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Autore: paige95    13/09/2023    3 recensioni
"La storia è un grande obitorio in cui ciascuno viene a cercare i suoi morti, coloro che si sono amati, o coloro ai quali si è uniti da legami di parentela." (Heinrich Heine)
1. Innocenza di mani straniere - Sophie d'Asburgo
È una sera buia quella del 29 maggio 1857 per gli sposi imperiali. Per Elisabeth e Franz Joseph d'Austria sarebbe diventata una notte da ricordare.
2. In nome degli Asburgo - Maximilian I d'Asburgo
La gioia per i neo sovrani d'Ungheria si spense in un giorno di metà giugno del 1867, quando loro erano ancora ignari.
3. L’altra metà dell’odio – Sophie di Baviera
L’odio è un sentimento autolesionista. Ci toglie dignità e grandezza, è come una catena. (Ingrid Betancourt)
4. Addio all'infanzia - Rudolf d'Asburgo
Li trovarono così, stretti in un ultimo abbraccio eterno.
5. Intercessione - Gyula Andràssy
Desiderava sfogarsi in abiti informali, come una qualsiasi donna che si trovava sull’urlo di perdere un amico, con il quale aveva maturato grande affinità.
6. Pagine di vita - Ludovika di Baviera
Possenhofen si era svuotata dei suoi affetti.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Missing Moments, Raccolta | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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Ho modificato leggermente alcuni piccoli dettagli in questi capitoli, solo per poter dare una spiegazione alle scelte dei personaggi, ma ho cercato il più possibile di restare fedele alla Storia.
Secondo le testimonianze dell’epoca, nessuno ha trovato il coraggio di dare la notizia della morte del figlio all’imperatore ed hanno lasciato il compito alla moglie, ma io ho preferito che il confronto tra Franz e Sissi avvenisse a mente fredda.


 

Intercessione

 
 
 
 
 
 
 
 
