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Autore: Zobeyde    07/07/2024    2 recensioni
Prequel de “Gli ultimi maghi”
Sono anni turbolenti per l’Europa: la Belle Époque sta per tramontare, sotto l'incombere di una guerra come non se n’erano mai viste, e nella millenaria città di Arcanta, dove la magia esiste e i suoi abitanti hanno da sempre vissuto al riparo dalla corruzione del mondo, c’è chi non può restare indifferente ai cambiamenti fuori dalle sue mura incantate:
Abigail Blackthorn, in fuga da una gabbia dorata per aiutare chi soffre nelle trincee, dove inaspettatamente troverà amore e dannazione.
Solomon Blake, cinico, ladro, machiavellico, determinato a rendere la magia grande come un tempo, fino al giorno in cui scoprirà che ogni cosa ha un prezzo.
Zora Sejdić, maga decaduta che ha fatto dello spiritismo la propria arma per la scalata al potere. Un’arma però che si rivelerà presto a doppio taglio…
Dal testo:
[…] Vede, ambasciatore, io non credo né negli dei, né negli uomini. Credo che ognuno di noi, presto o tardi, venga chiamato a giocare un ruolo in una partita ben più grande. Deve solo capire qual è il suo. […]
Genere: Angst, Fantasy, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Missing Moments | Avvertimenti: Triangolo, Violenza
Capitoli:
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ATTO III – DIES IRAE





 
«E quando gli uomini non riusciranno più a saziarli,
i Giganti si solleveranno contro di loro
e li divoreranno.»
 
Libro di Enoch





 
 
 
IL GIARDINO

 
 
Gellert Institute. Luglio 1914
 
 
«…Ed è così che ho perduto il mio terzo marito» concluse la signora Ferraris, afferrando con disinvoltura un altro pasticcino al limone dal vassoio. «Povero caro Alberto, che riposi in pace! Ma grazie ai suoi contatti a Parigi, ho conosciuto monsieur André Lacroix! Lui sì che era un galantuomo di mondo! Tra tutti e cinque, è stato l’unico a credere seriamente nelle mie visioni! Riuscì persino a far pubblicare un articolo su di me per Le Figaro
«Mhmm, avvincente» commentò Zora, il volto poggiato sul palmo della mano e lo sguardo che vagava impaziente per il refettorio; come ogni mattina, gli ospiti del Gellert si erano alzati freschi e riposati, pronti a dare inizio a un’altra giornata di attività ricreative. Tutti tranne quell’idiota di Dagon.
Zora gli aveva riservato un posto al suo tavolo per più di mezz'ora, domandandosi con rabbia come accidenti facesse a dormire beatamente fino a tardi dopo quello che gli aveva raccontato la sera prima. A un tratto però, si era accorta che l’infermiera Inga la stava fissando con un po’ troppa insistenza, dall’altro capo della stanza, ed era corsa a cercare qualcuno con cui iniziare una conversazione. La signora Ferraris veniva da Torino – ma aveva vissuto in molte capitali europee, come aveva tenuto a sottolineare più volte –, era stata contattata dal Gellert in virtù delle sue visioni mariane – tre, a sua detta – e, malgrado avesse solo trentasette anni, aveva già collezionato una lista interminabile di matrimoni, tutti finiti in modo tragico. E tutti, curiosamente, con uomini i cui nomi iniziavano con la lettera “A”.
Zora sospirò e, approfittando del fatto che la signora Ferraris si fosse allontanata per versarsi un’altra tazza di tè, setacciò ancora una volta la stanza, finché non individuò l’unica persona laggiù ad aver catturato il suo interesse. Colette.
La misteriosa, bizzarra Colette, diversa da ogni altro ospite del Gellert, e a cui veniva riservato un trattamento particolare. All’inizio Zora non ci aveva fatto caso, preoccupata com’era ad evitare le attenzioni di Inga, della Sanders e del dottor Volmer, ma da quando aveva visto quell’esile e tormentata ragazzina venire trascinata via con la forza, quasi fosse un prigioniero sfuggito alla sua cella, aveva iniziato a osservarla con occhi diversi.
Colette non mangiava quasi mai al refettorio, né partecipava alle attività e ai laboratori. Veniva chiamata nell’ufficio della Sanders più frequentemente di chiunque altro, assentandosi spesso per l’intera giornata e ricomparendo soltanto il mattino dopo. Le capitava spesso di fissare qualcuno degli ospiti spalancando i suoi occhioni azzurri, per poi mettersi a disegnare compulsivamente su un quaderno da cui non si separava mai. E ogni suo disegno veniva prontamente e discretamente requisito da qualche infermiere.
