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Autore: Dira_    13/11/2022    2 recensioni
[Seguito de "Nella Selva Oscura"]
Castiglioscuro non è più un problema per le Silvani. Lo è il bosco, e ciò che contiene.
Un mostro si è risvegliato tra gli alberi e una barista di paese si è resa conto che non più essere soltanto quello.
Rosi deve tornare nell'Altrove, un mondo popolato da spettri, criptidi e mostri; deve trovare il coraggio di affrontarli e forse affrontare sé stessa.
Nell'Altrove è facile smarrirsi: puoi dimenticare di essere un mostro per scoprire il primo amore, puoi cominciare a dubitare che obbedire agli ordini sia sempre giusto. Puoi scoprire che no, non lo è.
Perché nell'Altrove vi è una sola certezza: una volta che lasci il sentiero, è allora che la storia comincia davvero.
Genere: Fantasy, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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17.
 
Bice ha un appuntamento con Lietta alle fonti. All’ora terza le fonti sono deserte, bruciate dal sole, l’acqua che si riflette in mille bagliori.
Bice beve dal rocchio d’acqua a piene mani, bagnandosi le vesti ormai ridotte a stracci. E’ bastata una settimana perché il bosco l’abbia ridotta in una creatura selvatica.
Non le interessa. Se è tornata nel Clarus è solo per sua sorella: per chiederle degli spostamenti di Benedetto e per assicurarsi che stia bene.
Attende, ma Lietta non arriva. Il sole continua la sua corsa nel cielo e presto le donne torneranno alla fonte. 
Beatrice non può attendere, ma l’ansia le rode lo stomaco come un topo farebbe con un sacco di grano. 
Perché Lietta non è venuta all’appuntamento? 
Bice si decide; si allontana dalle fonti e scivola tra le ombre degli alberi, al limitare della linea del bosco. Entra in paese.
La prima cosa che nota è che il paese è … vuoto. Non vi sono persone lungo la via principale, la polvere data dai tanti passaggi di uomini e bestie non è sollevata, tutto è immobile.
Per un attimo Beatrice si chiede se non stia sognando. Si nasconde tra le case, perché non vuole farsi vedere, ma non serve. Non c’è nessuno.
Arriva all’aia di casa senza aver incontrato un cristiano; le finestre sono sbarrate. Da dentro le case sente il vociare sommesso, rumori. Sente i versi delle bestie nelle stalle. Il paese non è abbandonato, ma si è nascosto dietro mura, recinti, granai. 
Bice entra nell’aia, in cui si allungano la penombra del pomeriggio.  
Cosa sta accadendo?
È un rumore forte alla sua destra a riscuoterla. Un movimento dentro la porcilaia le fa capire che c’è qualcuno. Spera in Lietta, ma quando apre la porticina incrostata di fango e paglia è Duccio che trova.
Il ragazzo ha la pala sollevata di fronte a sé, pronto a colpire. Quando la vede sgrana gli occhi e abbassa subito l’arma improvvisata.
“Beatrice!” esclama. “Che spavento! Non pensavo fossi tu!” 
“Che sta succedendo?” dice alzando le mani, ma non serve, Duccio non è spaventato da lei. Sembra anzi sollevato.
Considerando che non è esattamente nelle grazie dei suoi compaesani si chiede di cosa allora abbia paura il ragazzo.
“Il lupo demonio ha colpito ancora,” mormora Duccio, come se avesse paura di svegliare qualcosa. “Ormai non si esce neppure il giorno.”
“Ha colpito col sole?”
Duccio scuote la testa. “No, ma stanno sparendo persone dalle case. Viene a prenderti,” dice con gli occhi enormi di paura. “Chi non è in chiesa a pregare è chiuso dentro casa, ma io … i maiali hanno bisogno di mangiare e gli altri han troppa paura per uscire.”
Bice fa un passo in avanti e mettendogli una mano sulla spalla. Il ragazzo non si scosta. Tira un sospiro e si rilassa.
“Pensavo fossi il lupo…”
Non è lei il problema del paese adesso.
“Aspettavo Lietta alle fonti. Non è venuta. Sai dov’è?”
Duccio alle sue parole impallidisce. Ha realizzato qualcosa e il cuore di Bice si stringe in una morsa.
“Non lo sai?” le dice con un filo di voce. “Lietta è una delle persone che sono state prese.” 
 
