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Autore: Chiara PuroLuce    18/10/2020    27 recensioni
Ernesto scopre un segreto sulla sua vita che gli sconvolgerà completamente l'esistenza... e non solo a lui!
(Writober 2020 - pumpNIGHT 2020 - #fanwriter2020)
Genere: Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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                                                                UN TREMENDO PASTICCIO 
 
                                                        pumpNIGHT 2020 Prompt 13 – Pasticcio
 

 
«Voilà, ed ecco a voi il mio pasticcio di pasta al forno.»
 
Claudio, Antonio e Martino si guardarono a vicenda, la faccia allibita e per niente convinta. Ernesto ai fornelli, era paragonabile a un elefante in una cristalleria. Quell’uomo era un disastro in cucina e nessuno dei tre amici sapeva come mai, quella sera, gli era girata così. Ora stava portando in tavola una teglia enorme piena di… qualcosa che fumava ancora.
 
«Che succede?» disse loro l’amico, distribuendo quella poltiglia informe. «È brutto, ok, ma vi assicuro che è buonissimo.»
 
«Perché? L’hai già fatto qualche altra volta?» s’informò l’amico d’infanzia Claudio.
 
«E le persone che l’hanno mangiato sono ancora vive?» rincarò la dose il suo collega meccanico, Antonio.
 
«Dicevo così per dire. Mentre lo cucinavo saliva un profumino che non vi dico, ma è la prima volta che lo faccio. Fuori dal corso, almeno. Voi siete le mie prime cavie» confessò lui.
 
«Te lo dico apertamente, Ernesto, non vorrei dovere correre urgentemente al pronto soccorso per una lavanda gastrica. Sai poi le prese in giro dei miei colleghi? Gastroenterologo sottoposto a lavanda gastrica causa cibo non ben definito, servito dal suo sadico amico e chef mancato. Il poveretto ha rischiato la morte e giura che mai più assaggerà qualcosa cucinata da lui» l’informò Claudio facendo ridere tutti.
 
«Inoltre, è informe e non si capisce da che parte iniziare a mangiare. Non c’è simmetria e non si capiscono bene gli ingredienti che hai usato» intervenne Martino, il precisino del gruppo, l’architetto.
 
Bella fiducia che avevano in lui quei tre. Aveva conosciuto Claudio alle medie e ancora si frequentavano ora che di anni ne avevano cinquanta. Un’amicizia nata per caso e durata una vita. Antonio, invece, era stato colui che l’aveva introdotto nel mondo dei motori e – anche se a dividerli c’erano solo un paio d’anni di differenza – era un pozzo di conoscenza e gli aveva insegnato tutto sulle riparazioni, appena assunto in officina. L’amico, di anni, ne aveva cinquantadue. Martino, infine, aveva cinquanta tre anni ed era una conoscenza più recente, ma importante. Era colui che aveva progettato il complesso di appartamenti dove lui viveva da circa tre anni. Si erano incontrati a una riunione per la partenza dei lavori cinque anni prima e si erano subito trovati d’accordo, la loro amicizia era iniziata così.
 
«Ho seguito la ricetta che l’insegnante del corso ci ha dato. Pasta corta di tutti i tipi, curcuma, besciamella, olio, grana, mozzarella e qualche verdura come piselli, carote…»
 
«E mortadella, e prosciutto cotto, e fontina, e uova, e tonno… Ernesto, più che un piatto è una guerra qua dentro. Se te la vedesse Ramsey… ahia, un Amplifon non te lo toglie nessuno» gli disse Claudio, facendo ridere tutti.
 
«È solo il mio ringraziamento per voi che mi siete stati vicini col divorzio dello scorso mese. Finalmente mi sono liberato di Gianna e il giudice si è pronunciato in mio favore. Totalmente.»
 
«Figurati, gli amici servono a questo… anche se li vuoi avvelenare» lo prese in giro Antonio, strizzandogli l’occhio.
 
«Oh, quante storie. E va bene, vorrà dire che mi sacrificherò io.»
 
E poi lo fece, prese una forchettata di pasta e la mangiò. Buona, ma…
 
«Manca qualcosa!» esclamò.
 
«Che cooosa?» gli rispose gli amici, allibiti.
 
«Hai il coraggio di dire che ti sei dimenticato un ingrediente?» gli chiese poi un Claudio spaventato, a nome di tutti.
 
«Sì, il sale!» disse lui tranquillizzandoli e alzandosi per andare a prenderlo.
 
«Dio, che paura. Ancora non ci hai detto perché hai iniziato a seguire il corso di cucina ormai cinque mesi fa. Cavoli, non molli. C’è forse qualche bella donna che ha catalizzato la tua attenzione e vuoi fare colpo?» chiese Antonio.
 