Zora si era ormai convinta che quella strana ragazza fosse la chiave per decifrare una volta per tutte i segreti dell’istituto. E, in quel momento, le stava lanciando occhiate intermittenti, mentre scarabocchiava qualcosa sul suo quaderno.
Zora attese che Inga si fosse distratta per scambiare qualche parola con un collega, dopodiché si alzò e raggiunse furtivamente il suo tavolo.
«Ciao, Colette. Come stai?»
La ragazzina alzò la testa, scrutandola coi cuoi occhi a palla, e le sorrise vivace. «Buongiorno, madame Salomé! Giornata assolutamente incantevole, non trova?»
Zora le sedette di fronte, facendosi più vicina: «Che cosa è successo ieri tra te e il dottor Volmer? Lui ti ha… fatto qualcosa di brutto?»
Colette sbatté le palpebre, assumendo un’espressione confusa. Poi ridacchiò. «Oh, certo che no, madame! Perché dovrebbe? Il dottor Volmer è una persona assolutamente squisita e gentile!»
«Ne sei sicura?» insistette Zora, con grande serietà. «A me puoi dirlo: vi ho visti su quel prato, sembravi molto arrabbiata con lui. E quegli infermieri…dove ti hanno portata?»
Colette inclinò la testa e aggrottò la fronte, come se le parole di Zora non avessero alcun senso per lei. «Mhmm, ieri? Non ricordo di essermi arrabbiata con qualcuno. Sono stata tutto il giorno nella mia stanza, a disegnare.»
Stavolta era Zora quella confusa. Perché mentire? Forse l’avevano minacciata di farle del male se avesse raccontato qualcosa? Quel pensiero fece nascere in lei un malore difficile da definire. Era un’emozione dolce, e allo stesso tempo struggente. Le comprimeva la pancia, le seccava la gola, le riempiva il cuore di rabbia, ma anche di tenerezza. Cosa mai poteva essere?
Come se nulla fosse, Colette afferrò un pastello rosso e riprese a colorare energicamente il suo disegno. Zora vi si soffermò, torcendo il collo per osservarlo meglio: era strano ma ben fatto, e raffigurava un ragazzo pallido dai capelli rossi, fermo in mezzo a un campo di grano. Dal suo corpo si spandevano filamenti neri, che si aggrovigliavano in tutte le direzioni come le zampe di un ragno, e dietro di lui si stagliava un fienile avvolto dalle fiamme.
Per un attimo, Zora si dimenticò di respirare. Era la stessa scena che continuava a rivedere ogni notte nei suoi sogni.
«Chi è?»
Zora sfilò il foglio dalle mani di Colette e lo voltò verso di lei. «Conosci questo ragazzo? Dove lo hai visto?»
La ragazzina fissò prima il foglio e poi lei. «Nel giardino» rispose semplicemente, come se fosse ovvio.
«Di quale giardino parli?» sbottò Zora. «Colette, per favore cerca di parlare chiaro! Si trova qui al Gellert?»
«No.» Colette fece un sospiro paziente. «Gliel’ho detto, l’ho visto nel giardino. Gli omini verdi me l’hanno mostrato. Un giorno lo incontrerà anche lei, ma è ancora troppo presto.»
«In che senso, “troppo presto?”»
La ragazza rise della sua espressione sbalordita. «Oh, be’, perché non è ancora nato!»
Zora ammutolì, cercando di aggrapparsi a una spiegazione razionale. Quel disegno era troppo dettagliato perché si trattasse di una coincidenza. Colette aveva sul serio visto quelle cose, anche se erano nella sua testa? E se sì, come? Possibile che sia…
In quel momento, un giovane biondo in camice bianco arrivò alle spalle di Colette e cercò di sottrarle il disegno. «Dia pure a me, madame.»
Zora tirò a sé il foglio, scrutando l’infermiere in modo ostile. «Perché?»
«È parte del programma che la dottoressa Sanders ha stilato per la signorina Colette» rispose gentilmente il ragazzo. «Esamina tutte le sue creazioni, per accertarne i miglioramenti.»
Zora aveva bisogno di maggiori spiegazioni, ma l’ultima cosa che voleva era riaccendere l’interesse di quella donna su di lei. Gli lasciò il disegno, a malincuore. «Non lo sapevo. Chiedo scusa.»
L’infermiere le sorrise bonario, dopodiché accarezzò la testa di Colette come fosse un cagnolino. «Vieni, cara. Olivia ti aspetta per un tè e due chiacchiere. Ha fatto preparare anche i tuoi biscotti preferiti!»