Palazzo di Hofburg, Vienna, Austria; 31 gennaio 1889
  
Un singolo gradino divideva i sovrani dalla carrozza che li avrebbe scortati a Budapest, per la prima visita dell’anno appena iniziato.
Con discrezione, il messo di corte aveva interrotto i passi di Elisabeth e Franz Joseph. La posizione scomoda dell’uomo lasciò in sospeso la notizia, non facendo presagire buone nuove. Affidò a voce la comunicazione all’imperatore, ma essa risuonò potente anche nella mente della consorte.
Il lungo abito ricadde sulle caviglie di Sissi, il palmo della mano si spostò sulla parete che costeggiava la scalinata in cerca di un supporto. Il candore che il sovrano assunse in volto fu paragonabile alle tonalità del marmo dei gradini su cui i reali stavano posando i piedi.
L’erede al trono d’Austria e d’Ungheria era morto.
Nel cuore della regina si fece largo un unico cruccio.
Non di nuovo, non posso averlo permesso.
Una lama stava affondando sempre più nel suo petto. Il ritmo delle pugnalate era scandito dal suono di parole sussurrate e confidenziali, segrete come sarebbe dovuto restare il più a lungo possibile il tragico evento.
Un tutore scelto personalmente da lei non aveva saputo alleviare le sofferenze che opprimevano il figlio in tenera età. Non aveva dato il giusto peso ai timori dell’amato fratello Theodore che, grazie alla vocazione medica, aveva riscontrato nel malessere del nipote i segni di un disturbo nervoso. Aveva ignorato gli avvertimenti della cortigiana, amante di Rudolf, che in svariate occasioni aveva distolto la mano dell’arciduca dal compiere il gesto estremo; l’imperatrice non poteva dare credito ad una donna di malaffare, ma una madre avrebbe dovuto rischiare un inganno.
Sissi non aveva concesso la benedizione al matrimonio del figlio. Nel futuro di quell’unione intravedeva solo incomprensioni tra i due coniugi, eppure il cordoglio giunse fino a Stéphanie e alla piccola di cui lei si sarebbe dovuta occupare; non osò pensare al disonore che presto l’avrebbe travolta.
L’onta del fallimento si era scagliata sull’imperatore. Occhi indiscreti non avrebbero potuto notare le iridi cristalline tramutarsi in pece in quelle iniziali fasi del lutto. Era un dolore che non ostentava, lo conservò nella sfera più privata e umana a cui solo pochi intimi avevano accesso.
Si sentì in difetto nei ruoli che aveva ricoperto per il figlio. Aveva disseminato nel corso degli anni molte mancanze come mentore, esempio e guida. Non era stato in grado di arginare i folli ideali che Rudolf amava inneggiare e la vita libertina che aveva intrapreso. Lo aveva dissuaso nel modo più sbagliato, allontanandolo dalla scena pubblica, non ritenendolo più capace di assolvere ai doveri richiesti dalla corte. Aveva assecondato ogni suo errore, fino a quello fatale.
Un fugace sguardo di Franz si posò in direzione della Cripta dei Cappuccini, dove giaceva colei che lo aveva reso sovrano davanti al popolo e nell’animo. Considerò quanto dolore avrebbe patito l’arciduchessa Sophie nel sapere che il destino del suo amato impero fosse così in bilico.
Le ginocchia di Elisabeth non ressero più il macigno dei pensieri. Si lasciò scivolare in silenzio sui gradini, senza disturbare la conversazione delicata che il consorte stava intrattenendo con il messo. Le battute tra i due uomini giungevano ovattate all’imperatrice, ma lo sguardo che Franz le dedicò fu limpido: in primis non si era accertato delle condizioni della moglie, gli premeva comunicarle il dispiacere che lei sola avrebbe potuto condividere e la preoccupazione che Sissi lo additasse come responsabile della tragedia. Anni di discussioni sulla fragilità di Rudolf avevano avuto il loro triste epilogo.
Il sovrano non perse stoicità nel concordare un celere rientro della salma a Vienna, premurandosi di occultare la presenza del corpo di una donna accanto al figlio. Non aveva perso la lucidità necessaria per salvaguardare il buon nome della famiglia reale. Riuscì a mostrarsi talmente imperturbabile da sconvolgere Sissi, la quale avrebbe voluto sprofondare nelle viscere ardenti degli inferi e lasciare che le fiamme lenissero le sofferenze.
Franz non era nella stessa posizione della consorte. Lui era l’imperatore e per il bene del regno doveva reprimere ogni emozione; così gli era stato insegnato, ma nonostante ciò lei non riusciva a giustificarlo.
Il gelo non impregnava solo l’aria di quel gennaio viennese. Era nelle pieghe del viso, nel tono asciutto con cui il sovrano si rivolgeva all’ambasciatore, nelle crepe della sua fierezza.
Elisabeth represse un conato asceso dallo stomaco, mentre Franz Joseph restava irremovibile nella sua uniforme.
 
 
 
 
 
 
 
 
18 febbraio 1890
 
Cedere al dolore non era sintomo di vulnerabilità, Sissi lo ripeteva a se stessa mentre cercava di impedire che le lacrime lasciassero screziature sull’ultima missiva del conte Andràssy. Era troppo preziosa quella carta, inumidirla sarebbe stato un sacrilegio.
Le tematiche delle poche righe che l’uomo aveva dedicato alla sovrana non erano politiche, l’imperatore era citato solo in segno di rispetto e l’Ungheria rappresentava un orgoglio che condividevano. La questione era personale e la lettera era giunta a palazzo in segreto per preservare la reputazione della regina.
La lunga chioma le concedeva riservatezza. Quella sera aveva negato l’aiuto dell’affezionata dama di compagnia, la contessa Festetics, per spazzolarla. Desiderava sfogarsi in abiti informali, come una qualsiasi donna che si trovava sull’orlo di perdere un amico, con il quale aveva maturato grande affinità.
Gyula stava scontando le sue ultime ore in un carcere di Volosca[1] e – con l’unica eccezione di un padre confessore – non gli era concesso alcun genere di conforto, nemmeno quello della moglie. Il condannato spendeva la notte congedandosi da coloro che avevano ricoperto un ruolo importante per lui.
 
