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Autore: alessandroago_94    26/04/2020    24 recensioni
Alex è un giovane uomo pieno di dubbi e di voglia di mettere in carreggiata la propria vita, che spesso gli appare senza senso. È infatti vittima di un’ossessione, quella riguardante una persona idealizzata, o forse un suo stesso personaggio inventato; il fantomatico G.
Alla ricerca costante di questa persona si aggiunge una ricerca interiore, quella riguardante sé stesso.
Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, l’agente James Barley, prossimo al pensionamento, si ritrova immischiato in una vicenda quasi assurda. Immerso in una società dell’orrore dove regnano bugie e disonestà, e dove sono solo i soldi a fare la differenza tra gli esseri umani, indagherà a riguardo di una clinica privata in cui si effettuano strani e proibiti esperimenti.
Le due vicende si intrecciano, anche se non si incontrano mai definitivamente. Possibile che anche questo racconto sia tutta una grande bugia? Un Limbo, appunto. Un Limbo dei Bugiardi. Un luogo immaginario in cui regnano solo le maschere.
Genere: Azione, Introspettivo, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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Capi 1 e prologo

PROLOGO

 

 

 

 

 

 

 

 

“Ogni momento

è un nuovo inizio”.

T. S. Eliot

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ogni racconto che si rispetti ha un suo inizio.

Tutto in fondo ha un inizio, no? Ebbene, questa è una storia che parte da una fine.

L’estate si è appena conclusa, e con essa il periodo dell’amore. Le foglie cadono a frotte dai rami, che si accingono ormai a spogliarsi.

Ammetto che a volte vorrei essere come loro, cadere sul terreno soffice, magari su un manto di erba scura, e lasciarmi morire così. Dire addio alla mia opportunità.

Tuttavia non sono una foglia e non ha senso per me languire in questo limbo per un periodo di tempo illimitato. Sarebbe ora di dedicarmi all’azione. Di alzarmi da questa poltroncina di falso velluto e di gridare al vento che anche io esisto, assieme al mio conseguente fardello di sogni e di desideri.

E nulla si realizza, se non nel peggiore dei modi.

Nessuno mi crede? Be’, poco male. Questa è una storia che inizia da una fine, quindi i miei assi li ho già calati tutti sul tavolo.

Che Dio me la mandi buona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO UNO

 

 

 

 

 

 

 

 

“Anche un viaggio di mille miglia

inizia con un singolo passo”.

Lao Tzu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia vita è un film in bianco e nero. Sul serio.

Vivo tra reperti da museo e in una casa che sembra uscita da un’altra epoca, incastonata in una lussureggiante e isolata campagna che i cambiamenti climatici stanno rapidamente mandando in malora.

Ho un armadio pieno di abiti vintage e con essi ricopro quel brutto e misero corpo che mi ritrovo. Per fortuna sono sempre stato dell’idea che per coprire un ammasso di materia sia sufficiente anche quello che la maggior parte delle persone del Nuovo Millennio considera uno straccio bislacco.

Come ogni mattina che si rispetti, vado a riesumare una di quelle camicie militari che tanto mi fanno sorridere, poiché le indossava mio padre da giovane. La mia preferita è ancora come nuova, a parte le pieghe. Nonostante le mie molteplici abilità, non ho mai imparato a stirare.

Il suo verde scuro è come un pugno in un occhio, però lo reputo più virile di me stesso.

Stiracchio le pieghe al cospetto dello specchio del bagno, un pezzo anni Sessanta giunto fino a noi grazie alla passione del collezionismo che accomuna i miei genitori.

Sorrido notando la bandiera tedesca cucita su entrambe le spalline. Un mio amico mi prendeva in giro per questa cosa, mi diceva sempre che a me piaceva fare il tedesco. Non so cosa potesse significare per lui, non avendo pregiudizi a riguardo, comunque l’annotazione mi faceva ridere, e ancora oggi mi dona un breve ma piacevole ricordo.

Insomma, la bandiera della Germania Ovest pare sia una mia compagna da sempre. Ma adesso che sono vestito, che sarà di me? Mi pongo spesso questa domanda.

