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Autore: Hoel    27/09/2019    4 recensioni
Nell’agosto del 1511, gli esploratori veneziani intercettano una lettera scritta dal governatore di Milano Gaston de Foix-Nemours e indirizzata al maresciallo Jacques de Chabannes de La Palice, in cui l’informa di come il Re di Francia Louis XII stia inviando rinforzi per aiutare l’Imperatore Maximilian I. von Habsburg nella sua “impresa di Treviso”, ovvero la conquista dell’ultimo ostinato baluardo veneto che separa la Lega di Cambrai dalla laguna di Venezia. Da ben due anni Treviso resiste irriducibile, così come la Serenissima, ripresasi in fretta dallo shock di Agnadello, ha ben dimostrato il suo fermo proposito di non lasciarsi cancellare tanto facilmente dalle pagine della Storia, rivelandosi un avversario più tenace di quanto prefiguratosi dai Collegati.
Su questo sfondo dell’assedio di Treviso si snoderanno le vicende di un giovane e misconosciuto patrizio veneziano, destinato però a diventare più grande di re e imperatori, di valenti condottieri e del Papa stesso.
Genere: Guerra, Introspettivo, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza | Contesto: Epoca moderna (1492/1789), Rinascimento
Capitoli:
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ANNUNCIO

Questa storia è stata revisionata nelle seguente parti:

- Dialoghi: le frasi in dialetto sono rimaste solo tra i popolani. Il resto dei personaggi userà esclamazioni in lingua e basta. Per ricreare un veneto più "antico" rispetto a quello parlato oggigiorno, ci siamo basati sulle produzioni letterarie dell'epoca.

- Legami famigliari, riveduti e corretti laddove necessario.

- Termini tecnici che hanno sostituito quelli più generici.

- Piccole precisazioni e/o variazioni degli eventi, tuttavia non importanti da sconvolgere l’intera trama.

- Suddivisione e layout della storia.

Ogni aggiornamento verrà segnalato con la data di pubblicazione del capitolo aggiornato.  

Ringrazio tutti i miei recensori che fino ad oggi mi hanno seguito: Alessandroago_94, Semperinfelix, Sagitta72, Mrosaria e Vanya Imaryek.

Un ringraziamento in particolare a Sagitta72 per avermi largamente assistito durante la revisione di questa storia.

 

PREMESSA

 

Metto già in avanti le mani, dichiarando che quanto mi appresto a narrare è un misto tra vicende storiche con personaggi storici e al contempo romanzate con personaggi all’occasione inventati per motivi di trama.

Per quanto dettagliati, i “Diarii” di Marin Sanudo il Giovane non riescono a ricostruire passo per passo ogni evento, sicché laddove le fonti svaniscono, la fantasia (pur con giudizio) supplisce. Soprattutto, dell’infanzia e della giovinezza del protagonista non si sa quasi niente e dunque, usando le biografie dei suoi parenti, le pochissime fonti disponibili nonché i saggi sulla vita dell’epoca, ho compiuto un’operazione di “ricostruzione” della sua esistenza pre-1511, l’anno in cui è ambientata questa storia. Non solo. Nessuno è mai riuscito a capire al 100% cosa sia successo realmente al protagonista di questa vicenda, neanche “L’Anonimo” suo primo biografo e grande amico e confidente, né il Sanudo tramite i funzionari che lo interrogarono e che scriveranno per ben tre volte dell’accaduto e per tre volte invece di chiarirlo lo complicheranno ulteriormente, riempiendo il lettore di dubbi. Né tantomeno ci sono d’aiuto le narrazioni postume, infarcite di elementi un po’ troppo soprannaturali nonché d’incongruenze spazio-temporali, considerando le più oggettive cronache del Sanudo. Perfino gli storici moderni si contraddicono tra di loro. Quindi, tra verità, agiografia e ricostruzione romanzata, sperando senza troppe licenze, proveremo a raccontare il mese più lungo (dal 27 agosto al 27 settembre 1511) e punto di svolta di questo giovane patrizio veneziano che aveva all’epoca appena venticinque anni.

Vorrei inoltre sottolineare che nelle cronache i personaggi “bassi” non venivano quasi mai considerati, sicché s’ignora il nome di quei contadini, soldati, religiosi, famigli, etc., che animarono i fatti qui esposti, tranne in caso si siano distinti in maniera particolare. Di conseguenza, poiché non mi piace presentarli soltanto tramite la loro, per così dire, professione, ho dato a quasi tutti un nome e una storia personale.

Mi pare superfluo – ma non si sa mai nella vita – ricordare che ci troviamo nel XVI secolo, ergo che la mentalità dell’epoca sicuramente non era quella del XXI secolo, quindi per cortesia usiamo giudizio prima di offenderci inutilmente.

Infine, riguardo alla struttura del racconto, si dividerà in tre parti e sarà un misto tra riflessioni e narrazione d’eventi, pertanto sia pronto il lettore a “tuffarsi” nel passato del protagonista.

