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Autore: Kanako91    10/09/2022    1 recensioni
Chi erano l’Esterling Nero e il Re Stregone di Angmar prima di diventare famosi come Nazgûl?
Come sono entrati in possesso dei rispettivi anelli?
Nove erano gli anelli dati agli Uomini e questa è la storia di due di loro, tra Númenor e l’Est della Terra di Mezzo.
Genere: Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash | Personaggi: Khamûl, Sauron, Stregone di Angmar
Note: Lime, Missing Moments | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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Parte I. Il tenente - Capitolo 1. Impero in frantumi


Prima di iniziare...

Ho questa storia in lavorazione dal 2016 (tanto che ho pubblicato pure “Ostriche e marinai”, nata dal plotting che avevo fatto) e l’ho scritta nel 2019, nonostante si faccia riferimento ad alcune vicende narrate (soprattutto quelle di Khamûl) in altre mie storie.

Quindi, qualsiasi punto di contatto con la serie tv in corso è puramente casuale. Sono tranquilla che non dovrebbero esserci per la parte di Khamûl, perché mi sembra che nessuno si stia interessando all’Est e all’Harad, ma Númenor è un’incognita, perciò ho preferito specificare.

Per facilitare la lettura, vista la presenza di molti personaggi che passano un po’ al volo ma sono utili per il disegno generale, all’inizio di ogni capitolo ci sarà uno specchietto con i personaggi e i luoghi nominati.

Buona lettura!




Due anelli


Parte I. Il tenente




Nomi utili:

Khamûl: futuro tenente dei Nazgûl (unico con un nome canonico)
Hurren: zia di Khamûl
Badem: secondo marito della zia di Khamûl
Gente del Sole: gli Esterling
Gente del Serpente: gli Haradrim
Uomini della Morte: i Númenóreani




Capitolo 1. Impero in frantumi




Una grossa nuvola nera coprì il cielo sopra il villaggio di Khamûl: oscurò il sole ma alleviò anche l’arsura, con temporali e piogge torrenziali che alimentarono piccole oasi secche da anni. All’apparenza una benedizione, che diede da bere al bestiame e placò le paure di chi si chiedeva cosa sarebbe successo se la siccità si fosse protratta e gli uomini fossero rimasti lontano, in guerra per il loro signore.

Quegli uomini tornarono pochi mesi dopo e avrebbe potuto sembrare un’altra benedizione. Ma i superstiti delle guerre a Ovest portarono con sé storie spaventose: alti uomini del mare su grosse navi dalle vele nere avevano distrutto le imbarcazioni del Doragmalik, e demoni pallidi avevano falciato via ogni resistenza da parte delle truppe di terra.

Gli uomini erano tornati sì, ma feriti, mutilati e terrorizzati.

Le notizie del crollo del Doragmalik e dello sfaldamento dell’impero si susseguirono rapide a causa degli attacchi e delle razzie da parte delle tribù vicine, determinate ad avere la meglio sulle altre attaccandole per prime. Anni di pace e collaborazione disintegrati dal ricordo di vecchie faide e inimicizie che il Doragmalik aveva soppresso, ma non curato.

Attacchi simili per Khamûl erano stati solo racconti degli anziani, che ne avevano avuto vaghi ricordi di quando erano stati bambini e il Signore aveva appena iniziato la conquista delle terre del Sole e a dominarne i capitribù.

Così come erano diventati racconti quei capitribù tra la Gente del Sole e quella del Serpente che avevano servito per primi il Doragmalik e da lui avevano avuto in dono un enorme potere. Figure mitologiche, i cui nomi erano annoverati tra quelli degli spiriti dei deserti a cui far voto prima di avventurarsi tra le dune cangianti.

A cui chiedere protezione quando giungevano da Ovest notizie degli arrivi degli Uomini della Morte sulle loro grandi navi dalle vele nere.

Ma ora quelle navi avevano arrecato ancora una volta danno alla Gente del Sole: avevano sconfitto il loro signore e le tribù erano di nuovo divise e in lotta tra loro.