Non angustiateVi per me, Maestà.
Ho mantenuto la mia promessa. Finché mi è stato concesso, Vi sono rimasto devoto.
Ora pago per un passato di cui non mi pento. Per la mia Ungheria dono la vita.
Èljen Erzsébet! Èljen Erzsébet![2] e così sarà sempre.
So che avete tentato il possibile per salvarmi, Ve ne sono grato, ma non comprometteteVi più. Ricordate che siete un’imperatrice e dovete obbedienza a Vostro marito.
Per me l’ora sta ormai scoccando. Mi rincresce solo non averVi vista felice. Siete nelle mie preghiere, affinché gli anni a venire siano ricchi di gioie e non di lutti.
Vi sono affezionato, Elisabeth. Concedetemi quest’ultima confidenza.
Vostro devoto servitore,
Gyula Andràssy
 
Per giorni aveva supplicato Franz di intercedere per lui. Aveva sfruttato qualunque forma di ascendenza sul consorte; si era riparata dietro l’essenzialità che il ruolo di Andràssy aveva ricoperto per l’impero Austro-Ungarico, la devozione che il conte aveva dimostrato per il re e la regina.
Non poteva attendere che venisse impiccato in nome di una rivoluzione vecchia di quarant’anni, i cui ideali erano stati onorati.
Sissi si alzò malferma sulle gambe. Le tenebre, che inghiottivano il cielo, stavano per lasciare il posto ad un’alba amara. Non riusciva ad accettare che venisse compiuto un errore ormai inevitabile.
Uscì dalla sua stanza. Scomposta in abiti da notte, si diresse verso lo studio dell’imperatore, dove sapeva avrebbe trovato il marito, intento ad occuparsi di affari di Stato.
Il tragitto la destabilizzò, il dolore l’aveva resa poco lucida. Una guardia imperiale presidiava le porte, non era sicura di riuscire ad affrontarla con eloquenza.
La vista della sovrana in tenuta da camera non scompose il sorvegliante, non si lasciò trascinare dai giudizi, persino lo sguardo rimase impassibile. Con rigore, si premurò di consentirle all’istante l’accesso.
Elisabeth scorse il sovrano impegnato nella lettura di documenti ufficiali, che non potevano aspettare nemmeno le prime luci di un nuovo giorno. Si mosse rapida nella sua direzione, ma i piedi nudi non producevano un rumore degno di nota e non lo deconcentrarono dagli impegni.
Senza più il timore di mostrare i sentimenti sinceri che nutriva per il condannato, la regina posò entrambi i palmi sulla scrivania con veemenza per attirare l’attenzione dell’imperatore. Per l’irruenza, una macchia di inchiostro si rovesciò su un foglio intonso che Franz si stava apprestando a scrivere in risposta ad una delle tante missive.
«Salvalo. Ti prego, risparmia la sua vita. È innocente.»
Scrutò gli occhi annacquati della moglie. Racchiudevano un immenso dolore che aveva risvegliato in lei i mesi passati nel tormento dopo la scomparsa di Rudolf.
Un sorriso consapevole increspò le labbra del sovrano, dopo l’ammissione di devozione di Sissi nei riguardi di quell’uomo.
Sapeva che erano programmate alcune esecuzioni in Baviera. Per lui erano di ordinaria amministrazione. Erano colpevoli e dovevano pagare con la vita, avevano già beneficiato della clemenza per anni. L’innocenza a cui lei si stava riferendo non era quella che era stata giudicata sulla carta nella sentenza di esecuzione. Innocenti erano, per Elisabeth, le ragioni che avevano mosso nel 1848 le azioni di Andràssy in nome della sua patria.
Franz Joseph recuperò una pagina bianca, un pennino, altro inchiostro e iniziò a scrivere. Non valutò di degna considerazione l’irruzione della moglie.
Quando Sissi lesse sul foglio il destinatario – il cancelliere tedesco Otto von Bismarck –, capì che le sue richieste non era state nemmeno ascoltate e tantomeno sarebbero state accolte con premura.
L’imperatrice non intendeva arrendersi. Provò a trasformare le sue richieste in un sussurro; le venne spontaneo abbassare i toni, la sua anima era prosciugata dalle energie fisiche e spirituali.
«Franz. Ho fatto qualsiasi cosa tu mi abbia chiesto per questo regno. Ho sacrificato un figlio per causa tua. Risparmia Andràssy. Ti supplico, intercedi per lui.»
Lo sguardo che si posò su di lei era severo. Le parole della moglie avevano riaperto una lacerazione che non si era mai rimarginata. Per quanto lo celasse a chiunque, per quanto continuasse a ricoprire con fedeltà il suo ruolo, la disgrazia che aveva colpito la famiglia reale aveva cambiato molto. Lui si sentiva diverso nel profondo.
«Avevo chiesto a Rudolf di interrompere la relazione con quella donna. Era minorenne e promessa, non aveva senso di esistere alcun rapporto tra loro. Ho dovuto chiedere al Papa più volte clemenza per le sue spoglie. Rudolf ha pensato alla posizione scomoda in cui avrebbe posto l’imperatore con un gesto tanto scellerato? Ha ucciso la sua amante e si è tolto la vita! Sua Santità ha solo finto di credere che si trovasse in uno stato di disordine mentale per concedergli una degna sepoltura. Mi ha concesso un favore.»
Era adirato. Quel lutto, che li aveva colpiti sopra un substrato di innumerevoli altri lutti, lo aveva stravolto in ogni aspetto del suo essere, come padre e imperatore.
Era trascorso poco più di un anno dalla tragedia nella tenuta di Mayerling, ma le conseguenze di quel giorno pesavano ancora sulle spalle del sovrano. Proprio il suo cuore di guida gli impediva di dare voce al dolore di un genitore che continuava a sopravvivere ai suoi figli.
«Lo era.»
Elisabeth proferì poche sillabe in tono sommesso. Rivolgeva lo sguardo al suolo, afflitta dalla crudele verità che il marito aveva ricordato ad entrambi. Lui non si aspettava una replica simile.
«Come?»
«Nostro figlio non era in sé e noi non lo abbiamo aiutato. Mio fratello aveva ragione. Hai riferito solo la verità a Papa Leone XIII.»
A quel punto, alzò lo sguardo per incrociare l’espressione sconvolta del sovrano.
La colpa trapelava dai gesti di Sissi. Strinse forte i pugni ancora posati su quel ripiano, per scaricare la frustrazione. Si maledisse per non essere intervenuta prima che fosse troppo tardi e nel modo più consono.
Ripensò all’ultima lettera che il figlio le aveva dedicato. Era stata ritrovata nella giacca dell’uniforme che aveva indossato nelle sue ultime ore.
 