Una donna? Sì, c'era in effetti, ma non per il motivo che pensavano loro. Avevano ragione. Se non aveva detto loro nulla, era perché prima voleva essere sicuro di avere trovato, finalmente, la sua gemella.
Sì, gemella! Elisa.
Aveva scoperto della sua esistenza solo un anno prima, alla morte di sua madre, che era già vedova. Nessuno gli aveva mai detto nulla sull’esistenza di Elisa. Stava rovistando nelle carte da portare alle pompe funebri, quando gli era capitato in mano un foglio tutto ingiallito e sbiadito dagli anni e quando lo aveva letto… il suo mondo era cambiato per sempre. Era un certificato di nascita. Non il suo. Quello che aveva in mano riportava la sua stessa data, ma aveva un nome diverso. Elisa. Elisa Roversi.
 
«Ho trovato la mia gemella!» annunciò al gruppo.
 
Ora lo stavano fissando tutti con sconcerto misto curiosità. Nessuno mangiava più.
 
«Che hai detto? Gemella?» fu Martino il primo a riaversi «Come… e chi è?»
 
«È per questo che siete qua, stasera. Volevo mettervi al corrente della sua esistenza, finalmente. Seguo il corso di cucina, è vero, ma non perché sono improvvisamente impazzito. Ma solo perché… è lei che lo tiene. Lo faccio per conoscerla meglio prima di avvicinarla. Si chiama Elisa.»
 
«E perché cazzo non… non ne sapevi nulla» domandò Claudio.
 
«Eh, sapeste quante volte me lo sono domandato anche io, ma la risposta non l’avrò mai. L’unica cosa che so è che ho trovato il suo certificato di nascita e… quello con il quale i miei genitori – tanto per bene e stimati da tutti – la rendevano adottabile.»
 
«E non ti hanno mai detto nulla, ma che bastardi senza cuore» commentò Antonio «scusa, ma è vero.»
 
«Ma… ma scusa, come fai a sapere sia veramente lei» intervenne Martino «devi esserne sicuro prima di parlarle o rischi di creare un bel pasticcio.»
 
«Un po’ come con questo piatto qua. Una pasta più pasticciata e confusa di questa non l’ho mai vista» concluse Claudio.
 
«Mangia e poche storie, amico. È buona. Sono ancora vivo, no?» gli rispose lui prendendone una seconda forchettata e portandosi un dito alla guancia, per poi farlo roteare e uscirsene con un Mmmmh che riportò l’atmosfera leggera e gioviale.
 
A discapito delle previsioni nefaste dei suoi amici, nessuno fu portato d’urgenza al P.S. e la serata fu un successo. Prima di andarsene – dopo avergli dato numerosi consigli su come comportarsi con questa sorella improvvisa e averlo preso in giro per il fatto che lui non sapesse cucinare le cose più semplici e sua sorella era una chef – gli fecero gli auguri e lo lasciarono solo.
Sì, auguri. Ne aveva proprio bisogno, perché l’indomani, lui, l’avrebbe finalmente affrontata.
Da quando il celere investigatore privato che aveva assunto, gli aveva detto che l’aveva rintracciata e che non abitava neanche troppo lontano da lui – nella cittadina a mezz’ora da casa sua, ironia della sorte – non vedeva l’ora che arrivasse quel giorno.
L’investigatore gli aveva anche detto che Elisa era sposata e aveva due figlie ormai grandi. Non aveva voluto sapere altro. Ma lui aveva aggiunto un dettaglio, ovvero dove poterla trovare senza presentarsi alla porta di casa sua all’improvviso.
Al corso di cucina.
 
 
 

 
«Allora, avete visto bene come ho fatto? Avete capito tutto? Sono andata lenta apposta» disse al suo gruppo di allievi eterogenei. «Forza, ora è il vostro turno. La vostra omelette al formaggio e verdure, vi aspetta. Avete quindici minuti. Cosa volete che sia una frittata, dopotutto. Le mie figlie hanno imparato alle elementari a farla. Uno, due, tre… via!»
 
Elisa amava prendere in giro i suoi allievi. Sembrava un piatto facile – e lo credevano anche loro viste le risate con il quale avevano accolto la proposta di quel giorno – ma non era affatto così. Ci volevano bravura, occhio e manualità.
Il giro che fece tra i tavoli, le confermò quanto – per l’ennesima volta – era riuscita a fare loro uno scherzo coi fiocchi. Per ultimo lasciò il banco di Ernesto, in prima fila. Era un uomo simpatico. Faceva il meccanico e le aveva detto che si era iscritto al corso per imparare a cucinare qualcosa di diverso dalla classica pasta al pomodoro, se voleva rimanere in vita dopo il divorzio.
 