Khamûl faticava a ricordare i racconti degli anziani, perché nuovi racconti, nuovi ricordi, si formavano davanti ai suoi stessi occhi. Di guerrieri su bighe rosse che attraversavano la via principale del villaggio, scoccando frecce contro chiunque capitasse a tiro, per terrorizzare gli abitanti finché qualcuno non si fosse fatto avanti a offrire quel che cercavano: i loro pochi beni, donne, ma spesso solo cibo.

Una di quelle volte, Khamûl si ritrovò a spingere sua madre via dalla strada centrale, tra le catapecchie di cui era composto il loro villaggio, per metterla al sicuro finché non fosse passata l’ondata di morte e violenza della tribù vicina. Non gli rimanevano altri parenti se non sua madre e sua zia. Avrebbe fatto di tutto per proteggerle.

A dispetto delle sue intenzioni, la zia uscì dalla catapecchia che chiamavano casa proprio mentre gli invasori del giorno galoppavano per il loro villaggio tra le urla degli abitanti.

«Hurren!» la chiamò sua madre e la seguì fuori, forse nella speranza di riacciuffarla e tirarla dentro.

Khamûl le seguì. «Baba, non uscire anche tu».

Essere l’unico uomo di casa voleva dire anche quello, nonostante avesse solo dodici anni e la paura gli avesse stretto il suo pugno intorno allo stomaco.

Sua zia, però, non sembrava toccata dalla paura. Avanzava a testa alta, sciogliendo il velo con cui copriva la testa per il lutto, fino a rivelare al sole i capelli scuri, che scendevano in onde morbide e corpose oltre le sue spalle.

Khamûl ricordava sempre sua madre come una bella donna, anche se negli ultimi anni era dimagrita per le preoccupazioni, eppure in quel momento vide in sua zia la bellezza della speranza.

Una biga tagliò la strada alla zia, che si fermò con le mani sui fianchi. Invece di attaccarla subito, i due uomini saltarono a terra davanti a lei.

«Ho bisogno di un marito» annunciò la zia a gran voce.

Uno dei due uomini ghignò. «Perché dovremmo starti a sentire? Potremmo prenderti qua stesso, in mezzo alla strada, e tu non potresti far nulla per fermarci, né accampare alcuna pretesa di onestà. A maggior ragione quando ci sei venuta incontro di tua volontà e a capo scoperto».

Ma la zia proseguì senza dar segno di averlo sentito. «Mio marito è morto in guerra, combattendo probabilmente al vostro fianco. Avreste potuto essere voi al suo posto e invece siete qui, ancora vivi, e con abbastanza tempo e risorse a disposizione da andare nei villaggi vicini a far danni».

Baba rimase dov’era, le mani premute al petto, e Khamûl le avvolse un braccio intorno alle spalle. Nel farlo, si accorse per la prima volta di quanto fosse cresciuto.

«È uscita di senno» mormorò sua madre.

Khamûl non aveva idea di cosa lui avrebbe fatto se l’avessero assalita. Avrebbe voluto giurare che si sarebbe lanciato in sua difesa, ma non era armato né addestrato come loro, e soprattutto aveva anche sua madre da proteggere.

Poteva solo confidare nella zia e pregare il Signore di Tutto che quel confronto volgesse per il meglio.

«Non siamo qui perché non abbiamo altro da fare. Dobbiamo portare il cibo in tavola anche noi» disse sempre lo stesso uomo.

Ma il secondo scrutava zia come se stesse valutando qualcosa.

«Allora siamo in due» disse zia, fuori dai denti. «Queste razzie non ci stanno lasciando un bel niente e sono stanca di dover contare su mio nipote, che non è ancora uomo, per la sicurezza della nostra casa».

Gli occhi dei due uomini saettarono verso Khamûl e, a giudicare dalla velocità con cui li distolsero, non lo trovarono una minaccia maggiore di sua zia.

Come farlo sentire meglio!

«Ma tua sorella ha avuto un figlio, tu no. Quindi come puoi dimostrare che saresti una buona moglie?» disse il primo uomo.