In fondo posso pur sempre contare su varie opzioni, che potrebbero scandire e segnare la giornata appena iniziata; la prima è essere servi in un capannone, la seconda è quella di darmela a gambe.

Cercare l’indefinito, il brivido che può strapparmi dalla monotonia di un lavoro che non m’interessa.

Così do le spalle al mondo e alla società, finalmente padrone del mio destino. L’accendiamo?

 

Benvenuti nella società capitalista! Quella in cui tutti ti chiedono, appena ti incontrano, cosa fai o cosa non fai.

Tu naturalmente devi sempre rispondere a modo e dire che sì, sta andando a gonfie vele la carriera lavorativa, che presto sarai dirigente di una prestigiosa multinazionale con svariate sedi in almeno sedici Stati diversi.

Nessuno che ti incontri e che ti stringa la mano, che abbia voglia di conoscerti per davvero, al di là del tuo stipendio.

Da ragazzino gli anziani mi farcivano la testa con la richiesta continua di lavorare, e lavorare sodo, caspita, se no la pensione non l’avrei mai avuta. A dieci anni dovevo già pensare alla pensione, eh. Contando che la vita è una incognita, chissà se giungerò all’età del pensionamento o se comunque il concetto di pensione esisterà ancora durante la mia ipotetica e lontana senilità.

Dovrei quindi condannare la mia esistenza alla ricerca della carriera, del prestigio, e soprattutto del capitale; cavolo, quello se è importante!

Tirando le somme, tutti mi chiedono cosa faccio ora. Che faccio ora? E che minchia ne so. Faccio l’essere umano, va bene?

Attualmente in pratica sono disoccupato, ma mi sta bene così. Quando sentono questa frase, ebbene, ricevo occhiatine sottecchi, di quelle stuzzicanti. Poi si addolciscono. Pensano; poverino, oppure sfaticato. È per questo che detesto i soldi, detesto la carriera, detesto i miei simili. Io non mi farò mai un culo così per tirare su soldi di cui non ho attualmente bisogno.

Sono legato alla vita, questo è vero, ma prima di nascere non ho firmato alcun contratto che mi legava a questa mentalità bigotta e restrittiva.

So bene che sono pure il dramma per i miei genitori, che vorrebbero un figlio normale che lavora e che scala la società, capace a far tutto. Invece hanno cresciuto un imbelle che più che lavorare sul tavolo preferisce nasconderglisi sotto. Tipo un Girolamo Riario in una versione attuale.

Non facciamone un dramma, però, ricordando di mandare sempre all’inferno il capannone di famiglia, dove si svolgono lavori fabbrili. O anche lo stesso negozietto di verdure km 0 dove presto servizio qualche ora al giorno, sempre di proprietà dei miei.

Resta comunque il fatto che tutti vorrebbero catalogarmi come Alex il fabbro, Alex l’ortolano, oppure Alex il bidello, o Alex il dottore, che è addirittura meglio… invece sono semplicemente Alex.

Ah, ho anche un cognome, un’interiorità e un’anima, se qualcuno lo ricorda. Oppure è meglio continuare a pensare al mestiere e al capitale, sì, che è coerente.

Oggi l’Alex nullafacente cammina per strada con addosso questa camicia militare tedesca, e lo fa a testa alta, nonostante ciò che gli piove addosso e le vocine che bisbigliano dietro le finestre dai vetri sigillati.

 

Odio tutto quello che riguarda l’amore. Non sopporto le persone che si baciano in strada o sulla spiaggia, mi trasmettono un senso di insospettabile eppur fastidioso melenso, inutile.

Non credo nell’amore, ma non so se ciò finora si è capito. Eppure dentro di me ho un pozzo profondissimo, e in profondità gorgoglia qualcosa di indefinito. Una persona ben preparata, sia magari uno psicologo o uno psicoanalista, o che cosa ne so, guardandoci dentro potrebbe tuttavia vederci tantissimo altro. Bisogna che sia esperta del mestiere, altrimenti se ne rifuggirebbe senza rimorsi.

La maggior parte delle persone comuni, guardando dentro al pozzo, dopo una rapida occhiata si ritira e sparisce dalla mia vita.

