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Autore: Kimando714    23/11/2022    0 recensioni
La vita da ventenni è tutt’altro che semplice, parola di sei amici che nei venti ormai ci sguazzano da un po’.
Giulia, che ha fin troppi sogni nel cassetto ma che se vuole realizzarli deve fare un passo alla volta (per prima cosa laurearsi)
Filippo, che deve tenere a freno Giulia, ma è una complicazione che è più che disposto a sopportare
Caterina, e gli inghippi che la vita ti mette davanti quando meno te lo aspetti
Nicola, che deve imparare a non ripetere gli stessi errori del passato
Alessio, e la scelta tra una grande carriera e le persone che gli stanno accanto
Pietro, che ormai ha imparato a nascondere i suoi tormenti sotto una corazza di ironia
Tra qualche imprevisto di troppo e molte emozioni diverse, a volte però si può anche imparare qualcosa. D’altro canto, è questo che vuol dire crescere, no?
“È molto meglio sentirsi un uccello libero di volare, di raggiungere i propri sogni con le proprie forze, piuttosto che rinchiudersi in una gabbia che, per quanto sicura, sarà sempre troppo stretta.
Ricordati che ne sarà sempre valsa la pena.”
[Sequel di "Walk of Life - Youth"]
Genere: Introspettivo, Sentimentale, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate | Contesto: Universitario
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- Questa storia fa parte della serie 'Walk of Life'
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CAPITOLO 33 - SOMEWHERE I BELONG

 
 
Let me apologize to begin with
Let me apologize for what I'm about to say
But trying to be genuine was harder than it seemed
And somehow I got caught up in between
 
“E ti dico ancora: qualunque cosa avvenga di te e di me, comunque si svolga la nostra vita, non accadrà mai che, nel momento in cui tu mi chiami seriamente e senta d’aver bisogno di me, mi trovi sordo al tuo appello. Mai” - Herman Hesse

