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Autore: RLandH    03/07/2024    0 recensioni
Quando il Dio-Di-Ogni-Cosa-Buona creò gli uomini non li fece tutti uguali, al contrario: si impegnò perché fossero più diversi, variopinti e colorati possibili, come fiori.
Si adoperò perché i suoi uomini fossero come i fiori del suo giardino, virtuosi, bellissimi, colorati ma differenti.
Unici.
Eccezionali.
Ogni fiore era unico, non solo da una specie all’altra ma da un individuo all’altro.
Così, erano e dovevano essere gli uomini.
Bellissimi.
Furono gli uomini, in maniera del tutto arbitraria, a decidere che quella diversità andasse classificata, andasse ordinata, secondo il loro iniquo giudizio.
Che il dono di Dio dovesse essere – non un regalo ma – un assetto.
E, che gli uomini professino quel che vogliono, tale iattanza fu Il Principio.

C'è un cavaliere, senza ne arte ne parte, che cerca uno scopo ed un mondo che non ha riguardi verso di lui o altre anime sfortunate. Circa.
Cosa può, d'altronde, un uomo contro Re, Signori e Principesse? Cosa può un uomo contro il Destino stesso?
Genere: Angst, Avventura, Guerra | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
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Dopo un anno e qualche settimana, torno con un capitolo di sola LORE.
Probabilmente questa storia sarà sottoposta ad una pesante revisione, inclusa il cambio di denominazione temporale, da Sorelle ad Altro, meno complicato.
Per ora, ehi, ecco la Lore non richiesta!

 

P A R T E   P R I M A

L ' I N V I O L A B I L E

T I T O L O  I

I   G I O C A T O R I

C A P I T O L O   X

C O S I’  V M A N A   D A    P A R E R E    Q V A S I    B E S T I A

 

“Ho sempre apprezzato come voi donne fioriani portiate i capelli sciolti” aveva considerato Theresia, giocando con il ciuffo finale di una delle due trecce pesanti che portava dritte lungo il petto. Adda aveva arrotolato un dito attorno ad una ciocca di cappelli riccioluti, “Molto audace” aveva aggiunto la Monna Ferriana.

Nella sua lingua, la sua parlata era così fluida e bella che la faceva apparire tremendamente regale; anche più di Canadea.

“Durante le sorelle Vivaci sono una tortura, in vero” aveva dichiarato Adda, “Inoltre, i capelli sono parte del linguaggio. Alle sole donne maritate è concesso raccoglierli, alle fanciulle viene concesso solamente dei torciglioni per scostarli dal viso” aveva cominciato a spiegare, non sapeva esattamente la ragione di quelle chiacchiere vuote, ma Theresia sembrava quasi interessata.

“Il capello sciolto è simbolo della purezza, non ho idea del perché. Alle anziane o alle vedove è concesso tagliarli corti; anche se ultimamente è diventato abitudinario per tutte le donne che indossano un lutto famigliare” aveva cominciato a spiegare.

“Il famoso taglio della vedova, giusto?” l’aveva interrogato Theresia, “Come sono acconciati quelli dell’Imperatrice” aveva considerato.

Adda si era toccata inconsapevolmente i capelli, erano riccioluti, pesanti e scendevano lungo la schiena. Gli aveva tagliati subito dopo essersi unita a Iren e Saiji nel loro vagabondare.
“Quando avevo cinquanta sorelle sono andata in visita all’Aranceto; per il compleanno del defunto Arciduca, come era: il Principe Tarbaras o qualcosa di simile” aveva cominciato Theresa.
Tarbarat il Bello” l’aveva corretto Adda.

Un soprannome che ben si addiceva ad un figlio del Destino, optava Adda.
“Sì lui, bell’uomo, anche se mi era parso più interessato a fustigarsi le gonadi che partecipare alla sua stessa festa, comunque, principe a parte, penso mio padre e mio zio volesse farmi maritare con uno dei loro cugini” aveva considerato.

“Non mancano principi di sangue all’Impero” aveva considerato Adda, pensando alla popolo famiglia imperiale, tutti affamati e volenterosi di indossare l’Amara Corona. Quell’ultimo commento aveva permesso alle due donne di scendere in un silenzio leggermente scomodo, mentre continuavano sul loro incedere nell’erba secca della Pallida.

 “Comunque ho notato che c’erano fanciulli e fanciulle con i capelli radi” aveva ripreso Theresa. Adda era davvero piena di confusione per tutte quelle considerazioni sui capelli, non ci aveva mai badato così tanto, ma doveva riconoscere che avesse senso per la Monna Peripsiana.
La prima volta che Adda aveva raccolto i capelli era stato proprio nella città ferriana, quando Deria le aveva allungato un nastro e le aveva detto che non era rispettabile per una donna fatta-e-finita portare i capelli scinti. “Oh, sì. È un’usanza un po’ … come si dice? Desueta sì, vengono rasati i capelli di ragazzi e ragazze fino alla quarantesima sorella, con lo scopo di confondere il principio” aveva detto calma Adda.

Anche lei li aveva portati così, lunghi quanto la prima nocca delle dita, ma il Principio non era stato neanche preso in considerazione. Sua sorella le aveva tagliato i capelli per evitare che si prendesse i pidocchi e non dover sprecare tempo a districare i ricci, ‘Dobbiamo farlo ora che ne possiamo approfittare’ le aveva detto imperioso.

Theresia aveva emesso uno sbuffo, “Immagino che le donne siano più inclini a farsi sedurre dal Principio” aveva considerato, il suo tono voleva essere burlone, ma nel fondo si poteva sentire il raschio del nervosissimo.

Adda aveva scosso il capo, “No, mia monna. Gli uomini, come ci viene insegnato, sono forti e feroci, combattono e fanno la guerra, come le bestie … e questo può guidarli allo smarrimento. Le donne nell’Impero sono is- volevo noi – anche io sì – siamo istruite ad essere la luce che illumina il giusto sentiero” aveva risposto pacata Adda.

 

Theresia aveva emesso un suono che doveva collocarsi a metà di una risata e di uno sbuffo, “Oh, è tu sei la luce che illumina il giusto sentiero di Garlio il Principio-Incarnato?” aveva chiesto retorica.
“Lui non ha bisogno di luci, lui sa camminare al buio” aveva risposto di gesto Adda.
Theresia aveva sospirato, con gli occhi si era rivolta alle acque chiare del piccolo fiumiciattolo che stavano costeggiando, “Non ho idea di cosa il Giusto Sentiero preveda per una donna ferriana, sono cresciuta un po’ fuori dal mio ruolo. Però immagino sia stare zitta, saltare quando lo comanda il Don-Tuo-Marito e sgravare bambini. Supposizione però, l’educazione la ho ricevuto da mio padre, diceva che mio fratello Emisio era troppo stupido per essere il suo erede e da un It Ghaatiano[1] troppo attraente per essere preso sul serio e piuttosto guidato dai suoi vizi” aveva considerato con una punta di divertimento.

Adda aveva scosso il capo, facendo tremolare i ricci. Theresia era un’adoraoro fino al midollo nelle sue ossa, si percepiva proprio, nel suo parlare, nel suo parlare così scivolosamente di quegli argomenti, non comprendeva quanto il destino prescritto ed il servo arbitrio fossero qualcosa profondamente intessuto nell’Impero. I fiori avevano plasmato loro fino alle radici.
Anche Adda con la sua mancanza sul seno, che aveva smesso di essere pecora e di curarsi di quell’ordinamento, a volte, si sentiva ancora legata e schiacciata. Dovevano essere passate almeno ottocento sorella dall’ultima persona che a Peripsia fosse stata condannata per essere liberista.
Adda sapeva che la strega non era stata l’ultima, ma era stata la condanna che Adda ricordava di più, a cui il pensiero correva di più quando pensava quegli argomenti.

Gente finiva sulla ruota, gente finiva a ballare la danza degli strozzati, ma la strega era stata condannata all’essiccamento.

Niente cibo, niente acqua, niente.

 

Adda si era grattata il petto sentendo le cicatrici della mancanza bruciare. Garlio era stato bravo nel tagliarla e mutilarla, non le aveva fatto male e non aveva permesso alla febbre di averla, ma ogni tanto, Adda sentiva aghi infuocati nella sua pelle.