Ubbidiente, la ragazzina si alzò, salutò allegramente Zora con la mano e trotterellò via insieme all’infermiere.
«La tengono sempre ben sorvegliata» commentò una voce.
Zora si volse nel momento in cui Dagon Carcosa prendeva posto sulla sedia accanto alla sua, silenzioso come un’ombra. «Povera ragazzina, scommetto che non può andare da sola neanche al bagno.»
«Ma dove cazzo eri finito?» lo aggredì subito Zora. «Ti ho aspettato tutta la mattina! Il nostro accordo…»
«Cosa credi che abbia fatto finora?»
Dagon infilò una mano nella tasca dei pantaloni, e ne estrasse con discrezione una piccola chiave. Zora sgranò gli occhi, esterrefatta. «È quello che penso?»
«La chiave dell’ufficio di quella stronza. Oh, sì!»
«Come hai fatto a rubargliela?»
Gli occhi di lui, ombreggiati dalle lunghe ciglia nere, brillarono sulla pelle scura. «Un ladro non rivela mai i suoi segreti.»
«Quello lo dicono i maghi.»
«Allora chiamami pure “mago”.»
«Quando hai finito di fare lo spaccone avvisami.»
«Le ho sfilate stamattina alla donna delle pulizie.» Dagon intascò il bottino. «Parlando seriamente: sei proprio sicura di volerlo fare?»
«Certo» rispose Zora, senza esitazione. «Quelle carte sono l’unica cosa che mi resta della mia famiglia. Non le lascerò nelle grinfie di quella pazza.»
«Potremmo cacciarci in un mare di guai.»
«In questo caso, sei ancora in tempo per recarti alla lezione di yoga.»
Dagon emise una risata bassa e roca, che ricordava vagamente il latrato di un cane. «E va bene, dolcezza, mi hai convinto. Lo faremo stanotte.»
 
L’attesa fu snervante. Per non destare sospetti, nel pomeriggio Zora si unì alla signora Ferraris e alle sue amiche per una partita a carte in veranda, cenò in loro compagnia e, verso le nove di sera, finse di accusare un forte mal di testa e se ne tornò in camera sua. Finalmente sola, passò un tempo considerevole andando e venendo febbrilmente tra quelle quattro mura, dibattendosi in tutte le sue domande; ascoltò con attenzione i passi degli ospiti che tornavano alle proprie stanze, e il cigolio metallico delle porte che si chiudevano, augurandosi che Dagon venisse a prenderla come stabilito.
Arrivò la mezzanotte, e quando il silenzio fu completo, Zora andò alla persiana e infilò le dita tra i listelli per guardare la notte: i lampioni nel parco erano tutti accesi e non c’era più nessuno in giro.
In quell’istante, udì tre rapidi colpetti alla porta. Corse ad aprire, e nell’oscurità del corridoio, un’ombra tra le ombre bisbigliò: «La Sanders se n’è andata a dormire: ho visto la luce del suo ufficio spegnersi. Ma abbiamo solo mezz’ora prima che il custode inizi il giro di perlustrazione, quindi muoviamoci.»
Percorsero il corridoio in punta di piedi, nascondendosi dietro ogni angolo prima di assicurarsi che la via fosse libera. Dagon si muoveva incredibilmente bene al buio, e Zora pensò che fosse merito del suo passato da ladro consumato. Chissà quanti appartamenti di gaggi ricchi e grassi ha ripulito.
Salirono un paio di rampe di scale e si trovarono di fronte all’ufficio in cui Zora era stata il giorno prima. Dagon infilò la chiave nella serratura e aprì la porta, cedendole il passo.
La donna scrutò inquieta l’oscurità, appena rischiarata dalle deboli luci notturne; l’arredamento raffinato e funzionale, i libri ordinatamente disposti sugli scaffali, i mobili dritti, i quadri a olio, le targhe e riconoscimenti accademici, nessun fronzolo che sovraccaricasse inutilmente quell’eleganza tutta borghese.
«Hai idea di dove possa aver messo le tue carte?» domandò Dagon, chiudendo la porta.
Zora indicò con sicurezza la scrivania. «Primo cassetto. Ma anche quello è chiuso a chiave. Dubito sia la stessa che abbiamo usato per entrare, ho visto che la porta legata al collo.»
«Mhmm.»
