

*****
 
 
Moonville, 23 Settembre 2045
 
Caro diario,
oggi gli unicorni svolazzano sopra la mia fattoria, il mio campo di mais è più dorato che mai e gli uccellini cantano inni di gioia.
Alle volte non so nemmeno perché scrivo ‘ste cazzate.
Fottiti diario.
 
*****
 
 
Moonville, 29 Settembre 2045
 
Caro diario del cazzo,
è da un po’ che sono costretto a scriverti le solite righe di merda… ma sai, devo seguire questa terapia del cazzo che mi è stata imposta da quello stronzo dello sceriffo. E lo avrei già preso a cazzotti se non fosse mio amico. Dice che lo fa per il mio bene, che questa terapia forzata con quella vecchia rompicoglioni della Dottoressa strizzacervelli Callagan farà tornare a battere il mio cuore di pietra.
La verità, diario, è che io non credo in questa stronzata… ma la strizzacervelli è la conseguenza migliore al mio dare di matto di due settimane fa, dove ho quasi buttato giù un intero locale. Sarei al fresco se non fosse stato per mio fratello Gabriel e per Raphael lo sceriffo di questo posto dimenticato da Dio.
Ci vediamo stupido diario.
 
*****
 
Moonville, 2 Ottobre 2045
 
Caro diario,
non ci crederai ma oggi sarò meno ostile con te. Ho una voglia matta di parlare con qualcuno, dunque, ti concedo questo onore.
Credo che oggi, per la prima volta in vita mia, ho provato pena per mio fratello Gabriel.
Pecora non è stata tanto bene… se non ti fosse chiaro, Pecora è il nome della mia unica pecora; che ci vuoi fare se non ho fantasia coi nomi?
Ti dicevo che Pecora non è stata alla grande oggi e naturalmente ho chiesto a Gabriel di visitarla.
 
È andato nel panico.
 
Non ha fatto niente. Insomma… Pecora non c’è più.
Non lo biasimo, gli ho chiesto troppo. So che soffre per ciò che gli è successo anni fa; ha subito un trauma che non riesce a superare.
Forse non lo sai, Gabriel era un rinomato veterinario ed un paio di anni fa è stato coinvolto in un vero e proprio imbroglio.
Per non cadere in fallimento, un fattore della zona ha avvelenato di proposito il proprio bestiame per accaparrarsi i soldi dell’assicurazione e, per salvarsi il culo, ha accusato mio fratello di essere stato superficiale su una diagnosi riguardo una mucca malata, che ha finito per contagiare tutto il bestiame.
Per poco mio fratello non è finito in carcere, lo ha evitato rinunciando per sempre alla sua professione di veterinario e… non l’ha presa bene.
È come se, nonostante sapesse di essere innocente, si fosse autoconvinto del contrario.
 
Non so perché.
 
Tutti sapevano della sua innocenza, eppure nessuno si è osato dire la verità perché il bastardo che ha congeniato il piano era in stretti rapporti con la mafia.
Gabriel era il migliore nel suo lavoro, esercitava in tutte le fattorie limitrofe ed era stimato da tutti, a differenza di me che sono visto come il matto del villaggio.
 
Ma il destino e la vita sanno essere delle merde quando ci si mettono.
Vive con me da allora e portiamo avanti la fattoria di famiglia. Qui facciamo per lo più gli eremiti. Io sono il colosso scorbutico e stronzo, Gabriel invece è il tipo tranquillo e di bell’aspetto. Hai presente Clark Kent? Come lui, identico, super poteri a parte ovviamente.
Oggi sta veramente di merda, si incolpa per la morte di Pecora; se avesse almeno provato a salvarla, dice lui, forse ora sarebbe ancora viva...
 
*****
 
 
Moonville 13 Ottobre 2045
 
Diario…
Oggi è l’anniversario della morte di mia moglie Karen e di mio figlio Lucas. Fa male, tanto. E questo è quanto, di più non so che dire.
Stammi bene Diario.
 
*****
 
 
Moonville 20 Ottobre 2045
 
Ehi Diario!
Come va vecchio pezzo di carta?
Sono le 4:12 di mattina e oggi scriverò qualcosa di più interessante, qualcosa in cui io stesso stento a crederci. Ed è la ragione per cui ho deciso di mettere tutto nero su bianco, per accertarmi che questo non sia solo un sogno e io non stia diventando pazzo.
 
Ma cominciamo dall’inizio.
 
 
Come tutte le mattine, dopo aver fatto una dignitosa colazione, Gabriel è andato ad aprire la valvola per annaffiare i campi e io sono andato nel capannone a prendere la mia attrezzatura; un dettaglio molto strano ha catturato subito la mia attenzione: macchie di sangue sul suolo che tracciavano un sentiero verso il fienile.
Non ho perso tempo, ho afferrato il primo oggetto capitato a tiro per difendermi, un rastrello da tipico contadinotto e mi sono avviato verso le misteriose macchie. A ridosso dell’enorme entrata del fienile mi sono fatto coraggio e ho affrontato la strana situazione.
 
 
“Chi va là? Chi c’è nella mia proprietà? Fatti vedere!”
 
 
Nulla, nessuna risposta; me lo immaginavo.
 
Così sono entrato ed ho indagato di persona; ho messo a soqquadro l’intero fienile, quando un rumore simile ad un lamento ha attirato la mia attenzione. Mi sono diretto verso il suono e mi sono reso conto che nascosto nella paglia c’era qualcuno.
 
 
“Ti ho scoperto, vieni fuori, è l’ultimo avvertimento!”.
 
 
L’intruso non ha ubbidito; a quel punto, ho perso la pazienza e con furia crescente mi sono catapultato sul cumulo di paglia e ho iniziato a toglierla via.
 
