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Autore: Querthe    05/07/2024    0 recensioni
Fracterra, 2215 PDE (Post Deore Epifaneus). In un pianeta Terra distrutto e riforgiato, la giovane cadetto Seerah è addestrata per difendere l'impero dell’Unicratum.
Tutto va bene nel Sacrario 77, ma qualcosa di imprevisto uccide i suoi compagni, le strappa la sua vita e il suo braccio sinistro, fa svanire apparentemente nel nulla il suo amore.
Risvegliatasi su un carro guidato da due umani che vivono nelle terre dei Mutati e decisa a ritrovare la sua amata, sarà costretta a mettere in discussione tutto ciò che ha studiato, aiutata da strani amici e da pericolosi mentori. Imparerà che l’Unicratum non è quello che sembra e che i mostri non sono quelli sui libri.
Il suo viaggio la porterà in giro per l’Unicratum, dai mercati di Murdomaes alle Colline di Ferro, dalle pericolose caverne sotto le Vette delle Sentinelle fino all’imponente Palazzo Sidereo che domina sulla capitale Neuspes.
Ma lì, quando sarà il momento di decidere tra due vie completamente opposte, cosa sarà la sua scelta?
Il romanzo è pubblicato su Amazon (cartaceo, E-book, Unlimited) e Kobo (e-book). Posterò i primi 5 capitoli di 25 per poter permettere di capire se vi può interessare comprarlo.
Genere: Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Yaoi, Yuri
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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I vagiti della piccola si potevano udire a centinaia di metri di distanza nel silenzio innaturale del villaggio. La cinquantina di capanne circolari, fatte di legno e paglia, coperte di fango argilloso e altro materiale adatto ad impermeabilizzarle, erano ridotte a resti fumanti. Un denso odore di fumo, acre quasi quanto l’odore del sangue e della carne bruciata dalle armi a psicoetere, impregnava l’aria e solo a malapena i filtri della sua armatura eliminavano la sensazione che ancora dopo decenni di battaglie prendeva la bocca dello stomaco di Oorth nel vedere certe scene. Cercò, con il visore potenziato e gli altri sensori di cui era equipaggiata la sua tuta corazzata Berzer-K4, l’origine del suono, ricevendo come risposta una serie di linee e curve rosse davanti agli occhi ad indicare, calcolata dal processore pseudosenziente dell’armatura, la via migliore per raggiungere la fonte del suono. Si mosse lentamente, trovando la piccola dopo quasi un minuto, nascosta, forse anche protetta da quanto era successo, sotto uno scudo in legno e borchie di ferro così grosso da assomigliare al piano di un massiccio tavolo da cucina umano.
«Ora ci sono io, non ti devi preoccupare…» le disse da dentro la tuta, la voce proiettata esternamente tramite un altoparlante che la rendeva metallica e quasi atona. La neonata, una piccola di orco pellegrigia, lo guardò per una decina di secondi, per poi calmarsi abbastanza da smettere di piangere, quando l’uomo la prese in braccio e la coccolò quanto poteva senza farle male. Sapeva che gli orchi erano resistenti e forti molto più degli umani anche se erano batuffoli in fasce, ma era comunque un esserino di carne e ossa contro placche in lega di Cordurum. La guardò negli occhi, la immaginò alcune ore prima, accudita, magari coccolata dalla madre, il padre a caccia, o ad allenarsi con gli altri maschi della tribù. Erano una grossa comunità e, a giudicare dai resti nelle capanne e attorno, avvezza a scambi con gli altri popoli delle Lande Mutate vicini al loro territorio.
«BK4 sessagen, rapporto.» disse improvvisamente una voce maschile nell’elmo dell’uomo, dopo una veloce scarica statica quando il collegamento audio si attivò.
Lui la ignorò, iniziando a muoversi verso la direzione da cui era venuto.
«BK4 sessagen, rapporto.» ripeté con un tono più deciso la voce.
Oorth guardò la piccola, che lo stava ancora osservandolo e sbrodolando saliva.
«Tutto tranquillo. Nessun superstite. La zona è libera.» rispose lui quasi sospirando.
«Ritorna alla tua compagnia, presto passeranno i Clenatorei. Non è il caso che tu sia nella zona, Oorth.»
