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Autore: _Atlas_    26/02/2023    0 recensioni
1997.
Axel, Jake e Jenna vivono i loro vent’anni nella periferia di Mismar, ubriacandosi di concerti, risate e notti al sapore di Lucky Strike. Ma la loro felicità è destinata a sgretolarsi il giorno in cui Jake viene trovato morto nel suo appartamento, spingendo gli altri nell’abisso di un’età adulta che non avrebbero mai voluto vivere.
Diciotto anni dopo, Axel è un affermato scrittore di graphic novel che fa ancora i conti col passato e con una storia di cui non riesce a scrivere la fine.
Ma come Dark Sirio ha bisogno del suo epilogo, così anche il passato richiede di essere risolto.
Genere: Generale, Hurt/Comfort, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Capitolo XVIII
 
 
 
 
 
 
02.38
 
 
Le gocce che gli aveva prescritto il dottor Perkins avevano un retrogusto amaro, pungente, ma grazie a un inquietante effetto placebo gli sembrò quasi di sentirsi più rilassato e in procinto di addormentarsi. In realtà sapeva che era solo un dispetto della sua mente, perciò non si stupì molto di avere ancora gli occhi sbarrati nel buio a un tiro di schioppo dalle tre del mattino. Se non altro, pensò, le gambe non erano più rigide come due blocchi di marmo e i polmoni incameravano una quantità di ossigeno definibile normale.
Il chiacchiericcio mentale, invece, si ostinava a rimanere lì.
 
Avrebbe dovuto chiamare Loraine e aggiornarla sull’andamento delle sue conferenze, per esempio. Dirle che non vomitava più nei bagni e che non solo era diventato più disinvolto quando parlava in pubblico, ma che gli studenti sembravano persino interessati a quello che diceva. La immaginò con un ghigno soddisfatto sul viso, come se con una sola occhiata riuscisse a esprimere quel famigerato te lavevo detto”.
Allontanò l’idea di chiamarla.
Avrebbe poi dovuto pensare a una conclusione per Dark Sirio, ma l’angosciante consapevolezza di non poter rimandare troppo a lungo la cosa gli provocò una fitta alla bocca dello stomaco.
Poi ci penso. Giuro che ci penso.
Avrebbe dovuto parlare con Darryl. E poi con Jenna.
Di che cosa, poi? Lo avrebbero ascoltato? Avrebbero capito davvero? Forse non importava più a nessuno del perché fosse scappato, forse avevano deciso da tempo di andare oltre, di dimenticarlo e di onorare la memoria di Jake cercando di salvare qualcun altro…magari proprio Lion.
Si morse nervosamente il labbro e scacciò anche quell’ultimo pensiero, impuntandosi però all’idea che almeno uno dovesse sbrogliarlo. Adesso, in quel preciso istante, altrimenti sarebbe impazzito.
Aprì la chat di Loraine, scorrendo sullo schermo gli ultimi messaggi che lei gli aveva mandato e a cui non aveva mai risposto, poi avviò una registrazione:
 
«Ciao. Volevo dirti che non vomito più nei bagni degli studenti, almeno non da quando mi hanno indicato dove si trova quello dei professori. Comunque non capita più da...dallultima volta.
Il professor Layton dice che i ragazzi sono contenti, io non so mai bene di cosa parlare e come al solito improvviso, ma la cosa non credo li disturbi troppo, anzi, qualcuno sembra persino interessato a quello che dico.
Non so se alla fine la scuola chiuderà, sicuramente non se la passano bene.
Tu come te la passi, a proposito? Spero di essere ancora il tuo scrittore maledetto e viziato preferito. Scusa se non ho risposto ai messaggi. E alle chiamate. E alle e-mail.
Stammi bene.
Ah, le gocce del dottor Perkins hanno il sapore e la consistenza di un liquore scaduto, glielo riferirò.»
 
Concluse la registrazione e inviò il messaggio, rimanendo poi a letto con gli occhi puntati al soffitto. Provò a chiuderli, contando i respiri.
 