Vi lascio quindi alla lettura del prologo, necessario per capire il contesto delle vicende – incontreremo il “nostro” nel prossimo capitolo.

Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato 02.07.2021

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DIRUPISTI VINCULA MEA

 

A che giova a un uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?

(Marco 8, 36-37)

 

 

 

 

Prologo

Todeschi vol omnino Trevixo

 

 

 

Sin dal momento in cui i Collegati avevano firmato quel loro Trattato nel 1508, sotto la falsa pretesa di combattere il Signor Turco,  l’Imperatore Maximilian I. aus dem Haus Habsburg non aveva mai fatto mistero su quanto scalpitasse d’impadronirsi oltre dei vari territori veneziani anche della città di Treviso e della sua Marca [1].

Primo, perché essa era la chiave per Venezia: caduta Treviso, i Collegati non avrebbero avuto più grandi ostacoli alla loro avanzata almeno fino alla laguna, costringendo così la Serenissima ad arroccarsi sulle sue isole melmose e terminando l’impresa con un bell’assedio marittimo.

Secondo,  perché tra i Domini di Terraferma guarda caso Treviso era la seconda per prosperità dopo Brescia e in data 1511 dopo due anni di guerra, incredibilmente, era ancora pulzella di conquista e saccheggio, mantenendo intatte le sue ricchezze e perciò preda golosa.

Terzo, per una questione di principio.

Infatti, se in nome di antiche pretese mai assopite in cui l’Impero si vedeva in diritto come detentore dell’eredità carolingia sui territori veneti e che di conseguenza portava il Re dei Romani a considerarsi il loro legittimo signore e padrone, ebbene la Marca Trevigiana Maximilian la considerava doppiamente sua per questioni d’eredità familiare, essendo stato il suo bisnonno, Leopold III. von Habsburg ritrovatosi per merto o per caso Marchese di Treviso nel 1381. Peccato che l’Imperatore si fosse scordato del piccolo, insignificante dettaglio che il suo avo stesso aveva tre anni dopo venduto ai Carraresi la Marca, quando s’era reso conto d’aver fatto un pessimo affare a divenirne suo proprietario, stritolato infatti dalle ambizioni e dai rancori delle potenze confinanti.

Anche il suo prozio di parte materna di Maximilian, il Duca di Coimbra Infante Don Pedro d’Avis, lo era stato in via nominale nel 1418 e forse per soddisfare una sua curiosità di conoscere queste terre che nel 1452 la nipote di Don Pedro, l’Imperatrice D. Leonor d’Avis, durante il suo soggiorno a Venezia aveva chiesto al suo carissimo amico Carlo q. sier Nicolò Morexini dalla Sbarra di Santa Ternita, soprannominato “da Lisbona” per i lunghi anni presso la corte portoghese, di accompagnarla a Treviso risalendo il Sile. Il Morexini, della cui figliola neonata l’Imperatrice era stata madrina [2], aveva accettato di buon grado, accompagnandola nella capitale della Marca assieme a cento cavalieri.

Per questi motivi dunque Maximilian, di D. Leonor il figlio, considerava sua e soltanto sua Treviso e i suoi territori, più ancora del resto del Veneto e della Patria del Friuli. E credeva che tal sentimento d’appartenenza lo condividessero anche i trevigiani, sicché ci si può immaginare la sua sorpresa dinanzi all’inaspettata ostinatezza di Treviso e il suo categorico rifiuto d’annettersi all’Impero, checché ne dicesse lui, il Re di Francia, il Papa e Venezia stessa, che liberandola dai vincoli di fedeltà non la voleva distrutta e saccheggiata.

Pertanto, in quel mese orribile dopo la disfatta di Agnadello avvenuta il 14 maggio 1509, in cui una stordita Serenissima brancolava nel buio, incapace di reagire nel frattempo che uno dopo l’altro dei suoi Domini di Terraferma o cadeva o si consegnava ai Collegati, assistendo impotente e  rassegnata al generale gongolare della Lega che già vedeva conclusa la partita e si preparava a spartirsi il ricco bottino; ecco che l’unico caposaldo rocciosamente resistente nello sfasciume generale rimaneva Treviso, solitaria nella sua ferrea volontà di rimanere fedele fino alla morte a San Marco, l’unica città ante-lagunare ad aprire le sue porte agli sbandati soldati veneziani in fuga dal nemico.

Come nel passato, tale decisione venne presa più dal popolo che da chi la governava.