“Come stanno Saiji e Iren?” aveva chiesto alla fine.

Theresia era un’affarrista, era una lupa d’oro, se così poteva dirsi, voleva qualcosa da Adda ed immaginava che fosse convincere il titubante Garlio, ma lei non avrebbe giocato a quel gioco.
Adda non era una commerciante, non era una sofista, era a malapena umana. Theresia aveva ridacchiato, continuando a giocare con i ciuffi spessi delle sue trecce scure. “Oh … Sir Alderichi è sempre storto, come se qualcuno gli avesse morsicato il cuore” aveva risposto, “Io sono stata cacciata da casa mia, lasciata alla mercò della bontà dell’animo nero di mio cugino, abbandonata dal mio stupido fratello, ma tra me e lui, Sir Alderichi pareva essere stato fustigato dal Buon-Dio” aveva spiegato.
Adda aveva sorriso a quel pensiero, sollevata. Si era anche sentita meschina, ma non poteva controllarlo. L’insofferenza scostante di Saiji significava che forse nulla era cambiato, nonostante il suo allontanamento e quello le riempiva il cuore di gioia, perché le mancava il suo Saiji e sapere non fosse già scomparso le dava una certa pace. Dall’altro lato si sentiva amareggiata, perché se nulla era cambiato e Saiji era ancora insofferente, all’ora egli era ancora impantanato nella sua malanconia distruttiva.
“Riguardo al tuo uomo benedetto, non saprei dirti, non ha parlato molto. L’ultima volta mi era sembrato più … vivace” aveva fatto una pausa Theresia. Adda aveva ridacchiato: “Un modo piuttosto carino per dire borioso e palo-in-culo” aveva considerato. “La parola che cerchi è eufemismo” l’aveva corretta Theresia, prima di riprendere: “Il tuo amico mi è sembrato più sciupato di una candela consumata” aveva ammesso.

Adda aveva annuito. Iren non era mai stato un sole vibrante, così come non era stato una piacevole compagnia con cui intrattenersi. Nonostante la sua apparenza divina, non era stato mai indubbio che fosse prima di ogni alta cosa un Manimobride, con tutte le loro caratteristiche: arrogante, presuntuoso e supponente.

 

I nobili che nascevano anche benedetti erano sempre le persone più orribili, a detta di Adda, che aveva pulito i loro pavimenti, lavato la loro biancheria e sentito le loro chiacchiere, ma Iren era stato una speciale creatura mostruosa. Adda lo aveva odiato. Era un pensiero così sciocco, dopo tutte quelle sorelle, quando avesse provato fastidio per il suo amico. Aveva odiato il suo modo di parlare, di porsi, di guardare.

‘La tua serva è ardita, sfacciata’

‘Fortunatamente a me piace così.’

Dopo tutta la confusione in cui erano finiti, Adda ci aveva messo molto meno tempo a perdonarlo di quanto lei stessa avesse immaginato. Aveva provato un dolore fantasma alla schiena, pensando alle scudisciate, ma nel vederlo così distrutto, disperato e sconvolto, Adda si era intenerita.
In quel momento lei ed Iren avevano condiviso lo stesso cuore sanguinante, dal tradimento. ‘Hai un cuore di miele’ le aveva detto Saiji, che aveva quello sguardo morto negli occhi, di chi non desiderava altro che lasciarsi quel mondo alle spalle.

Qualcuno deve pur possederlo, in questo mondo brutto’ aveva risposto.

Iren si era ripreso, un po’ alla volta, lei e Saiji avevano smussato i suoi angoli e lo avevano reso un po’ più umano, un po’ più decente, ma era sempre rimasto quel manimorbide supponente che si lamentava di ogni cosa, del dormire sotto le stelle, del cibo scarno e di ogni conforto di cui sentiva la mancanza. ‘Non sono una bestiaccia come voi’ si lamentava, come se anche Saiji e Iren non fossero cresciuti sotto un tetto e dietro mura calde. Però le spezzava il cuore saperlo privo di quella scattante irruenza che lo caratterizzava. Le dispiaceva molto, perché le aveva promesso che sarebbe stato meglio.

Dunque, oltre il Nobile Manimorbide era morto anche il suo Iren lamentoso e divertente?
Adda aveva sentito le sue labbra tremolare e la sua rabbia montare come uova sbattute, per non essere con loro.

Sette cerchi – come avrebbe detto Saiji – quanto sentiva la loro mancanza!

 

Theresia aveva ignorato il suo passeggiare mentale, ed aveva ricominciato a mandare: “Ho mandato quei due a reclutare una compagnia di ventura per me, come gli chiamate voi: Lupi d’arme?” aveva chiesto. “Sì, un braco per me, possibilmente famelico” aveva spiegato calma.

“L’Inviolabile non si violerà da sola, d’altronde” aveva considerato Adda, “Sì, io e il mio buon cugino stiamo cercando di mettere su qualcosa. La compagnia la ha scelta Alderichi, il punteruolo di Santa o Madre Erzeveka” aveva raccontato Theresia.

La monna feriana poteva rivolgersi ad Adda con gentilezza inaudita, ma sicuramente non la considerava come tale o non avrebbe vomitato tutte quelle informazioni in sua presenza. Quando serviva Canadea, lei era l’unica nella stanza a notare la sua presenza, per tutti gli altri, Adda era invisibile per tutti loro, almeno fino a Iren.

Ad Adda faceva ridere perché se pensava ad un nobile Manimorbide che immaginava non l’avrebbe mai dovuta notare quello era Iren, eppure …

“Credo abbiano combattuto con Saiji contro i cavalieri Erranti, ma non ricordo, non sono brava in questo cose” aveva ammesso onestà Adda.

“Sì, me lo ha detto il nostro buon Sir Alderichi, “Hanno combattuto anche in altri posti, per tutto l’Impero, anche in Ghaadia e qualche volta anche nei territori della Lega. Ho fatto i miei compiti, il Punteruolo esiste da prima del suo capitano” aveva spiegato divertita Theresia, “Ed ovviamente loro erano alla piana di Malvasia, ma senza Sir Alderichi lì” aveva aggiunto Theresia.
Oh infame dio, Theresia aveva mandato Iren da un braco di lupi d’arme che aveva combattuto contro la sua terra.

“Non mi piacciono i mercenari, sarò onesta. Non ho problemi a pagare un uomo per i suoi servigi, ma affittarlo si. Inoltre, non so, do una paga ai miei uomini, ma loro mi hanno giurato fedeltà. Un mercenario cosa mi giura? Lo stesso, ma per tempo, fino al contratto migliore. E se il migliore è il mio avversario?” aveva domandato retorica Theresia.

Adda non pensava fosse una domanda per lei, fino a che non si era accorta che la monna ferriana la stava ancora fissando.

Scarabocchio” aveva cominciato Adda, recuperando il soprannome dell’uomo, del capo del Punteruolo, “Ha fama d’essere feroce, intelligente e di parola” aveva detto solamente.
Una volta aveva sentito quella definizione per l’uomo.

“Per un prezzolato sì, ma la fiducia è una brutta bestia da comprare, specie se per un mercenario” aveva ribattuto Theresia, “Mi sto fidando di questo Scarabocchio perché mi fido di Sir Alderichi, perché è uomo corretto” nel dirlo Theresia aveva sorriso. Adda aveva sorriso senza controllo.

“E per la fiducia che provi in Saiji, vuoi anche Garlio” aveva valutato, poi, Adda.

“Sì, ma anche perché è un uomo con un’ideale ed il bisogno di sfamare un popolo. Come ho detto: la lealtà è una brutta bestia da comprare, Ser Scarabocchio avrà i suoi uomini, saranno fedeli a lui, probabilmente, ma come le prostitute ti amano fino al prossimo cliente. I tuoi eretici seguono il tuo uomo perché hanno fiducia in lui, più di quanto lo hanno in sua maestà l’imperatrice” aveva dichiarato Theresia.
Adda aveva sputato sull’erba vicino l’ansa.

Theresia aveva inarcato un sopracciglio, “Non son sorpresa, di fatto, l’Imperatrice è la Somma Incarnazione del Volere di Dio” aveva aggiunto. Adda aveva scrollato il capo, “So che mi stai nascondendo qualcosa. Ho servito come cameriera e come Dama Guardarobiera, a  Cama, riconosco quando c’è uno schema più grande di me” aveva dichiarato, solo che era stata sempre troppo ignorante e toccata per leggerlo bene.

