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Autore: FarAway_L    19/01/2021    1 recensioni
«Parti», era un grido misto a paura, «Metti in moto o per noi sarà la fine».
Era la mano di Nathan quella che stava scuotendo nervosamente la spalla di Camylla, la quale sembrava essere entrata in un limbo di emozioni pericolose e contrastanti. Quella più dominante però, era il panico. E per quanto si sforzasse di voler girare la chiave per far partire quella benedetta auto, non riusciva a muoversi. Neanche ad emettere nessun suono. Solo, fissava la strada difronte a sé attraverso occhi persi. Arrendevoli.
Le sirene della polizia cominciavano a farsi vicine e ben udibili.
Troppo vicine. Troppo udibili.
A ritmo scandito.
Stavano arrivando.
Genere: Triste | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Capitolo I.
3.013 parole

Fermati un attimo e dimmi che cosa vuoi fare,
vero che vuoi restare?
E questo tempo difficile va male ma sì,
abbiamo ancora tutto da inventare.
Guarda che non si cancella una vita così,
che te lo dico a fare?


28 Settembre.

Il vento soffiava leggero, cullando le foglie degli alberi con cadenza regolare, regalando un fruscìo dolce e rilassante. Settembre portava con sè un'aria fresca ed accogliente: Camylla se ne stava distesa sul prato verde, circondata da piccoli fiori che sembravano avessero bisogno di tregua dai passanti che ignari della loro esistenza li calpestavano, schiacciandoli al suolo. Aveva lo sguardo perso verso l'alto, dove il cielo regalava la vista di un sole timido e capriccioso che si divertiva a nascondersi dietro nuvole fini e fortunatamente poco dense - almeno per il momento. Lo zaino contenente libri e quaderni a sorreggerle di poco la testa, mentre affianco a sè Alyssa e Khloe affrontavano una dura partita a carte.
«Dovremmo chiedere gli appunti a qualcuno», con la voce quasi assonnata Camylla aveva pronunciato quelle parole, rivolgendo l'attenzione sulle amiche. Non si era però voltata nella loro direzione, catturata ancora dal gioco che veniva creatosi tra il sole e le nuvole: le foglie poi, si divertivano ad oscurare per piccoli momenti la sua visuale per far tornare successivamente tutto nella posizione originale.
«Potrei chiedere ad Ethan», le aveva risposto Khloe. E anche se Camylla non poteva vederla, poteva però dedurne - dal tono di voce usato, che potesse essere decisamente troppo concentrata sulla partita, « Ma stai rubando! Così non vale!». Stavolta l'amica aveva quasi attirato l'attenzione delle altre persone a loro limitrofe, scegliendo di urlare e di scaraventare per aria tutte le carte che stava tenendo in mano. Persino Camylla, colta di sorpresa, fu costretta a tirarsi su di scatto, mettendosi una mano sul petto per lo spavento.
«Come sei suscettibile», Alyssa alzò le mani in segno di arresa, scuotendo lievemente la testa. Un accenno di sorriso però, le era comparso sul viso: sapeva quanto Khloe fosse una persona attenta alle regole e quanto si sforzasse per non infrangerne neanche una, per questo si divertiva a prenderla in giro. Era semplicemente buffo vederla in difficoltà.
«Piuttosto, chiederesti davvero ad Ethan gli appunti?», la rincalzò ancora, usando tutta la malizia che poteva possedere. Quel giorno avevano deciso di saltare le lezioni che si tenevano all'Università: l'assenza di pioggia che nei giorni precedenti era stata protagonista, aveva dato agli abitanti londinesi una tregua. Per questo le tre amiche avevano deciso di approfittarne.
«Beh, ecco..», le guance di Khloe stavano diventando dello stesso colore del maglioncino di Alyssa, la voce rotta dall'emozione, «Potrei, forse..», un sorriso debole ad incorniciarne il viso paffutello ma delizioso; la mano destra a grattarsi nervosamente la nuca.