«Ricevuto.» rispose, chiudendo la comunicazione in un istante tramite l’innesto corticale, uno dei tanti a permettergli di comandare i sistemi della tuta potenziata, che lo rendeva ben più del supersoldato che era. L’uomo, alto tramite la tuta oltre due metri, si mosse pesante, ma veloce, dirigendosi però non dove gli era stato indicato, bensì in tutt’altra direzione. La vista di quella piccola gli aveva fatto decidere qualcosa che da anni stava aleggiando nella sua mente, qualcosa che era riuscito a tenere nascosto anche ai Lexatorei durante le periodiche sessioni di controllo della sua stabilità psicologica.
Dopo un centinaio di metri si dovette fermare: davanti a lui un orco dalla pelle grigia, chiaramente un sopravvissuto appartenente alla stessa tribù della piccola, lo stava fronteggiando con un’ascia a doppia lama parallela in grado sicuramente di lesionare la sua armatura, se brandita come ogni orco sapeva ovviamente fare. Il suo sguardo si fissò sulla lucida superficie dell’arma, come se fosse tutto il suo mondo, quando questa si mosse.
 
I riflessi della massiccia, sgraziata spada a filo singolo erano quasi ipnotici nella luce del tramonto.
«Stavolta non la passi liscia, bacarozzo corazzato.» gli disse, sorridendo, il giovane orco dalla pelle verde oliva.
«Ho perso il conto delle volte che lo hai detto, ranocchio pustoloso.» sorrise l’uomo, sulla cinquantina, senza barba, baffi e praticamente calvo. Il robusto corpo era protetto da una corazza a piastre, costruita apparentemente dai resti di armature sia dell’Unicratum che delle Lande Mutate. Sebbene raffazzonata, era sicuramente funzionale ed aveva una sua certa eleganza. In vari punti riportava i segni di precedenti scontri.
«Quella è la memoria, sei anziano.» ridacchiò Goarrt, mostrando le zanne inferiori che normalmente erano solo appena visibili, nascoste dal labbro superiore quando l'umanoide teneva la bocca chiusa.
La lama dell’arma si fermò, puntando dritta davanti a Oorth, come se volesse colpire la testa dell’umano, posto a circa cinque metri di distanza dall’umanoide. Il guerriero corazzato, al contrario del suo rivale che indossava solo dei pantaloni di pelle scura e un corsaletto nello stesso materiale, irrigidito tramite bollitura, si posizionò più saldamente con le gambe sul terreno, per avere il massimo di stabilità in caso di impatto.
«Allora vediamo di rinfrescarcela entrambi: io ti batto ancora e tu finisci ancora per terra, a dare un altro morso alla polvere…» sorrise. «Sei solo un ofbarrh.»
L’altro ringhiò e si gettò verso di lui, alzando la spada sopra la propria testa, pronto ad un fendente che, considerando il corpo ipertrofico dell’orco e la pesantezza della lama, avrebbe facilmente diviso in due oggetti ben più resistenti di quello che appariva essere il suo avversario. L’uomo non distolse lo sguardo dalla lama, così che solo all’ultimo momento, quando vide la stessa iniziare ad abbassarsi verso di lui, ruotò su sé stesso facendo perno sul piede destro, quello arretrato, per spostarsi di un quarto di giro e uscire dalla traiettoria ormai impostata della lama, troppo pesante per poter essere fermata o ridirezionata. Si sentì un pesante tonfo quando il filo cozzò contro il terreno duro e sassoso dove stavano combattendo. L’orco ringhiò, i lunghi capelli marroni a coprirgli parzialmente il volto dopo il colpo, per l’impeto. Iniziò a risollevare l’arma, ma l’altro, nonostante la corazza, fu più veloce e si abbassò, piegando il ginocchio destro e allungando la gamba sinistra, ruotando ancora su sé stesso per colpire gli arti inferiori dell’avversario. Il risultato fu far cadere Goarrt a terra, sulla schiena, la spada a lato. Un istante dopo, un lungo coltello ricurvo, estratto da un fodero sul fianco destro del guerriero umano, balenò nelle ultime luci del tramonto, appoggiato alla gola dell’orco.