Nel giugno del 1509, a Porta Santi Quaranta si presentava infatti l’ambasciata da parte di Leonardo Trissino da Dresano, capitano dell’Impero, domandando la resa pacifica di Treviso e la sua sottomissione alla potestà imperiale come avevano saggiamente scelto di fare le altre città venete. All’inizio, grazie al sostegno dei nobili trevigiani, la questione era già risolta a favore di Maximilian, poiché la città pareva ben disposta all’annessione e così il Trissino, rassicurato, tardò la sua entrata ufficiale in città anche per aspettare i rinforzi tedeschi, senza i quali non osava entrare a Treviso per timore della vicina guarnigione veneziana a Mestre.

Tuttavia, malgrado l’arrivo e le garanzie dei cinque oratori trevigiani inviati a Vicenza, l’aquila imperiale ancora non veniva issata e anzi, come notò il nuovo provveditore sier Piero Duodo, a Treviso si respirava un’aria pesante, i cittadini “mal disposti” e pareva che “tra lhoro mormoraseno” assai complici, armandosi e studiando sospettosamente le porte della città. Situazione esacerbata dal ritorno degli oratori, la popolazione sempre più convinta della capitolazione di Treviso. Interessatamente, sier Piero Duodo non si premurò di smentire tale notizia, scrivendo solamente che quel che “sarà se averà.” All’oratore di Asolo, alla cui signora ex-regina di Cipro domina Catharina Corner era stata garantito il mantenimento della castellania e i territori intatti se Treviso si fosse sottomessa all’Imperatore,  sier Duodo rispose seccamente: “Se li vostri zerchano salvar il suo, che dovremo far nui altri?” Mandò invece Bernardino Pola e Zuan Antonio Apornio a Venezia per ricevere istruzioni dal Collegio.

Dal canto suo, non ricevendo conferma dell’effettiva resa e sempre più incalzato dall’Imperatore che da Marostica si stava spostando in direzione di Feltre per poi scendere nella Marca, Leonardo Trissino inviò di nuovo il suo trombetta Bastiano a Treviso col vessillo imperiale da issare, e in nome dell’Imperatore d’esigerne la sottomissione o affrontare la collera sua e del suo esercito. Il Trissino stesso avrebbe raggiunto il suo messaggero a Treviso con rinforzi.

Ironicamente, quel suo temporeggiamento gli salvò la vita: il trombetta non raggiunse mai Palazzo dei Trecento, appena il tempo d’entrare in città e un gruppo di trevigiani armati, circondatolo, senza tanti complimenti l’uccise, impadronendosi delle insegne imperiali e sottoponendole ai vituperi più fantasiosi quasi a vendicare la sorte dei leoni marciani oltraggiati nelle città venete occupate.  Dopodiché, con in testa Marco Pelizer, di professione calzolaio, a cavallo e con in mano lo stendardo dorato di San Marco, la folla si diresse verso il Palazzo gridando come un sol uomo: “Marco! Marco!”, sfidando il podestà ad uscire da lì imperiale, se ne aveva il coraggio. S’accarezzò perfino l’idea d’irrompere e di defenestrare lui e tutti i membri del Consiglio Cittadino per aver osato venderli al Re dei Romani. Nel marasma generale, si diceva come i trevigiani avessero perfino scannato tre degli oratori scelti per negoziare col Trissino, dando la caccia poi ai nobili e supposti filoimperali domini Zacaria di Renaldi, Alvixe dal Corno e Rambaldo Avogaro, che non si trovavano da nessuna parte. Falsa la prima notizia, vera la seconda sebbene in quel momento tutto fosse possibile.

Al che il provveditore sier Piero Duodo, dinanzi al panico totale dei suoi colleghi, prese in mano la situazione e, aperta la finestra, lesse alla bellicosa folla la lettera inviatagli da Venezia, in cui a premio della sua lealtà Treviso sarebbe stata esente dalle tasse per i prossimi quindici anni e a ribadire tale concetto diede ordine di bruciare pubblicamente i libri di conto della città e tutti si dimostrarono di ciò molto contenti. Sospirando sollevati dello scampato pericolo – imminente – il podestà sier Hironimo Marin e sier Piero Duodo, in accordo col Consiglio Cittadino, scrissero subito ai Pregadi con la richiesta di uomini e soldi per sostenere la certa rappresaglia dell’Imperatore, a cui quella notizia non tardò ad andar di traverso.

Tale episodio equivalse allo schiaffo di cui Venezia aveva bisogno per riprendersi dal suo intontimento post-Agnadello: accolti commossi i nove oratori trevigiani e udita la conferma del loro appoggio alla Serenissima, il Consiglio dei Dieci inviò poi una lettera al podestà di Treviso, elogiando il coraggio “del suo beneamato ochio destro, dilettissima fiola primozenita de la Signoria Nostra” e giurando di difenderla con ogni mezzo a loro disposizione, anche con le loro vite se necessario.

