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Autore: Doctor Nowhere    23/12/2022    1 recensioni
Phileas Relish è un distinto universitario inglese a cavallo tra i secoli XIX e XX.
Vive in un mondo positivista, dove le continue invenzioni della scienza alimentano le speranze di un futuro in cui tutti i problemi verranno eliminati alla radice dalla Ragione Umana.
Dall'Esposizione Universale di Parigi del 1889 ad un paesino sperduto in Cornovaglia il giovane Relish, ben stretto al suo ideale di progresso e al suo mentore, il professor Chapman, si ritroverà suo malgrado ad avere a che fare con una strana foresta un tempo luogo di culto pagano, senza riuscire a scrollarsi di dosso l'impressione che ci sia sotto molto più di quello che sembra.
Genere: Dark, Horror, Mistero | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Phileas appoggiò la schiena ad un tronco, boccheggiante. Si strinse la mano sul petto. La milza era sul punto di esplodere. Le gambe cedettero, e scivolò lungo l’albero. I pantaloni strisciarono sul muschio, e le sue gambe si bagnarono. C’era odore di legno marcio.

Tossì. Che sete che aveva.

Si asciugò la fronte dal sudore. Le palpebre si socchiusero. No, non doveva addormentarsi! Puntò i piedi e le mani e si rialzò.

Le urla erano cessate. Attorno c’era soltanto un innaturale silenzio.

La luce iniziava a scarseggiare. Di già il tramonto? Doveva aver perso del tutto la cognizione del tempo. O era un’altra magia dei druidi… Estrasse l’orologio, ma il quadrante era rotto.

"Tutto questo…" sussurrò "Non è possibile. Non è scientificamente possibile!"

I suoi passi risuonarono con scalpiccii umidi sulle foglie cadute. Da che direzione era venuto? In che direzione sarebbe dovuto andare?

Tutto intorno non c’erano che alberi, rocce e piccoli arbusti. Lo stomaco gli gorgogliò. Erano ore che non mangiava. Si chinò su un cespuglio di bacche rossastre. Erano commestibili? Forse… no, non poteva correre il rischio.

Un fruscio, poco più avanti. Qualunque cosa fosse era troppo piccolo per essere una di quelle bestie. Phileas rimase accovacciato, e spostò le frasche.

Una sagoma nel terreno! Uno scienziato, forse? Era immobile, cosa gli era successo?

Phileas si sporse.

No, non era una persona. Erano dei vestiti. Giacca, pantaloni, calze, camicia, scarpe e mutande, tutto sparpagliato per terra. Nient’altro.

Venne scosso da un brivido. Si tappò la bocca con entrambi le mani per non gridare. Non poteva farsi trovare, non doveva!

Cosa diamine significava? Uno degli invitati all’evento era impazzito, si era denudato e si era messo a correre per la foresta? O forse era stato trasformato in un albero, come i taglialegna?

Gli abiti erano molto infangati, ma c’era una macchia sulla camicia che risaltava. Phileas ci strofinò sopra il pollice, e il denso liquido ancora fresco si attaccò al dito. Sangue! Ma cosa significava? Era troppo poco per una persona sbranata.

Un riflesso metallico baluginò sul terreno. Phileas si chinò e raccolse l’oggetto. Era un orologio da taschino, con una lunga catenina. Il giovane sbarrò gli occhi. Lo inclinò.

La sempre più debole luce rifletté l’incisione della Tour Eiffel.

Oh, Dio, no! Wilkins! Che cosa gli era successo? Cosa gli avevano fatto?

Gli occhi gli si fecero umidi. Singhiozzò. Wilkins! Il suo amico!

Uno squittio lo fece voltare. Era un animaletto peloso dritto su due zampe. Una donnola. Chinò il capetto di lato. Zampettò nella direzione del giovane.

Phileas arretrò. E se fosse anche quella una bestia magica agli ordini dei druidi? Agitò un piede per scacciarla. La donnola scartò di lato e scomparve tra la boscaglia.

Phileas si rialzò. Donnola magica o no, doveva muoversi. Ogni secondo passato aumentava il rischio che lo trovassero.

Riprese la marcia. Doveva trovare un sentiero, una qualsiasi indicazione. Un fresco alito di vento gli fece battere i denti. Doveva uscire di lì, andarsene da quella foresta maledetta!

Perché gli stava succedendo tutto questo? Tutto quello che voleva era fare parte del progresso che avrebbe creato un mondo migliore. Che c’era di male in quello?

Maledette streghe! Che ne sapevano loro del mondo moderno? Che ne sapevano dei sacrifici che andavano fatti?

"Non è giusto" mormorò "Non è affatto giusto!"

Inciampò in una radice e rovinò al suolo. La bocca fu invasa dall’amaro sapore della terra. Sputacchiò. Che schifo!

E pensare che mentre lui rischiava la vita Chapman se ne stava tornando bel bello a Londra, ovviamente in carrozza, perché il vecchiaccio era troppo antiprogressista per usare un’automobile. Carogna!

Un urlo provenne dalla boscaglia. Si avvicinò. Phileas strinse gli occhi. Che cos’altro poteva ancora succedere?

Un uomo balzò fuori dagli alberi. Stringeva al petto una risma di fogli. Ansimava. Praiseworth!

"Dottore" disse Phileas "La prego, faccia silenzio. Quelle creature potrebbero sentirci"

"L’Accrescimente!" esclamò lui "Non possono avere l’Accrescimente"

Ecco cos’erano quei fogli. I suoi preziosissimi progetti.