 
Era già calata la sera, quando fece girare le chiavi nella toppa della serratura. Alessio sbuffò a quel pensiero: era appena metà dicembre, ed avrebbe dovuto attendere ancora molto per il ritorno della primavera, con più ore di luce e il sole che ricominciava a scaldare. Odiava vedere la notte già scesa nel primo pomeriggio, così come odiava l’aria tetra dell’inverno, con il suo sole pallido e il gelo che si insinuava fin nelle ossa.
Fece un passo dentro casa, trovandosi da solo nel silenzio dell’abitazione. Andava bene così: non aveva molta voglia di parlare, in quel momento, non dopo aver passato gran parte della giornata a partecipare alla festa di laurea di Nicola.
Era stato difficile dover fingere che andasse tutto bene, anche se non erano mancati momenti in cui, per una volta da un mese a quella parte, era quasi riuscito a non pensare alla marea di problemi della sua vita. Aveva aiutato anche il fatto che con lui non ci fosse Alice, partita a inizio settimana per Londra, e il cui ritorno era previsto qualche giorno dopo. Era partita dicendo che aveva bisogno di stare almeno una settimana con i suoi genitori, ed Alessio non aveva potuto fare a meno di darle ragione: forse, almeno loro, sarebbero riusciti a darle il sostegno necessario che da lui, inevitabilmente, Alice non riusciva a trarre.
Si era anche sforzato di non darci troppo dentro con l’alcool. Non si era sottratto ai vari brindisi al rinfresco che aveva seguito la proclamazione – era pur sempre una laurea da festeggiare-, ma si era ripromesso di non dover rischiare di dover essere portato a braccio fino a casa per il troppo alcool ingerito. Non era stato facile, ma ci era riuscito comunque.
In fin dei conti, non poteva dire di non essersi trovato bene: avrebbe avuto bisogno di più sere svagate come quella per riuscire a superare quel periodo, se non indenne almeno con l’ansia diminuita di un po’.
Si tolse le scarpe, lasciandole in un angolo dell’atrio – l’assenza temporanea di Alice gli permetteva di essere un po’ più disordinato del solito-, avviandosi poi verso la camera da letto. Si sdraiò sul materasso, con un sospiro profondo: aveva la schiena a pezzi, e anche i piedi erano doloranti.
Era stata una giornata intensa, particolarmente lunga: la proclamazione di Nicola si era tenuta, come sempre, a San Marco, a mezzogiorno. Per essere dicembre, erano stati fortunati ad avere una giornata di sole: a restare fermi per un’ora, con il cielo nuvoloso, avrebbero rischiato di rimanere tutti congelati.
Quando la cerimonia si era conclusa, Nicola aveva fatto il giro degli invitati: non erano in molti, ma abbastanza per rimanere fermi nella piazza ancora per una ventina di minuti. Alla fine, quando aveva raggiunto Alessio, fermo con Caterina, Giulia e Filippo, e con Pietro e Giada, Nicola gli era parso stremato. Eppure, nonostante la visibile stanchezza, continuava a sorridere come non mai. Guardandolo prendere in braccio Francesco, lasciandogli un bacio sulla guancia e sui capelli biondi, Alessio si era chiesto per la prima volta se, prima o poi, anche lui avrebbe provato lo stesso senso di orgoglio e felicità che doveva aver provato Nicola in quel momento, subito dopo aver concluso anche la magistrale con il massimo dei voti e tenendo stretto a sé suo figlio.
Era uno scenario che non riusciva ad applicare a se stesso, e non riusciva a capire se quella sorta di amara consapevolezza fosse accompagnata più dalla rassegnazione o dalla delusione.
Alla fine si erano avviati tutti verso il ristorante dove era stato prenotato il rinfresco; la camminata da San Marco al locale era stato probabilmente il momento in cui Alessio si era distratto di più, troppo preso a ridere per gli sfottò ironici di cui Nicola era stato vittima – ricordava ancora con un sorriso il geniale “Finalmente ti sei laureato, Tessera. Adesso il prossimo passo è farti crescere la barba, anche se per quello temo che dovremmo attendere ancora altri tre decenni” di Pietro.
Anche il rinfresco non era andato troppo male. Lì, paradossalmente, aveva avuto più momenti di silenzio di quanto non ce ne fossero stati fino a quel momento.
Non era stato facile sopportare la vista di Francesco – che, per quanto Alessio gli volesse bene, in quel frangente gli ricordava solamente quello che sarebbe stato il suo destino- e nemmeno del pancione di Giulia, a cui ormai mancavano solo tre mesi prima della data presunta del parto. Era stato difficile osservarli e pensare che un giorno d’estate si sarebbe trovato anche lui in quei panni. Panni che, ne era piuttosto sicuro, gli sarebbero stati estremamente stretti.