*** 
 
Non avrai quel che cerchi, in mani d’uomo non deve andar. 
Ai noi spiriti appartiene, dilaniato tu finirai.
(Frammento di Oscurità, Barad Guldur) 

 
Rosi tornò in paese all’alba. Non era riuscita a lasciare casa di Tobia dopo la rivelazione trovata nel libro di Matilde. 
Benedetto è ancora vivo?
Non era possibile. Per quanto sembrasse appartenere all’Altrove era comunque umano, e doveva essere morto. Come tutti.
Secondo Tobia però l’uomo era qualcosa di più. Era un mago.
 
“... lo sai quanto sono rari? Quelli veri intendo, non i ciarlatani da televendita!”
“Quello che è stato fatto su questo libro va oltre il soprannaturale che conosciamo. Ha mandato in confusione lo spirito della biblioteca. Matilde sa sempre chi tocca i suoi libri, ma non ha idea di chi ha disegnato questo simbolo.”
 
Róisín non sapeva cosa fare: avrebbe voluto parlare con sua madre, ma Marina era stata allontanata dalla Confraternita. Non poteva rischiare di trascinare una persona già compromessa in una situazione che avrebbe potuto definitivamente metterla nei guai.
Era sua madre. Doveva proteggerla.
La donna si fermò di fronte alla porta nord del paese. “Grazie per avermi accompagnato,” disse voltandosi verso il compagno che era qualche passo dietro a lei.
Tobia si strinse nelle spalle. “Non ti lascio andare in giro da sola.”
“Il regolo di giorno non è un problema…”
“Forse avevo solo voglia di rimanere ancora con te.”
Róisín arrossì. Il paese alle loro spalle era ancora addormentato, tranne qualche gatto che lesto attraversava la strada per rientrare in casa dopo le sue avventure notturne. Era il momento che preferiva: appena lontano dalla notte, non ancora vicino al giorno. Malacena in quel momento respirava quieta come un gigante di pietra addormentato.
Róisín annullò la distanza tra lei e Tobia per baciarlo. L’altro la strinse a sé, con un sospiro contento. “Prima o poi dovremo aggiornare il resto del paese…” mormorò passandogli le dita tra i capelli. “Su di noi, intendo.” 
Tobia socchiuse gli occhi, come un gatto a cui era stata fatta una carezza particolarmente azzeccata. “Cerchiamo prima di sopravvivere a questo guaio.”
Róisín sospirò. In quella terra di mezzo che era l’alba i suoi poteri erano ancora più acuti e le sensazioni che aveva provato sognando tornavano come onde avrebbero fatto sulla spiaggia. 
Tobia si scostò, guardandola negli occhi. “Non me ne vado da nessuna parte,” disse, quasi avesse indovinato i suoi pensieri. Da ragazzino l’aveva fatto spesso, forse ne era ancora capace. “Sarò sempre qui, nel cimitero. Per il paese. Per te.”
"Senza offesa Bia, ma è una frase un po’ inquietante…”
Tobia ridacchiò, tirandosela contro e baciandole la testa. “Non intendevo dire che il cimitero ti aspetta da morta, ma da viva,” spiegò divertito. “È anche casa tua.”
Róisín sbuffò. “Sembra quasi che tu mi stia offrendo di convivere.”
“Forse.”
Róisín gli mollò un pugno sulla spalla, un po’ per gioco un po’ per nascondere il fiotto di ansia, gioia e confusione che la investì. Non era il momento. Non ancora. Sentirsi felici in quella situazione era inadeguato. “Vado ad aprire il Bar. Sta’ attento mentre torni a casa.”
Tobia indicò con un cenno della testa dietro di sé. All’ingresso delle mura c'era Ermione, la gatta del cimitero.
“Non preoccuparti, ho la scorta.” la salutò con un ultimo bacio, un cenno della mano e poi si avviò verso casa tallonato dalla gatta. 
Róisín rimase lì finché non furono più in vista. Poi, con un sospiro, varcò la porta delle mura ed entrò a Malacena.
 
***
 
Il letto era diventato per Caterina un’isola avulsa da ogni contatto con la realtà. 
Non che volesse entrarci in contatto, con la realtà: era uno schiaffo in faccia, era realizzare che aveva avuto una ragazza e che era tutto finito in una bolla di sapone.
L’adolescente sentì gli occhi riempirsi di lacrime e seppellì il viso nel cuscino per fermarle … o lasciarle scorrere senza che le imbrattassero la faccia.
Maddalena non le aveva detto su cosa le avesse mentito, ma poteva immaginarsi benissimo cosa fosse.
 