Dagon fece il giro dello scrittoio, si piegò sulle ginocchia e tirò fuori dalle tasche una graffetta. La distese fino a ottenere un filo di ferro, che infilò nella serratura. Vi armeggiò per qualche minuto, mentre Zora tendeva l’orecchio contro la porta. A un tratto, lui esclamò: «Oplà!» E aprì il cassetto.
Le carte erano lì, avvolte in un fazzoletto di seta. Zora si assicurò che non ne mancasse nessuna e poi le strinse al petto, sospirando di sollievo. «Ti ringrazio. Non sai quanto significano per me.»
Ma Dagon si era già trovato altro da fare. Zora lo vide scorrere le librerie, aprire schedari ed esaminarli a uno a uno con metodo e concentrazione; ogni suo gesto era preciso, affilato, di chi non intende lasciare alcuna traccia della propria visita.
Una volta messe al sicuro le carte, Zora lo affiancò. «Cosa stai cercando?»
«Risposte.» Su quella parola pronunciata in tono aspro, lui aprì un altro schedario e ne estrasse un fascicolo. «Su quello che Volmer e la Sanders combinano in questo posto.»
«Credevo non ti importasse di cosa fanno agli ospiti. Ieri, quando hanno portato via Colette…»
«Cosa avrei dovuto fare? Fermarli? Prenderli a pugni?» Dagon le riservò un’occhiata obliqua. «Non avrei ottenuto un beneamato cazzo, esponendomi.»
Zora non capiva. «Hai detto di esserti fatto rinchiudere di tua volontà.»
«Esattamente. Ma ho omesso qualche dettaglio sul motivo.»
«Quindi, mi hai mentito.»
Lui sospirò. «E va bene, non sono stato del tutto sincero. La storia del gulag è vera, ma non è solo per salvarmi le chiappe che mi sono offerto volontario. Sono qui perché sto cercando una persona: mio fratello, Yari. Il clan non ha sue notizie da più di un anno, e pare che il Gellert sia l’ultimo posto dove sia stato visto.»
«Pensi che gli abbiano fatto del male?»
Dagon le tese il fascicolo. «Ho paura che qualunque cosa gli sia accaduta stia per succedere anche a te.»
Le mani di Zora fremettero aprendo la cartellina, di uno spessore notevole. C’erano vecchi articoli di giornale, fotografie che la ritraevano assieme a Krsta, e ad alcuni dei loro clienti più importanti. C’erano poi pagine e pagine di rapporti scientifici, che analizzavano ogni aspetto del suo lavoro come medium, e poi disegni, riconducibili alla mano di Colette, che la raffiguravano ammantata da strani aloni colorati. Sotto l’ultimo disegno, realizzato quella mattina, la grafia della Sanders recitava: “Ci sono abbastanza elementi perché la candidata sia sottoposta alla Fase 2.”
«Che cazzo è la Fase 2?» sussurrò con fatica Zora. Le si era prosciugata la bocca, e sentiva l’aria venirle meno.
«Non lo so» rispose Dagon, accigliato. «Ma è quello che scopriremo stanotte.»
Zora indietreggiò, il fascicolo che tremava nelle sue mani. «No, non mi farò trascinare in questa merda! Io me la squaglio, non voglio finire un’altra volta in gabbia!»
«Zora, non l’hai ancora capito? Ci sei già in gabbia! La Sanders ha scoperto cosa sei, e presto farà sparire anche te, proprio come accaduto a Yari.»
«Ma di che cazzo stai parlando!?» sibilò lei, assalita dal panico. «Cosa ha scoperto?»
«Che non sei come gli altri impostori qui al Gellert.» Dagon la fissò negli occhi, attentamente. «Tu sei davvero una maga.»
«Non crederai davvero…»
Lui non disse niente, si limitò ad allargare le braccia. I tentacoli neri tatuati sulla sua pelle iniziarono a danzare, a contorcersi come serpenti intrecciati.
«Il simile riconosce sempre il simile» disse, con voce profonda e seria. «È la legge della Corrispondenza, la più importante nella magia. Lo hai percepito anche tu, la prima volta che ci siamo visti: hai sentito che tra noi c’è un legame, e non è solo dovuto alla nostra appartenenza al popolo Rom.»
«Sei uno stregone.» Zora continuava a fissare i tatuaggi in movimento, senza riuscire a credere ai propri occhi, senza fiato. Da quando aveva scoperto la verità sulla sua famiglia, si era convinta che sarebbe sempre stata sola, l’ultima sopravvissuta di un mondo ormai estinto. E invece…c’erano altri come lei.
«Se è così, perché la Sanders e Volmer ti lasciano in pace?»