«È mia cognata e sono stata sposata una sola settimana prima che la guerra mi togliesse mio marito» disse zia. «Vorrei vedere se voi avreste il tempo di dimostrare di essere buoni mariti nello stesso lasso di tempo».

Il primo uomo aprì la bocca per rispondere, ma il secondo gli posò una mano sulla spalla e con l’altra sfilò l’elmo. Aveva tratti affilati e ruvidi, i capelli folti e ondulati che gli cadevano intorno al collo, fino a sfiorare gli spallacci. Se avesse mangiato di più e vissuto una vita più agiata, sarebbe stato un bell’uomo.

«Basta così, Sahim» disse quello. «Ho perso mia moglie mentre ero via in guerra e, ora che siamo in pace, l’idea di poter costruire una famiglia non mi dispiace».

Superò l’altro uomo in direzione della zia e le offrì una mano.

«Posso essere tuo marito, se così ti aggrada».

La zia fece una gran scena di studiarlo dalla testa ai piedi. Gli girò intorno con aria critica e gli toccò le braccia, il petto, gli controllò i denti e arrivò persino a fargli scivolare una mano sotto il gonnellino, per ritirarla con un sorriso malizioso che fu riflesso da quello dell’uomo.

«Potresti andare bene» gli disse, con disinteresse simulato.

E così, quel giorno, si celebrò uno dei primi matrimoni tra le tribù allo sbando.

L’inizio di una nuova, fragile pace.


* * *


Badem e la zia si dimostrarono una coppia parecchio –come dire– produttiva, con tre figli e un quarto in arrivo.

Khamûl si ritrovò con cugini inaspettati che guardavano a lui come un mito nonostante non avesse fatto granché per meritarsi una simile adorazione.

Allo stesso tempo, Badem era diventato per lui il padre che non aveva avuto e forse anche lui si chiedeva come si fosse conquistato l’ammirazione di un ragazzino che stava diventando uomo.

Un giorno, Khamûl era fuori dal villaggio con Badem, a caccia di serpenti per foderare il manico degli archi, quando all’orizzonte si levò una nube che prometteva una tempesta di sabbia.

O almeno così riferì Khamûl a Badem, che però si fece scuro in volto.

«Una tempesta di sabbia sarebbe più misericordiosa» disse lui. «Torna al villaggio e avvisa che saremo presto sotto attacco».

Khamûl non se lo fece ripetere due volte, girò i tacchi e corse verso il villaggio. Non ebbe bisogno di chiedere perché Badem fosse rimasto indietro. C’erano sempre pastori nei dintorni e Badem doveva richiamare anche loro: erano le uniche altre braccia armate a disposizione.

Giunto al villaggio, Khamûl urlò «Attacco!» mentre correva fino al grande tamburo nella piazza centrale, per poi mettersi a suonarlo a ritmo dell’allarme.

In quattro anni di pace quasi completa, i villaggi nati dall’incontro tra tribù diverse potevano non essersi arricchiti a dismisura da diventare vere cittadine, ma avevano molto più da perdere in termini di vite. I ragazzi che non erano stati in grado di prendere le armi alla caduta del Doragmalik ora erano adulti, ma erano anche aumentati a dismisura i bambini e quindi le teste da proteggere.

Khamûl lasciò il tamburo a una donna accorsa a dargli il cambio e rientrò in casa per armarsi.

Poco dopo rientrò anche Badem, con gli occhi sgranati, e lo prese per le braccia.

«Non sono fratelli di altre tribù» disse. «Sono gli Uomini della Morte. Sono arrivati fin qui».

Khamûl corrugò la fronte. «Come–?»

«Ho sentito notizie di loro razzie nell’entroterra, ma in genere non si spingono così all’interno, non nel deserto».

«Possiamo combatterli, no?»

Badem si affrettò a infilare la corazza, i bracciali e l’elmo, senza dare davvero una risposta.

La zia entrò in quel momento.

«Ho sentito l’allarme» disse e raggiunse il marito per assicurargli meglio le cinghie dell’armatura, come se questo potesse cambiare qualcosa.