Non ti piacerebbe sapere cosa faccio quando esco di notte.
 
Caterina udì la porta di camera aprirsi e fece per voltarsi e mandare al diavolo l’intruso, ma quando realizzò che era sua sorella esitò. Non aveva voglia di mettersi anche a litigare.
“Che vuoi?” borbottò.
Róisín fece una smorfia. “Non sono io quella di cattivo umore di solito?”
“Mica hai l’esclusiva,” ribatté. Poi notò che l’altra aveva un sacchetto di carta in mano e un bicchiere di plastica che reggeva con la punta delle dita, segno che scottava. “Sei venuta a portarmi la colazione?” domandò perplessa.
Non lo faceva mai.
“Sono venuta a controllare che fossi ancora viva. Non scendi da due giorni e la porta è sempre chiusa. Come va la gamba?”
Caterina tirò su con il naso e si mise a sedere, mostrando finalmente l’inglorioso stato della sua faccia.
Róisín aggrottò le sopracciglia. “Ti fa così tanto male?”
Caterina si strinse nelle spalle mentre l’altra non proponeva, attestava la sua presenza sedendosi accanto a lei sul letto. Le passò il bicchiere, da cui proveniva un delizioso odore di caffè latte caldo.
Caterina ne diede un sorso. “La gamba sta bene, ma è una storia lunga e te non hai mai tempo.”
Róisín rimase un attimo in silenzio, come se stesse valutando cosa rispondere. “Adesso ce l’ho,” decise infine. “C’è mamma ad aprire il Bar oggi.”
“Ultimamente fa un sacco di aperture…”
“Mi vuoi dire che hai?” 
Róisín era l’ultima persona con cui si sarebbe confidata. Sua sorella le voleva bene, ma non era il genere di persona a cui aprivi il cuore sperando in un saggio consiglio. Manco un abbraccio ad essere onesti, a meno di non essere fan di braccia legnose e imbarazzate pacchette sulla schiena.
Ma se quello passava il convento … “Io e Maddalena ci eravamo messe assieme, ma credo che lei mi abbia messo un palco di corna da qui a Catania… e quindi l’ho lasciata. E ci sto di merda. Perché mi sono innamorata sul serio.”
Róisín fissò la busta di carta contenente un probabile cornetto come se dovesse essere quello ad avere una reazione, e non lei. “Mi dispiace,” partì bene, allungando una mano per toccarle una spalla. “Non l’avevo capito.”
“Lo tenevamo nascosto perché lei non è dichiarata con la sua famiglia. Non hanno idea che le piacciono le ragazze. A parte Michi, credo. Ma vabbè, è Michi.” 
“Mamma lo sa? Di te e Maddalena?”
“Sì, gliel’ho detto.”
Róisín riprese a contemplare la busta di carta. Sembrava arrabbiata.
“Non volevo dirlo prima a mamma, ma lei ci è arrivata da sola, e Maddalena…”
“Mamma che dice di questa storia?” la interruppe brusca.
“Che vuoi che dica … non sa che ci siamo mollate, solo che stavamo assieme e che pensavo mi nascondesse qualcosa. Mi ha detto di parlarci … l’ho scoperto così.”
“Mamma ti ha detto di parlare con lei?” 
Quella conversazione stava prendendo una piega surreale. “Sì? È stato un buon consiglio, conseguenze a parte…”
“Forse è meglio così.”
“... è meglio che io e Maddalena ci siamo mollate?”
I ruoli si erano rovesciati: per la prima volta in diciassette anni fu sua sorella maggiore a mordersi la lingua per aver straparlato. “Hai sempre detto che non avresti mai voluto una relazione a distanza come quella di mamma e babbo,” obiettò cauta. “E lei non si è comportata bene.”
Caterina si mosse a disagio: nonostante la rabbia, non poteva dimenticare l’espressione di genuino dolore che aveva scorto nel volto della siciliana. “Non ho la certezza che mi metta le corna … è solo che esce di notte per andare a Firenze con Stefano, e non credo se la faccia con lui, ma…”
“Io penso tu abbia ragione,” disse Rosi con tono definitivo. “Fidati, è meglio così.”
Caterina percepì una fiamma di rabbia accendersi nello stomaco. Erano le stesse parole che le aveva detto Alina. Quella sicurezza granitica che Maddalena fosse una cattiva persona.
“Ma sai qualcosa?” le venne naturale chiedere. “Di Maddalena … sapevi che mi metteva le corna?”
Rosi la guardò e per un attimo, solo per un’attimo, la sua espressione fu colpevole. “Come? Manco mi avevi detto che stavate assieme!”
“E di Firenze?”
Rosi distolse lo sguardo. “Sì,” ammise, “ma cosa fa nel tempo libero una maggiorenne non è affar mio.”
“Perché mi nascondete le cose?!” 
Caterina non voleva urlare, ma non riuscì a frenarsi. Non c’era nessuno che si prendesse la briga di svolgere quel gomitolo confuso che era diventato la sua vita da un mese a quella parte. Aveva l’impressione che ci fosse una grande verità di cui non era stata messa a parte, ed era ridicolo, ma non riusciva a scrollarsi di dosso quella sensazione. E tutti, ma proprio tutti, contribuivano a renderla più tangibile.
Rosi le lanciò un’occhiata sbalordita. “Quali cose?”
“Dimmelo tu!” 
Róisín si alzò in piedi, lanciando il sacchetto sul letto. “Stai diventando assurda. Nessuno ti nasconde niente. Fai colazione.”
In poche falcate fu alla porta. Voleva mostrarsi arrabbiata ma a Caterina sembrò più che altro che se la stesse dando a gambe per non affrontare quella conversazione.
Ho ragione io. Non capisco ancora su cosa, ma ho ragione.
“Mangia la colazione,” ripeté Róisín, prima di aprire la porta e uscire dalla stanza lasciandola sola.
 
