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Autore: Orso Scrive    03/06/2024    1 recensioni
Durante la torrida estate del 2022, la Toscana è sconvolta da alcuni misteriosi e brutali omicidi. Omicidi che vedono, come vittime, tombaroli sorpresi a scavare all’interno di antiche sepolture etrusche.
Per questo motivo, il tenente Manfredi e il sottotenente Bresciani vengono inviati a San Gimignano, in provincia di Siena, nel cuore dell’antica Etruria, per indagare sugli strani avvenimenti.
Riusciranno Alberto e Aurora a fare luce su questo nuovo caso, che affonda le sue radici ai tempi della guerra tra Roma e gli Etruschi, e forse a tempi ancora più remoti?
Genere: Horror, Mistero, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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- Questa storia fa parte della serie 'A&A - STRANE INDAGINI'
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9.

 

 

 

«Che ne pensi di Morone?» chiese Alberto.

Erano seduti al tavolino di una rosticceria del centro storico. Il plateatico affacciava su Piazza della Cisterna. Per fortuna del portafogli di Alberto, Aurora sembrava essersi dimenticata del fatto che avrebbe dovuto offrirle una fiorentina da un chilo per cena.

Chissà poi cosa se ne farebbe, di tutta quella carne. Non sono vegetariano, però a me le bistecche stancano dopo un boccone. Meglio un piatto di cipolle, quelle almeno ti riempiono con il loro gusto e non stufano mai. E se le cipolle da sole non ti bastano, ci versi dentro una scatoletta di tonno oppure di Simmenthal. Quella sì che è la goduria: mangi bene e spendi poco.

Stavano mangiando un panino al salame di cinghiale e bevendo Coca-Cola alla spina e, intanto, osservavano il viavai dei passanti lungo la strada.

Aurora addentò il panino. Masticò. Deglutì.

«Che è un idiota totale», rispose poi, senza nessun indugio.

Dopo la parentesi imbarazzante con il quadernetto giallo, Morone era tornato in argomento. A dire il vero, non aveva aggiunto più di tanto a quello che già sapevano. Al primo omicidio ne erano seguiti altri due, del tutto simili.

Ne sappiamo quanto prima, aveva pensato Manfredi, sconfortato.

Il primo era stato segnalato da un agricoltore, che il ventisette di giugno aveva scoperto lo scavo illegale di una sepoltura nei suoi campi; si trattava di una tomba ordinaria, non certo ricca come quella individuata da Minelli. Anche il contenuto di questa, però, era risultato essere stato devastato. E, soprattutto, anche in questo caso si era trovato il cadavere squartato di un tombarolo. Il medico legale non aveva avuto dubbi: colpito con una grossa arma da taglio senza essere ucciso e poi fatto a brandelli con fauci e zanne.

Il trenta era stato il giorno del terzo cadavere. Questa volta lo aveva individuato un escursionista, mentre camminava nei boschi non lontano dal Castello di Celsa. Se ne era occupata la polizia, ma quando si era saputo che il morto – ridotto a una poltiglia sanguinolenta – era un tombarolo, Morone aveva voluto fare un sopralluogo. Come si aspettava, non lontano dal punto in cui si trovava il cadavere aveva individuato un’altra sepoltura. In quel caso era intatta, ma solo perché il tombarolo non aveva neppure fatto in tempo a entrarci. L’aggressione era avvenuta mentre stava ancora scavando.

«A quel punto mi si è accesa una lampadina e così mi sono procurato l’elenco delle persone scomparse nei paraggi negli ultimi tempi», aveva spiegato il luogotenente, anche in questo caso senza aggiungere nulla a ciò che già sapevano. «Cinque di loro sono tombaroli. Un paio li hanno anche fatti vedere sulla Rai, a Chi l’ha visto?, ma non è servito a rintracciarli. Volatilizzati. Nessuno ne sa niente. Un sesto – Vittorio Gori – non è esattamente un tombarolo, ma ha amici che sono noti per aver praticato più volte la – diciamo così – professione. Può essere che lo abbiano coinvolto, in un modo o nell’altro. In ogni caso, l’ho incluso nella lista delle sparizioni sospette. Potrebbero essere coincidenze, ma… visto quello che sta succedendo, comincio a temere che i cadaveri maciullati di questi esimi signori siano abbandonati in qualche bosco o in cima a qualche colle. E ciò che mi fa più inorridire, è il pensiero che, accanto a ogni cadavere, possa esserci una sepoltura devastata.»

