Crossover
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Autore: Registe    28/08/2022    2 recensioni
Quarta storia della serie "Il Ramingo e lo Stregone".
La guerra tra l'Impero Galattico e la famiglia demoniaca si è conclusa, ma non senza un costo. Vi è una cicatrice profonda che attraversa mondi e persone, le cambia, rimane indelebile a marchiare i frammenti di tutti coloro che hanno la fortuna di essere ancora vivi. Qualcuno decide che è il momento giusto per partire, cercare di recuperare qualcuno che si è perso. Qualcuno decide di dimenticare tutto e lasciarsi il passato alle spalle.
Qualcun altro decide invece di raccogliere i frammenti di una vita intera e metterli di nuovo insieme, forse nella speranza che lo specchio rifletta qualcosa di diverso.
Genere: Avventura, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Film, Libri, Videogiochi
Note: Cross-over | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Il Ramingo e lo Stregone'
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Capitolo 22 - Dalle ceneri







Il Generale Gurdandy








“L’hai sentita, brutto ciccione che non sei altro? Ha detto che le ali sono complesse! Questo fa della stirpe aerea il ramo superiore della famiglia animale!”
“La signora combatte benissimo anche senza ali, Gurdandy! E quindi anche un lombrico ne evince che le tue preziosi appendici piumate siano INUTILI!”
Il battibecco tra i due sottoposti del generale Baran durava da almeno due ore. Ad onor del vero non era stata proprio lei a scatenarlo -doveva essere tutto partito da del letame di drago non rimosso- ma Zam si pentì rapidamente di aver dato spago a quei due quando le avevano chiesto a che punto fosse con la guarigione e se potesse esibirsi in una delle sue trasformazioni.
Era da almeno tre giorni che riusciva a camminare senza doversi appoggiare a nessuno; certo, le pause erano necessarie e salire sugli speroni rocciosi che conducevano al cuore della caverna del Drago era ancora un sogno proibito, ma aveva trascorso gli ultimi pomeriggi nella sabbia rossa che circondava i domini di Baran facendo dei giri sempre più lunghi con grande sollazzo dei due comandanti. Il generale si allontanava sempre più spesso, ma nessuno dei suoi sottoposti mostrava insofferenza nel doverla assistere; in capo a poche ore le avevano riempito la testa di almeno cinquanta nomi di draghi, e non era ben certa di saper abbinare le dimensioni delle corna e delle squame con le sottospecie draconiche che le avevano enumerato.
Le mancava poter spiegare le ali.
Non per combattere o guardare gli altri dall’alto in basso -come ogni tanto millantava il governatore Tarkin- ma per la capacità di andarsene in ogni momento.
Fare ordine nella testa.
Neos aveva bisogno di lei.
Il pensiero si era fatto più martellante negli ultimi giorni, da quando aveva ripreso il controllo di molti dei suoi movimenti ed aveva iniziato a contare da sola lo scorrere dei tramonti e delle notti. Il generale Baran non le aveva fatto mistero che dalla morte del Grande Satana per mano dell’Alleanza Ribelle aveva ritirato le proprie truppe draconiche dai territori imperiali, ma aveva la netta sensazione che il Drago non le dicesse molte cose. Non che fosse tenuto a darle determinate informazioni, ma la sensazione che qualcosa di sbagliato potesse accadere a Coruscant ed a Neos durante la sua assenza era sempre lì, dentro lo stomaco.
E poi il ghigno di Kaspar.
Si appoggiò ad un costone ed osservò la propria mano. Cose piccole, mormorò tra sé.
Aveva pensato più a Jango in quei giorni che negli ultimi anni della sua vita, e cercare di mutare in una forma Twi’lek, quella con cui lo aveva conosciuto la prima volta, le venne quasi involontaria. Cercò di iniziare dalla punta delle dita, una falange alla volta.
La grossa ombra del generale Borahorn coprì di colpo tutta la sua figura. “Siete incredibile, mia signora!”