Era già calata la sera quando se ne era andato dal rinfresco, dopo aver salutato i suoi amici. Era riuscito a dribblare con una certa abilità le domande che gli avevano fatto sulla sua poca allegria, e forse li aveva davvero convinti che tutto stesse andando bene. Pietro era l’unico su cui aveva dubbi: l’aveva guardato a lungo, al momento del commiato, in un modo che Alessio non era riuscito ad interpretare.
Ora, però, ritrovandosi disteso sul suo letto in quell’appartamento vuoto e silenzioso, si ritrovava a sentire la mancanza dell’atmosfera di festa. Gli aveva fatto bene starsene un po’ in compagnia, e forse avrebbe fatto bene a rimanere ancora un po’. Cominciava a sentirsi talmente pentito di essere rientrato abbastanza presto da arrivare quasi a desiderare una delle cene sgangherate a casa di Giulia e Filippo.
Alessio si alzò un po’, reggendosi sui gomiti, allungandosi verso il cassetto del comodino, aprendolo alla ricerca di un pacchetto di fazzoletti. Doveva aver preso un bel po’ di freddo, quel giorno, perché si sentiva congestionato, e qualche attacco di tosse aveva fatto la sua comparsa poco prima di lasciare il rinfresco.
Rovistò a lungo nel cassetto, e dovette allungarsi un po’ di più per cercare meglio. Sembrava che non ci fosse alcun fazzoletto lì dentro, ma si ritrovò comunque con qualcosa tra le dita.
Quando ritrasse la mano aveva già capito cosa stava stringendo: ricordava bene di tenere lì dentro, ben custodite, la copia delle chiavi del suo vecchio appartamento, da quando Pietro gliele aveva fatte riavere l’anno prima.
Si rimise disteso, rigirandosi ancora le chiavi tra le mani. Una volta, quando ancora le usava praticamente ogni giorno per rientrare ed uscire dall’appartamento, avevano diversi portachiavi attaccati ad esse: ora, invece, erano spoglie, due semplici chiavi – quella del portone del palazzo e quella della porta d’ingresso- tenute insieme da un anello vagamente scolorito.
Ricordava bene quando Pietro gliele aveva ridate. Era stato un momento strano, uno di quei momenti che non avrebbe saputo descrivere mentre lo stava vivendo, e che ancora adesso faticava a decifrare. Sapeva solo che aveva dovuto lottare a lungo contro la voglia di stringere Pietro a sé, e che le parole che gli aveva detto, mentre gli donava quelle due chiavi, gli si erano come impresse nella memoria.
“Se un giorno, però, qualcosa dovesse ... Rompersi, se qualche giornata dovesse essere più storta delle altre, quando avrai bisogno di staccare anche solo per un minuto, o per un’ora, anche se ora non ci vivi più nel nostro appartamento, diciamo che per quanto tempo possa passare, rimarrà sempre anche un po’ tua, quella casa. È una di quelle cose che non si possono cancellare da un giorno all’altro, non così facilmente”.
Da quella sera ne erano successe talmente tante che Alessio dubitava che per Pietro quelle parole e quelle promesse valessero ancora.
Posò le chiavi sul comodino, sbuffando rassegnato. Era stato un mese in cui più di una volta aveva dovuto soffocare l’intenzione di parlare a tu per tu con Pietro. Forse non gli avrebbe parlato direttamente della gravidanza di Alice – avevano deciso di non parlarne troppo in pubblico ancora per un po’ di tempo-, ma sapeva anche che, se fossero finiti sull’argomento, con lui si sarebbe sfogato fino in fondo.
Anche Pietro, a giudicare da come gli era parso durante la giornata, non sembrava passarsela bene. Nel guardare lui e Giada – distanti e distaccati tra loro come due semi sconosciuti- ad Alessio era sembrato di rivedere se stesso ed Alice. C’era stato qualcosa, nei diversi momenti in cui Pietro se ne era stato in disparte dal clima di festa, in cui Alessio aveva avuto la netta sensazione che qualcosa non andasse.
Si girò ancora una volta verso quella chiave – quella maledetta chiave che sembrava stare a chiamarlo, a dirgli che ormai doveva agire e smetterla di farsi mille paranoie-, fissandola senza toccarla.
“Per quanto tempo possa passare, rimarrà sempre anche un po’ tua, quella casa”.
Forse, in fondo, nonostante tutto quello che era successo, quelle parole non avevano ancora perso del tutto il loro valore.
 