***


 
“Che c’è che un’va?”
Pietro ne aveva le scatole piene di quell’Agosto. Era arrivato senza che nessuno l’avesse chiesto, era veramente troppo vicino all’inizio della scuola e per giunta erano successi solo casini da quando i siciliani erano arrivati in paese.
Caterina, l’interpellata, non rispose, zoppicando verso la portiera aperta della sua macchina, malamente posteggiata vicino all’ingresso del Bar. I siciliani non erano da nessuna parte e l’amica si infilò al posto del passeggero, chiusa in un mutismo che non era da lei.
Il ragazzo sospirò e accese il motore; l’auto era un prestito di sua madre e per convincerla a lasciargliela usare aveva dovuto inventare di Caterina quasi paralizzata e necessitante di una roba a Sovicille.
L’amica non stava rendendo quell’operazione valevole del rischio.
Mentre la piccola utilitaria scendeva per le vie del paese l’unico gesto di Caterina fu accendere la radio, per poi piantare lo sguardo fuori dal finestrino.
 
I'll give you something to believe in
Put out the basement full of demons
Realize you're a slave to your mind, break free
Now give me something to believe in
 
E poi perché dobbiamo essere solo io e te?”
“Perché non ho voglia di vedere nessun’altro,” rispose finalmente Caterina. Aveva la voce bassa, senza il perenne sorriso infilato tra le parole.
A Pietro la cosa non piacque.
“Manco Alina?”
“No.”
La faccenda era grave. 
“Che cazzo è successo?” domandò mentre oltrepassavano le mura. Il bosco li accolse con le fronde ombrose dei suoi alberi e qualche goccia di pioggia. 
Erano giorni che una coltre spessa e impenetrabile di nuvole stazionava sulla Montagnola e questo rendeva peggiorava l’umore a chiunque.
Figuriamoci ad uno come lui, che del cattivo umore ne aveva fatto bandiera e scudo.
“Oh, guarda che ti mollo pe’ strada se non mi spieghi perché hai ‘sto muso appeso.”
Caterina si morse un labbro. “Mi stanno riempiendo di cazzate,” mormorò.
“Chi?”
“La mia famiglia, Alina … anche Maddalena. Soprattutto Maddalena,” mormorò, gli occhi lucidi piantati sul bosco. 
“Quindi hai litigato con Malù … è per questo che stai così?”
“Ci siamo lasciate.”
Che c’era da dire in quei casi? Doveva esserci una formula che funzionava quando alla tua migliore amica crollava il mondo addosso.
Solo che lui non la conosceva. Quindi disse la prima cosa che pensava, che almeno aveva il pregio di essere vera. “Che merda.”
Caterina ridacchiò. “Già.”
“E che cazzate ti ha detto Lin?”
“Boh … è strana in questo periodo. Non sta mai con noi … e secondo me non è vero che sta dietro a suo padre. Nello ha detto che la vede in giro spesso da sola.”
Pietro schioccò la lingua. “In effetti è strano.”
“È come…” Caterina esitò. “Se ti dico una cosa non mi pigli pe’ scema vero?”
“Te sei scema, Silva. Che c’entra.”
Caterina gli scoccò un sorriso sincero e Pietro lo ricambiò. Fu una frazione di secondo, quella bastevole per distrarsi dalla strada che qualcosa invase la carreggiata. 
Caterina gridò e Pietro inchiodò mentre qualcosa di scuro, veloce e piccolo attraversò l’asfalto per poi tuffarsi tra i cespugli al lato della strada.
Quel qualcosa era su due gambe.
“... che cazzo…” Pietro rimase con le mani serrate sul volante e il piede sul freno, mentre tutte le spie della macchina si accendevano come un albero di Natale. “Che cazzo,” ripetè prima di notare che l’altra si era sganciata rapida la cintura di sicurezza e stava uscendo. “Ohi! Dove vai?!”
La ragazza zoppicò di fronte al muso dell’auto, diretta come un piccolo panzer pazzo verso il folto degli alberi. “Cate!” Pietro le corse dietro. Le afferrò un braccio,impedendole di gettarsi nel bosco. “Dove vai?”
“L’hai visto?!” Caterina si girò con un’espressione che Pietro non le aveva mai visto fare.
