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Autore: jakefan    16/11/2015    3 recensioni
Cos’hanno in comune Heath e Buck, il suo cane? Molte cose: entrambi sono giovani, pieni di energia e vivono sul confine tra due mondi. Buck è per metà lupo, Heath appartiene alla riserva Lakota e anche al mondo «di fuori», bianco e tecnologico. Ma c’è di più, anche se i due non lo sanno: un’eredità sconvolgente sepolta dentro a ricordi lontani.
Quando il richiamo della vita adulta diventa perentorio, per entrambi si prospettano scelte difficili, rivelazioni e incontri che cambieranno loro la vita.
E la scoperta di un terzo mondo nascosto, governato dalla magia che permea tutte le cose.
Ho ucciso sua madre. E' mio.
Genere: Avventura, Drammatico, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon | Avvertimenti: nessuno
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Il racconto "Buck" è diventato un romanzo completo.
Lo trovate qui, in ebook,
ma se preferite la carta c'è anche quella.
Un bacione!




«E io sono Raksha, la Diavola, che ti risponde.

Il Cucciolo d’Uomo è mio, Lungri, e non sarà ucciso.

Vivrà e caccerà col Branco e stai attento,

cacciatore di cuccioli nudi,

mangiatore di ranocchi, ammazzapesci,

perché alla fine egli darà la caccia anche a te.

Adesso vattene, bestia bruciata della Giungla,

altrimenti per il cervo che ho ucciso

— io non mangio le bestie morte di fame —

tornerai da tua madre più zoppo

di quando venisti al mondo!»

Rudyard Kipling, Il Libro della Jungla

I fratelli di Mowgli


1.

Era caduta la neve durante la notte.

L’alba era ancora solo un pallido annuncio nel cielo dell’est, e una luna tardiva tramontava dietro la Cresta dell’Orso. Tutto, là fuori, era blu scuro e silenzioso e freddo.
Avvolta nella sua coperta preferita, la donna accanto alla finestra cercava i primi segni del sole che ritornava. Sarebbe stato un giorno limpido e senza vento, un giorno perfetto per la caccia.

Purtroppo.

– Non abbiamo bisogno della carne di quel cervo.

– E dai, moglie. Me lo dici ogni volta.

– Non serve a niente, a quanto pare.
Neena dal sangue nativo, figlia e nipote di sciamani, avrebbe tenuto il muso agli uomini per tutto il giorno; sia che i due tornassero umiliati a mani vuote, sia — a maggior ragione — che comparissero trascinando la carcassa dalle corna gloriose. Avrebbe pianto per il cervo, si sarebbe graffiata le braccia per lui. Si sarebbe rifiutata di vederlo e toccarlo; cucinarlo, poi, nemmeno a parlarne. La sera avrebbe spedito Isaias a dormire sul divano e non l’avrebbe svegliato, il giorno dopo, con il profumo del caffè caldo. Al figlio, invece, che in quel momento caricava il Weatherby, avrebbe perdonato tutto molto velocemente. Come al solito.

Isaias osservava le mani abili del ragazzo, le sue mosse già sapienti.

– Ah-ha, figlio. Solo due pallottole.

– Una per la caccia, una per difenderci, no? Lo dici sempre.

– Appunto: due. Una tu, una io.

– Due tu, due io. Se succedesse qualcosa? Se fossimo divisi?

L’occhiata feroce di Neena costrinse Isaias ad accettare. La foresta d’inverno non era un parco giochi.

– D’accordo, due a testa. Ma una sola in canna. E se sbagliamo…
– …torniamo a mani vuote, lo so. Come al solito.

– Non è vero. L’anno scorso ne abbiamo preso uno.
La canna del Weatherby Magnum 257 scintillava, lucida e pulita, pronta per sua la prima caccia. Il ragazzo sbuffò. Chiuse la giubba e alzò il bavero attorno al collo, poi si chinò per legare il fucile allo zaino. L’aveva strofinato con olio la sera prima, anche se l’arma era nuova di zecca.
Era il regalo per il suo sedicesimo compleanno.
Il guardacaccia si chinò per baciare la moglie, ma lei girò il viso dall’altra parte.