Let me apologize to begin with
Let me apologize for what I'm about to say
But trying to be someone else was harder than it seemed
And somehow I got caught up in between
 
*
 
Let me apologize to begin with
Let me apologize for what I'm about to say
But trying to regain your trust was harder than it seemed
And somehow I got caught up in between
 
Non ricordava nemmeno quando era stata l’ultima volta che era stato lì. Doveva essere passato almeno un anno, forse un po’ meno; era comunque un sacco di tempo, tenendo conto che una volta quelle scalinate le percorreva ogni singolo giorno, alla mattina per andare a lezione e alla sera per rientrare.
Sembrava così lontana l’epoca in cui chiamava casa l’appartamento che aveva condiviso con Pietro. E in un certo senso, la sentiva ancora come casa sua, in un modo in cui non avrebbe mai sentito di poter chiamare l’appartamento in cui viveva con Alice: potevano passare anche anni interi, ma ricordava ogni singolo dettaglio alla perfezione, dalle crepe sul soffitto dell’atrio del palazzo, alle venature del marmo degli scalini, al campanello bistrattato della porta dell’appartamento. Si sentiva sempre al sicuro, lì dentro, tra quegli spazi che lo avevano visto crescere per tre anni.
Alessio si fermò di fronte a quella stessa porta, una mano in tasca e l’altra con cui rigirava nervosamente il suo vecchio mazzo di chiavi. Era entrato nel palazzo grazie a quelle, ma ora sarebbe stato decisamente più inopportuno riutilizzarle per entrare anche in quella che, a tutti gli effetti, era casa solamente di Pietro. Avrebbe rischiato di capitare in un momento inopportuno, oltre che sembrare un ficcanaso pronto ad invadere gli spazi altrui senza permesso.
Era vero che Pietro gli aveva donato quelle chiavi per dirgli che lì sarebbe sempre potuto tornare, ma era anche vero che da quel regalo il loro rapporto era scemato quasi del tutto, continuando ad esistere solo in sporadiche chiacchierate piuttosto distaccate.
Sentì stringersi il cuore a quella consapevolezza: era anche colpa sua se ora lui e Pietro sembravano a malapena dei conoscenti qualsiasi. E si sentiva ancor più idiota nel rendersi conto che, nel momento del bisogno, era proprio Pietro l’unico a cui aveva trovato la forza per parlare.
Alzò lo sguardo, puntandolo sul campanello. Se non lo avesse suonato entro il prossimo minuto, sapeva già che non lo avrebbe fatto mai più; se ne sarebbe andato, e Pietro né nessun altro avrebbero mai saputo che lui era stato lì, seppur per poco.
Prese un sospiro profondo, chiudendo gli occhi per un attimo. Non poteva andarsene, non dopo essere arrivato fino a quel punto.
Premette il polpastrello sul campanello così velocemente che quasi non se ne rese conto, e probabilmente fu meglio così: meglio farlo subito, che continuare a rimandare per poi, magari, lasciar perdere.
Ora sentiva il battito accelerare notevolmente: era riuscito a mantenere una parvenza di calma fino all’appartamento, ma solo in quel momento si stava rendendo conto che rivedere Pietro, da solo, lo stava mettendo in agitazione più di quanto non avrebbe mai creduto.
Attese per almeno un minuto, o così gli parve: il tempo sembrava essersi dilatato all’infinito, mentre il cuore gli rimbombava nelle orecchie e il respiro accelerava.
Alessio prese a guardarsi intorno, quasi sul punto di andarsene – forse Pietro non era in casa, forse era occupato, magari aveva deciso di passare il sabato pomeriggio altrove. E poi, probabilmente, doveva esserci anche Giada in casa, nel caso ci fosse stato anche lui.
Scosse il capo, dandosi dell’idiota mentalmente: era stata una pessima idea cercarlo lì, a casa sua. Non imparava mai dai suoi errori, continuando a ripeterli sempre di continuo.
Fece per scendere il primo scalino, il cuore ancora che batteva veloce e l’amaro in bocca che gli dava un sapore di fiele. Dovette bloccarsi nell’istante stesso in cui poggiò il piede sul gradino più in basso del pianerottolo, perché, se l’udito non l’aveva ingannato dandogli una qualche allucinazione sonora, la serratura della porta d’ingresso era appena scattata.
Alessio si girò lentamente, e solo quando si rese conto che ad averla aperta era stato proprio Pietro, sentì il battito del proprio cuore calmarsi.
-Alessio?-.
Pietro si sporse di più fuori dalla porta d’ingresso, la fronte aggrottata e gli occhi sgranati: sembrava completamente incredulo di trovarlo lì. Non c’era traccia di rabbia o di rancore, né nella voce né nello sguardo: era solo meraviglia, la sua.
-Ciao, Pietro-.
Alessio assaporò il nome dell’altro sulle labbra, come se bastasse già solo quello per sentirsi più al sicuro. Avrebbe voluto sorridergli, ma si trattenne: non si faceva troppe illusioni che il loro rapporto sarebbe tornato quello di prima solo perché quel giorno era andato da lui.
-Che ci fai qui?-.
Di nuovo nella voce di Pietro non sembrava esserci nervosismo. Era più una freddezza cortese, quella che stava usando, mista alla curiosità che doveva averlo spinto a porre quella domanda. Alessio alzò le spalle, vago:
-Posso parlarti?- fece una pausa, durante la quale temette che, arrivati a quel punto, Pietro gli avrebbe sbattuto la porta in faccia – In privato, se possibile-.
Ci furono alcuni secondi di totale silenzio, in cui Pietro si morse il labbro, lo sguardo un po’ perso altrove e l’indecisione dipinta in faccia. Alessio si ritrovò di nuovo ad attendere, in un’attesa, se possibile, anche peggiore della prima.
Alla fine Pietro sospirò a lungo, passandosi una mano tra i capelli castani, e portando gli occhi scuri su Alessio:
-Sono a casa da solo, Giada è andata da qualche parte a fare compere- aprì un po’ di più la porta d’ingresso, in un tacito invito ad Alessio di seguirlo all’interno dell’appartamento – Entra, possiamo parlare qui-.
 