Mia adorata madre.
Siete il più grande rimpianto che abbandono rinunciando alla vita.
Non piangete per me. Mi avete donato trent’anni felici.
Ricordo con piacere la vostra amata Baviera. Ricordo l’amore che mi avete trasmesso per quelle terre. Ho negli occhi la bellezza che mi avete consentito di conoscere e la devozione sincera che riponete per quel popolo. Siete la sovrana amabile che tutti dipingono, io ne sono testimone.
Non piangete per me, davvero, non serve. Pensatemi in un luogo più sereno, dove nessuno avrà più aspettative su di me.
Vi sono grato per essermi stata accanto, per aver visto quale fosse il meglio per me.
Mi auguro di non avervi delusa. Di non aver rovinato quel poco di buono che avete visto in me e quel bene che avete instillato in me negli anni. Non ho intenzione di lasciare che i vizi rovinino ciò che voi avete creato con amore.
Conto sulle vostre preghiere per proteggere la mia anima dalle fiamme dell’inferno.
Perdonatemi con mio padre, non ho saputo onorare le speranze che riponeva in me.
Immagino la delusione a cui dovrete assistere e il dramma per il futuro del regno. Non sono nato per essere un imperatore.
Ricordatemi come un uomo irresponsabile, se credete, ma pensatemi libero come non sono mai stato.
Vi voglio bene,
Rudolf
 