«Ora sai già cosa succederà.» ghignò l’uomo, lo sguardo freddo come la lama dell’arma.
«La cena è pronta, muovetevi prima che si raffreddi! Oorth, smettila di fare il bambinone e fila a lavarti le mani!» urlò una voce maschile poco lontano da loro.
Il guerriero sbuffò falsamente arrabbiato, mettendo via il coltello.
Aiutò il pesante e massiccio orco a rialzarsi, mostrando una forza decisamente che non ci si sarebbe aspettati da una persona della sua età, considerando inoltre la corporatura e l’altezza dell’umanoide.
«E tu smettila di fare la mamma chioccia, Laarth. I veri guerrieri non si lavano le mani. Siamo gente grezza e dura.»
«Ma lo sai che se non ci laviamo le mani non possiamo mangiare lo spezzatino con le rubiatee…» borbottò quasi spaventato l’altro.
Oorth scosse la testa sorridendo.
«Sei sicuro che i tuoi sappiano che sei da noi e che ti puoi fermare a cena?»
L’orco annuì velocemente, raccogliendo la spada e infilandola dietro le spalle nelle guide in metallo presenti nel corsaletto.
«Figurati se il vecchio mi mollava l’arma se non sapeva dove andavo. Tiene più a lei che a qualunque altra cosa.» sorrise l’umanoide, mostrando ancora una volta le zanne inferiori molto accentuate, tipiche della sua razza.
Il guerriero scosse la testa ancora.
«Lo sai che Burrak si arrabbia, se lo chiami vecchio. Ha solo centodieci anni. E per la vostra razza è un’età con davanti ancora molti, molti decenni di vita. Sei tu il ragazzino, con solo trentacinque anni di vita…»
«Trentasei, per tua informazione. Ho iniziato a sentire le ossa protocorniche.» gli rispose il giovane orco, ben sapendo che quando le protuberanze ossee ai lati della testa avrebbero iniziato a essere visibili sotto la pelle e tra i capelli, sarebbe stato il segno ufficiale del suo essere un orco adulto, e avrebbe potuto iniziare a creare la sua prima arma.
«Bravo ragazzo, sono certo che tuo padre ne sia fiero.»
I due, parlando, avevano iniziato a risalire un sentiero relativamente ripido, che zigzagava, dall’altopiano dove erano, su per il lato della montagna fino ad una grande grotta, alla cui entrata, a braccia incrociate e picchiettando lo stivale di morbido cuoio verde scuro, aspettava l’uomo che li aveva chiamati, interrompendo il loro allenamento. A parte il viso, il resto del corpo era coperto da una veste di cotone nero, con dettagli nello stesso colore degli stivali, a maniche ampie e con un largo cappuccio al momento a riposare sul collo, identificandolo come Manipolatore.
«Ciao Laarth, come butta?»
«Buonasera Goarrt, sto bene; e tu? Sono felice che ti fermi da noi. Spero che la scatoletta accanto a te non si sia comportato male, altrimenti…» disse serio l’uomo, che mostrava forse quarant’anni, un viso pallido e affilato, incorniciato da capelli neri e mossi, tagliati alle spalle. Gli occhi verdi e acuti fissarono entrambi come a scrutarli e a valutarli.
«Mi ha battuto, conta come essersi comportato male?» ridacchiò l’orco appoggiando la spada all’entrata della grotta assieme al corsaletto, mostrando un torso scolpito ed ipertrofico come il resto del suo corpo, totalmente glabro.
«Forse.» disse lui, avvicinandosi a Oorth. «Anche durante l’allenamento mi sei sembrato sempre più veloce e preciso. Bravo ragazzo.» sorrise, rivolto prima all’umanoide, e poi verso il guerriero, che stava slacciandosi le protezioni alle spalle e toccava con mani sicure le cinghie che tenevano assieme le due parti della corazza, fatta di piastre sovrapposte che coprivano e proteggevano il suo busto. «E bravo tu.» gli disse, accarezzandogli il volto dolcemente. «Ora dentro, lo spezzatino aspetta e sono riuscito a farmi dare da Regerrd un po’ della sua broda speziata.»