Theresia aveva riso, “Sì, forse, niente di troppo elaborato che avrò piacere nello spiegarti, se convincerai il tuo uomo a sostenermi” aveva risposto senza vergogna. “Sarò una strega per le Pecore ma non ho poteri di incantamento, ne Garlio è uomo che può essere ammaliato” aveva detto secca.
Theresia aveva un viso grazioso, piccolo, con un mento leggermente a punta, ambrato e ciglia lunghe, messe in risalto da un rigo nero. Non era una figlia-del-Destino, era Sbagliata, come Adda, ma il suo sbaglio era moderato, quasi affascinante, come lo strabismo intrigante di un certo dipinto esposto nella sala dei banchetti del Reggia Imperiale in campagna.

Imperfezioni accettabili, stuzzicanti, che rendevano Monna Theresia inequivocabilmente umana, perciò più vicina della marmorea bellezza dei Figli-del-Destino, ma più impenetrabile, come un mistero che doveva essere risolto. Dov’è lo sbaglio?

Il tipo di bellezza di cui era stato imbevuto anche Saiji.

Nulla a che fare con la Sbagliataggine di Adda, brutale e prorompente, esposta, senza vergogna.
Tutto di lei era visibile, non c’era un mistero da risolvere, così umana da parere quasi bestia. “Tutti gli uomini possono essere ammaliati dalla donna che amano, specie quando lei professa in ciò che crede” aveva ricevuto risposta da parte di Theresia con un tono quasi pigro.

Adda aveva sollevato gli occhi al cielo, insicura dell’affermazione della Monna, si era stretta nelle sue spalle nel tentativo di nascondersi nel suo stesso corpo.

 

Theresia non le aveva scollato gli occhi di dosso, aspettando probabilmente una sua qualche brillante massima, “Il ragazzino” aveva detto invece Adda, “Quello dei cinghiali, intendo, sta davvero bene?” aveva chiesto.

Se l’uomo che era morto aveva scombinato l’elegante e perfetto mondo di Theresia, doveva essere una persona importante e di solito chi ne era responsabile, che fosse verità o menzogna, non ne usciva mai illeso. “Sì, certo, amica mia, perché avrei dovuto mentire?” aveva risposto la monna ferriana. Adda aveva sollevato un sopracciglio, “Ora è con mio cugino Tarsio, è il suo palafreniere” aveva raccontato.

“Non è tornato a casa?” aveva chiesto.

“Oh, denti-marci, avrebbe dovuto? Ha ucciso una delle due teste della bestia” aveva risposto con voce spenta Theresia, “Ma hai detto che è stato un’incidente!” aveva ammesso Adda. “Certo che le è stato. È anche quello che ha giurato in tribunale ed è stato confermato da tutti i bravi signori lì presenti, ma Darion aveva l’intenzione di farlo sparire ed addossare l’accidentale morte di Lorenzin a suo fratello minore” aveva spiegato.

Radici marce, la sua famiglia è un vero infero, Monna Theresiasi era lasciata sfuggire Adda, quasi senza controllo. “Un tempo non era così, giuro ho ricordi dolci e carini di Emisio e Darion” aveva ammesso con cupezza. “Comunque, il ragazzino, Lippo o Filippo? Non ricordo bene, è con il contingente di mio cugino, uno dei suoi fratelli è qui, si è unito alla mia coorte” aveva spiegato calma. Adda non riusciva a fidarsi del tutto di quella risposta, continuava a pensare a un piccolo bambino che aveva rovesciato il mondo e il cui mondo si era rovesciato, senza che lui potesse fare nulla, senza la possibilità di tornare a casa. Nella mente di Adda il piccolo Lippo somigliava a Saiji con la sua pelle marrone e i capelli rosso sangue.

 

“Perché siamo qui, Monna?” aveva chiesto poi Adda, realizzando che non era brava in quella danza, era più facile quando aveva servito come cameriera, non era richiesto che parlasse, era richiesto che ascoltasse, interpretasse sì, ma ogni cosa aveva un punto di vista lontano da lei.

“Perché mi piace questa vista, il Sarmonte è un fiume placido e non è difficile da guadare” aveva risposto Theresia, “Mio padre è morto così, guadando un fiume, leggermente sbronzo e con un’armatura bella pesante” aveva detto con voce spenta e cupa, “Avevo cinquantasette sorelle, una ragazzina nel petto, sanguinante tra le cosce, ma una donna fatta-e-finita per i ferriani” aveva ammesso.

Theresia aveva fatto condurre il resto del loro configgente all’accampamento. I ferriani non erano sembrati per nulla turbati dalla loro presenza, più incuriositi dal loro aspetto che altro.
Però ad Adda non era sfuggito affatto come alcuni soldati che non aveva volpi – o qualche altro animale – sulle cotte di tanto in tanto rivolgeva sguardo verso di loro.

Dovevano essere uomini che avevano accompagnato la nobile Saera – ma era strano che avessero i fiori del loro signore. Adda aveva osservato la piccola Mathea, con gli occhi luccicanti come raggi di sole sull’acqua, quando aveva visto la frutta secca, la farinata nella tigella di rame, formaggi e carne al sale. Non era lo stesso lauto banchetto che Adda aveva potuto godere la sera prima quando Theresia li aveva convinti a spezzare il pane con loro, ma era probabilmente uno dei pasti più grassi che avessero visto in quelle lune.

E Mathea con le sue gambe secche come ramoscelli ne aveva bisogno.

 

 

 

“Cosa voleva la nostra Monna Volpe?” aveva domandato Delisio, appena l’aveva vista con un’espressione intensa sul viso brutto. “Abbiamo parlato di capelli … ma credo che volesse semplicemente spingermi a convincere Garlio di unirci a lei” aveva ammesso.
Delisio non aveva perso il suo sorriso snervante, “Proprio non riesco a capire perché quella melanzana del tuo amico ci abbia messo in questa situazione” si era introdotto di forza Nerf nel discorso, con espressione dipinta di boria sul viso stanco.

Adda si era morsa un labbro, prima di deviare lo sguardo verso Garlio, “Per lui” aveva detto. 
Garlio per i nobili dell’Impero poteva essere un radicale e per i popolani un eretico pericoloso, il Principio-Incarnato ma Adda sapeva che per Saiji era una mente brillante.

Si era congedata non senza fatica da Delisio per raggiungere il suo amante, bello come il sole nascente – un uomo benedetto che aveva rinnegato il Giusto Sentiero.

Adda non sapeva perché, la cosa era stupida; Garlio non le aveva mai detto nulla e mai le aveva chiesto.
L’uomo le aveva preso la mano appena lei era stata alla sua portata, aveva mani forti, grandi e non morbide, mani da uomo libero.

“Monna Theresia mi ha detto di avere fini nascosti, sì” aveva ammesso calma, che non aveva senso nascondere.
“Non ne avevo alcun dubbio” aveva risposto l’uomo, con le bocca piegata in una smorfia insoddisfatta, “Non so come comportarmi, Adda. I miei compagni hanno le pance piene dopo decimane e lo devo ad una donna avida di un’altra terra” aveva detto stanco, “Inoltre, so quanta fiducia tu sembri provare per Ser Saiji Alderichi ma sai bene che da me non è ricambiata” aveva detto spento e stanco. Non era una novità quella, Saiji aveva potuto trovare molti pregi nella mente di Garlio, ma sembrava che l’altro avesse difficoltà a trovarne nell’amico di Adda.

Per un po’ Delisio l’aveva presa in giro, rimarcando fosse per gelosia, anche un uomo senza occhi avrebbe potuto notare il genuino legame che legava Adda e Saiji, quando erano loro vicini – figurarsi un uomo come Garlio, che aveva occhi anche dove non si dovevano.

Per Adda erano baggianate, il legame che univa lei e Saiji era sicuramente di fiducia e di affetto, ma non vi era amore ed era nato sorto dal bisogno e dal biasimo. Due ragazzini spauriti.