Non si trattavano d’iperboli o retoriche di circostanza, essendo ora Venezia pronta a dimostrare il perché l’appellavano la Dominante, come dimostrato dal carismatico discorso al Senato del doge Lunardo Loredan, passato da vecchio tremolante e balbettante a determinato guerriero: sì, la Serenissima aveva peccato di superbia e di gola, aveva perso il senso del giudizio e la sua potenza era stata tale da toccare il cielo con un dito; vittima pertanto dell’invidia altrui, per le sue colpe punita, non per semplice malasorte. Ma ora, basta cogli indugi e le ceneri sul capo, che per il bene comune ci si armasse degli antichi valori e delle cristiane virtù e prendendo armi che fosse la loro santa missione di riprendersi la Terraferma, con qualsiasi mezzo, senza cedere.

Andèmo! Andèmo!”, gli fu risposto e così la Repubblica “ribelle dalla Santa Chiesa, scomunicata, interdetta e maledetta” lanciava la sua personale crociata contro la Lega di Cambrai.

Nel tesissimo mese di luglio che seguì, i Padri Veneti con ostinatezza rifiutarono ogni pretesa di cedere Treviso e la Patria del Friuli, sordi all’insistenze dell’Imperatore e del Papa Giulio II, il quale tramite il loro oratore sier Hironimo Donado “dalle Rose”, li fece ben sapere quanto non avrebbe levato la scomunica se Venezia non avesse accontentato le richieste del Re dei Romani, ovvero che Treviso e Udine ritornassero feudi imperiali. Per quel che lo concerneva personalmente, poi, Venezia doveva rinunciare ad ogni possedimento sulla Terraferma; le sue acque dovevano essere navigabili senza dazi; il clero esente da tasse e dal braccio secolare; di non nominare i vescovi; di mettere a disposizione le sue galee col Papa a loro capitano per la crociata contro i turchi, etc. etc, dimostrando quanto Giulio II volesse “la ruina total nostra di Veniexia e dil nome venitiano.”

Neanche il Pontefice aveva però compreso, che se due mesi prima dinanzi a tal discorso Venezia si sarebbe ingobbita di paura e magari avrebbe pure acconsentito, ora invece, all’arrivo di tal rapporto dall’oratore sier Hironimo Donado, l’intero Palazzo Ducale per poco non crollò dalle urla indignatissime del Doge e dei Pregadi e il figlio stesso del Loredan,  sier Lorenzo, balzando in piedi aveva gridato livido in volto: “50 oratori al Signor Turco!”, piuttosto che acconsentire a quel vile ricatto. Di tutti i Collegati, l’unico che non intese scherzo dietro quell’affermazione fu Fernando II d’Aragón el Católico, il quale suggerì al Sommo Pontefice di lasciar perdere Venezia e d’impegnarsi sul serio in una crociata contro i turchi, onde evitare che, approfittandone del conflitto, potessero invadere ulteriori regni cristiani. Il Papa gli rispose freddamente ch’era facile per lui parlare, dopo essersi impadronito di Brindisi, Otranto e degli altri porti pugliesi. 

Mentre l’alta politica si arrovellava sulla sua sorte, Treviso, riassaggiato il sangue dopo un secolo di letargo, si stava mobilitando per meglio affrontare lo scomodo corteggiatore, incominciando da una feroce purga di ogni elemento filoimperiale tra le sue mura. Inaugurò dunque la caccia al “gebelino” e ogni giorno v’era una processione di prigionieri a Venezia, tra cui Alvixe dal Corno e Rambaldo Avogaro, finalmente scovati e catturati; Piero Francesco Barixam e figli; Thadio del Mar e Guangelista Caleger, che furono  oratori per negoziare con Leonardo Trissino; Guielmo e Guido Antonio da Unigo e altri, relegati alla Novissima con ordine che “niun li parlasse”. Di Francesco di Renaldi non si riuscì ad averne lo scalpo, lo si cercò perfino nelle sue ville in campagna per poi digrignare i denti alla notizia di come fosse riuscito a riparare sano e salvo a Trento. Pazienza! Ve n’erano altri su cui rifarsi!

Molti di questi “gebelini” appartenevano all’antica nobiltà feudale, speranzosa nel cambio di governo di acquistare quel potere che gli era stato sottratto da Venezia e i suoi burocrati, patrizi anch’essi. Non avevano tenuto conto loro, i Collegati e soprattutto l’Imperatore, come il podestà, i provveditori e i rettori veneziani, sebbene non dei santi incorruttibili, comunque rappresentavano un sistema giuridico chiaro, definito e assai imparziale quando si trattava della pena capitale, un sistema in cui i cittadini e soprattutto i contadini trovavano supporto contro angherie e le interpretazioni del diritto da parte dei signori locali. Non ci fu quindi da stupirsi se i nobili trevigiani vennero traditi e consegnati dai loro stessi servitori, aprendo le porte delle loro ville o palazzi o indicando ai provveditori dove scovarli. I più scaltri furono i conti da Collalto, i quali subito misero le loro truppe personali a disposizione della Serenissima, dichiarandosi “boni marcheschi.”