«Non ne avresti mai il coraggio!», Camylla non riuscì a trattenere l'ilarità, facendo fuoriuscire dalla sua bocca una risata forte e contagiosa. Khloe aveva una cotta paurosa per Ethan: un ragazzo alto e dal fisico atletico, con un viso che all'apparenza emanava semplicità e gentilezza, caratterizzato da occhi di colore verde e bocca sottile. Il tutto era contornato da capelli castani la cui lunghezza arrivava poco sopra le spalle.
«Smettetela! Non siete divertenti!», ma neanche Khloe credeva alle sue stesse parole perchè il sorriso con il quale aveva pronunciato quella frase ne tradiva il significato.
«A te invece, come vanno le cose?», Alyssa cercò di tornare composta, sistemandosi al meglio sull'erba ancora umida ed iniziando un discorso che Camylla non aveva intenzione di proseguire. Sul suo volto era scomparso qualsiasi segno di divertimento.
«Normale», Camylla alzò le spalle, optando per una risposta semplice e diretta: un fondo di verità in quelle parole c'era, dopotutto. Le faceva male parlare di quella situazione, era una ferita ancora troppo aperta che bruciava anche solo se veniva sfiorata; non voleva rovinare l'atmosfera di leggerezza che era andata a crearsi quella mattina, per questo decise di distendersi nuovamente, tornando a farsi cullare dal sole tiepido. Ma le nuvole non le permettevano più quella visuale.
«L'hai più sentito?», insistette Khloe mentre cercava di radunare le carte sparse che lei stessa aveva lanciato: la sua ingenuità alle volte risultava essere banale. Non aveva colto il segnale che Camylla aveva mandato indirettamente. O non aveva voluto coglierlo.
«No», ancora una volta Camylla decise di tagliare corto, sospostando leggermente la testa verso sinistra e puntando lo sguardo in quello di Alyssa: voleva trasmettegli l'ansia che le era salita, il nervosismo che aveva cominciato a farle visita. Institivamente prese a toccarsi la tasca destra dei jeans, quella in cui era posto il cellulare, non avendo il coraggio di tirarlo fuori: non lo aveva sentito vibrare, segno che nessun messaggio le fosse arrivato. Non voleva rimanere delusa nonostante la consapevolezza.
Sbuffò prima di cominciare a giocare con alcune pellicine che le contornavano l'unghia del pollice: erano quattro lunghissimi giorni che non lo sentiva, quattro lunghissimi giorni che non lo vedeva. Era stato lui a creare quella distanza, lui a prendere in mano quella situazione e stravolgerla. E lei non stava facendo assolutamente niente: era entrata in un limbo di emozioni che non riusciva a gestire nè tantomeno controllare, dove per quanto si sforzasse di combattere e reagire in realtà non riusciva ad ottenere che frasi sconnesse pronunciate ad uno specchio e pianti isterici nel pieno della notte.
«Dai, andiamo a bere qualcosa», il silenzio sceso momentaneamente tra di loro era stato spezzato dalla voce squillante e indaffarata di Alyssa. Con un gesto atletico e mal riuscito, stava provando ad alzarsi in piedi risultando però goffa ed impacciata. Khloe la seguì a ruota, annuendo con la testa e cercando di chiudere lo zaino dove aveva appena finito di inserire gli oggetti usati precedentemente.
Camylla guardò le amiche rimanendo nell'esatta posizione di poco prima, osservandole nei movimenti e catturandone la loro semplicità: in quattro giorni aveva pensato più del dovuto a quell'estranea sensazione che si portava appresso, che non le lasciava spazio. Era una sensazione strana e quasi fastidiosa, difficile da gestire. In quel momento si ritrovò a pensare se proprio quelle amiche che si trovava difronte non potessero realmente aiutarla, se potessero consigliarle il modo giusto per reagire; se potessero anche solo restarle affianco, donandole silenziosamente quel coraggio che le mancava.
Si tirò lentamente a sedere, scegliendo di continuare la giornata insieme a quelle persone che fino a quel momento erano riuscite a farla sentire meglio, seppur per piccoli istanti. Afferrò lo zaino, sorridendo debolmente: aveva ancora bisogno di svago, ed era certa che sia Alyssa che Khloe sapessero come alliviare quel nodo che le si era formato alla gola.