Adda continuava a rivedere come un sogno la prima volta che si erano visti, ricordava l’indolenzimento alle spalle dato dal peso del secchio e il ferro che le tagliava le dita, perché non aveva i guanti, ricordava il mantello impomatato nero come una coltre nelle ombre, in cui era cucita la Testa di Drago, troppo grande e troppo spesso per un ragazzino. Canadea non l’aveva mai fatto nobile dama, ma le aveva dato una rendita buona e vestiti di tabì e cotone buono, ‘Ora potresti anche sposare il piccolo bastardino di Moria’ l’aveva presa in giro. Ed era stato un pensiero così estraniante per lei, perché era sicuramente intrigata e interessata a Saiji, ma non aveva mai sognato di camminare al suo fianco lungo la navata di un tempio. ‘Non la lascerei mai, mia signora’ aveva risposto cheta e calma, perché suonava migliore di ‘Non sposerei mai un dichiarato Principista svergognato’ quante cose le lune mutavano se ci pensava.

Aveva abbandonato Canadea e amava un uomo che rifiutava Iddio.

E non poteva credere che un uomo acuto come Garlio pensasse che tra lei e Saiji potesse esistere altro che una abnegante amicizia.

 

“Un giorno potresti spiegarmi perché lo odi così tanto” aveva sbuffato. Garlio l’aveva guardata con l’intensità ardente nel sole negli occhi scuri, “Perché ha mentito” aveva risposto lapidario, come se avesse avuto quella risposta da sempre pronta sulla lingua, solo acquattata come un leone di montagna dietro un masso, al momento di poter attaccare. “Molta gente mente” aveva risposto, “La sincerità è una virtute chiesta dal Giusto Sentiero a cui gli uomini tentano di sottrarsi da sempre” aveva recitato.
Era una frase lucida e pulita che stava male sulle labbra e la bocca di fango di Adda, ma ricordava un tempo di averla sentita.

“Una mezza conversazione con una nobiletta e Adda ha ripreso le sue maniere infiocchettate” l’aveva spudoratamente criticata Nerf, lei si era voltata per fargli un gestaccio, prima di riportare lo sguardo nero su Garlio.

“A mentito su Arlo Ceidri di Città Rosa” aveva stabilito. L’uomo messo sulla ruota condannato all’Essicamento per la colpa vergognosa di aver ucciso l’amore dell’Impero e il suo fiore più bello. “Al Grande Tribunale, al Giardino, ha incolpato un uomo di un atto probabilmente da lui stesso commesso” aveva detto stanco e arrabbiato.

Adda aveva sentito il freddo salire nella sua schiena, forare la pelle e penetrare nelle ossa. Perché ricordava la Stagione Pallida in cui era successo. Ricordava la neve che copriva la piazza principale e i comminati e i lamenti per la strada.

È morto è morto il nostro imperatore. Piange Iddio e ci punisce con la morte bianca perché lo abbiamo permesso’ cantavano tutti.

Adda aveva sentito il freddo così brutale sul viso quasi da avere la sensazione che le lacrime si ghiacciassero.
“Non avevi detto di non conoscerlo?” aveva domandato Adda, inghiottendo i ricordi di quel giorno. “Ho mentito” aveva risposto Garlio, “Come Saiji, d’altronde, che ha incolpato Arlo e la sua banda del massacro della Terza Luna del Fruttidoro” aveva risposto.

 

Adda aveva inghiottito un bolo di saliva, “So che tu lo ami come un fratello” aveva ripreso a parlare Garlio e quando aveva pronunciato quelle parole la sua voce si era fatta acuta e fastidiosa, “Ma lui ha mentito. Probabilmente ha ucciso il Dolce Imperatore con le sue stesse mani è poi ha dato la colpa ad Arlo. Un uomo buono” aveva fatto una pausa Garlio, le sue labbra erano tremolanti e se possibile gli occhi si erano fatto leggermente lucido. Adda aveva ricordato il clangore delle lame e le urla, ‘Non voglio morire!’

“Saiji … lui ...” aveva provato a parlare ma le emozioni avevano preso il sopravvento sulla sua gola e sulla sua lingua, nessuna parola era uscita fuori e la bile aveva strozzato la gola – aveva di nuovo voglia di vomitare.

“Arlo non era me. Non appendeva la gente e viveva ai margini della società, Arlo andava di città e in città a dire che tutti gli uomini erano uguali e che dio aveva creato i fiori per i suoi colori” aveva parlato con voce aspra.

Adda lo ricordava, le dame che dicevano che Arlo fosse un mezzo matto che camminava tra i lebbrosi, dava via le sue monete e parlava di futuri radiosi pieni di vita, fiori e amore. “Molta gente dava credito alle sue parole e lo trovava una figura a cui appellarsi, rispetto l’algida puttana che vive al giardino” aveva sputato fuori Garlio, con un rancore nella voce che Adda non aveva mai sentito e che l’aveva spaventata profondamente. “Quindi lo conoscevi bene” era riuscita solamente a dire, “Sì. Venne dove abitavamo io e Delisio a parlarmi delle vie oltre il Cammino già scritto” aveva ricordato con una dolcezza senza precedenti che aveva acquietato il nervosismo e la rabbia, “Per me era un uomo fin troppo morbido e idealista, l’ho abbandonato per questo, ma non mi era meno caro nel cuore” aveva ammesso.
Adda si era sporta per abbracciarlo.

 “E poi il Dolce Imperatore con tutto il suo seguito … niente di meno che l’ordine della Spiga muore – non viene ritrovato il cadavere – e l’unica guardia sopravvissuta, il figlio bastardo, dello Scintillante Generale pronuncia nel Sacro Tribunale che un uomo scomodo ai nobili ma che mai ha neanche tirato una pietra contro un cane, lo abbia ucciso” aveva ricordato velenoso.
“Saiji non è il figlio bastardo del Generale” aveva risposto Adda, Saiji non avrebbe tollerato di essere definito in quella maniera, aveva un padre di cui ricordava poco ma alla cui memoria era devoto – e che Ser Moira aveva squartato.

“Tutto quello che hai da dire?” aveva chiesto retorico Garlio, frustrato, “Che sia frutto delle sue palle o di qualche perversione di Moira Ramberra, questo non cambia che Saiji sia una sua creatura nutrita dal palmo della sua mano” aveva detto secco.

Adda aveva deviato lo sguardo, su quello non aveva torto. “Saiji ha detto quello che gli è stato detto di dire, perché se no sarebbe stato lui ad essere condannato all’essicazione per la sola colpa di essere sopravvissuto al suo signore” aveva ammesso Adda con voce calma, ricordando la figura di Saiji nelle celle del palazzo.

Che vuoi fare?’ aveva chiesto lei. ‘Mentiamo Adda. E poi dimentichiamo e speriamo che tutti dimentichino’ aveva ammesso. Ma come si poteva dimenticare? Non si poteva, semplicemente.

Non era previsto che Saiji sopravvisse né al Massacro né al giudizio del Tribunale.
Adda aveva già lasciato il Giardino da diverse decimane quando il verdetto aveva raggiunto lei e Iren dove si erano rifugiati.

Morte per i cospiratori: Arlo Ceidri e i suoi uomini e la spogliazione del suo ruolo per Saiji per la mancata capacità di proteggere l’uomo a cui aveva giurato di asservirsi completamente.
“Avrei testimoniato anche io, se fossi stata costretta” aveva replicato Adda con voce più dura, ricordando quando un uomo della Corda Spinata l’aveva condotta fuori dalla prigione e l’aveva abbandonata fuori dalle porte della città, con l’unico messaggio che era stata graziata e che era libera.

Adda non sapeva neanche che cosa volesse dire essere libera, era nata serva, aveva vissuto con la schiena gobba per tutta la vita e non era sicura di sapere come si potesse camminare con il dorso dritto. “E Saiji?” aveva miagolato, mentre veniva abbandonata nella neve con solo i vestiti che aveva addosso e una bisaccia semi-vuota.

Aveva creduto che la sua vita fosse finita quel giorno, fuori le mura del Giardino, separata per sempre da Saiji e con Iren abbandonato chi sa dove.

E dopo aver pianto le sue lacrime, quante più ne aveva, e poi si era alzata.

Una parte di lei, pensava di aver smesso di essere una bestia e di essere diventata umana quel giorno, quando si era sollevata dalle sue ginocchia, con la parte bassa del mantello completamente zuppo di fango e neve. A volte pensava di essere diventata solo una creatura metà, fino a che non aveva conosciuto Garlio.