– Non capisco il senso.

– Perché non sei un cacciatore.
Le dita nervose tra i fili ribelli della treccia, Neena rimase dietro la finestra, a guardarli mentre si allontanavano tra gli alberi. I suoi due uomini avevano gambe forti come giovani alberi, ma arrancavano nella neve appena caduta. Le racchette li avrebbero aiutati, certo, ma sarebbero comunque tornati da lei esausti.
Avrebbe preparato un bagno caldo per il suo ragazzo. Quanto a Isaias il guardacaccia, l’uomo che aveva scelto perché amava i boschi quanto lei, gli avrebbe fatto trovare cuscino e coperta già pronti sul divano. L’avrebbe perdonato solo la notte successiva, nel loro letto. Come ogni volta.

Sotto gli alberi la neve era più bassa. Il padre stabilì che sarebbero avanzati meglio senza racchette, così si fermarono per toglierle. Il figlio legò le sue allo zaino, accanto al fucile, e slacciò il primo bottone della giubba. I capelli neri, corti sulla nuca, erano umidi di sudore.
Proseguirono senza parlare, in salita. Il respiro era regolare ma più rapido e frequente; non c’era spazio per le parole, ma non ve n’era la necessità. I due camminavano e il figlio pensava solo ai suoi passi, uno dopo l’altro, al modo in cui gli scarponi lasciavano tracce azzurre sulla neve e ai versi dei corvi nel cielo sopra di loro. Onorato dal peso del Whetherby, il miglior fucile da caccia al mondo, lo zaino era leggero come i suoi pensieri. Più tardi, nel corso della giornata, avrebbero scelto un posto a picco sulla valle, e si sarebbero fermati per mangiare i tramezzini preparati dalla madre.
Il sole saliva con loro.

Presto si sarebbe mostrato oltre la Cresta dell’Orso e i due sarebbero stati pronti. C’era un solo posto da quella parte del parco dove l’acqua non ghiacciava in inverno: là tutti gli abitanti della foresta prima o poi dovevano passare, e là loro due avrebbero aspettato il cervo.
Quando le urla feroci li raggiunsero, un volo di corvi salì come fumo da un’esplosione; il silenzio della foresta invernale andò in frantumi, e le teste nere di padre e figlio scattarono in direzione della lotta.

– Un orso. Resta qui. Colpo in canna.

– È pericoloso. Non dovremmo allontanarci?

– Potrebbe esserci qualche idiota di escursionista, in mezzo.
Isaias tolse lo zaino, slacciò il suo fucile e lo caricò. Quando si avviò, sapeva già che i passi crepitanti dietro di lui erano quelli di un figlio disobbediente che lo seguiva nella caccia.


Arrivarono sottovento e restarono a distanza, ma sulla schiena del figlio scorreva sudore gelato. I capelli gli si rizzarono in testa e il respiro accelerato suo e di suo padre gli ferì le orecchie. Il sangue pulsava forte. Sopraffatto dal terrore, il giovane cacciatore si riparò dietro al tronco di un grosso larice. Il padre lo tenne saldo, una mano sulla spalla, e lo raggiunse dietro al riparo.
Un lupo dal pelo rossiccio, magro e spelacchiato, affrontava un grizzly altrettanto magro, sparuto per la stessa fame e furioso. L’enorme bestia grigia sovrastava l’altra bestia, torreggiava su di lei con la statura spaventosa, ma il lupo piantato sulle quattro zampe non cedeva, non si spostava, non fuggiva la morte imminente. L’orso urlava e soffiava e menava colpi con le unghie affilate, ma il lupo resisteva e latrava e ringhiava più forte; spiccava il balzo puntando – inutilmente – alla gola, ricadeva indietro e intanto la neve si tingeva di rosso.
Il ragazzo impallidì.