Oorth sorrise, mentre l’orco fischiò e si mise a ridere.
«Non ce la fa il capoclan, come fai tu, per i demoni del Nillim, a ottenere il tuono liquido?»
«Segreto…» sussurrò, finendo di aiutare il suo compagno, non più protetto dall’armatura.
Vestito solo da comodi pantaloni di panno nero e una camicia di lino grezzo a maniche lunghe, lo scollo tenuto relativamente chiuso da una striscia di cuoio marrone chiaro, aveva mantenuto solo gli schinieri dell’armatura, e si era fissato il pugnale alla cintola. Penetrarono nella grotta, apparentemente buia e spoglia, ma dopo alcuni metri, quasi nella più totale oscurità data dal sole ormai totalmente sotto l’orizzonte, Laarth toccò un interruttore abilmente nascosto nelle pieghe della roccia scura, venata di verde e bianco. Lo spinse a fondo, facendo muovere vecchi, quanto ancora silenziosi, meccanismi, i quali sollevarono una botola da cui filtrava la luce fredda di sfere di psicoetere. In fila indiana i tre scesero gli scalini per una decina di metri, ritrovandosi in quella che da tempo immemore i due umani avevano eletto a loro casa. Era una grande grotta artificiale, scavata con maestria per avere una pianta grossomodo quadrata, ampia abbastanza da poter ospitare quasi cento persone al suo interno se non vi fossero stati i mobili, gli armadi, il tavolo e quanto altro necessario per renderla a tutti gli effetti una abitazione in uno stile simile a quello delle case dell’Unicratum, anche se più spartana e con molti oggetti dai chiari influssi delle civiltà delle Lande Mutate.
«Senti che profumino…» borbottò felice l’orco, avvicinandosi alla stufa in ghisa, alimentata da una calda fiamma azzurra. Sopra, una grande casseruola in rame stagnato emanava il profumo di spezzatino e verdure, mentre sul vicino tavolo riposava, raffreddandosi, una torta che lui sapeva ripiena di marmellata blu di Beerbari. Goarrt sollevò il coperchio per vedere la carne e il trito grossolano di vegetali, tra cui le rubiatee, dei tuberi rossi simili a patate, le sue preferite. La sua pelle spessa era resistente al calore del metallo, ma non alla mestolata che ricevette immediatamente sulle falangi.
«Le mani ho detto!» disse duro il Manipolatore, indicando con lo stesso mestolo di ferro nero, con cui aveva colpito l’umanoide, un lavandino in ceramica bianco poco lontano, dove l’altro umano si stava già adoperando per pulire le mani callose con acqua corrente e sapone.
«Ofbarrh…» mormorò Goarrt.
«Va che ti ho sentito. Non mi dare dell’elfo, lo sai che non mi fa né caldo né freddo, ma mi dà fastidio che lo usiate come sinonimo di essere brutto e cattivo. Va che anche tu non sei una bellezza per i loro canoni o quelli umani. Musogrugno non è un complimento.»
Oorth non riuscì a trattenere un colpo di tosse, a coprire un accenno di risata, mentre lanciava la saponetta nelle massicce mani dell’orco, grandi almeno il doppio delle sue. Goarrt la prese al volo, adoperandolo in maniera sommaria, per poi unirsi agli altri due al tavolo. Era circolare, massiccio, fatto di assi di legno incastrate tra loro così da permettere di avere un piano liscio, levigato e continuo di quasi due metri di diametro. La lucidatura era in alcuni punti venuta meno, ma era ancora un ottimo esempio di falegnameria dell’Unicratum, nonostante le gambe avessero chiari influssi della cultura orchesca: i quattro piedi rappresentavano volti deformi, grotteschi, con occhi strabuzzanti e lingue lunghe arrotolate su loro stesse come fossero delle lingue di Menelicche. Quando Goarrt si sedette, la casseruola con lo spezzatino e le verdure era già in tavola, al centro, appoggiata su un sottopentola in ferro battuto con motivi a foglia d’edera. Piatti di legno lucidato, stoviglie di peltro e una grande brocca in terracotta come i bicchieri per ognuno dei commensali completavano il tutto, assieme a fette di pane scuro ai semi di lino, poggiate su un altro piatto vicino alla casseruola.