 

“Non posso crederti” aveva stabilito Garlio, “Tu sei buona e sei onesta” le aveva detto con un tono più placido. ‘Hai un cuore di miele’, sembrava essere la sua condanna in eterno.

“Eppure, avrei venduto il cuore, la mia bocca e la mia fica per sopravvivere” aveva risposto sdegnosa lei, allontanandosi. Punta da quell’onta di moralità che le era stata riversata addosso.
Non aveva Adda partecipato ai saccheggi?

Non era giaciuto sulla schiena con un uomo che non le era ne marito ne promesso nella casa del Dio-di-ogni-cosa-buona? Non aveva scarnificato la sua stessa carne e rinnegato il suo credo?
E questo era stato solo nelle ultime sorelle, prima i suoi peccati continuavano ad impilarsi in una torre alta quanto il cielo.

“Dove vai?” aveva chiesto.

“A cercare Mathea!” aveva risposto sdegnosa.

Garlio non l’aveva seguita, ma Delisio sì, non era un uomo poco appariscente e non era bravo nell’arte della mimesi. “Di cosa vuoi parlare?” l’aveva interrogato immediatamente lei, dopo aver scavalcato un gruppo di soldati che giocavano a dadi.

Alcuni indossavano sul petto cucite Volpi e gatti pezzati, alcuni nessun effige – e loro occhi duri gli avevano seguito come avvoltoi sui prati rossi. Delisio aveva ridacchiato, con un sorriso in faccia di un gatto sornione, “Credo di piacere a quella brutta monna, Severia” le aveva detto sfacciato, “Se entrambi chiudiamo gli occhi sono certo potremmo passare piacevoli ore stesi sul talamo” le aveva detto.
“A una donna ferriana non è concesso rimanere da sola con un uomo che non sia suo padre, suo marito o suo fratello” aveva risposto Adda, “I nonni e i cugini?” aveva inquisito divertito, “Solo i figli delle sorelle delle madri” aveva detto pratica, per seguire lo scherzo. “Comunque, niente vieta attività ludiche, serve solo qualcuno disposto a guardare, cosa che ammetto mi stuzzica di più. Credi che il nostro Nerfivio sarebbe contento di guardare?” aveva inquisito svergognato. “Radici marce, penso preferirebbe cavarsi un occhio che intravedere il capezzolo di una donna” aveva risposto Adda, sentendo il pessimo umore sciogliersi dal cuore.

“Bene, dirò a Monna Siveria di tenere il corpetto, un po’ mi stuzzica anche quello” aveva dato corda Delisio. Adda aveva sorriso verso di lui, “Allora: sciagurato, cosa vuoi?” aveva chiesto con un tono forse troppo gentile.

“Lo stesso che vuole Monna Theresia, che convinci Garlio ad ascoltarla” aveva risposto. Adda aveva sollevato un sopracciglio scuro, “E perché mai?” aveva chiesto, davvero stupita.

“Sono un quarto ferriano, di una città nell’entro terra, che è nella Lega più per non venire mangiata che per reale interesse” aveva risposto secco, “Ma i ferriani davvero non si preoccupano di chi crede in cosa, fintanto che si lavora e si spende. Per i Ferriani le persone esistono solo in base a quello che si può spremere da loro, spesso fino alla morte” aveva aggiunto, “Dei e cuori buoni sono del tutto inesistenti” aveva ammesso.

“E quello che Theresia vuole sono i nostri corpi come carne da macello” aveva sentenziato Adda.
“Anche” aveva risposto Delisio.

La mente di Garlio però, che era stata così ben pubblicata da Saiji. “Ma come una brava Ferriana chiede e da” aveva ammesso, “I nobili del Pregiatissimo Impero avrebbero solo chiesto, senza concedere nulla. Forse a cose fatte sarebbe stato elargito una margherita per chiedere scusa di figli e mariti morti” aveva soppesato.

“Vero” aveva riconosciuto Adda, perché non c’era menzogna in quelle parole.

“Ma ti prego non pensare che solo perché Monna Theresia offre uno scambio all’ora il prezzo vale la candela” aveva dichiarato lei, “La signora può offrirvi un posto nell’Inviolabile, ma non vi è prova che la gente della Bestia Bicefala non vorrà il vostro sangue sulle strade e i vostri polsi legati ai pali” aveva dichiarato.

“Vostro, Adda? Non Nostro?” l’aveva provocata Delisio.

Lei aveva fatto un passo indietro, riconoscendo il pronome, realizzando le parole che aveva pronunciato, “Hai capito” aveva cercato di svicolarsi. “Inoltre, lo hai sentito, no? Ieri. Lui ama l’Impero, non lo lascerebbe mai” aveva ricordato.

Delisio aveva riso in una maniera crudele e cattiva che aveva ricordato ad Adda un tempo diverso, poi però quella risata era scemata in un’amarezza tragica, “Sai, Garlio non ti ha detto tutto su Arlo” aveva detto, “Non è stato una semplice ispirazione. Lui è stato un santo per noi” aveva detto Delisio, “Arlo ci ha lasciato il cuore pieno d’amore, ma ci ha anche insegnato che l’immobilità può uccidere come una spada. Garlio ha già lasciato qualcosa che non credeva potesse essere abbandonabile una volta …” aveva ricordato nostalgico.

Anche Adda aveva sentito i discorsi che Arlo Ceidri aveva fatto, nelle taverne, di notte, quando usciva di nascosto dal suo ruolo di cameriera o dama della camera.

Non era così scandaloso, nessuno voleva essere associato agli eretici ma Arlo Ceidri professava di fiori uguali e che le parole del Dio-Di-ogi-cosa-buona erano state manipolate fino a cadere nelle mani stesse del Principio. Perfino l’Arciparrocco era tentato di cedere al carisma di quell’uomo che da eretico rischiava di diventare una piccola parte dell’Ordine Religioso.

“Arlo non era proprio un principiente, non che esistano. Arlo era un radicale e questo era visto peggio” aveva spiegato Delisio, “Dopo l’Epurazione delle Città Libere volute dal nostro defunto imperatore – possa il suo fiore appassire – gli eretici hanno vissuto un momento tragico, ma nelle ultime venti sorelle la situazione si era acquietata” aveva spiegato, “Ma Arlo infastidiva sia l’arciparroco sia l’Imperatrice, ma non poteva essere ucciso o trucidato, avrebbero fatto di lui un martire dei liberi pensatori” aveva spiegato. Adda lo sapeva, “Ma accusato dell’orribile morte del Dolce Imperatore, all’ora …” aveva cominciato lei, “Arlo non era più il messia del popolo ma era un vile assassino, responsabile della morte della luce del Pregiatissimo Impero” aveva stabilito Delisio.
“La gente può avere diverse opinioni sull’Imperatrice” aveva considerato Adda, “Ma il Dolce Imperatore era amato all’unanimità” aveva ricordato, “Cosa che per me restava un mistero.”
Adda ricordava ancora la volta in cui aveva sfilato assieme sotto l’arco di spade e lui l’aveva lasciata al termine indietro di un passo. Un affronto, che nessuno della corte aveva trovato ingiurioso.
“Il vantaggio di avere un volto dipinto direttamente dall’altissimo, sospetto” aveva risposto secco Delisio, “Anche lei” aveva risposto Adda, perché anche l’imperatrice era una bambina benedetta, la più benedetta, con una bellezza così prepotente da lasciare il corpo in fremito, ammutolire le lingue e fermare i cuori. “Ma lui non discendeva da una stirpe di governanti mediocri e non aleggiava il sospetto del parricidio” aveva sogghignato, “Non che io creda che una donna scaltra come la nostra signora possa aver commesso un azione così avventata con un piatto di funghi” aveva sospettato.
Adda aveva riso sterile – lei qualche idea poteva averla.

“Comunque,  le azioni che sono state imputate ad Arlo hanno avuto più di una conseguenza” aveva ripreso Delisio, “A Malvasia è il sangue che innaffia l’erba e le piante” aveva detto schietta. Il Signore di Pini Irti aveva imbracciato le armi per quella colpa. “E dalle città vengono cacciate e uccise persone. Garlio sarà il Principio-Incarnato ma Arlo è diventato il simbolo del suo male. Lui è morto di stenti essiccato sulla ruota e da lì, ogni uomo anche solo sospettato di eresia o principismo o liberismo è stata cacciata come un animale” aveva risposto, “Non solo noi che lo eravamo veramente, ma anche chi era guardato di un singolo sospetto. E tutte le proprietà, gli ori e gli averi sono finiti per ingrassare le casse di Palazzo Cama e la Corda di Spine” aveva detto calmo Delisio.