Purtroppo, la paranoica smania di Treviso d’epurarsi di ogni elemento imperiale all’interno delle sue mura giunse ad atti poco onorevoli, come il saccheggio dei banchi e delle proprietà dei “zudei de Alemagna”, come i Rapp da Norimberga e i Mintz. Tra questi, la scampò un ebreo di nome Calman che, intuendo il pericolo, aveva dato libero accesso alle sue casse, dichiarandosi “bon marchesco, grande amicho di Trevixo”, dimostrando lungimirante capacità di calcolo e di previsione, ovvero che ci avrebbe rimesso di più ad aver devastato il suo banco e i suoi beni saccheggiati, che a dar via qualche forziere di ducati. Alla prima occasione, comunque, fuggì via a Venezia.

Nel frattempo, Maximilian era scocciato da tanta insolenza e un po’ imbarazzato per via della figura barbina di fronte ai suoi alleati, specie a Louis XII Re di Francia che aveva conquistato una Milano e lui, l’Imperator semper Augustus, inciampava su di una Treviso. Arrivato a Feltre, tra un banchetto e un Te Deum rincarò la dose di minacce, promettendo orride vendette se non si fosse piegata. Al Re dei Romani s’aggiunse il Papa che sempre lavando la faccia a suon d’urla e sputi al povero oratore sier Hironimo Donado, gli ricordava come l’Imperatore avesse 20,000 fanti pronti a “questa impresa di Treviso”, mentre quest’ultima poteva contare soltanto sui 7,000 rimasti a Mestre dopo Agnadello e che Venezia accettasse la realtà, ovvero cedendo ciò che non poteva difendere.

 “E’ certo”, insisteva il Papa ad un sier Hironimo Donado e a dei cardinali Domenego Grimani e Marco Corner ai limiti della pazienza “che oggi o in due giorni l’Imperatore sarà giunto lì, se non si trovi già a quest’ora a Treviso!”, poi aggiunse con una punta d’ansietà che l’acuto ambasciatore captò, piccola defaillance nell’atteggiamento duro e intransigente finora adottato dal Pontefice e prontamente segnalata al Senato che ben avrebbe saputo sfruttarla, conducendo ai grandi mutamenti nel 1511: “Sarebbe stolto da parte di Venezia d’irritare ulteriormente l’Imperatore. Cedete Treviso e Udine, riappacificate i rapporti: in questo modo ci saranno future discordie tra i due Re, cioè di Francia e dei Romani.”

Il cardinal Domenego Grimani guardò sier Hironimo Donado lungamente, che replicò cauto: “Sua Santità, neppure il Doge in persona potrebbe imporre la cessione di Treviso e di Udine, non in una Repubblica retta da un Senato di sì gran varietà d’opinione.”

Maximilian non gradendo la risposta decise d’accantonare la diplomazia e venir ai fatti, occupando Castelnuovo di Quero; Bassano, Feltre, Cividale di Belluno, Castelfranco, Cittadella, Sacile e altre città o paesi limitrofi a Treviso, così da prenderla per paura. Ma la superba non batté ciglio, neppure dinanzi ai racconti degli sfollati che si rifugiavano all’interno delle sue mura, narrando come i tedeschi distruggessero ogni cosa sul loro cammino, rubando il rubabile, profanando gli altari,  facendo a pezzi o bruciando vivi i contadini nelle loro case e uccidendo perfino i neonati in culla. In risposta a ciò, Treviso avviò i rafforzamenti alle sue mura su progetto dell’ingegnere Fra’ Jocondo da Verona, rompeva i canali e deviava il corso dei fiumi; si riforniva di viveri; mandava i suoi stradioti a compiere incursioni ed evacuava le sue donne e i suoi bambini, in un continuo viavai di barche.  I suoi “villani arrabbiati”, che avrebbero preferito “morir marcheschi” invece d’assoggettarsi al dominio imperiale, s’armarono e organizzarono una determinata ed efficace guerriglia, rispondendo alle crudeltà subìte con altrettante crudeltà, come si riportò un caso di soldati tedeschi ritrovati sgozzati e castrati da contadini inferociti.

Eletta trampolino di lancio e base strategica per la sacra riconquista, a Treviso giunsero poi i provveditori generali sier Andrea Griti, sier Christofal Moro, i condottieri Fra’ Leonardo da Prato e Alessio Bua con uomini, cavalli, artiglieria e denari nonché tre valenti “homeni de mar”, Antonio Panese, Philippo Brocheta, Vetor Trum, che assicurarono la difesa delle tre porte cittadine e il traffico sui fiumi di soldati, civili, armi e viveri. Nell’arco di poche settimane, Maximilian si vide sottratti uno ad uno i territori conquistati attorno a Treviso, i suoi sostenitori (o traditori a seconda del punto di vista) prontamente imprigionati e spediti a Venezia. Sier Andrea Griti dovette intervenire più volte a frenare le smanie di vendetta dei trevigiani, come il caso di un tal Beraldo fatto prigioniero assieme ad un borgognone, che il provveditore sier Christofal Moro voleva assolutamente impiccare, desiderio negatogli dal Griti, che giudicò più vantaggioso condurre il Beraldo  a Venezia per farlo “examinare”.