Il colore blu delle unghie e dei primi tratti di pelle contrastava col resto del suo pallore. Sentì l’intera area formicolare, come se vi avesse iniettato all’interno degli anestetici e che l’intera trasformazione fosse qualcosa di estraneo. La sensazione si trasformò in una prima fitta di dolore quando cercò di alterare l’articolazione delle falangi e d’istinto fermò il cambiamento; cercò di concentrarsi su come proseguire e mutare anche la mano senza contorcersi dal dolore, ma lo sguardo dei due guerrieri accanto a lei non le stava rendendo facile il percorso.
Il generale Gurdandy si era avvicinato così tanto che il suo becco era a pochi centimetri dalla pelle blu. “Benedette scaglie della Madre, non ho mai visto una cosa simile!”
“Non credo di essere pronta” rispose, mordendosi il labbro nel tentativo di far avanzare la trasformazione almeno fino al palmo. Il dolore iniziò a farsi più vivido, mentre la sensazione di torpore lungo la punta delle dita la avvisava che probabilmente la modifica dell’apparato vascolare non era avvenuta nel modo corretto.
In situazioni normali non avrebbe impiegato più di tre secondi a trasformarsi del tutto. “Mi dispiace deludere le vostre aspettative”.
“Ma quindi potreste trasformarvi anche in altre cose?”
“Una volta ripresa suppongo di sì. Ma potrebbe volerci …”
“Provate un’altra cosa!” fecero all’unisono.
Zam ritirò la trasformazione, constatando con un sospiro di sollievo che le proprie mani erano tornate normali. Il generale Borahorn si sganciò il mantello, invitandola a sedersi su un masso e stare più comoda; il gesto sembrò indispettire il suo compagno, che strappò di colpo un paio di manciate di muschio dalla medesima roccia e li appoggiò a bella posta proprio sotto di lei come a prepararle un cuscino. Si mise seduta praticamente per disperazione, evitando con difficoltà il braccio dell’uno e dell’altro che sembravano pronti a scattare per chi dovesse sorreggerla per primo. Lanciò uno sguardo disperato all’orizzonte, ma mancavano ancora diverse ore al tramonto e dunque la speranza che arrivasse il Cavaliere del Drago a placare quelle attenzioni esplose come una bolla di sapone.
“Credo che dovrò abituarmi di nuovo … più o meno a tutto” disse, almanaccando quale delle mille trasformazioni potesse essere abbastanza semplice da soddisfare la curiosità dei suoi ospiti. “Mutare forma è doloroso, specie le prime volte. Ho bisogno di conoscere l’anatomia delle creature in cui intendo trasformarmi, almeno nelle basi”.
“Potrebbe quindi cambiare anche in un ramo animale come il nostro?”
Zam annuì.
Quanti anni aveva trascorso sui file dell’Impero? Praticamente da quando era entrata.
La sua conoscenza delle varie specie della Galassia era sempre stata piuttosto ampia, ma quando l’Imperatore aveva deciso di mettere a buon uso le sue doti non aveva immaginato di cosa stesse parlando.
Molti pianeti, specie quelli periferici, erano abitati da creature che avevano dell’incredibile anche per i migliori zoologi dell’Impero e della Vecchia Repubblica. Saruman, uno dei Signori Oscuri, aveva con sé una quantità di bestiari risalenti al passato del minuscolo pianeta di sua provenienza che fino a qualche anno prima avrebbe creduto esistessero solo nelle fiabe dei bambini. Dal remoto pianeta dell’Amn le avevano portato beholder, giganti e persino draghi da studiare e copiare.
Il fatto che mutare in creature dalla taglia anche venti volte la sua fosse doloroso quanto sentire la propria pelle lacerarsi dall’interno e rivoltarsi come un guanto non era mai stato nemmeno preso in considerazione.