Phileas tese la mano verso di lui "Ascolti, dottore, possiamo uscire di qui, ma dobbiamo fare attenzione"

"Non avrai l’Accrescimente!" urlò l’altro "È mio! È soltanto mio!"

Una leggera nebbia si diffuse come un fumo. Una goccia di sudore freddo scivolò lungo la fronte di Phileas, fino alla mascella. "Dottor Praiseworth" mormorò "La prego, non voglio la sua invenzione, ma..."

"È mio!" strepitò, e fece un passo indietro "Sono io il genio. Sono io che creo il luminoso futuro!"

La nebbia si fece più fitta, ed il freddo più pungente. Diverse sagome nere spuntarono dagli alberi, con gli occhi luccicanti di rosso. Ringhiarono, selvaggi. No, no, no!

"Io!" il dottore scappò "Soltanto io!"

Praiseworth andò a destra, Phileas a sinistra.

Il giovane corse, ma subito il dolore alla milza e alle gambe lo travolse. Non poteva seminare quei mostri. Gli alberi si susseguivano tutti intorno. Gli alberi! Quelle creature non avrebbero potuto arrampicarsi.

Si aggrappò al tronco più vicino e fece pressione per alzarsi dal suolo. Afferrò un ramo, che scricchiolò sotto il suo peso. Infilò il piede in una rientranza, e si issò. C’era quasi! Ce la poteva fare.

La caviglia sinistra si lacerò con un dolore che lo fece tremare. Dei denti si erano serrati sulla sua gamba, e il peso in più lo trascinava verso il basso.

Le dita scivolarono sulla ruvida corteccia. Stava perdendo la presa! Con la gamba ancora sana tirò un calcio nel vuoto. Colpì qualcosa di solido, ci fu un guaito ed il peso che lo trascinava scomparve.

Riuscì a tirarsi sul ramo. Sul terreno quelle creature lo fissavano con le fauci spalancate. Erano enormi lupi dalle zanne scintillanti. All’improvviso, senza motivo apparente, le bestie smisero di rivolgergli l’attenzione e si dispersero. Anche la nebbia si dissolse.

La gamba bruciava e pulsava. Stava perdendo molto sangue? Se fosse svenuto sarebbe caduto, e sarebbe stato facile preda di quei mostri. Gli serviva una benda. Qualsiasi tipo di benda…

La camicia! Certo, avrebbe potuto funzionare.

Fece un respiro profondo, per ignorare il dolore. Si tolse la giacca, e la appese al ramo. Poi sbottonò la camicia, ma non appena la tolse una fitta lo fece chinare in avanti e abbracciare il ramo. Il dolore si era spostato al petto e all’altra gamba. Che cosa stava succedendo? Non poteva essere un’infezione, non ne esistevano di così veloci. Veleno? Ma i lupi non erano animali velenosi.

Un’altra ondata di dolore lo pervase. Agitò le gambe. Le scarpe scivolarono giù dai piedi, e atterrarono con due piccoli schianti. Ora gli facevano male anche le braccia, e la testa.

Roteò gli occhi. Ci fu un guizzo sulla sinistra, su un albero a una decina di metri. Era uno scoiattolino. L’animale zampettò dentro un buco nel tronco.

Le gambe prudevano da impazzire. Le strusciò contro il ramo, ma si trovò ingarbugliato nei pantaloni, troppo larghi.

Girò la testa e sollevò la gamba ferita. L’orlo dei pantaloni si piegò verso il basso. Al posto del piede c’era una zampa da uccello, con tre tozzi artigli a triangolo e un quarto rivolto all’indietro. Sopra, la gamba era ricoperta da una strana peluria bianca. No, non erano peli. Erano piume.

Gridò. Un urlo rauco, disperato "Aiutatemi! Vi prego"

Un’altra fitta, alla testa. Strinse i denti.
"Aiuto! Per favore, aiuto!"

Uno scricchiolio nella bocca. I pantaloni gli scivolarono di dosso. Un dente si spezzò. Poi un altro, e un altro ancora. Scivolarono tra le sue labbra irrigidite.

"Aiuto! Ai-uh! Uh! Uh!"

Il ramo gli scivolò via dalle mani piumate.

Il suolo si avvicinò rapidissimo. Chiuse gli occhi.

Sbatté le braccia, no, le ali, e l’impatto non arrivò.

Riaprì gli occhi. Stava volando!

Schivò alcuni alberi che gli si pararono davanti, con facilità, come se l’avesse già fatto più volte.

Cos’era quell’oscuro prodigio? Come poteva tornare all’aspetto umano? Dove poteva andare?

Cosa poteva fare?

Cosa c’era da mangiare?

Ruotò la testa, nel suo volo silenzioso. Nessun movimento, neanche un topolino.

Da un cespuglio balzò fuori una volpe. Era troppo grossa per fargli da preda, meglio aumentare la quota e cercare qualcos’altro. Aspetta, cos’è che aveva tra le zanne? Sembravano delle grosse foglie rettangolari, bianche con schizzi neri sopra. Forse erano buone da mangiare?

Un laghetto! Forse c’erano delle rane.

Mentre sorvolava l’acqua comparve un’altra civetta, che volava a pancia in su. Bizzarro!

Continuò il volo, sul far del crepuscolo.

 

FINE

   
 
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