  
*
 
 
Si presentò all’ingresso del Lenox Blues con una certa rassegnazione, dopo che Darryl aveva chiamato per l’ennesima volta la segreteria della C.A.M. per mettersi in contatto lui.
Sentì del chiacchiericcio animato davanti all’ingresso della vecchia sala concerti, insieme alle note del nuovo successo di Avicii provenire da una cassa non proprio in buone condizioni. Vide la figura slanciata di Lion armeggiare con il suo skateboard e le labbra gli si incurvarono inconsciamente in un sorriso, mentre qualcun altro cercava di stargli dietro sperando di imparare. Era il suo amico Mike, e a giudicare dall’espressione che aveva in volto doveva aver superato da un pezzo tutta quella faccenda dei bicchieri distrutti.
«Eccoti, finalmente! Seguimi» borbottò Darryl vedendolo e uscendo dal locale tenendo sottobraccio due mensole e un trapano.
Axel obbedì senza fiatare, ma sentì lo stomaco contorcersi come se avesse già capito prima di lui le intenzioni dell’uomo. Era da una decina di giorni che lo vedeva strano, come se avesse fatto un pieno di adrenalina.
«Ehi Axel, guarda!» Lion lo salutò mostrandogli trionfante lo skateboard e nonostante la tensione non riuscì a trattenere un gesto di esultanza per lui.
«Ma chi è quello?» sentì chiedere da Mike.
«Un amico di Darryl. È uno scrittore famoso…»
Origliò finché poté la loro conversazione, poi Darryl si chiuse alle spalle la porta della sala e iniziò a girovagare spostando tavoli e osservando scrupolosamente lo spazio che aveva intorno.
«Le vorrei lì. Che ne dici?» chiese indicando un angolo della stanza.
«Le mensole?»
«Sì. E poi ci mettiamo sopra delle riviste, così diventa un posto più accogliente» disse risoluto.
Axel si guardò intorno, chiedendosi se davvero quelle due mensole potessero fare la differenza. Poi, con un certo nervoso, realizzò che forse era proprio desiderio di Darryl insinuargli quel dubbio, rincorrendo chissà quali speranze.
«Cosa succederà una volta che sarà più accogliente?» chiese senza nascondere troppo i suoi sospetti.
«Proprio quello a cui stai pensando. E tu mi darai una mano.»
«Darryl…»
«Sì Axel, poi te ne torni a New York a fare lo scrittore bello e dannato. Ti chiedo solo di aiutarmi finché sei qui.»
Non aveva le forze per mettersi contro Darryl, non dopo una notte insonne e venti gocce di Bromazepan nel sangue.
«D’accordo. Ma poi? I muri andrebbero riverniciati e possibilmente prima di appendere altre mensole. I tavoli cadono a pezzi…»
«…quelli nuovi arrivano la prossima settimana. E per i muri ho preso delle bombolette.»
«Delle bombolette?»
«Sì, per fare un bel murales colorato. Lì.» disse indicando una parete che forse un tempo era stata bianca.
«Darryl ti sembra che io sia in grado di fare murales?»
«Non tu, rincitrullito! Quei due che stanno ascoltando quella musica oscena qua fuori. Sono bravi in queste cose.»
Axel ammutolì, passandosi una mano sul volto e grattandosi nervosamente la barba.
«Lo so cosa pensi, ma voglio fare un altro tentativo. L’ultimo.» gli disse l’uomo, quasi sul punto di implorarlo.
«Non mi costa nulla aiutarti, Darryl, ma perché adesso? Sembra quasi che tu abbia aspettato me per…farlo.»
Questa volta fu l’uomo a restare in silenzio, anche se solo per una manciata di secondi.
«Perché la perdita di mia moglie non mi ha permesso di pensare ad altro negli ultimi tre anni, Axel. E per altri motivi che adesso non ho voglia di spiegarti.» concluse.
Axel incassò il colpo, anche se non riuscì a ignorare i ricordi che quella discussione fece risalire a galla.
«Appendiamo le mensole, allora.»
«Bravo.»
 