Adda si era morsa un labbro, “Per ora siamo un piccolo fastidio per l’Imperatrice, qualcosa su cui non vuole concentrarsi. Ha già avuto il suo mostro: Arlo, poi si è passata ad altro, ma ora che Ghetren Rasta è cibo per vermi, l’Imperatrice ha bisogno di nuovo di un nemico a cui indirizzare il Pregiatissimo Impero che non sia lei stessa.”

La voce di Delisio era calma e fredda, “E tu non vuoi essere lì per quanto sarà” aveva considerato Adda, “Che siano i cavalcatori erranti che razziano e girano senza metà, che siano i Fiumani e la loro società chiusa, che siano gli uomini dei sussurri, o i bianchi ghateri o forse le città di Ferro al confine. Non importa” aveva soffiato, “Ma che non siano: Noi. Che possiamo nasconderci dietro le mura della città mai caduta” aveva detto.

“Ma se Theresia prenderà Perlypsia all’ora sarà caduta una volta” aveva ponderato Adda, “Sarà caduta una volta su ventotto tentativi all’ora” aveva riso Delisio, “Una volta basta, spesso, perché sia la fine” aveva detto lei più spenta.

 

La loro conversazione era stata interrotta dal suono dell’Olifante, che aveva annunciato uno sconvolgimento nella Città di Seta. Come un barrito aveva scosso le fondamenta della città per ben tre volte. “Secondo che significa?” aveva inquisito Adda, che aveva un turbamento evidente nella voce, temendo bene di sapere cosa fosse, “Sappiamo perfettamente che lo sai” aveva risposto Delisio con un sorriso tutto storto, “Significa che qualcuno si avvicina a questo accampamento” aveva specificato.
“Ma non sappiamo se amici o nemici” aveva detto Adda, guardandosi intorno.

Il suono dell’Olifante aveva gettato l’accampamento in un febbrile movimento, ma Adda non sembrava percepire ne panico, ne aggressiva furia, ma … agitazione.

“Raggiungiamo Garlio” aveva stabilito lei, prendendo una mano di Delisio, per condurlo di nuovo, verso la tenda, dove erano stati sistemati provvisoriamente.

 


Mathea era comparsa poco dopo, con le gambe veloci e i capelli sciolti ed arruffati.
“Soldati!” aveva dichiarato, “Con fiori sugli stendardi” aveva chiarito. “Quanti?” aveva chiesto immediatamente Delisio, “Non so? Trecento? Quattrocento? Una buona parte a cavallo” aveva spiegato subito secca la ragazzina, “Non mi sono messa a contare” aveva stabilito poi con un po’ di vergogna. “Non ti preoccupare tesoro, come erano le insegne?” aveva chiesto con curiosità.
“Uhm … ne erano tre” aveva detto pratica, “Una intera e due squarciate” aveva aggiunto la bambina, “Mi hai detto sempre di notarlo” aveva terminato orgogliosa. Delisio l’aveva guardata di traverso sollevando un sopracciglio, “Le Insegne squarciate appartengono a figli secondogeniti, eredi che voglio indipendenza e rami cadetti” aveva spiegato secca Adda, incrociando le braccia sotto al seno, “Oh lo so” aveva risposto con divertimento Delisio. “Giusto l’oscuro passato di Delisio e Garlio” aveva risposto con accidia lei, sebbene solo il giorno prima Theresia avesse definito Garlio il figlio di un attendente.

“Non vi è nessun mistero, Adda” aveva risposto Delisio senza derisione, “Ma se Garlio vuole tenerti un segreto non romperò io i suoi desideri” aveva risposto secco. Adda aveva annui, “Hai ragione” aveva riconosciuto. Una delle cose che aveva funzionato tra lei e Garlio era conservare i propri segreti; così si era rivolta a Matha: “Che fiore vi era in quella intera?” aveva chiesto.
La ragazzina si era morsa un labbro: “Due fiori” aveva spiegato, “Uno era in amenti tondi e penduli, picciolati, l’altro un involucro a cupola a tre punte. Entrambi arancio e marrone, su fondo azzurro” aveva spiegato. “Come descrivi bene i fiori” l’aveva stuzzicata Delisio, mentre Adda faceva un resoconto di tutti i fiori che aveva visto sulle insegne dell’Impero.

Erano moltissime, solo le famiglie maggiori nobiliari erano trenta-due ognuna delle quali aveva il suo personale fiore o pianta. “Sono fiori di faggio” aveva provato la bambina, “Li ricordo perché li ho visti una volta a maggio con mia madre; lei mi ha detto che le piante ne facevano di diverso genere: un maschio e una femmina” aveva detto.

“Alti Faggi!” aveva chiamato Delisia, “Il Duca Diente Ertiene di Alti Faggi” aveva ricordato Adda. Ricordava il duca come una figura fumosa, una persona non particolarmente brillante o accecante in se per se, ma che poteva sfociare qualcosa di eccezionale da lui: il sangue.

Diente Ertiene di Alti Faggi aveva come nonna – ancora viva, nonostante il numero delle venerande Sorelle e ben vispa – Aloissa Carti, principessa del Pregiatissimo Impero e unica figlia femmina dell’Imperatore Myrto I il Guiscardo, a sua volta bisnonno dell’Imperatrice. “Le altre insegne?” aveva chiesto preoccupata. “Una aveva lo stesso simbolo nel secondo nel secondo e terzo quadrante, mentre nel primo aveva il giglio di fuoco e nel quarto la piaggia di faggio” aveva detto subito Mathea. “Diente ha un fratellino minore molto eccentrico” aveva stabilito secco Delisio, “Sì. Il principe Vivirian” aveva stabilito Adda, e lui lo conosceva molto meglio.

Se Diente Ertiene non aveva mai mostrato molto interesse per le vicende del Bocciolo o della corte in generale, la stessa nota non poteva essere fatta al suo giovane fratello minore. Vivirian era un uomo: affamato.

Prima che Mathea potesse descrivere la terza insegna, Teddesio si era palesato, “Mia monna” lo aveva chiamato, facendola avvampare. “La mia signora Theresia, ci tiene a far sapere che fin tanto che i Liberi pensatori rimarranno sotto la sua blasonatura non dovranno temere nulla da nessun gentil’uomo del Impero” aveva stabilito.

“Grazie mille, Don Teddesio” aveva risposto Adda, “Oh, ora siamo sicuramente rincuorati” aveva ponderato Delisio senza gentilezza, “La mia signora vorrebbe anche vederti” aveva aggiunto, cercando di recuperare la compostezza che l’atteggiamento beffardo di Delisio lo aveva intimidito.
“Vengo anche io” aveva parlato Delisio, tanto un buffetto tenero a Matha e invitandola a raggiungere Garlio per raccontare tutto. Teddesio era sembrato piuttosto imbarazzante dell’intervento di Delisio, ma non era riuscito ad opporsi al volere dell’uomo.

 

“Non pensavo potessi chiamare altri fioriani” aveva squittito Saerra che sedeva nervosa sulla sua sedia, inossava un pio e castigato abito scuro e sembrava accomodata sui carboni ardenti, aveva i capelli sciolti, se non per qualche ciuffo sul davanti raccolto in una mezza coda, sottile, fermata da una spilla a forma di fiore.

“Pensavo ci fosse il Patto dei Ceppi” aveva aggiunto, tormentandosi le unghie con irrequietezza, “quello di non belligeranza.”

“Basta scucire uno stemma perché il Patto decada” aveva risposto Theresia, accavallando le gambe e intrecciando le dita sul ventre, con espressione netta e sicura. Nonostante l’atteggiamento da fiera, Adda riusciva a distinguere un tremolio nervoso nelle sue spalle. “Inoltre, il Patto dei Ceppi non è un patto di non belligeranza, tra le città ferriane. In un certo senso la Lega nasce per quello” aveva stabilito, “Quello a cui fai riferimento tu, è l’Accordo di Issadea, che è sicuramente un patto di Belligeranza” aveva riportato Theresia.