«Perché sono stato addestrato a non dare nell’occhio» rispose Dagon. Abbassò le braccia, e i tatuaggi tornarono ad essere disegni inanimati. «Il mio clan ha passato secoli a nascondersi, mimetizzandosi coi Mancanti.»
«Mancanti…?»
«Chi non pratica la magia. Gente come la Sanders, o Volmer non sono gli unici a minacciare quelli come noi. Ma questa storia te la racconterò un’altra volta. Ora sbrighiamoci, prima che arrivi il guardiano. Sono sicuro che le risposte che cerchiamo sono dietro quella porta rossa del cazzo.»
Zora esitò, combattuta. Poteva fidarsi? Dopotutto, cosa sapeva realmente di quell’uomo? Credeva di aver ormai imparato la lezione, e invece, si era fatta di nuovo trascinare nelle macchinazioni di un affascinante bugiardo.
«Grazie, ma non ho tutta questa voglia di farmi ammazzare» disse, sforzandosi di recuperare il controllo sulle proprie emozioni. «Me ne andrò questa notte stessa.»
«Dubito sarà così semplice.»
«Be’, sono una maga, no? Che provino a fermarmi!»
Lo superò a grandi passi, diretta all’uscita.
«Se si trattasse della tua famiglia» le disse Dagon. «Di tua sorella, le volteresti le spalle così? Non cercheresti di aiutarla?»
Zora si bloccò, la maniglia in pugno, mentre dentro di lei la paura ingaggiava una lotta furiosa contro il senso di colpa.
«Hai un dovere verso la tua gente» riprese Dagon. «E non parlo di stronzate come l’appartenenza a una patria. Che si fottano l’Austria e la Serbia, che si fottano i Mancanti, la loro politica e le loro guerre! Quelli come me e te saranno sempre stranieri, in qualunque terra e sotto qualunque regnante. Ma se c’è una cosa per cui sento che valga la pena combattere, è il mio stesso sangue. E sono certo che per te sia lo stesso. C’è un motivo se ho aspettato questo momento per agire: ho bisogno dell’aiuto di qualcuno uguale a me, Zora.»
Lei tacque, ma nella sua mente affiorarono le ultime parole che Aisha le aveva rivolto, dopo il funerale della madre:Lei e Baba hanno sempre riposto una fiducia cieca in te, così come papà: promettimi solo che almeno in questo non li deluderai.”
Fino ad ora, Zora non aveva fatto granché per rendersi degna dell’eredità che le era stata donata: si era arricchita sfruttando le debolezze altrui, era stata complice di un assassinio, era scappata, si era nascosta, aveva fatto di tutto per evitare le conseguenze dei propri sbagli. E anche adesso, nel momento in cui le veniva chiesto di fare la cosa giusta, il primo istinto era quello di usare i propri doni per tagliare la corda…
Un nodo freddo le si formò sotto le costole.
«Va bene» acconsentì, alla fine. «Ti aiuterò. Ma se provi a fregarmi, giuro su mia madre che la pagherai!»
 
Rifecero il percorso al contrario, fermandosi solo quando videro balenare nel buio il fascio luminoso di una torcia. Dagon tirò Zora dietro l’angolo, portandosi un dito alle labbra. Quando il guardiano passò proprio davanti a loro, Dagon uscì allo scoperto e lo afferrò per il polso. L’uomo fece un gran balzo, ma prima che prendesse fiato per gridare, Dagon gli parlò con voce ferma e vibrante, fissandolo dritto negli occhi: «Continua a camminare. Non fare caso a noi.»
Il guardiano si rilassò, la sua espressione si fece vacua e serena e, come se nulla fosse, riprese il suo giro fischiettando.
«Come…?» iniziò sottovoce Zora, quando i suoi passi furono abbastanza lontani.
Dagon le fece l’occhiolino. «Un giorno ti insegnerò anche questo trucchetto: si chiama malia, è piuttosto utile.»
Proseguirono fino alla famosa porta rossa, stupendosi del fatto che non fosse neppure chiusa a chiave. S’infilarono dentro e accesero la luce, trovandosi in una stanzetta lunga e stretta, rivestita da scaffali che andavano dal pavimento al soffitto, stipati di registri e scatole piene di polvere e documenti accuratamente etichettati. Alcuni, ingialliti dal tempo, risalivano a una quindicina di anni prima.
«Inga aveva ragione» commentò Zora, delusa. «È solo un maledetto archivio.»
«Ne sei sicura?» fece Dagon. «Gli occhi possono essere ingannati, ma i tuoi poteri no.»
Lei lo fissò dubbiosa, e lui insistette: «Concentrati e lascia che il Tutto ti guidi.»