E da Treviso sier Andrea Griti partì a capo di quell’audace e inaspettata spedizione che avrebbe sconvolto i piani dei Collegati, rimettendo tutto in discussione: il 17 luglio, giorno di Santa Marina, con uno stratagemma degno dell’omerico Ulisse e del suo cavallo di Troia, [3] i veneziani entravano a Padova da ben quarantadue giorni sotto il dominio imperiale, sopraffacendo la guarnigione tedesca e catturando Leonardo Trissino e gli altri condottieri collegati, il tutto mentre i padovani ancora dominavano nei loro letti per svegliarsi con il vessillo dorato di San Marco e le campane Del Santo che suonavano a festa. Purtroppo, in quel frangente il Griti non riuscì a contenere i suoi uomini e Padova per punizione della sua resa alla Lega venne saccheggiata pesantemente, incominciando dalle case dei filoimperiali. Nondimeno, ci si rallegrò lo stesso ché l’asse Treviso-Padova era stata ristabilita, Venezia ora sul serio imprendibile.

Alla notizia della riconquista di Padova, il Papa Giulio II “fulminava” d’ingiurie sier Hironimo Donado e i Cardinali Grimani e Corner, i quali sornioni lo lasciavano fare, scrollando le spalle e ridacchiando in cuor loro alla vista del Pontefice paonazzo in volto, proprio lui che s’era proposto “magnanimamente” di funger da intermediario tra l’Imperatore e Venezia per la questione di Treviso e Udine, nonché di farsi da garante acciocché il Re di Francia non saccheggiasse Venezia. E i due risero ancor più forte ad agosto, come tutti i marciani del resto, alla notizia della farsesca cattura da parte di quattro “villani in camisa” del Marchese Francesco II Gonzaga e lo spettacolo del Papa buttar per terra la berretta e fuori di sé dall’ira bestemmiare San Pietro li ripagò di tutte le ingiurie e umiliazioni sorbite a causa di quel tremendo pontefice.

Se a Roma il Papa che aveva scomunicato, maledetto e interdetto l’eretica Venezia bestemmiava pesantemente il suo predecessore, i Collegati dal canto loro non sapevano più a che santo votarsi, realizzando nell’arco di settimane quanto fragili fossero state le loro vittorie.

Il vaso di Pandora era ormai stato scoperto: Castelfranco cadde e senza il Griti a trattenerli, le truppe stradiote-trevigiane tagliarono a pezzi i centocinquanta spagnoli lasciati a presidio della città; il tentativo a settembre del 1509 di riprendersi Padova fallì miseramente dopo quindici giorni d’assedio, tanto che Maximilian, sul campo,  dovette riparare in fretta e furia a Trento se non voleva essere scannato; come se non gli bastasse, suo suocero Fernando el Católico aveva ripreso a tampinarlo per certe questioni sulla reggenza in Castiglia; le città sottomesse si ribellarono e sedare le rivolte costava ai Collegati più risorse che l’averle conquistate; gli indomabili contadini veneti erano più feroci e arrabbiati che mai, tendendo agguati alle truppe collegate notte e dì e rubando armi e rifornimenti; Venezia comprava i mercenari della Lega offrendoli paghe più alte e grandi privilegi; la Sublime Porta si dichiarò amica della Serenissima e anzi, se voleva, poteva pur invaderle l’Ungheria fino a Vienna giusto per; il Re d’Inghilterra Henry VIII venne corteggiato per allearsi con Venezia, così da darla sui corni a Louis XII Re di Francia, già di suo stordito nel sentirsi nominare “Invasore!” invece di “Liberatore!” come al contrario durante le altre guerre in Italia. Neanche le sue riforme nel bresciano e nel bergamasco per renderle più francesi riuscirono a far dimenticare alla popolazione i loro “primi patroni et lhoro vol solum S. Marco”.  Poemi propagandistici celebravano sier Andrea Griti come la reincarnazione di Fabio Massimo contro l’Annibale invasore altresì noto col nome d’Imperatore e Re di Francia, infervorando gli animi.

Venezia aveva dunque contraddetto quanto affermato da Machiavelli, ovvero dimostrando che è possibile navigare anche la sfortuna, basta saper sfruttare la più piccola scheggia impazzita però favorevole nel mare di vicissitudini ostili. E il fiorentino stesso, a Verona, avrebbe commentato stupefatto della fedeltà del popolo alla Serenissima, preferendo morir liberi che schiavi di Francia o Impero [4].