«Ma tu sei stato la causa scatenante. Gli hai chiesto di interrompere quella relazione senza domandarti per quale ragione avesse osato tanto. Persino il Wiener Zeitung[3] nei giorni successivi alla disgrazia ti accusava di questo. Che padre sei, Franz? Quale padre insegna al figlio a rifugiarsi tra le braccia di donne che non siano sua moglie. Lo accusi per aver seguito il tuo esempio?»
Allontanò il pensiero dal defunto padre. Non si era comportato diversamente con sua madre, ma si costrinse a non infangare la sua memoria.
Franz si alzò oltraggiato, impedendole di vaneggiare con i pensieri.
«Lo stesso giornale che asseriva che Maria Vetsera fosse incinta, che fosse morta per setticemia a seguito di un aborto maldestro e che Rudolf si sia tolto la vita per evitare lo scandalo? Sappiamo entrambi che lui era sterile.»
«Tu per primo hai diffuso la notizia che fosse morto a causa di un aneurisma e hai ammesso la verità solo quando ti sei trovato costretto a farlo. Hai temuto il peso della colpa, Franz.»
«Non sono mai stato con alcuna prostituta. Era l’erede al trono e non aveva più la possibilità di garantire una successione agli Asburgo, questo perché non sapeva scegliere le donne giuste con cui divertirsi. Sapevo non ci sarebbe stato un futuro per lui, ma non mi aspettavo una fine così plateale.»
«Era nostro figlio!»
Aveva gridato così forte da rischiare di svegliare l’intera corte. Aveva riversato su di lui l’ultimo scampolo di voce, era stata la collera a stimolare quello sfogo.
Era stanca di non sentirlo mai considerare nei termini più appropriati per un padre nemmeno da morto. Ammesso lo provasse davvero, non esprimeva mai affetto per lui.
Sissi abbassò lo sguardo e pianse senza pudore, lasciando che scie salmastre scivolassero dalle sue guance e fossero evidenti all’imperatore. Non voleva scaturire compassione in lui. Non riuscì più a contenere e a non esternare la sofferenza come invece l’etichetta di corte suggeriva di fare, ma abbassare lo sguardo non servì a celarla.
Franz ebbe l’istinto di catturarle una mano che era ancora posata sulla scrivania, ma lei la ritrasse contrariata. Nonostante il rifiuto, il sovrano rimase pacato, come se avesse previsto quel gesto. Non perse, però, l’ostinazione di prevalere in quel confronto.
«Sei stata tu ad insegnargli che la corte è il male, che la monarchia la è. Insieme avremmo cresciuto un erede saggio.»
Elisabeth tentò di congedarsi da una discussione che era diventata sempre meno riservata. Per quanto la notte fosse diventata agitata a palazzo e l’etichetta non prevedesse una simile condotta da parte dei sovrani, Franz non accettò un epilogo sospeso. Fece cenno alla guardia imperiale di chiudere le porte per sbloccarle ogni via di fuga.
«Sissi, ho bisogno di te.»
La raggiunse, prevedendo di dover contenere la sua irruenza. La moglie non si avventò su di lui, si limitò a schernirlo. Era poco propensa ad ascoltare altre fandonie.
«Se sei in cerca di un erede, io non posso più concepire. Rivolgiti alle tue dame d’alto rango, loro sapranno aiutarti.»
«Non ho causato io la fine dell’impero.»
Agli occhi dell’imperatrice era un vile modo per scagionarsi dalle responsabilità di uomo. Si sarebbe sentito, così, meno in debito verso un impegno che aveva assunto al capezzale della madre.
«Lo hai ripudiato. Ti sei vergognato di lui, solo perché aveva idee diverse dalle tue. Non ti sei guadagnato la sua fiducia. Tu hai perso l’erede, io ho perso un figlio.»
Credeva che al suo fianco fosse riuscita a farsi comprendere dal consorte. Sperava che in minima parte fosse riusciva a influenzare il suo cuore rigido.
«Sei l’imperatrice e non è così che ragiona una sovrana.»
«Volevo essere una buona madre.»
«Non ti ho costretta sul trono. Ti volevo al mio fianco, ma non ti ho costretta a sposarmi.»
Era quasi mortificato. Non era mai stato nelle sue intenzioni ferirla. Di lei era innamorato davvero, in qualsiasi accezione loro pensassero all’amore.
Fece un passo indietro fisico e morale. Non era più convinto di meritare la devozione che la moglie gli aveva sempre professato e dimostrato.
I toni tra i due sposi si acquietarono.
Lo sguardo del sovrano fu attraversato dall’incapacità di razionalizzare i suoi pensieri.
Sissi accorciò le distanze.
«Franz. Risparmia il conte Andràssy, è un uomo giusto e ti è fedele. L’Ungheria non è più quella di un tempo e se è sotto il tuo comando è anche grazie a lui.»
«Non ne ho la facoltà.»
«Tu non vuoi. Avresti potuto ordinare qualunque cosa, ma devi prima volerlo.»
Sorrise sarcastico, ma al contempo dispiaciuto. Non si era impegnato per preservare il loro rapporto. Il fatto che lei si fosse avvicinata a quell’aristocratico non era bizzarro, se lui per primo aveva cercato altrove; non aveva mai lasciato, però, ai sentimenti il tempo di essere coinvolti, dal suo cuore Sissi non si era mai allontanata.
«Cosa c’è stato tra te e quell’uomo?»
«Una profonda amicizia. Niente di più.»
Gli rispose con prontezza e amarezza. Franz si lasciò convincere, era quello che sperava di sentire e fece comodo crederlo.
Sfumature rossastre squarciarono l’oscurità oltre le imposte dello studio.
Sissi cercò di trattenere il dolore, per farlo fu utile non incrociare lo sguardo del marito.
«Ora scusami, ma ho un’altra tomba su cui piangere.»
Stava per uscire addolorata, sperando la facessero passare senza opporsi. Stavolta desiderava soffrire in solitudine e pregare per l’anima dell’amico.
Franz, con la voce incrinata, la richiamò. Quel dettaglio bastò per sorprenderla. La obbligò così, senza reale costrizione, a tornare sui suoi passi.
«Volevo bene a mio figlio. Desideravo solo il suo bene. Mi dispiace di aver anteposto altri interessi a lui. E a te. Non so se dopo di me il regno sopravvivrà, ma spero tu lo veda. Non riesco a immaginare la mia vita senza di te.»
Nemmeno lei riusciva a immaginare una vita differente per sé, in un luogo diverso dalla corte e non accanto al consorte.
 