Aurora bevve un lungo sorso di Coca-Cola.

«Non fraintendermi», aggiunse, pulendosi le labbra con il tovagliolo di carta, «sono certa che si stia impegnando nel suo lavoro e che non voglia lasciar cadere la cosa nel vuoto. Ma mi dà l’aria di uno che, se appena appena potesse, se ne laverebbe le mani. Hai visto che faccia ha fatto, nel vederci? Ci ha presi per due idioti totali, ma la cosa è sembrata importargli poco. In pratica, sa benissimo che, se ce ne occupiamo noi, lo solleviamo da ogni responsabilità.»

Fece una breve pausa, rimettendo il bicchiere sul tavolo. Non lo lasciò andare, facendolo roteare adagio.

«E poi c’è la questione del quaderno, che se non l’avessi sollevata tu, non ce ne avrebbe mai parlato. È il classico arrivista che pensa solo a se stesso. Appena c’è da fare qualcosa che potrebbe metterlo nei guai, si tira indietro. E a me la gente così fa venire da vomitare.»

Prima di rispondere, Manfredi lasciò vagare lo sguardo lungo la via.

Individuò un paio di turiste in abiti parecchio succinti.

Sempre una bella cosa, l’estate, constatò.

Una delle due, con i capelli biondi raccolti in una coda, indossava uno svolazzante vestitino a fiorami che si sollevava con discreta nonchalance attorno alle cosce. L’altra, mora, portava dei minishort poco più grandi di semplici mutande. Le scrutò con interesse, almeno finché, da sotto il tavolino, il piede di Aurora non scattò contro il suo stinco.

«Ahio!» esclamò, voltandosi.

«Scusa!» trillò lei, fingendosi contrita. «Non volevo!»

Non dirmi che sei gelosa, pensò Alberto. Era quanto di più impossibile potesse esserci.

«Non vuoi che guardi le altre ragazze?» ridacchiò.

«Più che altro, mi domando come tu faccia a guardare le altre quando sei seduto di fronte alla dea della Bellezza», chiosò Aurora.

Questo me lo domando anche io.

«E comunque non avevi bisogno di prendermi a calci. Non stavo guardando nessuna ragazza», mentì Manfredi, spudorato più che mai. «Ero… uh… mi interessava quel vecchio pozzo là in fondo.»

Lo sguardo verde di Aurora brillò sinistramente. Le labbra le si distesero nel solito sorrisetto maligno.

«Non cantarmi balle, tenente», mugolò. «Altrimenti, le fiorentine che mi devi offrire diventano due. E accompagnate da un vino costosissimo.»

«Ah, ma allora ti ricordi…» borbottò Alberto.

Speranze infrante. Gli parve quasi di udire il gemito doloroso del suo portafogli. Lo vide listato a lutto. Brutta immagine.

Aurora giunse le mani e vi appoggiò sopra il mento, piegandosi un poco verso di lui. Sbatté le palpebre con civetteria.

«Pensavi forse che me ne fossi scordata, tenente?» sussurrò. «Povero illuso.»

Manfredi fece per replicare. Si bloccò.

Non darle corda, o entro un quarto d’ora, oltre a scroccarti le fiorentine e il vino, ti avrà costretto a portarla in una spa costosissima e altre cose del genere. Roba che poi non ti restano nemmeno i soldi per comprarti un tozzo di pane.

Giusto.

Meglio non correre rischi.

«Sì, Morone non è un granché», disse, riallacciandosi al discorso principale. «Cioè, a dire il vero, mi è stato sui coglioni appena me lo sono trovato davanti, ma questo fai conto che non lo abbia mai detto. Più che altro, ha solo voglia di andare in pensione e non vuole correre nessun rischio. Ma ora può starsene tranquillo. Hai ragione tu. Le rogne finiranno col passare tutte a noi.»

Aurora aveva ricominciato a mangiare il suo panino. Si interruppe per guardarlo con i suoi occhi da gatta.

«E tu, Manfredino?» domandò. «Anche tu temi il rischio?»

Alberto si strinse nelle spalle.

