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Autore: IndianaJones25    11/07/2024    0 recensioni
Estate del 1933: Indiana Jones si trova in Francia, dove conta di recuperare la Corona dei Re Merovingi, perduta da secoli. Questa scoperta potrebbe regalargli fortuna e gloria, facendolo ascendere all’olimpo dei più grandi archeologi. C’è un solo problema: la corona è nascosta nei sotterranei del castello appartenente alla famiglia Belloq…
Genere: Avventura, Commedia | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Henry Walton Jones Jr., Nuovo personaggio, René Emile Belloq
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Rotolando di gradino in gradino, picchiando i gomiti, le ginocchia e le spalle contro ogni spigolo e asperità, Indy scese verso il basso di diversi metri. Finalmente, prendendo una forte botta sotto il mento, si fermò sopra una superficie piana. Era gelida come se fosse cascato direttamente nella ghiacciaia del Cocito, nel centro dell’Inferno.

Nulla di cui stupirsi, dopotutto.

Belloq ha il diavolo dalla sua, quindi è normale che abitino adiacenti, come due vecchi compagnoni.

Non era il momento di perdersi in sciocche fantasie. Una cupa vibrazione richiamò l’attenzione dell’archeologo.

Con uno sforzo e un grugnito si rimise in piedi. Le gambe tremolanti e i dolori che avvertiva ovunque minacciarono di farlo ripiombare al suolo, ma li ignorò e resistette. Per fortuna, non aveva perso la torcia ed era riuscito a evitare che si danneggiasse.

La puntò attorno a sé, cercando di capire dove fosse capitato.

Era un salone oscuro, dal pavimento di pietra e dal basso soffitto. Dalle parete e dalla volta pendevano catene arrugginite, e qua e là si trovavano braceri spenti, tenaglie, gabbie, tavolacci macchiati e altri oggetti simili. Al capo opposto dello stanzone, c’era una porta di legno.

Che luogo ameno, pensò Indy. Dev’essere qui che il vecchio Belloq si divertiva a fare a pezzi le sue vittime.

Questo gli diede un certo sollievo, nonostante tutto. Di certo, in passato, non si raggiungeva la sala delle torture passando dalla cripta. Doveva esserci un altro passaggio. Quello che, beninteso, avrebbe dovuto percorrere lui una volta trovata la Corona dei Re Merovingi, perché il tunnel da cui era arrivato doveva essere ormai impercorribile.

Ma ci avrebbe pensato a tempo debito.

Una cosa alla volta.

Adesso, per esempio, gli premeva di più capire che cosa fosse a provocare quella nuova e persistente vibrazione che riempiva l’ambiente. C’era un rumore strano, come se qualcosa stesse oscillando. E, a intervalli regolari, gli arrivava contro una fredda corrente d’aria, che gli sferzava il viso sudato e gli sollevava le tese del cappello.

Indy mosse un passo in avanti…

Un’ombra calò su di lui, costringendolo a balzare all’indietro. Appena in tempo. Con un soffio d’aria che produsse un sibilo acuto, una lama affilatissima sfrecciò nel punto in cui si era trovato fino a un istante prima. Se non avesse fatto in tempo a spostarsi, adesso si sarebbe ritrovato troncato in due parti uguali, a domandarsi chi mai gli avesse fatto fare di non dedicarsi alla letteratura medievale come suo padre.

Comunque, mentre guardava l’immensa lama a forma di mezzaluna che oscillava avanti e indietro in un moto perpetuo che avrebbe fatto impazzire qualunque studioso di fisica, si pose per un momento lo stesso dilemma.

«Porca miseria», sbottò Indy.

Il pendolo mortale si trovava proprio a metà della stanza. Dall’altro lato, illuminato da una leggera luce che pioveva da qualche stretta feritoia a livello del terreno soprastante, si vedeva sempre la porta che immetteva in un altro ambiente.

Jones cercò di calcolare la velocità con cui la lama si muoveva avanti e indietro. Troppa, per sperare di batterla. Nemmeno se avesse partecipato e vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Los Angeles dell’anno precedente, si sarebbe potuto dimostrare abbastanza rapido e lesto da battere quella dannata ghigliottina.

Da un Belloq non potevo aspettarmi altro che un trabocchetto impossibile da superare.

Be’, ma a meno che non aspirasse a restare per sempre lì dentro, doveva escogitare un modo per riuscirci. E ci sarebbe riuscito. Alla faccia dell’Inquisitore Belloq e di tutti i suoi stramaledetti discendenti.

Orientandosi con la poca luce a sua disposizione, Indy osservò il pendolo che non si fermava mai. Pendeva dal soffitto, dove era tenuto in oscillazione da un paio di corde molto robuste, inserite in un qualche tipo di marchingegno che non riuscì a individuare. Un’invenzione che, se fosse stata fatta da un uomo sano di mente, avrebbe di certo rivoluzionato le sorti del mondo. L’industrializzazione si sarebbe potuta avere senza dover ricorrere al carbone e al vapore. Un aggeggio che funzionava così bene dopo centinaia d’anni, in grado di produrre un’energia perpetua e probabilmente pulita, doveva essere davvero qualcosa di portentoso.

Ma, a inventarlo, era stato un Belloq.

«Non esiste giustizia, a questo mondo», borbottò Indy.

Tornò a ritroso sui suoi passi e si inerpicò fino a mezza scalinata. Si voltò. Adesso, si trovava più in alto del pavimento di almeno tre metri. La corda che faceva oscillare la lama si trovava grossomodo sulla medesima perpendicolare del suo sguardo.