L’orco mormorò alcune parole nella sua lingua, una preghiera rituale prima di ogni pasto. Gli umani non lo imitarono, ma sorrisero gentili e attesero che finisse.
«All’ospite il primo boccone.» disse Laarth servendolo, per poi riempire il piatto del guerriero e infine il suo.
Mangiarono in silenzio, a parte occasionali commenti al tempo, a come proseguiva la coltivazione delle sprigranee e le lodi di Goarrt all’arte culinaria del Manipolatore.
«Secondo me potresti tranquillamente aprire una locanda e fare sterzioi come un Natobasso, invece che startene qui a fare chissà cosa in cima a questo schifo di dente di pietra.»
«Probabile, ma amo cucinare per gli amici, non per degli avventori.» sorrise lui. «E poi mi piace la tranquillità, il silenzio e i vicini verdastri.»
L'orco lo guardò, afferrando una fetta di pane e quasi infilandosela tutta in bocca. Deglutì rumorosamente, bevve l’intero bicchiere di acqua davanti a sé e inspirò soddisfatto.
«Sta di fatto che sei bravissimo e tutti ti vogliono bene.» gli disse, per poi voltarsi leggermente per fissare il guerriero. «Te un po’ meno. Sei antipatico.»
«Siete di parte. Solo perché vi ho sconfitti tutti non vuol dire che io sia antipatico.» controbatté allegro Oorth.
«Diciamo che sicuramente non avrai mai una carriera come diplomatico.» lo stuzzicò il compagno, afferrandogli dolcemente la mano destra e stringendogliela con la sinistra. «Ma sei ciò che voglio.»
L’altro sorrise e annuì.
«Sentite, lasciate certe cose per dopo, per favore. Ho ancora da digerire questa meraviglia e non ho intenzione di andarmene senza assaggiare la torta. E magari anche un bicchierino di…»
«Niente bicchierini. Il distillato che non dovresti nemmeno sapere che ho nella credenza, visto che io non te l’ho detto, ma sicuramente qualcuno sì, non si tocca. È per le grandi occasioni. Di certo il fatto di essere stato battuto nuovamente da Oorth non ti dà nessun diritto di berlo. Sei ancora giovane per certe cose. Al massimo un assaggio di tuono liquido di Regerrd.»
«Ma se per i vostri standard sarei quasi un vecchietto come voi.» brontolò l’umanoide, falsamente arrabbiato.
Amava quegli umani come fossero membri della tribù dei Mentevispa, così come erano amati da tutti gli altri orchi della valle di Terragialla. Loro due erano in qualche modo i protettori della tribù, dell’intera valle. Nessuno sapeva quando fossero arrivati, ma di certo lui non se li ricordava e nemmeno suo padre o il padre di suo padre. Ma non era possibile. Tutti loro, e per tutti intendeva la sua tribù, i Lungobraccio oltre il fiume, i Nasostorto della cava e i Grigioferro al confine, avevano iniziato a rimuginare sulla cosa e alla fine avevano iniziato a credere che fossero sempre differenti umani, molto simili tra loro, che per qualche oscuro motivo avevano deciso di stabilirsi quasi in cima alla bassa montagna che si ergeva come guardia alla valle di Terragialla, a tre giorni di cammino orchesco dal confine con l’Unicratum. Perso nei suoi pensieri, Goarrt non si accorse quasi che i due umani avevano sparecchiato chiacchierando tra loro amabilmente, come facevano a volte i suoi genitori. Lo aveva trovato strano, ma non poi così tanto. Forse era una cosa prettamente umana. O probabilmente era dovuto al fatto che mai nessun altro della loro razza arrivava a trovarli. Solo raramente si facevano vedere nella valle, quando dovevano assentarsi per qualche giorno o quando dovevano andare per forza al crocevia del Toro ubriaco per provviste o cose simili. Era quasi sempre Laarth quello che aveva bisogno di cose strane, pezzi di latta e lucidi materiali dall’Unicratum. Cose da Manipolatori, gli aveva spiegato sbrigativamente una volta, quando aveva chiesto spiegazioni. Forse era quello il motivo per cui, apparentemente, da secoli erano da quelle parti. Oltre alla grotta che fungeva da abitazione, c’erano altre grotte collegate ad essa, proibite a tutti. Magari stavano studiando cosa c’era nelle grotte.