Intanto, a Trento, Maximilian si leccava le ferite, meditando vendetta e nello specifico contro Treviso, incapace di comprendere come avesse potuto perdere la faccia con quella politicamente insignificante città, il cui unico momento di gloria nella storia recente era stata la concessione da parte di Papa Alessandro VI de Borja di celebrare a Santa Maria Maggiore la Messa di Natale prima dell’ora canonica [5] e per aver costretto alla fuga il suo vescovo Bernardo de' Rossi a seguito di un fallito tentativo d'assassinarlo. Come aveva potuto Treviso, descrittagli da sua madre “non una Firenze, una Milano, una Napoli, una Ferrara o una Mantova”, essere stato il granello che aveva fatto inceppare l’intero meccanismo della, in apparenza, invincibile Lega?  Nel pieno dei suoi umori neri, l’Imperatore si sentiva un po’ come Talete di Mileto, che osservando il cielo stellato cascò in un pozzo e una serva tracia lo derise.

L’amore per quella città si trasformò in odio, come l’amante respinto.

Negli anni successivi, più volte il Re dei Romani tentò di riprendere la “impresa de Trevixo”, piani saltati in aria sempre all’ultimo momento, come nell’estate del 1510, quando dopo aver ripreso Feltre era in procinto di avanzare nella Marca, sennonché i marciani non solo avevano respinto l’ennesimo assedio a Padova, ma rincorrevano le truppe franco-imperiali fino al vicentino e oltre, puntando poi a Verona, al che il suo fidato braccio destro, il Principe Rudolf von Anhalt-Dessau der Tapfere si era dovuto recare lì in fretta e furia, abbandonando momentaneamente il progetto d’invasione della Marca Trevigiana. Il Duca di Ferrara, dal canto suo, s’era visto scorrazzare la peggior truppa veneziana nel Polesine e oltre il Po, seminando terrore peggio dei turchi e rubandogli a spregio la sua adorata artiglieria a Polesella, la medesima che aveva usato per affondare la flotta veneziana e, pertanto, non poteva momentaneamente soccorre gli alleati in nessun modo.

A peggiorare la situazione, agli inizi di settembre del 1510 giunse a Maximilian la notizia che l’Anhalt, nel giro di neanche una settimana, s’era ammalato ed era morto in seguito a spasimi atroci da Golgota crocefisso. Il decesso del Principe venne reso pubblico più tardi, eppure tale nuova non impressionò Venezia che già lo sapeva e in maniera sospettosamente troppo dettagliata, da non lasciar spazio a sinistri dubbi, ovvero se il Missier Grande non avesse inviato qualche istruzione ai suoi abilissimi sicari in incognito e magari fu questo il suo personale epitaffio:

 

Sinque zorni xé vissuo,

d’Aynalt el gran cornuo;

trionfo a Verona xéo arrivà,

morto a Yspruch pur tornà. [6]

 

Verità o illazioni, Rudolf von Anhalt-Dessau aus dem Haus der Askanier rimaneva comunque morto orizzontale e Maximilian si ritrovò senza il suo carismatico capitano, un colpo durissimo per lui. Sforzandosi di far buon viso a cattivo gioco, l’Imperatore si fece animo e provò a nascondere il suo nervosismo, anche perché sul cadavere ancora caldo del Principe d’Anhalt, i condottieri della Lega avevano preso a beccarsi sulla successione a capo delle armate imperiali. Contemporaneamente, i capitani di ventura esigevano a gran voce le loro paghe arretrate, giungendo alle minacce o scene madri come quelle del condottiero albanese Mercurio Bua Spata che galoppò fino a Trento al cospetto dell’Imperatore, intimandogli il giusto pagamento o lui sarebbe andato a servizio dal più generoso Re di Francia e coi veneziani se la vedesse da solo. Altro boccone amaro – lo dovette pagare e anche profumatamente, nominandolo pure conte di Soave e Illasi-  ma necessario da digerire se quel satanasso del Bua gli spazzava via ogni resistenza sulla strada per Treviso.

Siccome però in qualche modo l’Imperatore doveva aver adirato particolarmente Dio, anche l’avanzata della primavera del 1511 finì prima ancora di incominciare, scongiurata da un tremendo terremoto che scosse l’intera Terraferma fino a Venezia, seminando indiscriminatamente il panico tra invasori e invasi, entrambi troppo preoccupati ad evitare tegole, pietre e alberi in testa per perdere tempo dietro a facezie quali combattere. Poi, neanche a farlo apposta, il giovane provveditore degli stradioti sier Ferigo Contarini sbucando fuori dal nulla gli catturava Andreas von Liechtenstein, altro suo capitano, spedendole alle Toreselle e per colpa degli insistenti appelli del cugino Paul von Liechtenstein, che a tutti i costi rivoleva indietro il parente e dunque che si pagasse quel furto di riscatto – ben 5,000 ducati d’oro! – il Re dei Romani si era trovato a ritardare l’impresa per l’ennesima volta.