 
Dopo trenta minuti e qualche altra discussione con Darryl, Axel si lasciò cadere a peso morto sulla panchina adiacente all’ingresso del locale. Al suo fianco, Lion stava pigramente scorrendo delle foto sul suo smartphone.
L’atteggiamento di Darryl lo preoccupava, non tanto per l’idea che si era messo in testa, ma per tutto quello che quell’idea avrebbe comportato per sé stesso. Da quando era tornato a Mismar si era posto l’obiettivo di tenersi a distanza dai ricordi, poi, quando inevitabilmente si era ritrovato ad affrontarli, si era obbligato a non lasciarsi coinvolgere emotivamente. Quella sensazione di distacco lo metteva a disagio, ma al tempo stesso gli offriva una protezione sicura, un abbraccio confortevole che gli impediva di soffrire. Ed era disposto a sopportare altre cento notti insonni piuttosto che abbassare le difese anche solo per un secondo.
«Che ne pensi?»
Di colpo si trovò davanti agli occhi lo smartphone di Lion, che fu costretto ad allontanare per mettere a fuoco l’immagine che gli stava mostrando. Era la foto di una ragazza, un primo piano evidentemente scattato a tradimento e che metteva in risalto i suoi occhi celesti.
Axel guardò Lion con aria interrogativa.
«Beh?» gli chiese ancora lui, aspettando una risposta.
«Chi è, la tua ragazza?»
«Sei matto?!»
Axel vedendolo trasalire alzò le mani a mo’ di resa. «Scusa.»
«È in classe con me» spiegò poi Lion un po’ risentito, riprendendosi il telefono e facendo scorrere altre foto.
«Okay.»
Axel poggiò la testa al muro e socchiuse appena gli occhi. «È carina,» aggiunse poco dopo «ti piace?»
«Sì che gli piace» si intromise Darryl uscendo a sorpresa dal locale e lasciando intendere di aver seguito l’intera conversazione. Poi sparì di nuovo nella sala concerti.
Axel tornò sull’attenti e intercettò lo sguardo di Lion, che serrò la mascella restando in silenzio.
«Mmm, perché non le chiedi di uscire?» gli chiese sperando di non essere troppo invadente.
«Stai scherzando?!» per poco non gridò il ragazzo, facendo sparire il telefono una volta per tutte. «Figurati se le piaccio io
«Come fai a dirlo se non…»
«Lo so e basta. Non sono il suo tipo, a lei piacciono quelli intelligenti, quelli che…»
«Quindi tu saresti uno stupido?»
«Non sto dicendo questo…»
«Invece lo stai dicendo.»
«Invece no! Noi…non ci parliamo neanche, mi spieghi come faccio a chiederle di uscire se nemmeno sa chi sono?»
Axel ammutolì e contò fino a dieci prima di ricordarsi di non essere proprio la persona adatta a dispensare consigli sentimentali. A quel punto tornò in scena Darryl, riemergendo dalla sala concerti mantenendo un’aria sempre molto indaffarata.
«Chiedile di aiutarti coi compiti, Lion, e poi offrile un gelato per ringraziarla» gli propose.
«Certo Darryl, così penserà che sono ancora più stupido perché non so fare i compiti da solo!» si lamentò Lion, alterandosi.
«Oppure, magari, la farai sentire importante e catturerai la sua attenzione?» gli fece notare con una punta di sarcasmo.
Il giovane fece per ribattere, ma alla fine si trattenne. Anche Axel preferì restare in silenzio, anche se si sentì quasi chiamato in causa in quella discussione.
«Non voglio farlo, e poi sono affari miei» disse infine Lion, aggrappandosi a quell’unico punto che forse riteneva intoccabile.
«D’accordo, allora non ti resta che conquistarla con la telecinesi. In bocca al lupo, ragazzo» concluse Darryl rientrando nel locale.
«Ma che gliene importa?!» si sfogò Lion una volta rimasti da soli «Non gli ho chiesto niente e lui si intromette nelle mie faccende private!»
«Sì, è un po’ invadente» convenne Axel, che in effetti non era del tutto in disaccordo con lui «ma non è cattivo, lo fa per aiu-»
«Sì, sì…per aiutarmi. Ma io non ho chiesto il suo aiuto, io non ho bisogno di aiuto! Faccio da solo. Dio, come vorrei fumare in questo momento.»
Axel trattenne il respiro e per una qualche ragione su cui non volle indagare si sentì a disagio.
«Le hai finite?» gli chiese titubante.
«Non le ho nemmeno iniziate. Mike dice che non sono capace, si è messo a ridere quando ci ho provato» confessò a voce bassa «Tu fumi? Mi insegni?» gli chiese poi a bruciapelo.
Axel per poco non si strozzò con la sua stessa saliva e lo guardò di sbieco.
«Non fumo, spiacente.»
«Non fumi?»
«No.»
«Tu sei uno scrittore e non fumi?» domandò Lion con aria sospettosa.
«Mai fumato in vita mia. Quello degli scrittori che fumano si chiama stereotipo, a proposito.»
«Non ci credo che non hai mai fumato, lo dici perché non vuoi che io inizi a farlo.»
«Ti ricordo che sono stato io a ridarti il pacchetto con cui ti ha beccato Darryl» replicò piccato.
Lo vide soppesare le sue parole, ma quando fu sul punto di replicare la porta del locale si aprì di nuovo. Questa volta non era Darryl, ma Richie, che si avvicinò a loro con in mano uno scatolone pieno di libri e altri oggetti poco identificabili.
«Ehi Lion, cosa preferisci tra crema chantilly aromatizzata al limone e una al cioccolato?»
Il ragazzo lo guardò a metà tra il confuso e il sospettoso. «Cioccolato» rispose.
«Okay, cioccolato. Senti…» disse Richie mettendo giù lo scatolone «…questi sono per te. Darryl dice di usarli nel caso ti volessi esercitare con la telecinesi. Ma ti avverte: entro tre ore...»
«DUE ORE!!!» urlò qualcuno – Darryl – da dentro il locale.
«…due ore, giusto. Ma ti avverte: entro due ore devono essere ordinati sugli scaffali della sala concerti. Vedi tu come fare, insomma.»
Axel soffocò una risata, ma provò quasi tenerezza per Lion, che aveva un’espressione d’odio dipinta sul volto.
«Dai, ti do una mano» si offrì prendendo lo scatolone.
Qualcuno però – sempre Darryl – lo richiamò. «Axel?! Puoi venire qui un momento?»
«Oh merda, è insopportabile!» si lasciò scappare spazientito.
Stavolta fu Lion a ridere, prima di sparire con lo scatolone nella sala concerti.
 