Forse potrei provare a cercare un fulcro di rotazione e disattivare il congegno, in modo da lasciarlo intatto e poterlo successivamente studiare e portarlo alla conoscenza del mondo intero. Un affare del genere, se adoperato con intelligenza e cognizione di causa, cambierebbe la vita di tutte le persone.

Sì, avrebbe potuto. Ma Indiana Jones si interessava del passato, mica del futuro.

Con una mossa rapida, estrasse il suo revolver Colt Official Police e mirò una delle due corde.

Sparò.

BANG

Il proiettile da .38 tranciò di netto la corda. Subito il pendolo smise di oscillare, trattenuto a stento dall’altro cordame, che lo lasciò pendere floscio e inerte. L’immensa lama vibrò e tremò, mandando un gemito come una mostruosa creatura morente. Poi restò immobile, sollevata a pochi centimetri dal suolo.

«Eh», fece Indy, sogghignando.

In fretta, rimettendo la pistola ancora fumante nella fondina, tornò in basso. Guardingo, lasciò la scalinata e percorse i pochi metri in piano che lo separavano dall’immensa lama immobile. Si sarebbe aspettato che, proprio mentre le transitava accanto, l’altra corda cedesse all’improvviso, rovesciandogli addosso l’immane pezzo di metallo.

Invece, non accadde nulla del genere. La lama restò dove si trovava, e Indy poté passarle accanto senza incidenti.

L’archeologo si compiacque con se stesso.

«Sono proprio un dri…»

GRGRGRGRGRRRR

Un grosso rullo di legno, irto di punte acuminate e rugginose, cominciò ad avanzare verso di lui. Era largo da una parete all’altra, ed era inserito in un doppio binario, al cui interno alcuni meccanismi lo spingevano in avanti, facendolo rotolare.

«Ecco…» sbottò Indy.

Restò paralizzato, mentre osservava il rullo avanzare con fin troppa celerità nella sua direzione. Se fosse rimasto intrappolato tra le scaglie di quell’aggeggio, si sarebbe ridotto a una pappetta. Non poteva nemmeno sperare di rotolarci sotto, perché non c’era abbastanza spazio libero tra il rullo e il pavimento. E, d’altra parte, era pure troppo grosso per pensare di scavalcarlo con un balzo.

Indy si rese conto di non avere molto tempo a propria disposizione. Se non si fosse dato una mossa, avrebbe fatto una gran brutta fine. Tornare indietro non sarebbe servito a nulla, perché la strada era interrotta e il rullo sarebbe stato sempre lì ad aspettarlo al capolinea.

Mossi un paio di passi indietro, l’archeologo osservò i movimenti del rullo. Giunto a breve distanza dal pendolo ormai inerte, invertì il proprio movimento e cominciò di nuovo a rotolare in direzione della porta della sala. Indy immaginò che, una volta arrivato all’altro capo della stanza, si sarebbe rimesso in moto verso il pendolo, e così via. Non c’era speranza che si inceppasse.

Quel dannato francese ne sapeva una più del diavolo.

Sempre che non fosse egli stesso il diavolo. Indy non ne era troppo sicuro.

Camminando piano, Jones seguì il rullo nella sua avanzata, restando guardingo. C’era persino la possibilità che tornasse indietro all’improvviso.

Guardò verso l’alto. Dal soffitto pendevano delle catene, alle cui estremità erano attaccati dei ganci. Molti poveracci dovevano esserci stati appesi a lungo per soddisfare le manie sadiche dell’inquisitore.

Adesso, però, avrebbero potuto avere una nuova funzione. Quegli strumenti di tormento, infine, si sarebbero ritorti contro il loro proprietario e i suoi diabolici congegni pestiferi.

Infilata la torcia nella borsa, Indy mise mano alla frusta e la staccò dal supporto che la teneva appesa al cinturone. Attese che il rullo, invertita la direzione di marcia, cominciasse ad avanzare di nuovo verso di lui.

Non appena fu a pochi metri, l’archeologo fletté il braccio destro e fece fare un rapido movimento verso l’alto alla frusta. Il lungo nerbo saettò nell’aria con un guizzo e uno schiocco, e si arrotolò perfettamente attorno a uno dei ganci appesi alle catene.

Indy si diede una spinta, sollevandosi verso l’alto. L’aria gli sferzò il corpo mentre si ritrovò letteralmente a volare al di sopra del rullo. Quando i suoi piedi impattarono contro il pavimento, una scossa lo attraversò da parte a parte. Non ci badò. Di eventuali dolori che gli sarebbero potuti derivare dalla sua vita spericolata si sarebbe interessato a tempo debito. Forse mai.

Recuperata la frusta con uno strattone, Indiana Jones cominciò a correre verso la porta della sala. Non fece in tempo a percorrere più di tre metri, che alcune balestre nascoste nel muro cominciarono a sparare dardi nella sua direzione. Indy li sentì fischiare a pochi centimetri dalle orecchie.

«Maledizione!» grugnì, imprimendo alle proprie gambe maggiore velocità.

Finalmente, la porta della sala fu davanti a lui. Per un momento, si trovò a domandarsi che cosa sarebbe accaduto se l’avesse trovata chiusa a chiave.

Le diede una spallata.

La porta cedette sui cardini corrosi dalla ruggine e si sfondò in avanti, facendolo cascare un’altra volta nell’oscurità.

 

   
 
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