«Ma va’. E poi, dopo certe cose che mi sono capitate insieme a te, non ho quasi più paura di niente. Tanto, il massimo che possono farmi è decurtarmi dei soldi da quella miseria che chiamano stipendio. Sai che differenza? Miseria più, miseria meno, sempre miseria rimane.»

«Come sei venale!» finse di lagnarsi Aurora. «Sei sempre attaccato alla calcolatrice.»

Manfredi bevve un sorso di Coca-Cola.

«In ogni caso, tirando un po’ le somme, tu ci hai capito qualcosa, di questa faccenda?» chiese.

Aurora abbassò il panino e si morse il labbro, pensosa.

«A dire il vero non molto», ammise. Fece una risatina nervosa. «Escluderei di sicuro la vendetta di un archeologo frustrato dai furti dei tombaroli o l’intervento di un giustiziere delle collezioni museali. Un tizio del genere risparmierebbe i reperti. E lo stesso vale per la concorrenza tra ladroni: mica ti ingegni a far fuori il tuo rivale in quella maniera fantasiosa per poi spaccare tutto. E perciò, considerate le modalità d’azione, mi pare che ci troviamo di fronte a un serial killer.»

Alberto si prese la testa tra le mani, cercando di fare ordine nelle idee. Le poteva quasi sentire vorticare contro le pareti del cervello. Peccato che non riuscisse ad afferrarne una di abbastanza sensata da portargli la soluzione facile facile.

«Un serial killer ben strano, però», bofonchiò. «Uno che se ne va in giro con un orso al guinzaglio o roba del genere. Un orso gigantesco che resta senza mangiare per settimane, a giudicare dallo scempio che combina. E che segue i tombaroli di notte e li sorprende dentro le tombe. Diamine, ma com’è possibile che uno, in piena notte, in un luogo solitario dove non dovrebbe esserci in giro nessuno, che dovrebbe avere i sensi sempre all’erta per non correre il rischio di imbattersi in qualche guastafeste, non si accorga di essere pedinato da un pazzo con la mannaia che si porta dietro un grizzly, o un leone, o un dinosauro o un che cazzo ne so?!»

Aurora aveva cominciato a giocherellare con l’eterna ciocca che le scivolava sempre davanti agli occhi.

«Ma siamo sicuri, poi, che sia proprio opera di un uomo e di un animale?» insinuò.

Suo malgrado, Manfredi riuscì a fare un sorrisetto.

«A meno che non vogliamo credere che ci sia in giro l’abominevole uomo della Toscana…»

Aurora rise.

«No, non mi sembra troppo plausibile, in effetti», chiarì. «Comunque sia, credo che sia meglio cercare di arrivare in fretta a una soluzione. Non me ne fotte una minchia, se qualche tombarolo viene ucciso. Ci risparmia a noi il lavoro di doverli arrestare. Ma questa storia delle tombe distrutte non mi piace per niente. Non ha senso.»

«A meno che», obiettò Manfredi, «non sia l’opera di un pazzo. Di un malato di mente che non ha la più pallida idea di ciò che stia facendo. In questo caso avrebbe senso.»

Aurora tornò a dedicarsi al suo panino al cinghiale.

«Un pazzo metodico, però», concluse. «Sceglie bene le sue vittime e non lascia tracce.»

Le dita del tenente tamburellarono nervose sul pianale di metallo del tavolino, abbellito da una vecchia pubblicità del Cinzano.

«Questo è quello che mi sconcerta di più», ammise. «Con tutta quella devastazione, uno si aspetterebbe di trovare una marea di tracce. Anche sui corpi: se è vero che sono stati fatti a pezzi con unghie e denti…»

Cercò di non immaginare la scena. Non fu facile.

Che schifo. E ne parliamo mentre mangiamo.

Guardò il suo panino, ancora quasi intatto. Gli si stava chiudendo lo stomaco.

«Non hai fame, Manfredino?» domandò Aurora, notando il suo sguardo.

Lei aveva appena finito di mangiare l’ultimo boccone del suo e si era pure leccata le dita.

«Uhm, no…» borbottò Alberto. «Sono un po’ stanco. Sarà stato a viaggiare in macchina con quel caldo.» Prese il bicchiere di Coca-Cola. «Ho sete, più che altro.»

«Allora, se non ti fa niente, me lo mangio io», replicò la giovane, prendendogli di mano il panino e addentandolo. «Non lo avevo mai mangiato prima, il salame di cinghiale. Mi piace questa roba.»