Era terrorizzata.
Il ragazzo sentì il panico appiccicarsi addosso come uno straccio bagnato. Deglutì, guardando verso la boscaglia. Annuì. “Sì…” 
“Non era un animale!”
“No.”
“Che cos’era?”
Pietro sentiva come se nella gola gli ci avessero versato direttamente della sabbia. “Roba del bosco,” mormorò. “Robe che raccontano i vecchi.” 
C’era troppo silenzio: forse era la macchina che si era spenta per l’inchiodata: niente motore, niente radio accesa.
… ma anche dal bosco non veniva un rumore. Era quello il problema.
“Quello che dicono … che ci sia tra gli alberi, a parte gli animali.”
“Ma che, i folletti e il lupo mannaro? So’ storie inventate!” Caterina si guardò attorno, come una bambina che aveva perso la mamma in un supermercato. “Non so’ mica vere …”
“Rientriamo in macchina,” rispose sbrigativo. Caterina fece un po’ di resistenza, ma poi gli obbedì.
Si allacciarono le cinture in silenzio e l’amica stavolta non accese la radio. “Mi volevi fà paura, eh?” disse con un sorriso tremulo.
“Che mi volevi dire prima?” 
Caterina si morse un labbro. “... io penso che stia succedendo qualcosa … in paese, alla gente,” mormorò dopo una lunga pausa. “Si comportano tutti in modo strano. Rosi che non bada più al Bar, la mamma che si prende un sacco di ferie dal lavoro … hanno litigato, ne sono sicura, ma non riesco a capire per cosa. E poi anche i siciliani non stanno tanto in bolla. Stanno sempre a confabulare tra di loro.” 
Pietro schioccò la lingua ma non disse niente.
“Pensi che stia diventando matta?” gli domandò Caterina, di colpo aggressiva. “Perché non lo sono! Mi … mi sono successe delle cose. Quella roba che ci ha tagliato la strada … mi è già successa, con Maddalena, quando abbiamo fatto l’incidente. Però lei ha detto di non averla vista, e mamma e Rosi dicono che è stato lo shock della botta,” scosse la testa con forza, “ma l’ho vista prima di cadere. Mi ha fatto perdere il controllo del motorino! Ma è come se tutti si fossero messi d’accordo per dirmi che me la so’ inventata!” 
“Quella cosa … era a due zampe?”
Caterina annuì concitata. “E poi qualche sera fa qualcosa ha gridato nel bosco mentre io e Maddalena eravamo sulle mura. Credevo fosse un lupo, ma non era un ululato … Maddalena si è spaventata parecchio come se avesse capito cosa l’aveva fatto. Siamo tornate a casa alla svelta.”
Pietro si accese un’altra sigaretta, mentre la sabbia in gola non accennava ad andarsene. Minacciava di soffocarlo. “Alina viene a dormire da me ogni tanto… Esce di notte ogni volta. Dice che non riesce a dormire e poi se ne va nel bosco. Quando si è fatta male … ha detto che era caduta, ma io non ci credo.”
“Pensi che qualcuno le abbia fatto del male?”
Pietro annuì, mentre il contachilometri saliva e la macchina rombava. Non voleva rimanere sotto le fronde delle querce un secondo di più: in quel momento era come se incombessero su di loro, pronte a ghermire la macchina come un giocattolo. 
“O qualcosa,” mormorò. 
Caterina fece una risatina nervosa. “Ora mi stai spaventando sul serio…”
“Chiamiamo Alina. Se le diciamo che è importante verrà.”
Caterina fece una smorfia poco convinta. “Dobbiamo proprio? Ci ho mezzo litigato…”
Pietro fece una curva azzardata e l’amica esclamò sorpresa. La ignorò, accelerando ancora un po’. Solo qualche attimo e sarebbero usciti dagli alberi: solo qualche altro minuto e sarebbero stati al podere. Al sicuro.
“Alina ci dirà che succede.” 
Oppure li avrebbe rassicurati con parole misurate e intelligenti. Andava bene uguale; tutto pur di non avere l’impressione che qualcosa di orrendo e fuori dalla loro comprensione stesse per accadere.
Caterina prese il cellulare dalla tasca dei pantaloni. “Va bene. Chiamiamola.” 
 