Zora mise da parte le sue perplessità e fece come le era stato detto. Sembrava trascorsa un’eternità dall’ultima volta che si era messa in contatto con la fonte del suo potere, ma chiuse ugualmente gli occhi e cercò di svuotare la mente. Le venne la pelle d’oca, mentre i suoi sensi si risvegliavano diventando di colpo più affinati, e i contorni della stanza apparivano con nitidezza di fronte a lei malgrado le palpebre chiuse. Percepiva la materia vibrare di energie invisibili, in alcuni punti più che in altri, e si lasciò condurre verso la parete opposta con la mano protesa. «Qui dietro sento che c’è qualcosa.»
Dagon la superò per esaminare le scaffalature. «Bingo!»
Ad occhio nudo sarebbe stato pressoché invisibile, ma c’era un pulsante ben nascosto dietro gli schedari. Nel momento in cui Dagon lo premette, si udì un clic e la libreria ruotò lentamente su sé stessa, rivelando una camera segreta. Le pareti erano rivestite di acciaio spoglio, illuminato da una luce dura e accecante, malgrado non vi fossero lampade. C’era però una pulsantiera, con un unico tasto.
«Un ascensore» disse Zora. «Sembra che porti solo in basso.»
Dagon premette il pulsante. «E allora, andremo in basso.»
Delle porte ermetiche si chiusero alle loro spalle e Zora trasalì, mentre l’ascensore iniziava a sprofondare nelle viscere dell’istituto. Una tomba…è una cazzo di tomba. E mi ci sono infilata da sola!
Sentì il petto contrarsi, il sudore freddo ricoprirle la pelle, e realizzò con angoscia che stava per avere un attacco di panico. La mano di Dagon agguantò saldamente la sua.
«Sei più coraggiosa di quello che credi.» Il suo respiro caldo le sfiorò l’orecchio. «Qualunque cosa troveremo dall’altra parte, la affronteremo insieme. Ricorda: è di noi che questa gente dovrebbe aver paura.»
Zora deglutì, ricambiando con forza la stretta.
La discesa terminò, e le porte dell’ascensore si aprirono su un corridoio immacolato, rischiarato dalla stessa luce metallica all’interno della cabina. Non c’erano finestre, né lampade o candele. Niente che potesse essere sfruttato per difendersi, o controllato con la magia.
Dagon avanzò, continuando a tenerla per mano, e Zora si impose di mettere un piede avanti all’altro, gettandosi occhiate inquete attorno.
Al termine del corridoio finirono in una lunga anticamera con una parete vivacemente affrescata, che rappresentava un paesaggio rigoglioso, ricco di alberi, fiori e uccelli esotici. Tra i tronchi, erano raffigurati anche degli omini dalle orecchie a punta e il sorriso impertinente, tutti vestiti di verde.
Il nodo di paura nel petto di Zora si strinse, diventando un pugno gelido sotto lo sterno. «Il Giardino.»
Era il luogo di cui parlava Colette, non c’erano dubbi. Era finita lì anche lei in cerca di risposte? O ce l’avevano condotta con la forza?
Una tempesta di domande assillava la mente di Zora, una più inquietante dell’altra, ma poi la sua attenzione si spostò su una delle lisce porte bianche prive di maniglia che si susseguivano lungo la parete opposta all’affresco, ciascuna dotata di una finestrella di vetro.
Riluttante, Zora sbirciò attraverso la feritoia. Sembrava una cella vuota, ma totalmente diversa da quelle della prigione di Sarajevo: una luce impietosa, chiara come quella del giorno ma priva di calore, illuminava i muri, il pavimento e il soffitto, tutto di un bianco così accecante da far male agli occhi. Non c’erano servizi igienici, nemmeno una panca su cui sedersi o un secchio, solo uno scarico proprio al centro del pavimento, circondato da macchie rosse. Le si accapponò la pelle. Sangue…
Poco più avanti, sentì Dagon imprecare. «Merda. C’è qualcuno qui dentro!»
Zora si precipitò alla seconda porta. Ma che cazzo…!?
Oltre il vetro, videro un ragazzo a petto nudo, pallido e magro, che faceva avanti e indietro senza sosta farfugliando tra sé e sfregandosi le braccia. Malgrado apparisse appena adolescente, i suoi occhi erano vuoti e sperduti, e tra i riccioli crespi e ingrigiti spuntavano un paio di corna caprine. Aveva un’andatura strana, dinoccolata, ma quando Zora si soffermò sulle sue gambe, si accorse che non erano affatto gambe: erano zampe, ricoperte di pelo e terminanti con un paio di zoccoli.