«Lo vedo…» commentò Manfredi.

Si beò per un istante nella contemplazione di Aurora che mangiava.

È bella anche quando si rimpinza. Ma c’è un momento in cui non lo è?

Di fortune nella vita non ne ho avute molte, ma mi è bastata l’unica che mi è capitata. Ho incontrato te. Ma io che cosa farei senza di te? Sarei un cadavere vivente o qualcosa di simile.

Forse ogni tanto dovrei dirglielo, quanto lei è importante per me. Farle capire che, senza di lei, io non varrei niente.

Scusami, se non sono molto eloquente. Sono fatto così, che vuoi farci: tendo a tenermi tutto dentro. Ma sono certo che tu, in un modo o nell’altro, lo sai quanto vali per me.

Il suo sguardo, perso nel vuoto, tornò a mettere a fuoco la figura di Aurora. Lo stava fissando con un mezzo sorriso.

«Ehi, pronto?» domandò lei. «C’è qualcuno in casa Manfredi, o sei partito per la Luna?»

Il tenente sbatté le palpebre. Si sforzò di tornare a parlare dell’indagine.

«Dicevo… con tutta quella devastazione, l’assassino dovrebbe aver lasciato una marea di tracce. Capelli, impronte… persino – scusami, stai mangiando – bava e saliva, visto il modo in cui finisce le vittime. E invece, la scientifica non ha trovato nulla di nulla. Come se, insieme a quei cadaveri maciullati e ai reperti ridotti peggio di un puzzle, non ci fosse nessuno.» Sollevò un sopracciglio. «Ma ti pare normale?»

«No», rispose Aurora. Stava masticando, ma questo non le impedì di proseguire. «Come pure non mi pare normale che nessuno abbia notato un uomo andarsene in giro coperto di sangue e di frattaglie. E dopo un simile macello, doveva averne parecchie addosso. Eppure Morone ci ha confermato di essere arrivato sul luogo del primo delitto riscontrato appena dopo il sorgere del sole, e il medico legale gli ha detto che l’omicidio era avvenuto da pochi minuti. Insomma, dove può andare, nella luce dell’alba, un uomo così sporco di sangue? Qualcuno dovrebbe pure averlo notato.»

«A meno che non sia stato davvero un animale, a fare quelle cose», tentò Manfredi. «Magari c’è una belva che si aggira nei boschi. Un po’ come la vecchia storia della bestia di Cusago e altre faccende simili. Magari, scopriamo che è una faccenda per i Forestali, o per qualche criptozoologo, e noi possiamo tornarcene a casa…»

«Ti piacerebbe, eh, Manfredino? Ma dimentichi che un animale non sarebbe potuto uscire dalla tomba», rammentò Aurora. «E che l’assassino si serve anche di una grossa lama. Senza contare, poi, che un animale lascerebbe ancora più tracce biologiche di quante ne potrebbe lasciare un uomo attento a non farsi scoprire.»

Con un ultimo boccone, terminò anche il secondo panino. Si appoggiò allo schienale e allungò le gambe verso Alberto, rilassandosi.

«E allora che cosa dovremmo concludere?» bofonchiò Manfredi.

Guardò le sue caviglie, avvolte dai jeans neri e attillati. Fece scorrere lo sguardo sulle cosce.

C’è una parte di te che non sia meravigliosa?

Fece una risata nervosa.

«Dici che siamo davvero alla presenza di un mostro o di altra roba del genere?» Anche se non ci credeva, il pensiero gli procurò un brivido. «Una sorta di extraterrestre indemoniato o di un diavolo sputato fuori dall’inferno o magari uno gnomo con l’ascia e altre fantastiche cose del genere…?»

In fondo, a ben pensarci, per loro non sarebbe nemmeno stata la prima occasione di imbattersi in cose del genere.

Qualche volta, con il loro lavoro, avevano avuto occasione di affrontare situazioni che si sarebbero potute considerare paranormali. Avevano avuto a che fare con un fantasma e, pur non essendone troppo certi, anche con il demonio in persona. In un paio di occasioni, avevano persino visto in cielo qualcosa che aveva radicato in entrambi la convinzione che lo spazio cosmico fosse abitato. Ma si era trattato di casi estremi e, soprattutto, che non avevano avuto davvero delle conseguenze pericolose o su così vasta scala.