***
 
“La richiesta che mi ha fatto è molto strana amico mio.”
Marian premette il vetro del telefono contro la guancia, sentendolo caldo e spiacevole. La voce di Don Baldassarre proveniva gracchiante dall’altro capo del metaforico filo che univa quella chiamata.
“Te ne ho mai fatte di normali?”
Fra’ Baldassarre rise. “Neppure gli auguri di Natale, in effetti. Non sei mai stato tipo … no, mi riferivo alla natura della tua richiesta. Mi hai chiesto di indagare sul vostro prelato di riferimento.”
“Don Doriano non è il mio riferimento. È quello di Malacena.”
“E tu non fai parte di quella Confraternita, sì, l’hai reso chiaro…” il frate sospirò. “Eppure potrebbe essere una buona idea, no? Cercare di farti una vita lì. Alina si trova bene?”
“Questa non è casa nostra. Roma lo è e quando ci saremo occupati del Mannaro ci torneremo,” ribatté brusco. “Abbiamo finito con i convenevoli e possiamo passare alle cose serie?”
Ci fu un’altra scossa di statica, che fece imprecare Marian; la ricezione in quel paesino inzuppato nell’Altrove era sempre stata pessima, ma in quei giorni era persino peggiorata. Fare una chiamata fuori dal perimetro malacenese era un calvario.
“Ci sei ancora?” domandò all’altro capo della chiamata, lanciando un’occhiata malmostosa fuori dalla finestra. Si spinse con la carrozzina proprio sotto di essa, aprendo la finestra: grossi cumulonembi stazionavano sul bosco, talmente bassi da far pensare che fosse nebbia.
Era inquietante.
“... ho trovato qualcosa…” riuscì finalmente a dire Fra’ Baldassarre. “Ha avuto una vita tumultuosa, il vostro Don Doriano.”
“Cioè?”
“Si è formato alla Confraternita dei Beati Paoli a Catania, da giovanissimo.”
“È siciliano?”
“I suoi lo erano. Erano membri laici della Confraternita di Catania, ma lui ha avuto la vocazione che non aveva neanche finito il liceo. Si è trasferito a Roma anche se io non l’ho conosciuto personalmente. Circoli diversi.”
“Com’è finito a servire in questo buco di culo?”
Fra’ Baldassarre ridacchiò alla sua esplosione di stizza. A differenza di molti confratelli aveva sempre trovato divertente la sua mancanza di filtri. Il fraticello aveva un senso dell’umorismo tutto suo, e anche se non l’aveva mai apertamente appoggiato, gli aveva sempre mostrato una certa predilezione. 
 “Ha una storia non dissimile dalla tua, in realtà … lo hanno spostato in un luogo più tranquillo dopo i fatti accaduti nel suo territorio di competenza. Una brutta storia,” osservò. “Sorvegliavano il Monte de’Cocci, e lì ci sono apparizioni spiritiche di una certa entità. Niente di violento o particolarmente interagente, ma per la gente del Chiaro è roba da perderci il sonno … due ragazzi sono entrati, sono venuti in contatto con qualcosa e, mentre se la davano a gambe, uno di loro è caduto dalla scarpata ed è morto sul colpo.”
“Come diavolo hanno fatto ad entrare? Avrebbero dovuto esserci dei sorveglianti di ronda!” 
Avrebbero dovuto, hai detto bene,” confermò Fra’ Baldassare. “Invece ci fu un problema sulla turnazione e quella notte rimase scoperta. Le forze dell’Ordine non furono allertate dell’effrazione. Una leggerezza che costò la vita ad un povero ragazzo e a Don Doriano la carriera.”
“Tutto qui?” borbottò Marian di malumore. Si accese una sigaretta mentre da lontano rimbombava un tuono. Il calore e l’umido gli si appiccicavano addosso come una seconda pelle e lo rendevano nervoso.