«Un fauno» constatò Dagon, che non sembrava affatto impressionato dalla cosa in sé. «Diamine, guarda come è ridotto!»
Zora si sforzò di recuperare la voce. Si era aspettata di trovare di tutto laggiù, ma di sicuro non questo. «Ne…ne hai visti molti altri in vita tua?»
«Qualche mezzosangue.» Dagon scosse lentamente la testa, scuro in volto. «I Dimenticati sono ciò che resta delle creature che un tempo abitavano il Vecchio Mondo, ma sono abbastanza furbi da tenersi alla larga dai Mancanti.»
Afflitta, Zora tornò a fissare il ragazzo. «Secondo te cosa gli hanno fatto?»
«Non lo so. Ma la vera domanda è: come lo tiriamo fuori?»
«Vuoi liberarlo? E come pensi di portarlo via? Quegli zoccoli da capra potrebbero non passare inosservati!»
«Non possiamo certo lasciarlo a marcire qui dentro.»
Zora provò a ribattere, ma fu distratta da un paio di sonori colpi provenienti dalla porta adiacente. Si avvicinò con prudenza, ma rimase di stucco quando vide che la cella era interamente allagata. L’acqua sporca e verdognola arrivava a sfiorare il soffitto, e nelle sue profondità galleggiava qualcosa. O meglio, qualcuno.
Non è possibile….
Era in parte una donna, coi seni nudi e i folti capelli neri che le fluttuavano attorno come fumo, ma la parte inferiore del suo corpo terminava con una lunga coda di pesce, martoriata da cicatrici e ferite sanguinanti. La donna si volse in un vortice di capelli, e i suoi occhi completamente neri trafissero quelli di Zora. Un istante dopo, schizzò in direzione della finestrella e batté una mano contro il vetro, facendo sussultare Zora.  La sirena spalancò la bocca per urlarle disperatamente qualcosa, ma ne uscì solo un fiume di bolle.
Dagon imprecò ancora. «È peggio di quel che credevo. Deve essere qui che hanno portato Yari!»
Zora era troppo sconvolta per trovare qualcosa da dire, ma Dagon non perse tempo e iniziò ad esaminare le celle una dopo l’altra, chiamando a gran voce suo fratello: dietro una porta trovarono un uomo che aveva tutto il corpo sfigurato dalle ustioni, ma straordinariamente ancora vivo. In un’altra cella, una bambina pelle e ossa, che aveva perduto tutti i capelli, singhiozzava accucciata in un angolo…
Zora premette il viso contro il vetro della prigione, e un magone le salì in gola. Percepì nuovamente quel sentimento struggente che aveva avvertito per Colette, e finalmente capì cosa fosse. Era istinto materno. Un profondo, viscerale desiderio di protezione, verso tutte quelle creature innocenti…
«Cosa vogliono da noi?» gemette, sentendosi vicina alle lacrime. «Perché ci stanno facendo questo?»
«Per il progresso, mia dolce betularia
Zora e Dagon si volsero di scatto.
C’era Volmer, attorniato da un gruppo di uomini con indosso strane uniformi militari nere, più simili a delle tute da lavoro munite di casco integrale. Imbracciavano tutti degli scudi di acciaio liscio e traslucido, e fucili terminanti con dei rampini.
Dagon nascose Zora dietro di sé, e sollevò le mani. «Salve, August. Pare proprio che abbiamo scoperto la tua stanza dei giochi.»
Il dottor Volmer sorrise affabile, ma i suoi occhi erano gelidi. «Era solo questione di tempo. Ma come vedi, siamo stati previdenti.»
Si scostò appena, rivelando l’esile figura dietro di lui. Colette, che stringeva tra le mani un foglio da disegno e fissava tutti con espressione impaurita.
Istintivamente, Zora mosse un passo in avanti. «Sta' lontano da lei!»
Volmer però pose una mano sulla testa della ragazzina, con fare paterno. «L’arrivo di Colette al Gellert è stato provvidenziale: col suo aiuto, siamo riusciti a scovare più di trenta Metaumani nel giro di soli quattro anni. Non importa quanto bravi siano diventati a nascondersi.»
«“Metaumani”?» ripeté Zora, senza capire.
«Ho dedicato la mia vita a studiare l’evoluzione, mia cara» spiegò Volmer, senza abbandonare il sorriso gentile. «E sono giunto a una conclusione: certi esseri umani si sono evoluti in maniera diversa rispetto ad altri, maturando capacità straordinarie. Anzi, oserei dire, divine! Proprio come la nostra Colette!»