«Come proced… oddio. Che stai combinando?»
 
Dio, quell’uomo riusciva a incasinarsi anche con delle uova sbattute. Era un disastro. Un divertente disastro ambulante. Era riuscito a fare arrivare dell’uovo persino per terra e sul suo grembiule.
 
«Ti ricordo che non stai collaudando l’acceleratore di un auto, ma che stai sbattendo due uova» gli disse ridendo.
 
«Queste cattivone non ne vogliono sapere di rimanere nella ciotola» gli rispose lui in affanno «io ci provo, ma davvero… mi odiano!»
 
«Forse, e dico forse, se provassi a non sbatterle come se fossero in una centrifuga da mille giri… ci rimarrebbero, nella ciotola. Devi essere energico sì, ma solo per togliere i vuoti d’aria lasciati dall’albume e rendere omogeneo il risultato. Ce la puoi fare, forza e coraggio. Io sarò qui davanti» gli disse prima di dargli una pacca affettuosa sulla spalla e tornare dietro il suo bancone.
 
Nelle successive due ore, Elisa si divertì un mondo a valutare i risultati delle omelette – ad assaggiarle un po’ meno – e ad affibbiare loro altri piccoli compiti. Quella era la serata dei pasti veloci per chi ha poco tempo.
Con sua sorpresa Ernesto se la cavò bene, a parte la frittata che risultò essere una poltiglia colorata e mezza cruda.
 
«Credo che questa non la farò mai per i miei amici» disse «ieri sera mi hanno massacrato la mia pasta pasticciata, senza pietà. Non oso immaginare cosa mi direbbero davanti a… questa cosa qui che ne è uscita.»
 
«Come dicevo all’inizio, mai sottovalutare questo piatto. Purtroppo, lo fanno tutti e poi io mi diverto.»
 
«Una chef sadica che sa di esserlo, cosa sei» le rispose Ernesto, scatenando l’ilarità generale.
 
«Ebbene sì, è questa la parte divertente del mio lavoro. Mi hai scoperta!» poi, quando tornò la calma disse «Bene, per stasera abbiamo concluso. Ci rivediamo la settimana prossima e, mi raccomando, vi voglio belli carichi perché vi aspetta un dolce classico, ma anche buonissimo… il tiramisù! Prima di andare via fermatevi qua al banco che vi do’ la lista con gli ingredienti da comprare. Buona serata a tutti.»
 
Dieci minuti dopo, stava finendo di sistemare la sua postazione – quella dei suoi allievi no perché dovevano pensarci da sé – quando vide Ernesto tornare indietro, con sguardo teso e stranamente agitato, non era da lui. Era un tipo sempre così allegro, che le sembrava strano vederlo così.
 
«Hai dimenticato qualcosa?» gli chiese.
 
«Sì, in realtà… vorrei parlarti, se non ti dispiace. Ci metterò poco e poi… poi non so se vorrai che venga anche alla prossima lezione.»
 
Quelle parole la spaventarono. Che cosa stava succedendo? Doveva indagare, ma con cautela.
 
«Ok. Mi dispiacerebbe molto se fosse così, sai… tieni su il morale della truppa e ti considero, ormai, come un amico. Che succede?»
 
«Questo ultimo anno» iniziò lui a fatica «è stato molto intenso per me, Il divorzio, mio figlio Bruno che è andato a fare l’Erasmus all’estero, la morte improvvisa di mia madre, l’investigatore privato e i suoi rapporti settimanali che mi facevano stare sulla corda…»
 
«Alt. Cosa? Investigatore privato? Chi cercavi?» gli domandò.
 
«Te. Cercavo te» le rispose lui spiazzandola.
 
Che cosa? Ma chi era quell’uomo, un maniaco? Ora sì che ne aveva paura, una paura fottuta.
 
«Stai lontano da me» disse lei indietreggiando e portando una mano vicino alla sua valigetta porta coltelli.
 
«Non sono uno stalker, tranquilla. Ti ho cercata per un motivo serio. Un motivo che è… scritto qua» le rispose prendendo il portafoglio, ed estraendo dei fogli ripiegati che le lasciò sul banco.
 
Lei, se pur sconvolta da quel comportamento e da quelle parole, si avvicinò e li prese con cautela, li lesse e poi sbiancò.
 
«Che scherzo è questo?» chiese a mezza voce, prima di farli ricadere.
 
 
 
«Nessuno scherzo. Hai usato le stesse mie parole quando ho trovato i fogli. Erano nascosti in una scatola di legno con doppio fondo. Mia… nostra madre ci teneva i documenti importanti lì.»
 