Alcune forme avevano richiesto mesi per essere portata alla perfezione, e Zam non aveva mai nascosto la propria irritazione nel sentirsi osservata dai ricercatori dell’Accademia Imperiale, ben difesi dai loro schermi di vetracciaio durante i suoi tentativi, le facce puntate contro i monitor che puntualmente evitavano i suoi occhi quando ringhiava nella loro direzione, le stesse persone che probabilmente avrebbero speso uno o due dei loro stipendi per poterla mettere su un tavolo settorio ed aprirla, se forse non lo avevano già fatto con altri clawditi prima di lei. C’erano dei giorni in qui avrebbe voluto strappare loro quegli occhi.
“Perché non imitate le mie zanne?” fece Borahorn.
Occhi strani, stavolta.
Occhi diversi.
Due paia, un po’ nascosti da strati di grasso azzurro o da piume un po’ arruffate.
“Vi faccio da modello, mia signora. Così sarà più facile per voi ricominciare”.
Qualcosa di quella sorpresa infantile che le ricordava i momenti in cui Neos le chiedeva di trasformarsi in qualche creatura colorata e soffice da abbracciare.
Il generale Gurdandy nemmeno protestò quando lei si ritrovò ad annuire.
Stavolta prese un bel respiro e si sedette ancora più comoda, preparandosi alla difficoltà che sarebbe arrivata e del fastidio che avrebbe sentito lungo tutta la bocca. Cercò di costringere i suoi denti a ritirarsi nell’osso per fare spazio a quelle zanne enormi che altrimenti le avrebbero distrutto il resto della bocca, osservando con pazienza il resto della bocca del generale Borahorn per assumere una disposizione simile alla sua. Le zanne presero forma con lentezza, e deglutì più volte per non far trasparire troppo il dolore. Pur non riuscendo a vedersi alla perfezione, le espressioni incoraggianti dei suoi spettatori la esortarono ad andare avanti, un centimetro alla volta.
“Cosa state facendo voi tre?”
Si ritrovarono a fare un salto di sorpresa all’unisono, per poi ritrovarsi faccia a faccia con l’espressione perplessa del Cavaliere del Drago.
E lei lo stava fissando con delle enormi, vistose ed assolutamente ridicole zanne da tricheco che le uscivano dalla bocca.
 
 

I pavimenti della Slave I.
Era incredibile come i suoi piedi ricordassero esattamente quali scomparti fossero cavi e quali no. Quando Boba aveva fatto per mettere in moto aveva innescato i propulsori d’istinto, anticipando la sua mano destra nell’esatto istante in cui si era accomodata nella sedia del copilota.
La sua sedia.
Più di vent’anni di carbonite non avevano cancellato la sensazione di sicurezza che la leva di stabilizzazione le offriva, aderente al suo palmo come se stesse aspettando soltanto il suo ritorno.
I cambiamenti che Boba aveva fatto erano davvero minimali: l’aspetto della plancia e delle tastiere era stato sostituito da una consolle più elegante e dai tasti leggermente più morbidi, anche l’assetto dei comandi era esattamente identico a come lo ricordava. Le imbottiture dei sedili erano state sostituite da un materiale sintetico dall’odore piacevole, e con un sorriso notò che l’impianto di aereazione non mandava più quello spiacevole sibilo tra un ciclo di depurazione e l’altro -non credeva che sarebbe stata in grado di ricordare quei minuscoli dettagli. Con l’occhio sfiorò l’ingresso dell’abitacolo destinato al loro vecchio letto, ma il portellone era chiuso e Boba non vi era entrato nemmeno durante il viaggio d’andata.
Oltre il vetro, la le strie luminose dell’iperspazio correvano una contro l’altra, disegnando un gioco ipnotico che le era sempre piaciuto.
“Come ti stai trovando?”
Boba emerse dal livello inferiore della nave, con l’oggetto chiave della loro spedizione tra le braccia.
Aveva scelto per sé un’armatura mandaloriana diversa da quella di Jango, dagli spallacci e dall’elmo molto più squadrati. Aveva eliminato i gambali dal set chiaramente per avere una maggiore mobilità a livello delle gambe, ma i numerosi graffi ed i segni di colpi di blaster le raccontavano di più di una battaglia che sarebbe potuta finire diversamente se quell’armatura non fosse stata presente. Alcune componenti avevano un riflesso della luce diverso dalle altre, segno che forse non era stata realizzata completamente in Beskar.