Khamûl non aveva una corazza, ma aveva delle armi, rimasugli di altre razzie e soldati morti. Non era abbastanza per affrontare un attacco, ma per difendere la sua famiglia sì.

Lasciò la zia e Badem, per andare a trovare sua madre nell’ingresso della casa, i figli della zia intorno a lei.

«Conviene nascondervi nella cantina» disse loro e li guidò verso la botola nascosta da un tappeto vecchio e impolverato che cercava di dare un’aria confortevole e accogliente all’ingresso.

Sua madre annuì e indirizzò i bambini come pecorelle verso la cantina. Scese lei per prima e Khamûl le passò i bambini, uno ad uno, finché non sentì la presenza della zia alle sue spalle.

Il ventre era tondo come Khamûl riconosceva essere alla metà della gravidanza. Era sempre stata agile ma questa volta c’era una pesantezza diversa nei suoi movimenti. Le diede una mano a scendere dalla scaletta e richiuse la botola, coprendola di nuovo col tappeto.

Badem lo guardava dalla porta della casa, il volto segnato da nuove linee che non c’erano state prima.

«Proteggi la casa per me» gli disse.

Khamûl gli andò incontro, le braccia tese, e Badem non si fece pregare. Lo abbracciò, posandogli un bacio sulla testa e mormorando quello che suonava come “Figlio mio”.

La gola chiusa da un nodo, Khamûl si tirò indietro.

«Ci vediamo più tardi» disse.

Badem annuì e uscì.


* * *


Così come erano arrivati in una nube di polvere, così gli Uomini della Morte se ne andarono. A Khamûl non restò che gettare fuori casa i cadaveri dei due uomini con cui si era battuto e uscire in strada alla ricerca di Badem.

Non avrebbe aperto la botola finché non avesse saputo cosa ne era stato del marito della zia.

Per le strade, i superstiti si aggiravano a controllare i danni subiti e altri –come Khamûl– erano alla ricerca dei propri cari tra i corpi per strada.

La disparità numerica tra i caduti dei locali e quelli degli invasori era agghiacciante. C’erano persino alcune donne del villaggio, di quelle poche che non si erano nascoste e che non erano state catturate come schiave. Succedeva anche con i ragazzini, aveva scoperto Khamûl in quegli anni, e si riteneva fortunato di aver scampato una simile sorte.

Quel che gli aveva fatto torcere lo stomaco più di tutto era stato scoprire che a volte erano le tribù stesse a consegnare prigionieri agli Uomini della Morte, come tributo per aver salva la vita.

Peccato che in questo modo condannassero i loro stessi fratelli.

Khamûl arrivò fino all’ingresso del villaggio dove, a giudicare dai segni rimasti a terra, c’era stato il primo impatto tra le due forze. Lì si trovava il grosso dei morti e dei feriti. Il fetore di liquami e sangue sovrastava tutto e i gemiti che si levavano tra i corpi erano lievi.

«Badem!» chiamò Khamûl, aggirandosi tra i corpi, la camicia premuta su naso e bocca per filtrare gli odori, altrimenti avrebbe rimesso e non sarebbe riuscito ad andare avanti.

E lui era determinato a trovare Badem.

Tra i corpi, intravide Khoran, gli occhi rivolti al cielo, la bocca spalancata. Era bello anche nella morte, nonostante l’espressione sul suo viso fosse di dolore e disperazione, non di piacere come Khamûl l’aveva vista l’ultima volta.

Gli si chinò di fianco per calargli le palpebre e sollevargli la mascella, un gesto inutile se qualcuno non si fosse occupato del suo corpo, perché presto sarebbero arrivati avvoltoi e sciacalli a banchettare.

Doveva trovare Badem.

Lo doveva alla zia, ai suoi cugini e a sé stesso.

Si raddrizzò e chiamò ancora il suo nome.

Gli rispose un gemito e Khamûl si mosse in quella direzione. Superò un uomo del villaggio senza gambe e un altro col ventre aperto all’aria mentre il petto si alzava e abbassava piano, quasi stesse dormendo.

Tra altri cadaveri, ecco Badem.

«Sei vivo!»