Between my pride and my promise
Between my lies and how the truth gets in the way
The things I want to say to you get lost before they come
The only thing that's worse than one is none [1]
 
*
 
C’era ancora una certa tensione nell’aria, che Alessio non avrebbe saputo dire fosse più nervosa o imbarazzata. Pietro gli aveva offerto un caffè, e circa quindici minuti dopo essere rientrati insieme nell’appartamento, Alessio si ritrovava seduto sul divano del piccolo soggiorno, una tazzina fumante e calda in mano. Il caffè amaro – Pietro doveva ancora ricordarsi di certe sue abitudini- era ancora troppo caldo per essere bevuto, ed Alessio si stava limitando ad aspettare prima di mandarlo giù in un unico sorso.
Era anche un modo per temporeggiare: forse, dentro di sé, aveva ritenuto talmente improbabile che Pietro lo lasciasse entrare in casa, che ora si ritrovava completamente disorientato e senza saper bene cosa dire. O, come avrebbe fatto meglio a correggersi, senza sapere come dirlo.
Alessio lanciò uno sguardo di sottecchi verso Pietro, rimasto in piedi, in attesa a sua volta che il caffè smettesse di scottare: aveva delle brutte occhiaie sotto gli occhi, e l’aria di chi doveva aver passato parecchie notti insonni. Il viso pallido completava l’aspetto trasandato che sembrava aver adottato da un mese a quella parte.
-Non mi hai ancora detto come mai sei venuto fin qua-.
Pietro aveva alzato gli occhi all’improvviso, costringendo Alessio a voltarsi di scatto. Probabilmente Pietro doveva averlo beccato comunque nel fissarlo.
Alessio avvicinò la tazzina alle labbra, buttando giù il caffè, nonostante fosse ancora troppo caldo per essere bevuto. Represse una smorfia al passaggio bruciante del liquido sulle labbra e nella gola, sperando di aver guadagnato ancora un po’ di tempo per pensare.
Si era disabituato al parlare da solo con Pietro, e si era disabituato anche ad averlo intorno, così vicino, sempre da soli.
Alessio si rigirò la tazzina tra le mani, gli occhi azzurri abbassati:
-Volevi parlarti- iniziò, senza una reale convinzione – O forse volevo solo vederti-.
 
Hello my friend
We meet again
It's been a while, where should we begin?
Feels like forever
Within my heart are memories
Of perfect love that you gave to me
Oh, I remember
 