«Vorresti farmi credere che noi siamo… fratelli? Oh, lo so di essere stata adottata in fasce, ma… ma pensavo che mia madre fosse troppo giovane e in difficoltà per tenermi o che fosse stata costretta ad abbandonarmi, ma… no, questo… mai – mai! – l’avevo immaginato. Perché? Perché ha deciso di darmi via?»
 
«Gemelli, Elisa. Noi, siamo, gemelli» specificò Ernesto lasciandola ancora più di sasso.
 
«Gemelli!» ripeté lei con un filo di voce e barcollando. Lui le si avvicinò prontamente e la fece accomodare sullo sgabello dove, in genere, appoggiava la borsa.
 
Ernesto poteva capirla bene. Anche lui aveva reagito a quel modo ed era rimasto in trance, seduto sul letto dei suoi, per non ricordava più quanto tempo.
 
«È assurdo, vero? Nessuno di noi saprà mai perché ci hanno divisi alla nascita. Si sono portati il loro segreto nella tomba a discapito della loro ossessione per la rispettabilità. Questo dimostra quanto le persone nascondano di sé e che non bisogna mai dare per scontato nulla, con nessuno.»
 
«Non riesco a crederci, non… Che pasticcio, che tremendo pasticcio.»
 
«Lo so. Prenditi il tempo che vuoi. Possiamo fare anche il test del D.N.A. se ti fa stare più tranquilla. Adesso capisci perché penso di saltare la prossima lezione? E guarda che io amo il tiramisù. Non voglio farti pressioni. Sarai tu a cercare me, ti lascio il mio indirizzo e il mio numero. Posso?»
 
E quando lei annuì, piano, glieli scrisse e se ne andò.
 
 

 
«È ora di lasciarti questa storia alle spalle, Ernesto. Mi spiace che sia andata a finire così, ma dovevi metterlo in conto fin dal principio di tutta questa storia» gli disse Antonio.
 
I suoi amici erano nuovamente a cena da lui e questa volta per tirarlo su di morale. Si erano presentati alla sua porta un’ora prima con birre, pizza calda d’asporto e salatini.
 
«Sì, hai ragione, però uno ci spera sempre.»
 
«Puoi darle torto? Da un giorno all’altro scopre di avere un gemello di cui non ha saputo nulla per cinquant’anni. Ok, che anche a te questa notizia è caduta addosso, ma tu hai avuto un anno per farci i conti e accettarlo. Lei un solo mese e, se non si è fatta ancora, viva, vuol dire che non vuole saperne niente.»
 
Martino aveva ragione. Se Elisa avesse voluto contattarlo – e non doveva dimenticarsi che poteva farlo avendole dato i suoi contatti – l’avrebbe già fatto e, invece, era passato un mese e ancora non aveva avuto sue notizie.  
La pizza era buona, la compagnia di più, ma gli mancava qualcosa. Stava per aprire il sacchetto di salatini, per poi iniziare una partita a Poker, quando suonò il campanello. Visto che aveva le mani occupate, chiese a Claudio di andare ad aprire. Che strano non aspettava nessuno.
 
«Salve, cercavo Ernesto. Questa è casa sua, giusto?»
 
«Sì, buonasera, entri pure» le disse e poi rivolto all’interno urlò «ehi, amico, c’è una bella donna che ti cerca» e la lasciò sola all’ingresso.
 
«Come? A me? E chi sa… oh, ciao.»
 
«Ciao a te. Ci sei mancato alle lezioni questo mese e così… ho pensato di portarti un regalino» e dalla borsa in stoffa che aveva tra le mani, estrasse una teglia di tiramisù.
 
«Grazie. Ci mancava giusto il dolce, dopo la pizza. Vieni pure, ti presento i miei più cari amici. Stavamo per iniziare a giocare a Poker, ma possiamo rimandare.»
 
«Buonasera» salutò tutti lei, una volta raggiunto il gruppo in salotto.
 
«Ragazzi. Questa è Elisa, la mia gemella» la presentò tutto emozionato.
 
Gli amici, dopo lo stupore iniziale ed essersi presentati, li lasciarono soli e lui li ringraziò mentalmente. Avevano così tanto da dirsi.
 
«Ho seriamente pensato di non rivederti più» esordì lui.
 
«All’inizio ci ho pensato, ma poi mi sono detta che non era giusto nei tuoi confronti, che stavi soffrendo come me e che una cosa così bella come un gemello, non si butta via per paura. Così… ho fatto il tiramisù!»
 
«E hai fatto benissimo, perché…»
 
«Lo adoro!» dissero insieme, prima di scoppiare a ridere.
 
Ed Ernesto, da quel momento, seppe che qualunque cosa fosse successa in futuro, non sarebbe mai più stato solo.
Il perché fosse accaduta una tragedia del genere proprio a loro due, non interessava più. L’importante era essersi ritrovati.
                                                                                                                                                                
   
 
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