Oltretutto, col trascorrere dei giorni, delle settimane e dei mesi, era molto semplice finire col convincersi di aver sognato, o frainteso, facendosi ingannare dai sensi. Perlomeno, a Manfredi piaceva pensarla in questo modo.

Tra di loro, in effetti, la più propensa a credere nella possibilità che qualcosa sfuggisse alla comprensione umana era sempre stata Aurora. Alberto, dal canto suo, preferiva mantenere un atteggiamento il più possibile materialista. In questo momento, però, neppure lei sembrò voler prendere in considerazione quella possibilità.

«Per il momento, cerchiamo di rimanere con i piedi per terra, Manfredino», mormorò la giovane donna. «Anzi, a proposito di piedi, sei fortunato che non ho voglia di slacciarmi gli anfibi, altrimenti te li ficcherei sulle gambe per farmi fare un massaggio. Sono stanca morta.»

Alberto ammiccò. Non gli sarebbe affatto dispiaciuto. Lo avrebbe fatto anche sapendo che era dalla mattina che Aurora andava avanti e indietro con indosso quegli anfibi, e che l’olezzo dei suoi piedi non poteva certo assomigliare a quello di un campo di lavanda.

Ma che mi importa? È la dea della Bellezza, no? Sono parole sue.

«Se vuoi te li slaccio io», propose.

Il sorriso che apparve sulle labbra della ragazza fu di una dolcezza disarmante. Uno di quei sorrisi di fronte ai quali Manfredi non sarebbe mai stato capace di dire no. Se, con un sorriso simile, lei gli avesse proposto di mollare tutto e andare ad assalire un portavalori, lui lo avrebbe fatto. Questo e altro, quando Aurora sorrideva così.

«Non qui», sussurrò. «Ma grazie lo stesso, Manfredino… vedi che, quando vuoi, sai essere gentile anche tu? Riesci persino a dimostrare di essere umano, e questo mi sorprende ogni volta, visto che non fai altro che atteggiarti a tonto, oppure a taccagno, o ancora a insensibile totale, quando non addirittura a tonto taccagno insensibile, che è la tua combo micidiale.» Scosse la testa. «Rischierei di addormentarmi sulla sedia, e non sarebbe una grande figura, per un quasi tenente dei Carabinieri.»

Alberto capì al volo l’antifona. Le lesse in faccia i segni della stanchezza. Non che lui non si sentisse molto più vitale di lei. Viaggiare in autostrada alla metà di luglio, sotto il sole cocente, ha l’effetto di mettere sonno. Si sentiva cotto come se fosse stato messo a lessare a fuoco lento. Avevano entrambi bisogno di farsi una doccia e di buttarsi sopra un letto.

«Che ne diresti di andare a cercare quell’agriturismo immerso nel verde che ci ha prenotato Iannaccone?» propose.

Bevve l’ultimo sorso di Coca-Cola.

«Tanto qui non abbiamo altro da fare, direi. Ho chiesto al luogotenente di controllare meglio l’elenco delle persone scomparse e di vedere se si può fare qualche passo avanti, almeno in quel senso. Per il resto, temo che dobbiamo solo aspettare di avere qualche indizio in più.»

Aurora aveva chiuso per un momento gli occhi.

«Direi che sono pienamente d’accordo con te», rispose. «Ogni tanto hai delle buone idee, tenente. Complimenti. Ecco perché sei andato tanto in là, nella scala gerarchica. Mi sorprendo che non ti abbiano ancora fatto generale a tre stelle.»

Riaprì gli occhi e porse la mano a Manfredi, che intanto si era alzato.

Lui la prese e la trasse vicina a sé. Erano quasi avvinghiati. Le solite situazioni che Manfredi non sapeva proprio come interpretare.

Aurora lo abbracciò e avvicinò la bocca al suo orecchio.

Oddio, adesso che cosa…?

«Questa sera te la sei cavata con la cena, Manfredino», sussurrò lei, «ma domani fiorentina e vino costoso, ricordatelo. Comincia a fare le carezze a quel coso a chiusura ermetica che chiami portafoglio, perché da domani a quest’ora peserà molto, molto meno di come lo ricordi.»

Ecco.

Si lasciarono andare e si scambiarono un fuggevole sorriso.

Poi si avviarono lungo la strada, piena della luce dorata della sera imminente.

 

 
   
 
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