Saerra si era morsa un labbro, “Potrei essere leggermente ignorante” aveva considerato. “Quattrocento sorelle fa circa, le città della Lega di Ferro hanno deciso di forgiare un patto successivo a quello dei Ceppi, nella città di Issadea, dopo la battaglia delle Campanule” aveva raccontato.
“Era contro il Piccolo Impero” aveva sussurrato Delisio verso Adda, lei aveva annuito recuperando quella nozione, tra le infinite lezioni che Canadea aveva studiato e ripetuto – quando frustrata l’Akadays non l’aveva ammessa perché donna, anche se lei era sopra ogni uomo – ricordando con fatica.
“Il piccolo Impero era quello fondato dall’Infame Margravio Evandro Ian, giusto?” aveva ricordato per lei Saerra, “Così mi pare. Il Marchese di Inarrestabile Araucarie” aveva vagliato Theresia con una punta di divertimento, “Sì, era così. L’imperatore al tempo era Majiorino XI, l’ultimo della casa di Citroneo” aveva spiegato Saerra, “Mentre Evandro si è dichiarato Imperatore del suo personale piccolo regno ed ha annesso i territori a lui vicini, quello di Bei Ginki, di Acetabularie Profonde e di Fiammeggianti Castagni, proprio a sud del territorio del Giardino, proprio sotto l’occhio di Majorino” aveva raccontato Saerra.

Adda riconosceva i territori dell’impero che avevano uno sbocco sul mare verso il sud e che confinavano con i territori della Lega di Ferro.

 “Bene, nel suo Piccolo Impero, Evandro Ian ha incluso anche alcune zolle e città della Lega” aveva ricordato la donna ferriana. “In seguito il Pregiatissimo Impero dei Fiori ha riconquistato i territori annessi al Piccolo Impero ed ha diserbato dalla storia la stirpe degli Ian” aveva spiegato Saerra. Theresia aveva annuito complice, facendo oscillare i capelli scuri, "Sì, ma l'Impero ha annesso a se anche i territori che Evandro Ian aveva conquistato per se” aveva ammesso.

“Territori della Lega” aveva sottolineato Siveria.

“Per noi quelle sorelle sono state famose come le Sorelle dell’Occupazione” aveva spiegato Theresia, “Prima che la Lega decidesse di unire le forze tra loro per riconquistare le città occupate e liberare i cittadini” aveva spiegato. “L’ultima battaglia, prima che Iesoin, erede di Majorino, ammettesse la liberazione, fu combattuta alle Campanule e furono ridisegnati i confini precedenti” aveva spiegato Siveria con un sorriso caustico sulle labbra.

“Ad Issadea, una delle città liberate, si è deciso di firmare un accordo in opposizione al Patto dei Ceppi, uno che prevedeva che l’intera Lega si unisse o intervenisse nel caso di coinvolgimento di un regno esterno alle città della Lega” aveva spiegato, “Ghateri, Eosiani, Karthissiani e … Fioriani” aveva spiegato.

I fioriani che erano i loro vicini più fastidiosi, sapeva Adda, i territori della Lega erano circondati da acqua su due lati e dall’Impero dove non era bagnato dal mare. “Il Dio-di-Ogni-Cosa-Buona ci ha dato questa landa e il compito di proteggerla” aveva risposto Saerra con voce secca e sicura, intrecciando le dita sul ventre nel tentativo di recuperare l’acquiescenza. “Però l’Accordo di Issadea non fa riferimento a uomini dell’Impero che non sventolino le insegne dell’Impero” aveva ricordato Theresia.

Gli stessi uomini che avevano accompagnato Saerra da Serpilli non esibivano alcun fiore.

 

Adda era nella penombra della tenda, con una brocca in mano piena di vino, affiancata alla rigida Deria. Theresia le aveva fatta cambia d’abito e invece dei calzoni e la camicia, indossava una lunga tonaca, stretta sotto il petto e le maniche gonfie morbide, che erano appartenuti proprio all’altra cameriera. Anche Delisio occupava una posizione simile alla sua, ancora più ombrosa, con indosso un farsetto di cotone, con le maniche a fisarmonica fino ai polsi, la cintura, da cui pendeva una gonna fino alle ginocchia. Gli indumenti lo facevano apparire quasi come un vero ferriano, non fosse stato per i capelli biondi color sabbia.

“Come vuoi muoverti?” aveva chiesto Siveria, attirando l’attenzione su di sé. La donna aveva raccolto i capelli rossi fuochi in un elaborata acconciatura che tendeva verso l’alto come una torre, e coperto il lungo collo da giraffa con un collare d’oro massiccio su cui erano intarsiate perle e gemme di ogni genere. Alla riunione mancava la sorella-per-matrimonio di Theresia, la moglie di Emisio L’esiliato il fratello fuggito ad Eos che senza vergogna aveva abbandonato la sua signora e il sangue del suo sangue.
“Fingeremo che parlo poco bene la lingua” aveva stabilito Theresia con una voce schietta, “Non è completamente una menzogna” lo aveva preso in giro senza pietà la sua amica.

Saerra aveva sospirato, “Non provo piacere nel mentire ai miei compaesani” si era eletta con superbia sugli altri, assottigliando gli occhi grigi verso Adda, con odio. “Sì, conosco le vostre usanze di cristallina decenza in questa grande porzione di mondo” le aveva detto con acidità Theresia, “Ma uno dei talenti più grandi di una donna ferriana è saper mentire. Le bugie, per noi, hanno lo stesso valore dell’oro” le aveva senza vergogna.

La donna dell’impero era sbiancato nel viso olivastro, portandosi le mani alla bocca oltraggiata, “Voi danzate troppo vicini al Principio” le aveva avvertite e Adda aveva sentito lo sguardo arrabbiato verso di lei.

“Questa novità della stregoneria sembra molto interessate” aveva cinguettato Deria, osservando Saerra con acuto divertimento, “Lo è meno quando mettono una taglia sulla tua testa” aveva scherzato forzatamente Adda. “Forse per il tuo bell’uomo un pensiero potrei farlo anche io” aveva commentato Deria, dandole un piccolo colpetto con il gomito complice. Adda era arrossita. Aveva pensato a delle risposte acute da dare alla sua vecchia conoscenza, ma dopo un sospiro stanco si era limitata a dire solamente: “Non credevo che una parte di me potesse valere così tante monete.”
“Ricordami di dirmi quanto, potrei avere bisogno di un paio di pianelle nuove e delle cuffiette” aveva scherzato Deria, ridacchiando.

Le era mancata la lingua velenosa di Deria. Erano state poco in contatto, mentre Saiji e Iren cercavano di risolvere il problema della dote di Theresia, ma era stato intenso. “Non così tanto” aveva scherzato Adda, allentando il nervosismo, “Forse uno scialle” aveva sospirato. “Sì, ma ti prego non giallo. Questa perversa ossessione per il vostro fazzolo è troppo lontana da me” aveva scherzato.
“Ma non lo sai il Giallo è il colore della Rinascenza?” l’aveva presa in giro, “Che si fotta il fatto che stia male con la carne di quasi tutte le donne” aveva raccontato, “Ti assicuro che sbatte sulla faccia dell’Imperatrice come sulla mia” aveva dichiarato.

Aveva parlato a bassa voce per non farsi udire, ma la risata d’asina di Deria aveva superato la soglia del buon gusto e presto le tre dame si erano rivolte verso di loro.

Saerra era indispettita nel viso, ma non era condivisa dalle due adoraoro. “Un gioco divertente?” aveva chiesto Siveria, guardandole con una punta di leziosità nella voce. “Non è importante” aveva liquidato la faccenda Theresia, prima di voltare il capo verso la sua futura parente, “Tranquilla, Adda sarà discreta” l’aveva rassicurata.

“Lo spero per te, mia amica” aveva parlato Saerra, “Tu vieni da una terra che ha dimenticato Dio ma qui egli è presente e mordace” aveva dichiarato.

Beroneo aveva interrotto il loro scambio, aprendo le imposte della tenda e sfilando al suo interno, affiancando a Teddesio.

Ad Adda facevano la stessa tenerezza di due gattini bagnati, non erano più bimbetti, ma erano ancora così giovani che con fatica gli avrebbe chiamati uomini.