Gli si inginocchiò di fianco e lui abbozzò un sorriso nel rivolgergli lo sguardo.

«Non posso dire lo stesso per gli altri. Né posso prometterti che lo sarò a lungo».

Khamûl si accertò che avesse tutti gli arti al loro posto –ognuno dove doveva essere– e che nessuna delle ferite sembrasse troppo grave. Ma bastò che lui gli sollevasse un braccio per alzarlo da terra perché a Badem sfuggisse un sibilo di dolore.

«Le costole, temo» gli disse. «Quando sono caduto, un cavallo mi è passato sopra».

«Ti porto dalla zia. Lei saprà cosa fare».

Badem abbozzò un altro sorriso, ma il suo viso era troppo stanco.


* * *


«Khamûl!» lo chiamò la zia. «Vieni. Ti vuole parlare».

Lui lasciò la porta che stava assemblando e fece segno al più grande dei cugini di tenere d’occhio gli attrezzi –perché i due più piccoli ne stessero alla larga– e raggiunse la zia nella camera che condivideva col marito.

«Come sta?» le chiese.

La zia distolse lo sguardo, per la prima volta con aria sconfitta. Non era da lei.

«Khamûl».

Dal letto, la voce di Badem era poco più di un rantolo.

Lui lo raggiunse e gli si sedette al fianco, mentre la zia spariva oltre la porta.

«Non vorrai lasciarci?» disse, cercando di prenderlo in giro, ma la sua non sembrava una battuta. «Il bambino che nascerà, non vuoi vederlo?»

Badem sospirò, con un gorgoglio.

«Non durerò per i mesi che mancano» gli disse. «Respirare è così faticoso».

Khamûl gli prese la mano abbandonata sul lenzuolo grezzo e la strinse tra le sue.

«Allora risparmia il fiato».

Badem tirò le labbra in un sorriso. «Devo chiederti un favore».

Khamûl si chinò verso di lui.

«Lo so che sei giovane e vuoi vivere la tua vita, ma promettimi che ti prenderai cura di loro. Proteggili in mia assenza. Fai quel che ritieni necessario, ma assicurati che non cadano vittima di un’altra razzia».

Badem ansimò dopo tutte quelle parole. Si stava sforzando troppo.

«Non parlare più del dovuto» gli disse Khamûl.

«Devo, è l’ultima volta». Badem prese boccate d’aria poco profonde. «So già che tua zia si metterà in testa di trovare un altro marito e permettile di farlo, se lo vorrà. Ma se non se la sente davvero, ricordale che ci sei tu a occuparti di lei, i nostri figli, e tua madre. Non sei più il bambino che Hurren ha cercato di proteggere anni fa, anche se tende a dimenticarlo».

Khamûl si ritrovò a sorridere. «Tu no».

«No, e non solo perché ho visto come ti piace passare il tempo».

Le guance di Khamûl si scaldarono al tono divertito di Badem.

«Promettimi che lo farai».

«Avresti potuto risparmiare il fiato, Badem. Lo avrei fatto comunque».

Badem gli abbozzò un sorriso, le palpebre a mezz’asta.

«Mandami qui Hurren».

Quella fu l’ultima volta che Khamûl vide Badem vivo.


* * *


Quando il quarto figlio della zia nacque –un altro maschio–, lei non esitò un attimo nel decretare: «Badem. Si chiamerà Badem, come suo padre».

Khamûl annuì e andò a riferirlo ai cugini, mentre sua madre si occupava del neonato e della zia.

Da quando Badem era morto, un piano era andato formandosi nella sua testa. Ma aveva dovuto attendere il parto della zia per poter definire una data precisa per la sua partenza.

Così, a un paio di settimane dalla nascita del piccolo Badem, Khamûl raccolse sua madre e sua zia intorno al fuoco e disse loro: «Andremo a Doragzûl».

Il silenzio che seguì gli diede coraggio.

«Aspetteremo qualche mese perché il piccolo sia abbastanza grande per viaggiare, e ce ne andiamo da qui».

«Non possiamo viaggiare da soli» disse la zia.