 
 
 
Bad Ischl, Austria; 31 luglio 1890
 
Il matrimonio tanto atteso di Marie Valerie si sarebbe celebrato nella cornice collinare dei luoghi più spensierati per la famiglia imperiale, in quei paesaggi che sortivano pace interiore ai sovrani e per osmosi all’ultimogenita degli Asburgo. Non vi era posto migliore per festeggiare un bramato lieto evento.
Franz Joseph, in tenuta consona e informale, rimase sulla porta della stanza, mentre le dame si occupavano del lungo strascico della sposa. Non importava all’imperatore che le donne si accorgessero della sua presenza. Desiderava contemplarla in silenzio, in quegli ultimi istanti, prima di consegnare la ragazza nelle mani fidate del futuro sposo.
L’amata figlia riuscì a regalargli un sorriso. Solo quindici giorni prima a Vienna, aveva accolto in una cerimonia solenne la rinuncia ai privilegi imperiali da parte di Valerie per poter sposare l’uomo che amava, il quale apparteneva ad un ramo minore della famiglia austriaca; era un principe senza dote e per questa ragione privo di ogni diritto a salire al trono accanto alla consorte.
Non si era ribellato alla volontà dell’imperatrice che voleva rendere felice quell’ultima figlia, lui per primo lo aveva promessa alla sua nascita.
Valerie era raggiante nell’abito candido. La gioia delle sue nozze la sosteneva nel sopportare la morte prematura e inaspettata del fratello. Rudolf aveva impiegato tempo prima di accettare la sua unione, ma alla fine anche lui le aveva dato la sua benedizione.
Era inconcepibile pensare che non avrebbe assistito al suo matrimonio.
Agli occhi di Franz, il sorriso che decorava il volto della figlia sarebbe bastato, senza troppi fronzoli, a oscurare qualunque altra questione: il destino del trono e i lutti.
La sposa si accorse tardi della presenza dell’imperatore, quando aveva preso posto davanti allo specchio per ammirare il risultato della sua acconciatura. Il sovrano le rivolse un sorriso affettuoso. La ragazza non ricambiò, il suo primo pensiero fu di accoglierlo con riverenza, come le era stato insegnato, con maggior rigore da quando aveva perso i titoli imperiali.
«Padre.»
Le passò il dorso della mano sotto il mento per costringerla a perdere quella posizione sottomessa.
«Mantieni uno sguardo fiero. Sei un’Asburgo. E una Wittelsbach, da quella famiglia discendono le donne più coraggiose che io abbia conosciuto.»
«Siete stato buono con me a benedire questo matrimonio. Ho rinunciato ai miei diritti per sposare Erzherzog e voi non avete indugiato a consentirmelo.»
«Mia cara Valerie, non ti avrei mai imposto la corona. Sei più simile a tua madre di quanto credi, rivedo in te la sua tenacia e la sua purezza. Voglio che almeno tu sia felice, ma per esserlo devo lasciare che le mie decisioni vengano messe da parte.»
La figlia in abito nuziale lo riportò indietro nel tempo, quando al suo fianco vi era una giovanissima cugina. Sissi era inesperta, ma non timorosa. Era pronta ad affrontare ciò che il destino aveva scelto per lei.
La giovane vita spezzata del figlio sfiorò la sua mente. Aveva lasciato che morisse sotto il peso dell’impero. Giselle era stata obbligata nelle spire di un’unione senza amore. Valerie non avrebbe incontrato la stessa sorte del fratello e della sorella.
Gli occhi del sovrano si inumidirono. Per mascherare quell’attimo di fragilità, offrì il braccio alla sposa.
Li attendeva una cerimonia semplice in abiti ufficiosi nella chiesa parrocchiale di Bad Ischl; così gli imperatori avevano deciso per la figlia che aveva rifiutato i pregi di una famiglia potente sullo scenario europeo.
«Padre. Vi sentite bene?»
«Sto bene. Se sei pronta, ti scorto all’altare.»
 