Non appena uscirono dalla caffetteria proprio dietro il complesso strutturale dell'Università, Camylla si ritrovò inevitabilmente a stringere più forte al petto il quaderno che aveva in mano: il vento aveva preso ad essere presente in maniera pungente, portando con sè aria fresca; il sole, invece si era totalmente abbandonato alle nuvole lasciando così spazio ad un cielo scuro.
«Ma quanto ha spiegato Johnson?! Accidenti!», a Khloe cominciava a stare stretta l'idea di aver saltato le lezioni: dopo un altro piccolo battibecco tra di loro, aveva deciso di chiedere alla loro compagna di corso Dana, il quaderno per potersi mettere in pari. Quaderno che presentava un numero impensabile di pagine scritte in una calligrafia discutibile, contenenti appunti su argomenti che sicuramente il professore avrebbe chiesto all'esame.
«Non riuscirò mai a farmi piacere quella materia», e Camylla sapeva quanto Alyssa disprezzasse Diritto Internazionale e quanto fosse restìa nei confronti del professore: l'amica si era convinta di non riuscire a passare l'esame, per questo non aveva neanche la minima intenzione di cominciare a studiare. E sembrava intenzionata a coinvolgere anche le altre.
«Stasera usciamo, vero?», aveva chiesto con aria innocente mentre si erano soffermate al bordo del marciapiede in attesa di poter attraversare la strada.
«Dove vorresti andar-», il sorriso con la quale stava pronunciando quella frase morì nell'esatto momento in cui Camylla incontrò con lo sguardo la persona che le stava a pochi metri di distanza, appoggiato con la schiena alla macchina, le braccia al petto e le gambe incrociate tra loro. In attesa.
Fu semplicemente un attimo: il cuore le prese a pulsare talmente forte da poterlo sentir scoppiare; dei brividi impercettibili le percorsero la spina dorsale, facendole mancare il respiro per tratti apparentemente lunghi. Strinse a sè ulteriormente i quaderni, incapace di muovere dei passi in nessuna direzione. Perchè per quanto desiderasse accorciare la distanza e potersi rispecchiare nuovamente in quegli occhi che tanto a lungo avevano saputo capirla più di chiunque altro, qualcosa la tratteneva: era l'orgoglio ferito nell'anima. Era la paura di essere rifiutata, ancora. Un'altra volta.
«Tutto bene?», Alyssa le aveva appena sfiorato con una mano il braccio, in segno di rassicurazione. Il tono di voce nascondeva un velo di preoccupazione che a Camylla non sfuggì, ma quello che le premeva di più in quel momento era riuscire ad affrontare quella dannatissima situazione.
Non riuscì a darle una risposta concreta, si limitò ad annuire con la testa, continuando a mantenere lo sguardo fisso in un unica direzione. Lui era perfettamente al corrente della sua presenza ma non sembrava intenzionato a muoversi: solo la guardava, la scrutava attentamente. In attesa.
«Ci..ci vediamo dopo», la bocca asciutta aveva come conseguenza la difficoltà di articolare correttamente le frasi. Ma la causa era solamente una.
Controllò nuovamente che non provenissero macchine in ambedue le direzioni e salutò velocemente le amiche sorridendo distrattamente: ad ogni passo compiuto equivaleva una respiro profondo a pieni polmoni. Doveva riuscire a calmare il tremolio che la stava accompagnando, tenendola per mano.
Matthias sciolse le gambe, tornando in posizione eretta solo quando Camylla le fu a poca distanza: si mosse in maniera così lenta e calma da far dubitare che realmente l'avesse fatto, allargando un sorriso sul suo volto. Il maglioncino nero riusciva a mettere in risalto ulteriormente il suo fisico asciutto mentre i jeans chiari fasciavano perfettamente le gambe snelle.
«Hey», la voce sottile e delicata le era mancata molto e risentirla in quel momento le fece mordere il labbro inferiore. Non rispose però, troppo concentrata ad osservarlo nei suoi movimenti ben studiati mentre si passava una mano tra i capelli, spettinandoli ulteriormemte.
«Come stai?», una banale domanda di cortesia alla quale Camylla rispose con un alzata di spalle: Matthias sapeva perfettamente qual'era lo stato d'animo della ragazza, per questo una reale risposta non era necessaria. Di lei aveva imparato a leggerne i movimenti mancati, gli sguardi che sapevano di parole non dette.