Le tornarono in mente le decine di progetti di armature che Jango teneva secretate nel suo pad, e che si ritrovavano a guardare la notte, prima di addormentarsi. Si preparava in anticipo, immaginando di aiutare suo figlio a realizzarla per il suo quindicesimo compleanno, discutendo con lei su quali armi consigliargli.
Ma Boba quella cotta se l’era realizzata da solo, senza l’uomo che avrebbe voluto aiutarlo a mettere il casco sulla testa per la prima volta.
“Una missione fin troppo tranquilla” rispose.
Alcune cose erano impossibili da dire ad alta voce. “L’ideale per sgranchirsi un po’ le gambe”.
Ruotò meglio il sedile, cercando di scrollarsi certi pensieri tristi dalla testa.
La cassa che avevano ricevuto era decorata con strani ornamenti di un materiale fin troppo prezioso per i suoi gusti, con raffigurazioni di insetti in rilevo color oro che sembravano darsi battaglia lungo tutto il margine del coperchio. I funzionari che l’avevano consegnata nelle loro mani si erano raccomandati di toccare soltanto determinati simboli lungo il margine, ripetendo nel loro Basic stentato di non sfiorare una serie di decorazioni laterali che invece -da quello che era riuscita ad intendere- erano pensate soltanto come misura precauzionale contro ladri o malintenzionati. Boba l’aveva appena fatta scansionare in via precauzionale dai sistemi di studio della Slave, ma i parametri sembravano del tutto inerti. Nagada, il pianeta di provenienza, a detta di Boba era famoso per la fedeltà all’Impero così come per la munificenza del suo sovrano e per la peculiarità dei suoi doni; non doveva essere la prima volta che il cacciatore di taglie si recava lì per ricevere oggetti da sottoporre all’Imperatore, e Zam si era ben guardata da fargli più domande di quante l’uomo non fosse libero di risponderle.
Se l’Imperatore in persona assegnava a lui un ritiro di questo genere piuttosto che avvalersi di qualsiasi astronave voleva dire soltanto una cosa: segretezza assoluta.
Gli insetti decorativi erano raffigurati in modo strano, e vi era qualcosa di ipnotico nelle loro ali di pura filigrana dorata che le impediva sul serio di distogliervi lo sguardo. “Chiamerò l’Imperatore non appena usciti dall’iperspazio” fece Boba, disponendo la cassa al centro del ponte della nave, applicandoci tutto intorno una serie di dispositivi di proiezione olografica.
“Immagino che per quel momento dovrò ritirarmi”.
“I proiettori olografici sono puntati solo sulla cassa” rispose lui, slacciandosi il casco solo in quel momento e prendendo una lunga boccata d’aria. “La sedia del copilota è fuori dalla vista degli spettatori. Puoi guardare, se ti fa piacere”.
“Suppongo che non sia legale…”
“Per te potrei fare un’eccezione”.
Le rivolse un sorriso un po’ strano, poi continuò ad armeggiare.
Zam cercò di scrollarsi di dosso quella fastidiosa sensazione di rivedere un altro sorriso, quello di cui sentiva la mancanza; fissò i dati della plancia, ed al segnale della Slave I digitò i comandi per uscire dalla velocità sub luce. Lo spazio tornò a salutarla ancora una volta, con il distante profilo di Kamino oltre il vetro e la flebile luce del labirinto di Rishi oltre esso.
Per pochi anni l’aveva persino chiamato casa.