-Ci siamo visti anche ieri- replicò Pietro, aggrottando la fronte.
-È vero- si ritrovò ad annuire Alessio – Ma vederti in mezzo ad altre trenta persone non è esattamente la stessa cosa che vederti qui da solo-.
Si meravigliò per la naturalezza con cui riuscì ad dire quelle parole. Non gli era mai facile esternare i propri sentimenti, anche se a quanto pareva la forza della disperazione superava di gran lunga qualsiasi altro imbarazzo.
Anche Pietro doveva essere rimasto sorpreso: lo fissava perplesso, gli occhi neri puntati su Alessio in un muto interrogativo.
-Va tutto bene?- chiese infine, con lo stesso tono di confusione che Alessio riusciva a leggergli in faccia.
Lui non rispose subito. Si limitò a posare la tazzina ormai vuota sul tavolino di fronte al divano, pensando velocemente a cosa gli sarebbe convenuto dire – poteva fare finta di nulla e rifilargli un alquanto improbabile “Va alla grande, non si vede?”, o un più disperato “Sto meditando la fuga fuori dal Paese”-, ma tutto ciò che gli stava venendo in mente non ricalcava minimamente lo stato d’animo con cui si era presentato lì. Non era per buttare tutto sul ridere che si era recato da Pietro; in realtà, non capiva bene neanche lui perché aveva voluto così tanto andare da lui.
-No, non va tutto bene- mormorò Infine, il capo ancora abbassato – Sta andando tutto a rotoli-.
Pietro sbuffò piano, un sorriso amaro che gli disegnava le labbra. Scosse il capo, andando a sedersi all’altra estremità del divano:
-Non vorrei dirtelo, ma se sei venuto da me per consigli di vita, allora hai sbagliato persona. Io sto facendo solo casini su casini- Alessio si era aspettato fino a quel momento qualche risposta aspra, ma anche stavolta Pietro lo sorprese – Non sono il più adatto a consigliare qualcuno-.
Alessio represse a stento una risata, che sarebbe risultata guidata fin troppo dalla disperazione. Se Pietro combinava solo casini, allora erano nel posto giusto entrambi, ritrovandosi nello stesso posto: Alessio aveva come l’impressione che anche la sua vita, negli ultimi anni, fosse stata solo un casino dietro l’altro.
-Il problema è che ormai, anche se ci provassi, non potrei cambiare le cose. Non tutte, almeno-.
Tirò un sospiro lungo, sentendo lo sguardo di Pietro su di sé. Per qualche attimo nessuno dei due parlò più, almeno fino a quando non fu Pietro a spezzare il silenzio:
-È successo qualcosa con Alice?-.
Pietro aveva sempre avuto la capacità di capirlo meglio degli altri, e nonostante il tempo che avevano passato divisi, quella sembrava essere ancora una costante.
-Sì. E vorrei non fosse mai successo-.
Si bloccò subito, poco prima di continuare a parlare. Era stato istintivo, come se dirlo ad alta voce e a chiare lettere a Pietro fosse la svolta definitiva. La svolta che avrebbe reso tutto reale e perentorio: niente vie di fuga, stavolta.
-Aspetta un bambino-.
Non ebbe subito il coraggio di girarsi a guardare Pietro. Da lui la risposta sembrava univoca: il silenzio. A malapena lo sentiva respirare, e per qualche istante Alessio temette seriamente che Pietro stesso fosse sul punto di svenire. Gli ci volle qualche altro attimo per riuscire a voltarsi, spinto più dalla curiosità della reazione di Pietro, più che alla ricerca di un qualche conforto.
Alessio non si sorprese nel vederlo immobile, il viso stravolto. Gli occhi di Pietro sembravano più cupi del solito, come se qualcosa si fosse come incrinato.
-Anche lei- mormorò Pietro a mezza voce, scostando lo sguardo da Alessio. Si passò una mano tra i capelli, in un gesto che sembrò quasi meccanico e privo di alcuna funzione.
-Anche?- Alessio lo guardò senza capire. Gli ci volle un attimo, poi, per intuire il senso di quella frase, mentre sentiva che anche in lui qualcosa, da qualche parte, si incrinava talmente tanto da spezzarsi.