– Lo fa a pezzi. Aiutalo. Aiutalo, pa’ – soffiò fra i denti, stretto alla mano del padre.

– Non si interferisce, lo sai.
Ma il ragazzo tremava e il lupo sputò un fiotto di sangue, e il grizzly gridò più forte. Allora Isaias imbracciò il fucile e sparò in alto. L’orso si girò verso di loro, non vide niente ma ricordò il significato di quel tuono troppo vicino; torse la schiena possente e corse via, e in pochi secondi scomparve in mezzo agli alberi.
In terra, incoronato del suo sangue, accanto ai suoi intestini giaceva il lupo rosso.
Gli esseri umani non fiatarono.
Al loro respiro, unica voce nella foresta, si aggiunse il rantolo del lupo agonizzante.

Il braccio di Isaias ancora tratteneva il figlio e il suono della morte si fece debole, ormai solo un sibilo. Un refolo di vento portò loro l’odore fetido degli intestini squarciati. Il ragazzo asciugò gli occhi nella manica della giubba.

– Dobbiamo fare qualcosa. Lo prendiamo, lo portiamo dal veterinario. Lo metto nella mia giubba – e le lacrime scendevano, giù per le guance, dentro al collo della giubba da caccia.

– Non si può. Vieni, non credo sia più in grado di muoversi.
Sporche di sangue e materia del corpo morente, le mammelle gonfie ormai inutili pendevano tristi nella neve. Isaias sospirò. Si chinò sulla lupa ma non osò toccarla; lei emise un ringhio così debole che il guardaparco fece un passo indietro, in onore della morte imminente.

– Possiamo fare una sola cosa, per lei.
– Dobbiamo portarla dal veterinario, giù in città. Dobbiamo andare subito.
Isaias non aveva più colpi nella canna del suo fucile. Una sola pallottola, questo era il patto, e la sua si era dispersa nell’aria.

– Devi farlo tu.

– Co… cosa?

– Devi farlo tu.

– La portiamo dal veterinario!

– Dici che non vuoi studiare. Dici che vuoi fare il mio lavoro, il mio lavoro è anche questo. Prendi il fucile e sparale, figlio. Sta soffrendo.

– No.
Il sibilo si faceva più sottile ma all’improvviso riprese forza e diventò un guaito delicato, e davanti a loro un altro guaito rispose, più debole ma vivo. Gli occhi della lupa si dilatarono e la testa si mosse lieve in direzione del richiamo; la bava rosso sangue lasciò una traccia sulla neve e indicò agli uomini il luogo dove la madre aveva nascosto il figlio.

Da una fessura nelle rocce, alle spalle dell’animale, spuntarono un piccolo muso focato e due occhietti neri e lucidi come bottoni nuovi. Il cucciolo ruzzolò fuori, rotolò nella neve, sprofondò in un avvallamento e lì rimase a guaire.

– Ah, mio dio, ecco perché. Non ho mai visto una battaglia del genere. Ecco perché.
La voce del guardaparco era rotta dal pianto, ma gli occhi erano asciutti. La lupa guaì più forte, il cuore spezzato dalla sua morte inutile.

– Va fatto adesso. Se non ce la fai lo faccio io. Dammi il fucile.
Non c’era più tempo. Il ragazzo tentò di pensare in fretta, non c’era più tempo, non per controbattere alle ragioni inevitabili e mortali del padre. Strinse la mani sulla canna del fucile; tutto ciò che egli sapeva della foresta scorse davanti ai suoi occhi, e nel gelo della mattina d’inverno vide l'estate, le acque e le nuvole, la primavera di germogli e cuccioli. Vide l’amore di un’altra madre, la sua. Cosa avrebbe detto, cosa avrebbe fatto Neena?