L’intero paese aveva il potere di farlo sentire a quel modo: nervoso e impotente.
Voleva andarsene.
“Di ufficiale non c’è altro.”
Marian notò il cambio di tono. Soffiò fuori il fumo, radunando le idee: Fra’ Baldassarre era un amico, ma era anche un tunicato. Della politica, quelli come lui, ne facevano un’arte e non gli avrebbe dato facilmente informazioni non ufficiali.
“Cos’altro si dice di lui?” domandò cauto.
“Voci, naturalmente.”
“Voci, sì…” sbuffò spazientito. “Che vociferate nelle sacrestie?”
Sentì il sorriso di Baldassarre raggiungerlo. “Si dice che sia un tipo ambizioso. Doriano non ha mai fatto mistero di voler arrivare al Vaticano, ma tutto quello che è riuscito ad avere a Roma è stata una parrocchia. Grande, ma di poca importanza per l’Altrove. E vi ha servito per molto tempo … senza essere un giorno più vicino a San Pietro.”
“A me non sembra che gli sia andata meglio qua. È ancora più lontano, no?”
“Qualcuno dice che la sua presenza a Malacena fu il risultato di…” si fermò, cercando la parola. “... un errore di valutazione.”
Marian sgranò gli occhi. “Il prete ha causato la morte di quel ragazzo?”
“Certo che no! Fu il primo ad arrivare sulla scena e l’ultimo ad andarsene, e testimoni riferiscono che sembrava sincero nel suo dolore per quanto accaduto.”
“Allora non capisco…”
“Una mia personale considerazione, amico mio, è che a volte chi vuole fare il santo, finisce per diventare diavolo. Capisci cosa intendo?”
Dannati prelati e le loro metafore. “... ma anche se fosse riuscito a salvare quel ragazzo sarebbe comunque stato colpevole di averlo lasciato entrare dove non doveva.”
“Forse un bambino non combina una marachella per attirare l’attenzione?”
“Il prete non è un bambino.”
“Però è un uomo ambizioso. Se nel suo territorio il Chiaro e l’Altrove cominciano ad entrare in conflitto i riflettori si sposteranno su chi risolverà il problema. E a nessuno importerà di una leggerezza, se vi rimedi. Nel caso del Monte de’ Cocci il problema ci fu … ma non venne risolto.” Fece una pausa calcolata. “Sono stato più chiaro?”
Marian ciccò la sigaretta sul posacenere sul davanzale. “È stato il prete a chiamarci qui,” disse soltanto. “Però il Mannaro c’era già.” 
“Allora forse al buon Doriano le cose non sono andate così male,” disse Fra’ Baldassarre. “Spero di averti aiutato amico mio. Più che voci, però, non posso darti … e naturalmente abbiamo solo chiacchierato del più e del meno.”
“Naturalmente.”
“Mi ha fatto piacere sentirti, Marian … salutami tanto Alina.”
Marian chiuse la chiamata senza rammentare di aver salutato o meno il frate. Non aveva importanza: aveva troppo a cui pensare, che ad una manciata di convenevoli.
 
*** 
 
Note:
 
La storia procede a rilento, ne sono consapevole! Ma giuro che procede, e che arriverà alla fine. Indicativamente, mancano forse quattro capitoli. ;)
La canzone che apre il capitolo è di un bravissimo gruppo metal delle zone in cui vivo, che mischia testi di folklore lombardo con melodie celtiche e medievaleggianti. Potete ascoltare il pezzo qui. Valgono tutto il vostro amore, se siete fan del genere.
La canzone ascoltata in macchina da Cate e Pietro invece è questa.

 
  
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