 
«Che succede?» chiese avvicinandosi al bancone dell’ingresso. Jenna stava sfogliando una rivista di dolci, mentre Richie era rientrato dirigendosi in cucina.
«Jenna vuole offrirti un caffè» disse Darryl facendo saltare sul posto come una molla la diretta interessata «Io mi assento per qualche momento, cercate di non distruggermi il locale finché sono via» concluse uscendo.
Axel rimase fermo, picchiettando sul bancone con le dita.
«Puoi andare, se vuoi» gli disse Jenna, vagamente in imbarazzo.
«No, a questo punto vorrei il caffè.»
«In effetti mi sembri un po’ sbattuto. Hai dormito stanotte?» gli chiese iniziando a trafficare dietro al bancone.
«Uhm…» preferì non rispondere, tanto sapeva che la sua faccia parlava al suo posto.
«Tieni» gli disse Jenna porgendogli una tazza di caffè lungo.
«Grazie. Come va?»
«Stiamo organizzando una festa a sorpresa per Lion, perciò c’è un po’ di agitazione. Darryl è uscito per comprare un paio di festoni, Richie sta pensando a quale dolce fare.»
«Capisco. Quand’è il compleanno?»
«Venerdì prossimo. Vuoi venire?»
Axel colse la sua titubanza, ma apprezzò comunque di essere stato preso in considerazione. Ignorò risoluto, invece, l’agitazione che quell’invito gli provocò.
«Pensaci, hai tempo una settimana» gli andò in contro lei.
«D’accordo.»
«A te come va? A parte l’insonnia.»
Axel bevve l’ultimo sorso di caffè e osservò per qualche istante il fondo della tazza, sperando di trovarvi lì una risposta.
«Discretamente» disse.
«Discretamente» gli fece eco lei, accennando un sorriso.
Axel sorrise a sua volta, e per un brevissimo istante ebbe la sensazione di sentirsi compreso.
Poi il ricordo del passato e il peso delle sue colpe tornò a piombargli nello stomaco come un macigno, e quello scambio con Jenna gli sembrò profondamente ingiusto e sbagliato.
Finse di bere un’ultima goccia di caffè, già scalpitando per tornare a casa.
«Devo andare, adesso. Grazie per il caffè.»
«Quando vuoi.»
Fece per uscire, ma prima di andarsene si fermò sulla porta richiamando l’attenzione della giovane.
«Avevi ragione, comunque. Darryl è proprio peggiorato» le disse, lieto di vederla sorridere di nuovo.
«Che ti avevo detto?»

 
 
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NdA
Saaalve!
Capitolo fresco fresco per ricordarvi che la storia esiste ancora e che dopo ben due mesi mi sono degnata di aggiornarla :P
Mi sono divertita molto a far soffrire i personaggi a scrivere questo capitolo, e vi anticipo che il prossimo è già in lavorazione, per cui non dovrei metterci troppo a pubblicarlo.
Inoltre ho proprio la sensazione che la storia stia prendendo la forma che desideravo, il che non è una cosa così scontata, conoscendomi.
Spero come sempre che la lettura sia stata piacevole e a prescindere ringrazio chi vi dedica un po’ del suo tempo, per me è molto importante.
 
A presto con il nuovo capitolo,
 
_Atlas_

 
 
 
   
 
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