«Lo so, infatti volevo approfittare del passaggio di Windor da queste parti. Sarà un Sempregiovane, ma viaggia armato. La sua carovana è il modo migliore per raggiungere la vecchia capitale senza correre rischi inutili».

Sua madre fece uno scongiuro. «Non mi piacciono i Sempregiovani. Sono parenti dei demoni pallidi che hanno causato tutto questo».

Tra le braccia della zia, il piccolo Badem protestò.

«In questo caso ci servono» disse Khamûl. «Questo Sempregiovane in particolare ha sempre avuto tutto l’interesse perché le tribù fossero in pace». Era stato grazie a lui se quel villaggio era diventato abbastanza fiorente da attirare gli Uomini della Morte. Ma non era il caso di sottolinearlo.

Sua madre pareva ancora poco convinta, ma la zia scoprì un seno per allattare il piccolo Badem e sollevò lo sguardo verso di lui.

«Una volta alla capitale cosa vuoi fare?»

Khamûl si mise in piedi.

«Arruolarmi».






Nota dell'autrice


Finalmente riesco a dare alla luce questa storia!

Chi ha letto “Caccia Grossa nell’Est” ha visto nominare i tempi di Khamûl (aka il Nazgûl che cerca “Baggins” nella Contea) ed è quando scrivevo quella storia che avevo già un po’ di idee, ma per riuscire a trovare una forma al tutto ho avuto bisogno di definire Númenor e poi il famoso Re Stregone di Angmar prima che fosse un Nazgûl.

Mi sembra superfluo sottolineare che questa storia (in entrambe le parti) vuole mostrare ciò che non si vede dietro la narrativa ufficiale rappresentata da Il Signore degli Anelli e Il Silmarillion (narrativa dal punto di vista di Elfi e Uomini, e Hobbit che hanno conosciuto le loro versioni della storia), ma lo ribadisco perché non si sa mai ;)

Ci saranno altri 5 capitoli su Khamûl (uno alla settimana), poi una pausetta a novembre e passiamo al bad boy che solo un non-uomo poteva ammazzare!

Qualche nota specifica sul capitolo:

  • “Uomini della Morte” per riferirsi ai Númenórëani così come la descrizione delle loro navi sono ispirate al racconto incompleto “Tal-Elmar” presente nel volume XII della HoME. È forse l’unico racconto in cui si intravede il punto di vista degli Uomini della Terra di Mezzo durante la Seconda Era, quando Númenor era una potenza navale (e coloniale) che si stava facendo largo ovunque il mare la portasse. C’è un certo bias per cui Tal-Elmar è meglio perché mezzo-Númenórëano ma lo ignoriamo perché non ci piacciono i bias. La gente della Terra di Mezzo è degna di rispetto quanto gli altri benedetti dai Valar.
  • I nomi con cui il pov Esterling indica il suo stesso popolo e gli Haradrim sono (ovviamente) opera mia, perché “Orientali” e “Sudroni” usati nel resto dei testi sono chiaramente denominazioni dal pov Occidentale e, anche qui, a noi piace il relativismo culturale.
  • Per chi non avesse letto CGnE, quando si parla di “Signore di Tutto” nell’Est e nel Sud post-dominio di Sauron non si parla di Eru ;)
  • Doragzûl è presente sempre in CGnE ed è una città inventata da me per ricoprire un ruolo in una vicenda della “mitologia” degli Uomini. Quale vicenda non è rilevante per questa storia, ma lo è per CGnE, quindi non elaboro oltre :D
  • Doragmalik sta sostanzialmente per "Gran Re". Che inizi per "dorag" come Doragzûl è una sorta di slittamento di significato avvenuto col tempo e nemmeno troppo casualmente...
  • Il nome di Badem me l’ha involontariamente ispirato Melianar, la signora dei nomi. Il resto dei tentativi di dar nomi coerenti a quello di Khamûl (circa) è frutto del mio pigiare tasti sulla tastiera finché non ottenevo suoni adatti ahahah! Scherzo… o forse no?

Grazie a chi ha letto fin qui e alla prossima settimana,

Kan


   
 
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