Infine, si arrivò alla piovosissima estate del 1511 e un irremovibile Maximilian ritornò alla carica:  aveva infatti giurato a se stesso che avrebbe conquistato Treviso, la ribelle superba e fonte di tutte le sue disgrazie, fosse dovuto recarvisi di persona e smantellare le sue mura pietra dopo pietra e stavolta non l’avrebbero fermato di certo quisquiglie quali i terremoti, la malaria, le piogge, le esondazioni e le apparizioni della Vergine Maria.

E così, il sostituto di Rudolf von Anhalt,  Jacques II de Chabannes de la Palice assieme a Mercurio Bua si trovarono all'ora del tramonto del 25 agosto 1511 davanti alla fortezza di Castelnuovo di Quero, importante collegamento tra Feltre e Treviso, presidiata da sier Hironimo q. sier Anzolo Miani di San Vidal alla Carità e di madona Leonora q. sier Carlo Morexini dalla Sbarra di Santa Ternita detto “da Lisbona”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

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Lo scopo di questo prologo è appunto di dare un contesto alle vicende narrate, sulla Guerra della Lega di Cambrai e in particolare sull’ostinatezza di Massimiliano d’Asburgo nel conquistare Treviso, ripagata con altrettanta testarda resistenza. Spero non vi abbia annoiato, però mi ricordo che nei libri di storia nazionale la Lega di Cambrai veniva sempre riassunta in poche pagine, quindi molti dei come, dove, quando e perché non sempre spiegati nel dettaglio.

Mi auguro che il capitolo vi sia piaciuto e alla prossima!

 

Un po’ di noticine:

[1] Benché la Lega avesse giustificato la sua fondazione per combattere l’Impero Ottomano, in realtà era più che palese che lo scopo finale era la conquista della Serenissima.

Prima ancora di dichiararle guerra, i Collegati già si erano spartiti i territori veneziani:

All’Imperatore Massimiliano: tutto il Veneto, il Friuli, l’Istria, Gorizia, Trieste e Rovereto;

Al Re di Francia Luigi XII: Cremona, Crema, Brescia, Bergamo e la Gera d’Adda;

Al Re Ferdinando II d’Aragona: Trani, Brindisi, Otranto, Gallipoli e altri porti pugliesi.

A Ladislao II d’Ungheria: la Dalmazia

Al Papa Giulio II: Ravenna, Cervia, Rimini, Faenza e Forlì.

Al Duca di Ferrara Alfonso I d’Este: il Polesine

Al Marchese di Mantova Francesco II Gonzaga: Peschiera, Asola e Lonato

Al Duca di Savoia Carlo II: l’isola di Cipro.

 

[2] Pur non nominandola direttamente, così la madre del Nostro venne menzionata dallo storico e cronista Marin Sanudo il Giovane: “[…] E poi partì in ditto zorno la serenissima Inperatrie per Sil volse andar con barcha fino a Treviso. Fo acompagnata da alchu zentilomeni deputatti et da sier Carllo Moresini  “da Lisbona»” al qual lei li batixoe una fiola, et così ben sodisfa inseme con lo Imperador andò in Alemagna.”

[3] Brevemente, la stratagemma funzionò così: un commerciante di frumento aveva un parente nella Padova occupata dagli Imperiali e sapendo come la città fosse a corto di approvvigionamenti, questo suo parente garantì per lui così da far entrare i carri col frumento. I veneziani si presentarono dunque con tre carri; il ponte levatoio venne abbassato ma quando venne il turno del terzo carro di passare, questo si bloccò in mezzo cosicché la porta di Padova rimase aperta alla cavalleria veneziana che irruppe in città. Le campane Del Santo, si riferisce qui alla Basilica di Sant’Antonio da Padova.

[4] “Negli animi di questi contadini è entrato un desiderio di morire, e vendicarsi, che sono diventati più ostinati e arrabbiati contro a' nemici de' viniziani, che non erano i giudei contro a' romani; e tutto di occorre che uno di loro preso si lascia ammazzare per non negare il nome viniziano".  E ancora, il 26 novembre 1509,  Niccolò Machiavelli a Verona annota come uno di quei contadini “marcheschi” , catturato, “disse che era marchesco, e marchesco voleva morire, e non voleva vivere altrimenti; in modo che il vescovo lo fece appiccare...”

[5] concessione di Papa Alessandro VI de Borja = a Santa Maria Maggiore a Treviso la Messa natalizia è possibile celebrarla in anticipo, cioè alle diciotto, per una speciale concessione di Papa Alessandro VI che risale al 13 dicembre 1498 e che è tuttora in vigore.

[6] Questa canzoncina non esiste, è una mia composizione. Tuttavia, simili canzoncine sfottitrici erano assai frequenti all’epoca e talvolta così insolenti che Venezia stessa arrivava a proibirle, non sempre con successo.

 

 

 

  
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