 

“Mia Monna” aveva chiamato Beroneo, “Loro sono qui” aveva stabilito con voce incerta.
“Allora annuncia i nostri ospiti come è d’uopo” aveva risposto Theresia. “Non mi hai detto chi sono” aveva provato a parlare Saerra me l’annuncio a tutta voce di un vassallo – in Fioriano – aveva inghiottito la voce della nobil donna.

“Il Principe del Sangue Vivirian Ertien, fratello ed erede del quarto Duca di Alti Faggi, nipote del Sommo e Glorioso imperatore Myrto Primo del Suo Nome. Cavaliere del Pregiatissimo Impero dei Fiori e membro dell’Ordine dei Dieci Valorosi” aveva cantato con voce secca e piena di gloria, un ragazzino fioriano con più voce che addome. Era entrato per prima un soldato in armatura a cui avevano requisito spada o altro, poi il principe del Sangue. Vivirian era esattamente come l’ultima volta che Adda lo aveva visto.

Un figuro smilzo, dai capelli biondo-cenere, sempre lisci e ordinati, lunghi sulla sommità del capo, corti sulla nuca, dalla forma di scodella. Indossava una cottardita di tabì di colore rosso-bruno, dal colletto alto, con una fila di bottoni bianchi in madreperla. Sul davanti della giacchetta, era stato cucita con filo d’oro spesso i decori di due faggi gemelli, che arrivava appena oltre l’inguine. Nessuna cintura, probabilmente lasciata fuori la tenda, assieme alla spada. Sotto la camicia indossava le calze doppio colore, rosso scuro e giallo zafferano, con gli stivali in cuoio alti fino a metà del polpaccio.

Non aveva lo stesso scintillante aspetto del resto della sua famiglia, ma non passava di certo inosservato. Non era un figlio benedetto ma non era lontano dalla perfezione, il suo viso era fresco, aveva tratti eleganti e nobili, con zigomi alti, un mento appuntito e un naso ben delineato senza essere esagerato. La carnagione era ambrata, come la sabbia delle spiagge dell’ovest e gli occhi erano inesorabilmente quelli dei Carti. Un occhio affilato, la cui iride scintillava di un verdone scuro, come l’erba bollita. L’unico cambiamento che Adda riscontrava, oltre che il più imbarazzante, era dato dalla leggera peluria bionda sul labbro superiore, che andava contro l’usanza imperiale di visi lisci e levigati.
“Che incantevole visione” aveva cantato Vivirian senza vergogna, putando gli occhi verdi su Theresia.

Se fosse stato un uomo meno pieno di sé, Adda avrebbe avuto il timore di essere riconosciuta. Nonostante la sua nascita ad Alti Faggi e il suo ruolo di erede del fratello più riservato, Vivirian aveva speso molte Sorelle nelle terre del Giardino, al Bocciolo e molte notti a Palazzo Cama. “Quando ho ricevuto la vostra lettera mi ero immaginato qualcosa di notevole, ma non di sicuro di essere alla presenza della Vergine delle Acque” aveva ridacchiato, “Lei è sicura di non essere una Figlia Benedetta?” aveva chiesto.

Theresia aveva fatto vibrare le labbra ma aveva deciso di non rispondere, decidendo di perseguire la sua ignoranza. Saerra le aveva riportato una versione edulcorata delle parole in ferriano, caso mai Vivirian avesse conosciuto la lingua parlata nella Lega.

“Oh, sono io di fronte l’Uomo che Costruisce i Ponti?” aveva risposto Theresia, in ferriano, costringendo ancora una volta Saerra a tradurre. Era sembrata in difficoltà ad aver dovuto usare metafore della religione a lei così cara per tradurre le risposte civettuole dei due signori.
L’urlatore aveva tossicchiato, “Oh sì” aveva detto Vivirian con un tono stanco, “Sono venuto con tre mie vecchi buoni amici e mio cugino” aveva ammesso, “E come tutti i petulanti ragazzini vuole l’attenzione” aveva commentato con un tono infastidito.

Ben poco contento di avere un cugino con lui.

Adda si era fatta tesa come la corda di un’arpa. Diente e Vivirian avevano diversi cugini dal lato della madre e dal lato del padre, ma Adda sapeva quale linea di sangue dovesse temere di più – con vergogna si era rammaricata di non aver chiesto a Mathea di descriverle l’altra insegnata.
“Aspettiamo questo cugino” aveva ridacchiato Siveria rompendo il silenzio. L’espressione di Theresia non aveva subito alcun mutamento.

 

L’annunciatore si era dato da fare: “Il nobile Iseone Ramberra, figlio ed Erede di Iseo Ramberra nono duca di Grandi Querce. Figlio della nobile Cadeia Carti di Alti Faggi, nipote del glorioso imperatore Myrto Primo del Suo Nome” aveva detto.

Adda aveva sentito l’aria scivolare via dal suo petto e il sangue dal suo viso. Si era voltata immediatamente verso Delisio, che come lei la fissava con lo stesso sguardo di sale.
Un ragazzino, non più giovane di sessanta sorelle si era palesato davanti a loro, vestito di tutto punto, con la pelladana viola, con i ricami verdi e argento, che ripercorrevano lungo l’orlo della gonna, delle maniche e del collo teschi di drago.

Il viso troppo divertito, di una faccia bellissima, degna di un figlio prediletto di Dio, olivastra decorata da nei gentili vicino le labbra e nel centro della guancia, con occhioni svegli e blu come il fiore di genziana, incastonati in riccioli dolci e castani.

Adda non aveva mai visto Iseone Ramberra con i suoi occhi prima di quel momento, ma non avrebbe mai potuto scambiarlo per alcuna altra persona: era un Ramberra fatto e finito per aspetto.
Qualcuno aveva detto che fossero creati dal Signore-di-ogni-cosa-buona con la stessa forma, ma Adda pensava che se una mano ultraterrena dovesse aver prestato il suo giudizio quella era la mano del Principio.
Theresia sembrava intrigata da quell’aggiunta non pensata, mentre Adda tremava come una foglia.
La strega! La strega! Pensava.

“Oh” aveva emesso un sussulto Saerra, “Il nipote dello Scintillante Generale!”

“Obbligato” si era presentato il futuro Duca con un inchino fin troppo evidente ed un sorriso sornione sulla faccia.

La stessa espressione cattiva di Moria Ramberra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parziale Albero Genealogico dei Ramberra/Ertiene e come sono incastrati con i Carti.

1)       IMPERATORE MYRTO I Carti Il Guiscardo.

DOLCE IMPERATRICE

a)       PRINCIPESSA ALOISSIA Carti, primogenita e unica figlia di Myrto Carti
DUCA Taladeo Ertiene di Alti Faggi, marito di Aloissia

(1)     DUCHESSA Candeia di Grandi Querce, figlia di Aloissia (non ha ereditato il titolo di principessa)
DUCA
Iseo Ramberra di Grandi Querce, marito di Canadeia (fratello di Moria Ramberra)

(a)     EREDE Iseone di Grandi Querce, figlio di Iseo

(2)     (ARCI)DUCA Irtale  Ertiene di Alti Faggi

ARCIDUCHESSA Sarynna delle Pratoline, moglie di Irtale

(a)     Attuale DUCA Diente Ertiene, (preferisce questo titolo a quello di Principe)

(b)     PRINCIPE Vivirian Ertiene, secondogenito di Irtale ed erede di Diente. Ha ereditato il titolo di Principe grazie a quest’ultimo che lo ha nominato[2].

 

Ovviamente la famiglia Imperiale ha molti più elementi, inoltre la famiglia Ramberra è più complicata. Sappiamo di una principessa di nome Annmarys, di un Gran Bastardo e anche di una certa Yorrehin, che è parente di Moria e che una principessa in tutto tranne che il nome (Yorrehin è la sorella maggiore di Iseone); riguardo alla famiglia Ertiene e, circa, così senza particolare complicazioni. Sì, ovviamente hanno altri parenti ma ehi.



[1] I fioriani si rivolgono alla Ghaadia con la D e i ferriani con la T.

[2] Lo zio a cui si fa riferimento è L’Imperatore precedente a quella attuale (è uno spoiler? Non lo so forse).

   
 
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