Dagon spostò lo sguardo da Volmer alla ragazzina. «È un amplificatore umano.»
Zora non aveva la più pallida idea di cosa volesse dire, ma Volmer scoppiò a ridere, soddisfatto. «Molto bene! Finalmente qualcuno che sa di cosa parlo!»
«Lei catalizza le emanazioni del Tutto» ringhiò Dagon. «Avverte la magia nelle persone. E voi la state usando come un cazzo di radar!»
Scioccata, Zora tornò a guardare Colette, che si fece piccola piccola dietro Volmer. Ora tutto acquisiva un senso: le assurdità che blaterava sulle auree, i suoi disegni, l’interesse morboso che aveva maturato nei suoi confronti…
Le si aggrovigliarono le budella. Era stata sotto esame dal giorno in cui aveva messo piede al Gellert, ma non se ne era mai resa conto, convinta che i nemici da cui doveva guardarsi fossero solamente Volmer e la Sanders...
«Deduco che questa sia la Fase 2» disse Dagon, lo sguardo che traboccava ferocia. «Dove finiamo di essere “ospiti” e diventiamo le vostre cavie!»
«Oh, io non la vedo affatto così» ribatté Volmer, offendendosi quasi. «Voi siete il futuro, signor Carcosa! Il nuovo traguardo dell’eugenetica! Se lo immagini: un mondo dove non esistono malattie, né infermità, popolato da super uomini perfetti! I vostri geni custodiscono il vero segreto dell’immortalità. Ed è nostro dovere di scienziati donarlo al mondo intero!»
L’esaltazione che bruciava nella sua voce era terrificante. Dagon sollevò ancora le braccia. «Se è l’immortalità che vuoi, vecchio pazzo, dovrai sudartela!»
Volmer si rattristò. «Speravo di non dover arrivare a questo.»
Gli uomini in uniforme si aprirono a ventaglio, circondandoli, e puntarono loro addosso i fucili. Dagon urlò a Zora di scappare. Sulle sue braccia, i tatuaggi ripresero vita, staccandosi dalla sua carne e facendosi materia tangibile. Balzarono verso i soldati come fruste, e un paio riuscirono ad avvilupparsi attorno ai loro corpi in una morsa stritola ossa, facendoli urlare di dolore.
Sul suo esempio, Zora raccolse dentro di sé tutto il suo coraggio e spalancò le braccia, chiamando in aiuto il suo potere. “È la tua eredità, Zora, il bene più prezioso che posso lasciarti. E forse, una volta che avrai scoperto quanto potenziale hai dentro di te, capirai che non hai bisogno di altro per essere libera”.
Finalmente, la verità l’aveva colpita in faccia, e questa volta non avrebbe potuto voltarle le spalle: aveva l’occasione per dimostrarsi degna dell’eredità di sua madre, di Baba, di tutte quelle donne, madri, sorelle e figlie che erano morte per tramandarle il loro sapere.
Non si sarebbe più nascosta, non avrebbe cercato la scorciatoia: avrebbe usato i suoi poteri per combattere una giusta battaglia.
La sua battaglia.
Una forte raffica di vento colpì in pieno una schiera di soldati, sbalzandoli all’indietro. Ma quelli dietro di loro furono abbastanza furbi da tenere alti gli scudi, puntando i talloni per mantenere la posizione: nell’istante in cui aprirono il fuoco, però, non spararono proiettili, ma degli uncini collegati a cavi d’acciaio. I rampini si avvinghiarono attorno alle braccia di Zora, bloccandole contro il suo corpo. «No!»
Anche Dagon fu subito immobilizzato, e i suoi tentacoli di energia nera si dissolsero all’istante, liberando i soldati.
Volmer proruppe in una risatina crudele. «Gli Accalappiatori del Gellert sono ben addestrati a fronteggiare la magia. E le informazioni che abbiamo recuperato dal Mercato Nero dell’Occulto, sui sistemi anti-magia adottati da Arcanta, si sono rivelate preziosissime!»
Zora ringhiò dal dolore quando i cavi si contrassero attorno alle sue membra e gli uncini si conficcavano nella sua pelle, costringendo lei e Dagon a barcollare goffamente in avanti. Lui si volse a guardarla, arrabbiato e impotente. «Sciocca, ti avevo detto di scappare!»
Malgrado tutto, Zora gli rivolse un lieve sorriso. «Avevi detto anche che avremmo affrontato qualunque cosa insieme, no? Be’, ti ho preso in parola.»



 
 
  
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