«Lo vuoi un po’ di succoburro sopra?» gli chiese Oorth, spezzando il filo dei suoi pensieri.
Davanti all’orco, una fetta di torta, grande il triplo di quelle che si erano serviti gli umani, aspettava di essere gustata. Il guerriero aveva in mano un contenitore di ceramica bianco con un beccuccio, simile a una lattiera, ma più capiente. Goarrt annuì.
«Grazie, molto volentieri.» sorrise.
«Mi stai diventando troppo gentile ed educato per essere un orco. Non è che prima o poi ti trovi una bella elfetta?» sghignazzò l’uomo, servendo sulla torta una crema densa, fumante, profumata di vaniglia, caramello salato e latte appena munto.
«Solo quando ti farai una bella treccia con un fiocchetto rosso, Pelleverme.» gli rispose lui, usando appositamente la traduzione del termine dispregiativo con cui gli orchi chiamavano gli umani.
«Magari un giorno ti stupirò con una folta e fluente chioma bionda!»
Tutti e tre risero e finirono in allegria il pasto. L’orco rimase con loro ancora un poco, mentre si gustarono l’infusione alcolica fatta dalla loro sciamana, un intruglio di erbe e altre cose che era meglio non sapere, capace “di far digerire una pietra a un morto”, come si era letteralmente espressa lei quando lo aveva offerto agli umani la prima volta, molto prima che lui nascesse. Finito il liquore, ringraziandoli ancora, li salutò, dovendo tornare dalla sua famiglia giù alla valle, distante un’oretta di strada al suo passo allenato. I due lo accompagnarono fino all’entrata, lo aiutarono a rimettersi la spada e il corsaletto, quindi gli diedero uno zaino realizzato in ritagli di crosta di pelle, molto capiente.
«Sii gentile e consegnalo a Regerrd: mi aveva chiesto dei contenitori in pirovetro per delle sue pozioni. Fai attenzione, sono resistenti, ma non quanto sembra. Ho messo dentro anche delle erbe che so potrebbero esserle utili, di quelle che crescono solo qui in zona. Ah, e nel sacchetto nero di pelle c’è della polvere di laspro aureo.»
L’orco fece un fischio di meraviglia.
«Roba dell’Unicratum. Te ne sarà grata.»
Laarth sorrise.
«Nella tasca esterna ci sono dei biscotti al pepe. So che il viaggio è lungo e necessiti energia.»
«Ma se si è appena finito di mangiare una quantità di spezzatino e torta che basterebbe a un troll per una settimana.» esclamò il guerriero ad alta voce, come se fosse totalmente sorpreso.
«È un ragazzo in crescita, so cosa faccio. E smettila di fare la zitella acida.» lo rimbrottò l’altro sorridendo.
Oorth grugnì, incrociando le braccia.
«Vai, prima che ti dia anche le provviste per l’inverno che tengo nascoste. Vuoi una psicotorcia?»
Goarrt scosse la testa.
«Ci vedo al buio, vecchio. Mica sono cieco come voi Pelleverme.»
«Vero, tu e gli elfi siete davvero molto simili…»
Risero assieme. L’orco strinse la mano ad entrambi e si incamminò. Loro rimasero sulla soglia finché non lo videro sparire lungo il sentiero, ombra nella notte, la sua voce a cantare a squarciagola una canzone irripetibile sulle sue presunte doti fisiche. Laarth cinse da dietro il guerriero, le sue braccia ad avvolgersi alla sua vita muscolosa e ancora perfettamente tonica.
«Sta venendo su bene, forte come suo padre e intelligente come sua madre. Mi ricorda un po’ anche lei.»
«Tutti ci ricordano lei.» rispose Oorth accarezzandogli le mani con le sue. «Maledetti ricordi. Ci facciamo un goccetto?»
«Va bene, ma poi niente pianti, va bene?»
Si voltarono e rientrarono.
«Non prometto nulla.» sorrise il guerriero.
   
 
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