◦•●◉✿✿◉●•◦
 
Elisabeth li attendeva tra le panche della chiesa. Non aveva riposto gli abiti del lutto, benché l’evento che si apprestavano a celebrare fosse fra i più lieti per la discendenza asburgica.
Il dolore per il figlio e la sorella non impedì alla sovrana di rivolgere un sorriso orgoglioso alla sposa. In quel luogo di culto aveva pregato per l’anima dei suoi cari, ma Valerie era viva e si augurava che il suo fosse un futuro colmo di gioia.
L’imperatore prese posto accanto alla consorte. Al suo fianco gli venne riservata insofferenza, ma non si lasciò intimorire dall’atmosfera tesa che aleggiava tra loro.
Franz Joseph prese più volte un respiro prima di sussurrare. Non distolse lo sguardo dalla cerimonia, ma quella confessione poteva solo essere rivolta alla donna che gli era più vicina.
«Avevi ragione.»
Lo sguardo di Sissi fu fugace in direzione del marito. La presenza di Franz rappresentava una cornice rispetto all'unione della figlia, era parte del cerimoniale, benché meno ferreo del consueto.
«A proposito di cosa?»
Si scomodò a interagire con lui. Non trasse alcuna soddisfazione dalla constatazione del consorte, era arrivata troppo tardi quell’ammissione. Non lo palesò, ma non era rimasta indifferente.
Senza incrociare gli occhi di lei, l’imperatore cercò la mano che si trovava composta sulle gambe della moglie. Con attenzione, Elisabeth seguì i gesti con lo sguardo. Non si tirò indietro, ma tuttavia non ricambiò la stretta dell’uomo.
Franz non demorse. Le accarezzò il dorso con il pollice.
«Il dovere mi ha reso cieco. Ho biasimato Max, ma non sono stato più lungimirante di lui.»
«Penso sia tardi per i pentimenti, Franz. Valerie è felice, ora conta solo questo.»
La giovane Asburgo sembrava essere raggiante, il suo viso era rischiarato da una luce che Sissi non aveva mai conosciuto.
L’imperatrice si era ripromessa che le sue lacrime avrebbero avuto il sapore della gioia in quella rara occasione di festa. Invece una lacrima più dolorosa delle altre le sfuggì lungo la guancia.
Franz scorse quel silenzioso cristallo di sale, brillava sotto i raggi variopinti filtrati dal rosone; a lei non bastò concentrarsi sulle pieghe del suo abito per camuffare un quadro penoso, spostando l’attenzione dall’altare.
Elisabeth provò ad allontanare la mano da quella di Franz, ma lui glielo impedì con determinazione. Le comunicò così quanto fosse ardente il desiderio di essere al suo fianco e condividere la stessa sofferenza.
 

Buongiorno, cari lettori e care lettrici!
 
Anche stavolta ho provato a ricostruire i loro sentimenti attraverso le fonti storiche che sono riuscita a recuperare.
Come sempre, mi auguro di essere rimasta il più fedele possibile alla Storia.
Grazie di cuore per continuare ad accompagnarmi in questo viaggio nella vita di Sissi. ❤️

Un abbraccio,
Vale
 
[1] Attuale Croazia.
[2] Viva Elisabeth! Viva Elisabeth! Venne urlato dalla folla il giorno dell’incoronazione a regina d’Ungheria.
[3] Giornale autriaco che nel 1857 fu acquistato dal governo.
   
 
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