Il cacciatore di taglie le lanciò un’ultima occhiata prima di portarsi al centro del ponte ed accendere i sistemi di comunicazione, quanto bastò per indurla a stringersi contro il proprio sedile, inalarne l’aroma della pelle sintetica ed osservare senza emettere un suono i proiettori olografici accendersi uno ad uno, rivelando una sequenza di figure ben nitide nonostante la ben nota difficoltà del settore di Kamino nel ricevere trasmissioni da altri pianeti. Contò rapidamente sei postazioni, ciascuna delle quali venne riempita dalle sagome di altrettante persone.
Non ebbe bisogno di osservare in volto ciascuno di loro per riconoscere chi fosse l’Imperatore; aveva visto abbastanza ologiornali in quella settimana da averne il volto rovinato ben presente nella sua memoria, così come il nome.
Cos Sheev Palpatine.
Lo ricordava ancora, quella sera a Coruscant.
L’uomo anziano, così insignificante accanto alla senatrice di Naboo ed al Jedi che le aveva rubato l’intera esistenza.
Eppure la figura che le dava le spalle, nell’immagine olografica che fluttuava nell’androne, apparteneva allo stesso umano che aveva visto zoppicare negli abiti da Cancelliere Supremo. Ventidue anni erano passati persino per lui, ma a parte le mani sottili che apparivano al di sotto della tunica mostrava una postura non troppo dissimile da quella che lei ricordava; qualcosa di primordiale, alla base della gola, la avvisò che uno sguardo di quell’uomo sarebbe bastato per condannarla a morte una seconda volta. La sensazione la lasciò un attimo senza fiato, l’istinto che spingeva a stringere le dita nel bracciolo della poltrona ed allo stesso tempo di non emettere alcun suono.
“Come al solito il sovrano di Nagada sa mostrare la sua devozione all’Impero. Molto più di voi, temo di dover dire”.
Vi era qualcosa di strano nella sua voce. Fredda, sarebbe stata tentata di definirla, ma non quel freddo delle persone distanti e inaccessibili, né il tono che il Cancelliere Supremo all’epoca usava nelle sue apparizioni pubbliche o in privato.
Qualcosa, in quella voce, sembrava avere una vita propria.
Lanciò uno sguardo velocissimo in direzione di Boba, cercando di interpretare nel suo viso la stessa sensazione che le stava attanagliando la testa, ma l’uomo continuava a fissare la scatola senza condividere con lei nemmeno un’occhiata. Si calò ancora di più nel proprio nascondiglio, quasi come se quella voce potesse vederla anche senza le iridi del suo padrone, trovandosi senza nemmeno accorgersene ad evitarne il contatto proprio come le aveva insegnato Jango quando si erano ritrovati a fronteggiare lo Jedi. Si sforzò di lanciare la propria testa altrove, tenendo le parole dell’Imperatore a distanza, mescolandole al suono delle onde di Kamino ed al ricordo della voce del suo compagno. Al saluto del sovrano della Galassia seguì il parlare delle altre figure apparse nei comunicatori, quelli che chiaramente erano i Signori Oscuri dell’Impero di cui anche Boba ne era a parte.
Fu proprio lui a parlare, una volta terminati i saluti. “I sacerdoti hanno confermato più volte di non conoscere il funzionamento degli oggetti che le hanno inviato, Imperatore, ma i sistemi di scansione non hanno riportato nulla di potenzialmente esplosivo o di forme di energia considerate instabili. Sono stati ritrovati in uno dei loro edifici più antichi, quello che chiamano …” si fermò, quasi cercando di recuperare la parola “… piramide minore. Hanno un rapporto piuttosto strano con il loro passato, e da quanto ho capito credo che siano stati più che felici di omaggiarla di questi artefatti”.
“Per fortuna che qualcuno si ricorda di me”.