-Oh- gli uscì un sibilo quasi inudibile, mentre gli rimbombava in testa quella parola che gli aveva fatto capire subito dove Pietro volesse andare a parare – Non sapevo che … -.
-Non potevi saperlo, non lo sa ancora nessuno- Pietro concluse al posto suo, evitando ad Alessio il compito di trovare parole che, in quel momento, non avrebbe voluto affatto pronunciare – Ma nemmeno tu ed Alice l’avete detto in giro-.
Quella conferma implicita fece sprofondare Alessio all’istante. Ora cominciava a mettere insieme i pezzi mancanti del puzzle: iniziava ad intuire perché Pietro gli era sembrato strano, e forse riusciva anche ad intuire perché tra lui e Giada le cose non sembravano andare nel più facile dei modi.
Faticava a realizzare davvero quel che stava accadendo.
-No, non ancora. Non avrebbe molto senso farlo sapere a tutti sorridendo falsamente, quando l’unica cosa che vorrei fare sarebbe scappare il più lontano possibile-.
Pietro rise amaramente, mentre si torturava le mani nervosamente:
-Credo che ormai non possiamo farci più nulla-.
Il suo volto si era rabbuiato più che mai. Continuava a tenere gli occhi abbassati sulle mani intrecciate, chiuse a pugno.
-Non sembri molto contento nemmeno tu- disse con un filo di voce Alessio, ancora frastornato.
Pietro stava per diventare padre. Entrambi sarebbero stati padri, di lì a qualche mese. Era una consapevolezza difficile da digerire, lo era anche solo da immaginare. Eppure, tra la disperazione e la paura, Alessio sentiva anche la gioia di vedere Pietro con un figlio: aveva sempre immaginato che, prima o poi, sarebbe stato padre, e che quando lo sarebbe diventato avrebbe dato prova di meritarselo.
Pietro alzò le spalle, in una muta conferma:
-Stavo per lasciare Giada quando me l’ha detto- sospirò a fondo, come se fosse stremato – Tempismo perfetto-.
Alessio sgranò gli occhi, totalmente incredulo: ora cominciava a capire meglio a cosa fosse dovuto tutto quel pessimismo, e non poté fare a meno di comprenderlo.
-La stavi per lasciare?-.
Aveva sperato per così tanto tempo che Pietro si rendesse conto che Giada non era la persona adatta a lui, che ora, nel rendersi conto di essere stato ad un passo dal ricevere la notizia della loro separazione, si sentiva quasi sprofondare.
Per la prima volta da quando aveva saputo della storia di Pietro e Giada, si rese conto fino in fondo di quanto egoista era stato nel non averla mai accettata. Si sentiva quasi in colpa per la situazione che si era venuta a creare – riusciva a comprendere fin troppo bene cosa volesse significare dover crescere un figlio con una persona che avevi deciso di tagliare fuori dalla tua vita.
-Sì, era questione di qualche giorno. Ma ormai è solo un’idea passata- Pietro alzò le spalle, la voce che lasciava trasparire tutta la rassegnazione – Non me la sentirei di lasciarla comunque, adesso che sono cambiate le cose-.
Attese qualche secondo, prima di voltarsi verso Alessio, lo sguardo attraversato dal timore per un attimo fugace:
-Non dire a nessuno che te ne ho parlato. È ancora presto per dirlo in giro-.
Si torturò ancora un po’ le mani, prima di alzarsi nervosamente, senza però allontanarsi. Rimase in attesa davanti ad Alessio, in piedi, gli occhi scuri che più che guardarlo con indifferenza – come avevano fatto negli ultimi mesi-, sembravano supplicarlo di fargli quell’ultimo favore.
Alessio sentì per l’ennesima volta il cuore stringersi.
-Tranquillo. Vale lo stesso per me ed Alice-.
Si alzò a sua volta, lentamente. Dovette alzare un po’ il viso per poter guardare Pietro negli occhi: ci lesse la stessa delusione e la stessa rassegnazione che anche lui si sentiva addosso da un mese.
-Ho come l’impressione di aver sbagliato tutto negli ultimi anni-.
Pietro si lasciò andare ad un sorriso amaro, più simile ad una smorfia che ad un vero sorriso:
-Allora siamo in due ad averlo fatto-.
 