Ah, quasi dimenticavo di precisare che la mia esistenza è una stazione dove i treni partono e tornano in continuazione. Su queste panchine, alla fine, resto seduto solo io. Da solo. Una chiacchierata con Tizio Caio e un’altra con Sempronio, e poi via, ciascuno per la sua strada.

Tranne me, che resto sempre qui seduto, immobile nello scorrere del tempo e nel ritmo implacabile delle stagioni.

Può quindi esistere l’amore per una persona che non conosce la costanza dei rapporti umani? In realtà non so nemmeno se esista un legame eterno. Tutti coloro che mi hanno detto per sempre sono spariti in fretta e furia, dopo un po’, magari anche ferendomi gratuitamente.

Ci sono poi state persone che ho amato, una in particolare. G.

Ma G è tutta un’altra storia, in fondo.

G ormai è già parte di un passato che comunque si evolve, diciamo che lui è stato uno dei pochi ad aver preso un treno dalla mia stazione, e poi a tornarci. È tornato ma se n’è andato di nuovo.

Poi è tornato ancora.

E se n’è andato di nuovo.

G, tu non sei l’amore, bensì la mia maledizione.

 

Queste sono le linee guida della mia esistenza. Da qui parte tutto, e da qui tutto è finito.

Sono ancora seduto sulla panchina della mia stazione, nell’attesa di un treno che porterà un solo passeggero che resterà per sempre, nel bene e nel male. Che mi donerà la costanza che finora mi è mancata.

Questo è come dovrei pensare, lasciando quindi spazio alla speranza. Sono giovane, no? Me lo dicono in tanti, però alla mia età sono tutti impegnati e molti hanno già figli e una famiglia sulle spalle. Non che sia geloso, non saprei che farmene di altre beghe, ma… questo mi fa tristemente capire che in me qualcosa non va.

E lo capisce anche chi mi guarda, le persone più adulte e pettegole che mi tengono d’occhio quando cammino per strada con addosso la mia camicia vintage.

Girano voci su Alex, il figlio di quelli che raccolgono la roba vecchia; quello sfigato che, poverino, deve mancargli un giovedì. Fa l’orticello e aiuta a vendere le verdure che produce, così come farebbe il più umile dei pezzenti. Non fa un cazzo però nel capannone di famiglia, è maleducato e sprezzante verso i genitori.

Si vede da come si veste e da quanto è solo. Nessuna ragazza l’ha mai voluto. Nessun amico ha mai varcato la soglia di quel portone di casa.

Sono quindi un marchiato, agli occhi degli altri. Un emarginato.

L’unica mia fortuna è che so scrivere, e in questo trovo consolazione e rifugio.

Le mie lacrime, all’improvviso, diventano un’opportunità. Dalla fine può forse generarsi un nuovo inizio?

Chissà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTA DELL’AUTORE

 

 

Ehm xD so che non ci avete capito niente. Ebbene, pure io. Però, sapete… non si giudica un testo dall’apparenza, spero che abbiate la pazienza di addentrarvi assieme a me in questo racconto. Che per carità, non merita nulla né è un best seller. Però… affronterà un’infinità di tematiche, questo ve lo posso garantire.

Alex è il solito Alex, lo ritroviamo giovane, un po’ più tranquillo per ora. Ma… non posso rispondere per il futuro narrativo xD

Ringrazio chiunque ha letto e chiunque darà fiducia e sceglierà di proseguire la lettura. I capitoli sono tutti abbastanza brevi, spero non annoino.

Assolutamente devo specificare che Il Limbo dei Bugiardi è un titolo e un racconto che sono partiti oltre un anno e mezzo fa da uno spunto di idea gettato da Soul_Shine, che mi ha intrigato molto. Con il suo consenso, ho elaborato e scritto questo testo, dopo sette mesi di battitura. Soul, so che è diversissimo da come lo immaginavi, so che non c’entra quasi niente con quello di cui parlammo… ma spero solo che… ecco, qualcosa possa intrattenerti e chissà, magari colpirti con curiosità. Credo possa essere una sorpresa anche per te e… niente, te lo dedico xD

Grazie a tutti, carissimi e carissime amiche!

   
 
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