La donna si sforzò di lasciarsi scivolare quella voce oltre la pelle, costringendo gli occhi a fissare le altre forme apparse nei comunicatori, nessuna delle quali manifestava anche solo una scintilla di quello che emanava il loro sovrano. Riconobbe subito Darth Maul, l’iridoniano, il Sith che l’aveva prelevata dalle profondità del Tempio e che aveva compreso essere un grande amico di Boba: era senza dubbio il membro meno loquace nella congregazione, e si limitava a far scorrere la testa dalla cassa al cacciatore di taglie. Cercò di individuare tra i rimanenti la figura di Tarkin, il governatore che Boba aveva menzionato almeno cento volte nel corso del loro viaggio, ma i maschi umani con l’avanzare degli anni finivano per sembrarle un po’ tutti uguali e tre dei Signori Oscuri potevano benissimo corrispondere alla descrizione fin troppo generica nell’aspetto esteriore data dal suo compagno. Se si fosse sporta dalla sua postazione forse sarebbe riuscita ad incrociare lo sguardo con quello con indosso una divisa militare, ma rimase inchiodata nel nascondiglio anche solo per non mettere Boba nel pericolo.
L’ultima figura comparsa nell’ologramma, un maschio giovane dai capelli chiari che le dava le spalle, si sporse in avanti. “Mio Imperatore, così ci colpisce. Io personalmente ho sempre …”
“Kaspar, arrotola la lingua ed usala quando sarà necessario. Adesso gradirei aprire quella scatola e vedere cosa ci ha inviato il faraone”.
Seguì un silenzio immediato nel momento in cui il sovrano diede l’ordine. I presenti si voltarono tutti in direzione di Boba e del misterioso contenitore, ed il cacciatore di taglie iniziò ad armeggiare lungo le superfici come i sacerdoti gli avevano illustrato. Ad ogni suo tocco alcuni simboli si illuminarono, collegandosi gli uni con gli altri medianti sottili strie color arancione, ma Zam non vide né scintille né emissioni di strani vapori mentre le dita di Boba tracciavano il corretto codice di innesco. Gli insetti decorati mossero le ali per via di qualche loro strana diavoleria, e con un click quasi impercettibile il coperchio si discostò dal resto della scatola. Uno degli spettatori più anziani, un umano dal lungo vestito bianco, si sporse dalla sua postazione olografica come per sbirciare per primo.
Gli oggetti vennero presi da Boba uno ad uno, con la massima lentezza, e ciascuno venne prima sottoposto allo sguardo dell’Imperatore per poi essere esposti lungo un supporto fluttuante che aveva recuperato dai magazzini della Slave I. Erano oggetti non molto grandi, dalle forme più disparate, ed a parte alcuni che dovevano per forza essere dei gioielli … di altri non avrebbe saputo dirne l’utilità. Jango aveva sempre avuto un debole per l’arte -molti dei suoi committenti lo avevano ingaggiato per recuperare manufatti, statue o dipinti, specie degli studiosi di arte esotica come i Chiss- e diversi oggetti erano passati per le loro mani, ma la donna non sarebbe stata in grado di ricondurli a nulla che conoscesse. Ne contò sette, di cui una sfera non più grande del pugno di un bambino. Molti manifestavano delle forme appuntite, e l’unico dettaglio che avessero in comune era che fossero tutti realizzati in oro -almeno in apparenza- e recassero il marchio di quello che sembrava un occhio stilizzato. Alcuni, quelli dalle forme più bizzarre, tintinnarono nel momento in cui Boba li appoggiò per esporli.
“I sacerdoti hanno usato delle espressioni particolari per questi ritrovamenti. Il droide protocollare ha optato per tradurli con il termine … Oggetti Millenari”.
“Lasciamo la semantica agli studiosi, governatore Fett. Tutto ciò che proviene da Nagada merita attenzione, come voi ben sapete. Se questi oggetti hanno una qualche utilità, desidero esserne a conoscenza nel minor tempo possibile. E con la massima discrezione, nei limiti delle vostre dubbie capacità”.
Fece un rapido movimento con la mano, ma dalla sua posizione a Zam sembrò quasi che stesse contando. “Che coincidenza, miei Signori Oscuri” fece, e anche la leggera distorsione del proiettore portò nelle sue orecchie un fastidioso senso di ironia. “Ci sono sette oggetti per sette di noi presenti. Direi che adesso ho solo l’imbarazzo dell’assegnazione!”
 
  
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