A Camylla mancava ogni cosa: le mancava sorridere a causa di Matthias, le mancava essere guardata nella maniera in cui solo Matthias sapeva fare, le mancava avere un contatto diretto con Matthias. Le mancava l'aria. E in quel momento era invasa da emozioni che non riusciva a controllare: star così tanto tempo lontano da lui non era mai successo in anni di relazione; avere un comportamento così imbarazzante era fastidioso.
«Dobbiamo parlare», ancora una volta fu Matthias ad interrompere quel silenzio fatto di consapevolezza mista a paura. Ma forse era giusto così: in tutti quegli anni era sempre stato lui ad avere il pieno controllo delle situazioni, lui sapeva quando e come reagire, quando parlare e quali parole usare.
«Cos'hai deciso?», la voce di Camylla risultò essere più debole di quanto avesse mai sperato. Aveva spostato il peso del corpo sulla gamba destra mentre ancora i suoi occhi non riuscivano a staccarsi dalla figura perfetta che si trovava difronte. Decise di andare al centro del discorso senza girarsi troppo intorno: sarebbero stati inutili i convenevoli e non avrebbero giovato a nessuno dei due. Perchè per quanto fosse vero che Matthias conosceva Camylla come nessun altro, era altrettanto vero il contrario. In quegli anni avevano imparato molte cose gli uni degli altri: sapevano come dirsi molto con gli occhi senza dover usare parole, sapevano scavarsi nel profondo senza necessità di toccarsi. Sapevano gestirsi, in qualsiasi tipo di situazione.
Fu a quel punto che Matthias accorciò nettamente le distanze tra loro, avvolgendo Camylla in un abbraccio sicuro e deciso, da far paura. Lei non ebbe le forze per ricambiare: semplicemente si lasciò trasportare da quel calore che non avrebbe più provato. Chiuse gli occhi, inspirando quel profumo delicato che sentiva un pò suo. Si maledisse per avere dei quaderni a fargli da barriera evitando un contatto più profondo ed intenso: la decisione era stata presa, seppur non condivisa. Si maledisse anche per la situazione che le stava velocemente scivolando via: si rendeva perfettamente conto di quello che le stava accandendo ma non voleva accettarlo; non riusciva a proferir parola, non stava provando a rimediare. Sembrava una spettatrice passiva, inerme difronte a qualcosa di stravolgente.
«Cerca di tirar fuori tutta la forza che hai», la strinse ulteriormente a sè, sussurrando parole volte a colpire direttamente nell'anima, «Sii la ragazza indistruttibile di sempre».
Le baciò delicatemene i capelli mentre Camylla riusciva a stento a trattenere le lacrime: riuscì a liberare la mano destra prima di stringere ferocemente il maglioncino sul fianco di Matthias. Con quel semplice gesto voleva trasmettere il disappunto per tutto ciò che stava accandendo. Voleva far capire quanto ancora avesse bisogno di lui nella sua vita; quanto non fosse pronta a lasciarlo definitivamente andare.
«Grazie», la sua voce attutita dalla debolezza e dall'arrendevolezza. Aveva alzato di poco la testa, quanto bastava per poterlo guardare negli occhi un'ultima volta: se i suoi erano lucidi e pieni di false speranze, trovò quelli di Matthias sicuri nonostante un velo di tristezza. Matthias sciolse l'abbraccio portando freddo e distanza tra i loro corpi ma si premurò di accarezzarle piano il viso, sorridendo debolmente. Il suo tocco era nettamente differente se messo a confronto con quelli avuti negli anni passati; le sue parole sembravano fredde se il contesto portava ad una conclusione non piacevole.
Quando Matthias fece un passo indietro prima di voltarsi e allontanarsi, Camylla sentì le gambe cedere e un peso schiacciarle il cuore: erano tutte le conseguenze delle sue azioni, erano le parole urlate silenziosamente, erano gli sguardi mancati e certezze spazzate via dall'ingeniuità. Chiuse gli occhi e abbassò la testa, arrendendosi ancora una volta ad una situazione che era andata creandosi anche per colpa sua.
Nonostante tutto.