È stato lì che l’ho visto.
 
Un ragazzino ridotto ai limiti della dignità umana, giacere ferito e sanguinante in quel mucchio di paglia.
Il cuore mi è arrivato in gola.
 
 
“Oh cazzo!”.
 
 
Era debole, ma estremamente vigile e, nonostante le sue pessime condizioni, si è mostrato ostile.
D’istinto ho lanciato via il rastrello e ho alzato le mani in segno di resa.
 
 
“Ragazzino… Non voglio farti del male, voglio solo aiutarti”.
 
 
Mentre ho cercato di avvicinarmi, lui ha ringhiato come un animale.
Certo avrei potuto prenderlo con la forza, ma credo che quella povera anima ne avesse già passate di tutti i colori; volevo guadagnarmi la sua fiducia anche se sapevo di non avere molto tempo, il ragazzino continuava a perdere sangue e non capivo nemmeno quante e quali tipo di ferite avesse, sapevo solo che dovevo sbrigarmi.
 
 
“Ti porto una prova che sono in buona fede… siamo d’accordo ragazzo?”
 
 
Figurati se mi ha risposto.
Ho corso immediatamente verso casa, ho afferrato una bottiglia d’acqua e sono tornato da lui che non ha perso tempo: durante la mia maratona, il ragazzo ha provato a tirarsi su, ma deve aver miseramente fallito perché l’ho trovato sdraiato prono che piagnucolava di dolore.
 
 
“Cosa stavi cercando di fare? Sei messo male figliolo. Lascia che ti aiuti”.
 
 
Senza pensarci mi sono inginocchiato accanto.
Lui si è tirato a fatica sui gomiti e mi ha rivolto nuovamente lo sguardo, sempre minaccioso; solo che a differenza di qualche istante prima, questa volta aveva il viso solcato da lacrime. Mi ha scrutato da capo a piedi finché la sua attenzione non è caduta sulla bottiglia. Non si è osato chiedermela, ma quando gliel’ho offerta in segno di tregua, l’ha afferrata con quelle che erano le ultime forze e l’ha bevuta.
L’ho guardato e avevo un milione di domande.
 
Chi è? Da dove è sbucato? Che cosa gli è accaduto?
 
Mentre la mia testa formulava mille quesiti, la bottiglia è scivolata via dalle sue mani perché non aveva più la forza di reggerla e improvvisamente è cascato in avanti. Non ho fatto in tempo ad evitarlo.
 
Era sveglio, seppur stremato.
Ciò che mi ha impressionato, è che nonostante la sua condizione è rimasto lucido, non ha permesso al dolore e alla debolezza di prendere il sopravvento. E per quanto i suoi occhi grigi gli ubbidissero, il suo corpo, diversamente aveva iniziato a tradirlo.
A quel punto ho ignorato la sua avversione nei miei confronti.
Non ha opposto resistenza quando l’ho rigirato su sé stesso mettendolo supino, il suo astio verso di me si era leggermente calmato. È stato in quel momento che ho visto bene come era conciato.
Un vero schifo.
 
 
“Per tutti i diavoli dell’inferno!”.
 
 
Non mi era chiara la gravità delle sue ferite perché erano avvolte da pezzi di stoffa strappati via dalla propria maglia, tuttavia ero certo che non erano ferite blande, vista la quantità abbondante di sangue che strabordava da esse.
Gli ho messo una mano sulla spalla desta che sembrava non avere lesioni e ho creato un contatto fisico per infondergli fiducia.
 
 
“Ragazzino, hai bisogno di cure urgenti. Giuro che voglio solo aiutarti. Permettimi di darti una mano”.
 
 
Mi ha fissato negli occhi per un po’ di secondi.
Silenzio.
 
 
“Chiamo l’ambulanza e saranno qui al più presto”.
 
 
Lui ha spalancato gli occhi spaventato, poi è ritornato nel suo atteggiamento aggressivo.
 
 
“No…”
 
 
La sua risposta è stata un rantolo, ma almeno aveva parlato.
In quell’unica parola ho compreso tre cose: parlava la mia lingua, mi capiva e sapeva parlare. Un bel progresso.
Rettifico diario, quattro cose… si stava nascondendo e dovevo capire il motivo.
 
 
“Perché non vuoi che chiami l’ambulanza?”
 
 
Non mi ha risposto, ma ha volto il suo sguardo verso il proprio braccio come ad indicare qualcosa. Il simbolo dei ribelli marchiato a fuoco non lasciava dubbi.
 
Il ragazzino era un fuggitivo.
 
Una mostruosità che uomini fanno ad altri uomini.
 
 
“D’accordo ragazzo, non chiamo nessuno. Ci penso io a te, ok? Ora posso portarti in casa? Hai bisogno di un posto pulito per delle cure”.
 
 
Nessuna reazione, se ne stava sulla difensiva.
 
 
“Ho capito che sei un duro, ti fa onore. Ed è giusto che non ti fidi del primo che ti capita a tiro. Ma ragiona, stai perdendo troppo sangue… lo capisci che rischi la vita?”.
 
 
Ci ha pensato a lungo finché con un lieve cenno della testa ha acconsentito di farsi aiutare.
 
 
“Forse ora sentirai male, ma devo portarti via da qui”.
 
 
L’ho sollevato, non pesava niente.
So di avergli fatto molto male, ma credimi sulla parola Diario, quasi non ha emesso un suono, si è limitato a stringere pugni, bocca e occhi.
Tra le mie braccia si è concesso il lusso di lasciarsi andare; tutta l’adrenalina che aveva in corpo lo stava abbandonando lentamente e diventava sempre più debole.
Ho temuto che non sarebbe arrivato vivo alla porta di casa.
 
 
“Karen, Lucas… vegliate su questo ragazzo”.
   
 
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