Veloce posò lo zaino e imbracciò il fucile. Gli sfuggì un grido e la lupa si volse a lui e restarono così, occhi negli occhi. Il ragazzo prese la mira e prima di respirare ancora sparò.
Il sibilo cessò del tutto.
Il cucciolo si era appiattito sul fondo della sua buca nella neve e uggiolava.
Il ragazzo lasciò cadere il fucile. Nascose la faccia tra le braccia, nelle maniche della giubba, e lasciò andare il pianto.

Isaias avrebbe voluto abbracciare il figlio ma invece restò immobile, il fucile scarico abbandonato nella neve. Il ragazzo gli diede le spalle e si soffiò il naso, poi si chinò sulla carcassa della lupa. La testa era un macello di sangue e cose innominabili, ma questo non gli impedì di chiudere gli occhi alla bestia coraggiosa.
Il cucciolo uggiolava ancora.
Isaias si avvicinò; il piccolo si schiacciò per terra. Non taceva. Il guardaparco lo afferrò per la collottola e lo sollevò.

– Mezzo cane, mezzo lupo. Guarda le zampe.
L’estate precedente, un enorme esemplare di pastore del Caucaso si era perso nei boschi sopra Highwood. Forse non si era davvero perso, dopotutto; più probabile che il cane, un giovane maschio di nome Yuma, avesse seguito la lupa in calore. I padroni, una coppia di turisti dell’Ohio, si erano fermati al campeggio due settimane oltre il previsto; avevano pagato il guardaparco e due guide per essere accompagnati lungo le piste dei lupi a cercare l’animale. Il corpo non era stato mai ritrovato, nel parco, nemmeno un ciuffo della pelliccia, niente di niente. Forse ciò che Isaias reggeva in quel momento era tutto quel che restava di Yuma.

– È mio.

– Come, scusa?

– Ho detto che è mio.
Il figlio fissava ora l’uomo ora il cucciolo, pallido, la mascella dura.

– Devo portarlo al centro di raccolta. È un animale selvatico e la legge prevede…
Il ragazzo fece i passi che lo separavano dal padre. Stese le mani. Aveva mani grandi quanto quelle di Isaias, ormai, e forse sarebbero diventate anche più grandi. Gli avevano sempre raccontato che il bisnonno di sua madre era stato un grande guerriero, più alto di una testa di tutti gli altri. Lui già poteva guardare suo padre negli occhi.

– Ho ucciso sua madre. È mio – e così dicendo prese il cucciolo. Lo prese come si fa con i bambini piccoli quando li si solleva, sotto le ascelle.
Il padre lo lasciò andare.
Il ragazzo aprì la giubba e poi la camicia, ci infilò il piccolo, richiuse i bottoni e la cerniera. Il cucciolo cominciò a succhiargli il lobo dell’orecchio.

– Ha fame.

– Dobbiamo rientrare. Niente cervo, per oggi.

– Come al solito.
Cominciarono la discesa verso la radura dove avevano lasciato gli zaini. Il cucciolo uggiolava ancora di tanto in tanto; il ragazzo affrettò il passo.
Il padre camminava dietro di lui in silenzio.

– Ti chiami Buck – sentì dire al figlio, a bassa voce.


Il racconto "Buck" è diventato un romanzo completo.
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Un bacione!


EFP link Amazon Bu E niente, questa cosa qui sopra potrebbe essere uno spin-off del romanzo che sto scrivendo oppure proprio un capitolo. Ad ogni modo, era tanto che non mi prudevano le mani così dalla voglia di scrivere. Magari sono arrugginita, quindi portate pazienza.
Comunque se si tratta di lupi e di cani e di foreste io ci sono sempre.
Il titolo della storia è per due ragioni: perché il cucciolo si chiamerà poi così e perché sono innamorata del Richiamo della Foresta di Jack London.
Dedicato a Aniasolary che sa chi è il ragazzo, e poi lei sa perché.
E anche a Kukiness, che anche lei sa perché.
Grazie.
Buck da piccolo



   
 
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