29 Settembre.

Il vento soffiava così forte che Camylla dovette premere con maggiore intensità la sua mano sinistra sulla sciarpa. E si maledisse per non essersi messa i guanti: aveva entrambe le mani letteralmente congelate.
Camminava a passo svelto, schivando di tanto in tanto qualche piccola pozzanghera formatasi nell'arco della notte. Stava ancora schizzettando ma il suo ombrello si muoveva in simbiosi con l'incessante vento, non riuscendo così a coprirla a dovere. Doveva strizzare gli occhi, come se quel gesto potesse proteggerla dalle goccioline che le si posavano sulle lenti degli occhiali. Si maledisse nuovamente, stavolta per non aver preferito usare la macchina.
Ma sapeva di essere ormai quasi arrivata a destinazione. Intravedeva la casa di Alyssa: solo altri piccoli passi e avrebbe raggiunto quel cancellino grigio con l'enorme targhetta appesa che recitava testuali parole “non suonate il campanello o Quick vi abbaierà”.
Si fermò davanti ad esso, notando con delusione come quest'ultimo non fosse stato accostato. Si ritrovò, per la terza volta nel giro di pochi minuti, a maledire la situazione: avrebbe dovuto tirare fuori dalla tasca sinistra del giacchetto il suo telefono, per chiamare così l'amica e farsi aprire.
Uno squillo.
Due squilli.
Tre squilli.
Camylla stava sbuffando sonoramente per evitare che un'imprecazione le uscisse violenta dalla bocca.
Quattro squilli.
«Pronto, Cam?!», la voce dell'amica era leggera e delicata, quasi un sussurro.
«Aly, sono fuori.», e dovette mordersi la lingua per evitare di riversare quel suo nervosismo mattutino sulla sua amica, la quale - per il momento - non le aveva ancora fatto niente.
Il rumore metallico della serratura del cancello quasi la fece sussultare, ma fu entusiasta di poter correre per il vialetto costernato da vasi con fiori che stavano perdendo pian piano i loro colori vivaci, e poter finalmente entrare in casa. Al riparo dalla pioggerella, dal vento e soprattutto dal freddo.
Lasciò andare malamente l'ombrello giallo e verde al di fuori del portone in legno massiccio, si asciugò furtivamente gli stivaletti neri sullo zerbino marroncino e la scritta grigia “La famiglia Hunt vi dà il benvenuto”, prima di adocchiare la tavola imbandita di cibo nella stanza a pochi passi di distanza da lei.
«Buongiorno!», Camylla sentì provenire la voce di Alyssa dal piano superiore. Sembrava distorta e indaffarata.
«Sei pronta?», tagliò corto Camylla. Non che le dispiacesse abbandonare quella posizione, dove le sue mani si muovevano rapide ed indecise sopra ogni benedetta pietanza che mamma Sophie aveva preparato, ma non le piaceva far aspettare terze persone.
«Sì, scendo subito», “scendo subito” quelle parole rieccheggiarono nella mente di Camylla e le venne da sorridere debolmente: conosceva la sua amica e conosceva fin troppo bene il significato di quelle due semplici parole. Decise di prendere una brioche ancora calda. Sembrava ripiena. «Hai già sentito Theo?», domandò
«Non ancora. Gli manderei anche un messaggio ma ho le mani troppo occupate», confessò Camylla, accompagnando tale affermazione con una smorfia sul volto al solo pensiero delle sue mani lontane da tale benedizione.
«Ma dobbiamo dirgli che faremo ritardo!», “ovviamente” avrebbe voluto aggiungere Camylla. «Se gli mandassi un messaggio io, perderei altro tempo», una testolina bionda sbucò dallo stipite della porta e con un sorriso furbo, strizzò il suo occhio destro in direzione dell'amica prima di scomparire nuovamente all'interno della stanza. Era quella del bagno.
«Vorrà dire che, quando non ci vedrà arrivare all'orario stabilito, ci chiamerà». Se era vero che Camylla conosceva bene Alyssa, era altrettanto vero che Theo conosceva bene entrambe le sue amiche. E da buon amico, sapeva benissimo che avrebbero ritardato. Camylla ne era certa.
«Sai chi ho sentito ieri sera?!», lo schiocco delle labbra alla fine della domanda retorica, stava a significare che Alyssa ci aveva appena passato il rossetto. Forse era pronta. «Ethan!».
Camylla dovette afferrare istintivamente un bicchiere colmo d'acqua per evitare che il pezzo di brioche che aveva deciso di gustarsi, non le andasse di traverso. E non tanto per l'aver sentito pronunciare tale nome, perchè per quanto si sforzasse di accantonare l'idea, in realtà sapeva benissimo che sarebbe successo. No, ciò che le fece accendere un pizzichìo di preoccupazione che subito le si era andato ad inserire nel cervello, fu l'aver percepito la gioia e l'enfasi con la quale Alyssa aveva enunciato quel nome; era la felicità con la quale vide scendere l'amica dalle scale, saltellando come una bambina di cinque anni davanti ad un regalo.




 
IM BACK!
Eccomi tornata con un'altra storia :) 
A distanza di anni, sono riuscita a superare ostacoli che non mi avevano permesso di scrivere. In questi ultimi giorni, poi, è tornato anche l'entusiasmo e la voglia di farvi conoscere - se vi va - ciò che ho in mente.
Ovviamente questo è un semplice capitolo d'introduzione, dove si possono fare solo supposizioni. Ma vorrei anticipare che non si tratterà solamente di una storia d'amore giunta al termine, oppure di un "tradimento" tra migliori amiche. 
Ci sarà uno sviluppo dietro, nuovi incontri e soprattutto decisioni che non si riveleranno così sagge.
Spero di aver catturato almeno una piccolissima parte della vostra curiosità. 
E spero possa emozionarvi almeno la metà di quanto non abbia emozionato me nel tornare a scrivere.

Fatemi sapere ciò che vi passa per la testa, qualunque cosa. E' importante per me il vostro giudizio perchè è quello che mi permette di migliorare, di cambiare se necessario il mio punto di vista.
Perciò non abbiate freniiiii :)

Ah, l'ultima cosa: ci sarà un particolare per ogni capitolo. Ovvero verranno raccontati dei trascorsi di due giorni che inizieranno alla stessa maniera. (Esempio in questo capitolo: il vento soffiava).
Adesso vi saluto.


G.xx 
 
 
  
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