We've seen our share of ups and downs
Oh how quickly life can turn around
In an instant
It feels so good to reunite
Within yourself and within your mind
Let's find peace there
 
-Mi è mancato parlare con te-.
Alessio aveva abbassato gli occhi, per un attimo.
Non aveva calcolato di dirlo a voce – non quelle parole, non in quel momento, non di fronte a Pietro proprio quando sembrava essere al limite della vulnerabilità. Sapeva che era vero: si era sforzato di non pensarci per tutti quei mesi, ma la mancanza di Pietro era sempre stata lì, appena sotto la superficie. Non se ne era mai andata, ed ammetterlo davanti a lui lo faceva sentire dannatamente fragile.
Anche Pietro si ritrovò ad abbassare lo sguardo. Incrociò le braccia contro il petto – sembrava essere più sulla difensiva ora, come se si fosse appena reso conto di tutto ciò che si erano detti fino a quel momento, e se ne fosse pentito-, annuendo piano.
-Anche a me- disse a mezza voce, spostando il peso da un piede all’altro – Ma … -.
-Le cose non cambieranno, lo so. O meglio, non cambieranno tra noi- fu Alessio, stavolta, a lasciarsi andare ad un sorriso pieno d’amarezza, il rimpianto che si celava dietro quel tentativo di mascherarlo – Tutto il resto cambierà anche troppo-.
Non si era illuso nemmeno per un attimo, da quel punto di vista. Era andato lì per cercare qualche attimo di tregua dai problemi che lo stavano perseguitando, per trovare una spalla amica su cui poter piangere. Sapeva benissimo che, una volta varcata di nuovo quella porta per uscire, lui e Pietro sarebbero tornati a parlarsi a malapena, a non vedersi mai da soli, ad essere amici solo a distanza.
-Perché sei venuto proprio da me?-.
Pietro gli rivolse quella domanda quasi esitante, come se non fosse sicuro nemmeno lui di voler scoprire la risposta. Aveva risollevato gli occhi, scrutando Alessio in attesa.
Alessio ci mise un attimo: rovistò nella tasca dei jeans, ritirando la mano ed aprendo il palmo sotto gli occhi di Pietro, le chiavi in bella vista.
-Diciamo che qualcosa mi ha ricordato che questo posto sarà sempre un luogo dove potermi rifugiare-.
Alessio richiuse la mano, rimettendo le chiavi nella tasca dove le aveva trovate. Si sentì arrossire appena, di fronte al sorriso più sincero che Pietro gli stava rivolgendo in quel momento.
-In realtà non sapevo se valesse ancora … Ma volevo fare un tentativo-.
Pietro annuì di nuovo, il viso leggermente arrossito e la voce rotta quando parlò, qualche secondo dopo:
-Non ti sei dimenticato di quella promessa, allora-
Alessio si morse il labbro, cercando di impedirsi di lasciar scivolare le lacrime che si erano accumulate agli angoli degli occhi. Allungò una mano verso il viso di Pietro – si sentiva in imbarazzo, a disagio, ma anche terribilmente nel giusto-, in una carezza talmente leggera e lenta che quasi si sorprese di sentire sotto i polpastrelli la pelle calda di Pietro.
-No, non potrei mai-.
 
When you are with me I'm free
I'm careless, I believe
Above all the others we'll fly
This brings tears to my eyes [2]



 
[1] Linkin Park - "In Between"
[2] Creed - "My sacrifice"
Il copyright delle canzoni appartiene esclusivamente alle rispettive band e autori
 
NOTE DELLE AUTRICI
A qualche settimana di distanza dagli eventi del capitolo 32, le cose per Alessio non sembrano andare molto meglio. L'umore è sempre sotto le scarpe e l'entusiasmo per la futura paternità non è certo aumentato ... Ed è in questo clima che sorge in lui l'idea di parlare con un certo qualcuno.
E alla fine a sfogarsi non è solo stato Alessio, ma anche Pietro che, coinvolto dalle rivelazioni dell'altro, si è lasciato andare aprendosi a sua volta. Seppure, come pensa Alessio stesso, la loro amicizia continuerà ad essere più distaccata rispetto ad un anno prima, in questo capitolo abbiamo però anche la prova che nel momento del bisogno continueranno ad esserci l'uno per l'altro... E sembra che di momenti difficili ce ne saranno diversi nei momenti futuri. 
Che succederà prossimamente? Inizieremo a scoprirlo pian piano con il prossimo capitolo, per cui ci rivedremo mercoledì 7 dicembre!
Kiara & Greyjoy
 
   
 
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